THE ORANGE MAN THEORY

THE ORANGE MAN THEORY

Informazioni
Autore: Mourning

Formazione
Giorgioni: Voce
Gabbo: Chitarra, Voce
Cinghio: Basso, Voce
Tommi: Batteria

THE ORANGE MAN THEORY

Sono capitolini e con una decade d’attività alle spalle, parlo dei The Orange Man Theory, nostri ospiti e realtà che si muove all’interno della nostrana scena musicale in maniera longeva.

Benvenuti su Aristocrazia Webzine, iniziamo col più classico dei come va la vita? Il caldo ha preso piede, che programmi avete per quest’estate?

Gabbo: Condizionatori, mare, pochi giorni di ferie per pochi soldi. Le cose da italiano medio insomma…

Per coloro i quali ancora non conoscessero la band, raccontiamo in breve chi sono i The Orange Man Theory: com’è nata la band, perché la scelta di questo nome? A voi la parola.

Gabbo: Erano i primi anni del 2000, all’epoca ancora avere una band con influenze nu-metal non era reato, e io, Gianni e Merenda ci siamo conosciuti proprio suonando insieme nelle nostre rispettive band (Last Green Field, DMC). C’era già l’esigenza però di fare qualcos’altro, e così i due DMC mi chiesero di fare una prova con questo loro nuovo progetto “hardcore ma contaminato con la musica elettronica”, con tanto di DJ al seguito… e così nacque il tutto. Poi il dj si drogava troppo e siamo andati avanti da soli. Rispetto alle idee iniziali è venuto fuori tutt’altro, ma alla base della band è sempre rimasta questa esigenza di “fare altro”. Contaminati ovviamente da un genere o l’altro, ma cercando sempre di sfuggire ai vari cliché. E avevamo in mente in ogni caso di impegnarci in modo più serio nella musica, il nome The Orange Man Theory segna in qualche modo questo passaggio. La metafora della vita del musicista che a un certo punto rischia il proprio tempo, i propri soldi, i rapporti personali e si dedica alla band. Attraversa la strada quando l’omino sul semaforo è arancione. Col verde e col rosso sarebbero state scelte obbligate, ma semplici, definitive, chiare: vai oppure resta fermo. Con l’arancione è diverso, scegli consapevolmente di correre un rischio, sai che dovrai andare di fretta e non è sicuro che farai in tempo ad attraversare, ma ci provi lo stesso. “I Will Die Trying” recita il ritornello di “On The Dartboard”, sul nostro secondo disco. Il senso è un po’ quello… può suonare un po’ coatto-epico alla Manowar, ma io lo interpreto in un modo più misantropo-nerd-sognatore.

Sul profilo Facebook nel settore informazioni si può leggere questa dicitura “2003/2013 – TEN YEARS OF ORANGE”. Come ci si sente ad aver raggiunto un simile traguardo? Quali sono stati sinora i momenti più belli e quelli più brutti che avete dovuto affrontare?

Gabbo: Vecchi? Un po’. Sicuramente felici di questo traguardo però, chi ha una band o chi fa parte di questo mondo sa quanto sia incredibilmente difficile portare avanti il tutto. Senza falsa modestia, se guardo indietro sono soddisfatto di quello che abbiamo fatto, tre album, quasi duecentocinquanta concerti in decine di paesi diversi, anche dall’altra parte del mondo, e tutto in modo underground, senza soldi, senza l’appoggio di etichette major, ma con grandissima forza di volontà. Uno dei nostri meriti è stato quello di rimanere sempre molto attivi, anche se negli ultimi due anni ci siamo dovuti fermare per finire il nuovo album e risolvere altri problemi. Ora finalmente nel 2013 il nuovo disco è uscito, e il prossimo anno andrà promosso come si deve. Se dovessimo accorgerci che non avremo più le forze per farlo, ci faremo da parte. I momenti più belli? Non so, personalmente ce ne so tanti: la realizzazione del primo disco a Boston nel 2004 sicuramente è da citare, ha segnato in qualche modo il vero inizio di tutto. I primi tour in Sud America e in Europa sono stati traguardi molto importanti. I momenti più brutti sicuramente l’uscita dalla band prima di Merenda e l’anno scorso di Gianni, superfluo spiegare il perché.

Terzo disco, “Giants, Demons And Flocks Of Sheep”, e nuovo cantante, Giorgioni degli Tsubo. Com’è stato dar vita a questo nuovo lavoro? È cambiato qualcosa rispetto a come componevate al tempo di “Satan Told Me I’m Right”? Quattro anni portano con sé nuove idee e sviluppo, almeno suppongo sia così.

Gabbo: È stato difficile, come sempre d’altra parte. Purtroppo la storia degli Orange è costellata da problemi di formazione, e tutti e tre i dischi sono stati composti in parte da musicisti che durante i “lavori” hanno lasciato la band. È successo prima di “Riding A Cannibal Horse From Here To…” con Perepè, il bassista; prima di “Satan Told Me I’m Right” con Merenda alla batteria e Remo sempre al basso; prima dell’ultimo “Giants, Demons And Flocks Of Sheep” con Gianni alla voce. Nonostante ciò, credo che “Giants…” sia in generale il nostro disco più omogeneo, perché se è vero che i pezzi sono stati composti in un paio d’anni e con questa alternanza alla voce, è anche vero che sono stati chiusi e arrangiati relativamente in pochi mesi e da una formazione musicalmente compatta. Inoltre Giorgioni, per quanto abbia uno stile diverso, si è integrato in modo eccellente. L’unica differenza profonda che si può notare forse è nella scrittura dei testi, ma quella è una cosa a cui si fa sicuramente meno caso. Nuove idee sicuramente sì, altrimenti non lo avremmo fatto. Abbiamo virato un po’ verso sonorità più estreme, probabilmente eravamo più incazzati…

Death, Grind, Sludge, richiami Thrash e Southern, all’interno del disco non manca davvero nulla e tutto viene amalgamato in maniera da risultare sempre e comunque efficace. Sono cambiati i vostri ascolti nel corso di questi anni? E qual è la difficoltà maggiore che avete riscontrato nello scegliere la direzione dare al lavoro?

Gabbo: Beh, questa “caratteristica”, diciamo, di avere influenze disparate è una cosa che ci caratterizza nel bene e nel male da sempre. Nel disco precedente forse era un po’ più disorganizzata come cosa, in questo forse più fluente. In ogni caso in parte è involontaria: da sempre i nostri ascolti sono molto diversi, spesso diametralmente opposti, dal Grind di Cinghio al Jazz di Tommaso ecc. Generi apparentemente impossibili da mettere d’accordo, ma coi quali riusciamo in qualche modo a trovare un punto d’accordo. La direzione da dare al lavoro però non è una cosa pianificata a tavolino, nasce da sé da queste contaminazioni. Più che cambiati gli ascolti direi che sono cambiati i musicisti, e ognuno ha portato con sé il proprio bagaglio: il nostro modo di comporre è molto “tutti insieme in sala prove”, non c’è il classico leader che arriva col pezzo pronto e poi gli altri che si limitano a essere musicisti e arrangiatori. Questo porta mille problemi, lungaggini e discussioni, ma aiuta a essere meno inquadrati e banali o monotematici. Basta guardare le nostre rispettive altre band per averne una dimostrazione: Buffalo Grillz, The Blues Against Youth, Shores Of Null, Tribraco… sono tutti progetti lontanissimi dagli Orange, dove probabilmente diamo sfogo al nostro lato più artisticamente egoista.

In sede di recensione, avendo apprezzato in toto il lavoro svolto, ho preferito evitare la tediosa descrizione traccia per traccia. Se però vi chiedessi di sceglierne due per rappresentarne appieno l’essenza, su quali ricadrebbe la vostra scelta e perché?

Giorgioni: Domanda difficile, probabilmente sarebbe stato più facile sceglierne una solo! Comunque direi “Vital Drug” in quanto “completa”, è un pezzo all’interno del quale si trovano più o meno tutte le influenze che caratterizano il disco; e “A Glass Of Wine”, ma questo solo perchè è il mio preferito [ride].

Mi piace sottolineare che come sempre più spesso capita, e mi auguro continui a capitare, il vostro è un album totalmente “made in Italy” supportato da una etichetta anch’essa nazionale, la Subsound di Davide Cantone. Secondo voi qual è il motivo per cui molte delle nostre band preferiscono autoprodursi o manifestano una sorta di sfiducia nell’operato degli addetti al settore del nostro paese?

Gabbo: Mi permetto di dissentire… Credo che le band italiane in generale farebbero di tutto pur di avere un’etichetta come Subsound. Il problema è che non ce ne sono, ci saranno in Italia tre p quattro etichette “attive” a fronte di centinaia o migliaia di band. E il motivo è sempre lo stesso: i soldi. Se un’etichetta apre per passione, gli investimenti che potrà fare saranno minimi, e purtroppo non potrà aiutare le band più di tanto. Se apre per tentare un business nella musica investendo un po’ di più, il rischio è talmente alto e le cose talmente complesse che avrà comunque vita difficile, e in ogni caso l’investimento per far crescere una band non sarà quasi mai coperto dalle vendite del disco. Ci si riduce quindi nella maggior parte dei casi, con pochissimo budget e lavorando da soli, a provare a fare il possibile, sperando di coprire le spese. Questo è un lavoro che va apprezzato. Vuoi sapere qual è il problema più grande secondo me? Le band stesse… Spesso c’è questo falso mito che l’etichetta debba fare tutto o che ti cambi la vita. O che i soldi spesi siano una cosa dovuta, e che le band una volta sotto contratto debbano stare lì ad aspettare che le cose cadano dal cielo. Beh… non è così. Chi ha questa visione è semplicemente uno sprovveduto e non parlo solo a livello underground, ma anche di band a cui capitano etichette più grandi, e che magari dopo un solo disco e zero risultati si ritrovano a piedi. Forse proprio da qui nasce la sfiducia nelle etichette underground italiane, nell’ignoranza di tutto quello che c’è dietro e nel crearsi queste false aspettative. Ovviamente agenzie e etichette che in passato hanno cercato di truffare i gruppi, facendo leva solo sulla passione e proprio su questa idea sbagliata, non hanno aiutato. Le band però devono capire questo: dobbiamo fare tutto da soli. Se lo facciamo, poi forse arriverà qualcuno pronto a investire qualche soldo nella stampa di un disco, o comunque l’etichetta potrà lavorare bene. È un dato di fatto che tra distro e Internet una band, per quanto possa avere un discreto riscontro, non va oltre qualche centinaia di copie. La maggior parte dei dischi si vende ai concerti, ma l’etichetta difficilmente riesce a occuparsi anche di booking, che è completamente un altro lavoro. Quindi bisogna mettersi sotto a lavorare per cercare date, farsi promozione, investire tempo e soldi. Scusa credo di aver divagato…

Il movimento musicale laziale, romano nello specifico, è da sempre uno dei più attivi: qual è ora il suo stato? È compatto o vive tuttora delle classiche tensioni interne dovute a invidie e gelosie varie che hanno caratterizzato la frammentazione della scena italica più o meno da sempre?

Gabbo: Personalmente, per quanto ci sia sempre “lo scemo” che è geloso di questo e di quello, ho sempre visto la scena piuttosto unita, o sono sempre comunque stato uno dei promotori (con l’agenzia No Sun) del fare le cose insieme. Il pubblico è già scarso, se lo dividiamo ulteriormente diventa una tragedia per tutti. In ogni caso le cose a Roma mi sembrano meglio che in molti altri posti. Quando dico questo qualcuno storce il naso… boh, opinioni. Per quanto riguarda le band, i locali, gli studi di registrazione e tutto ciò che c’è intorno, mi sembra un buon momento. C’è stato un cambiamento rispetto a qualche anno fa, ma diciamo che per una band importante come gli Inferno (per rimanere in tema Subsound) che si scioglie, ad esempio, ci sono magari gli Hour Of Penance (dove ora suona il basso Cinghio) che stanno risalendo alla grande dopo qualche anno di silenzio. Insomma di qualità secondo me ce n’è molta, le cose sono difficili perché non siamo nati in Svezia o in Germania, ma ci si dà da fare…

In Italia si sente continuamente di date annullate, concerti rinviati e locali che chiudono. La situazione live è davvero così penosa?

Gabbo: Riallacciandomi alla domanda precedente, è proprio per questo che a Roma non mi sento di dire che le cose vadano male, anzi il contrario. Nel resto d’Italia in effetti la situazione è abbastanza difficile, organizzare un tour in Italia per una band underground è qualcosa di veramente complicato proprio per i motivi che citi. Spero che sia una cosa ciclica, e come succede anche a Roma, sia solo un alternarsi di momenti ricchi di concerti e momenti più di magra…

Dopo aver suonato con gente come Napalm Death, Sick Of It All, Cripple Bastards, vi piacerebbe l’idea di supportare i Carcass in un loro possibile passaggio dalle nostre parti?

Giorgioni: Beh, a chi non piacerebbe condividere il palco con un pezzo di storia come i Carcass?

Dei concerti che sinora avete tenuto, quale vi ha lasciato il miglior ricordo? E dopo aver vissuto l’esperienza live oltreoceanica, quali differenze avete notato fra l’approccio della gente che partecipa alle manifestazioni in Sud e Nord America e quello nostrano?

Gabbo: A livello di fan devo dire che tuttora vince il tour in Sud America, dove in effetti ci sono una accoglienza alle band estere e una voglia di metal che non abbiamo trovato in nessuna altra parte del mondo. Tuttora i concerti di quel tour, a partire da quello coi Sick Of It All in Colombia, sono stati tra i più soddisfacenti. Anche il tour coi -(16)- in centro Europa. Ultimo posto agli USA invece, dove è vero che ci sono molti posti per suonare e a livello di apertura musicale sono più avanti, ma le band vengono trattate veramente senza alcun rispetto dai locali, non c’è alcuna solidarietà né valorizzazione del ruolo del musicista… L’Italia la metterei un po’ nel mezzo, spesso c’è voglia di fare bene ma mancano i mezzi o le capacità…

Ci sono date confermate delle quali vogliamo mettere a conoscenza i nostri lettori in modo da potervi partecipare?

Giorgioni: L’unica data confermata per il momento è lunedì 1 novembre all’Interiora Festival presso il Forte Prenestino. Sarà il live di debutto di Francesco, il nostro nuovo batterista che sostituirà Tommaso (in partenza proprio in questi giorni per il nuovo continente): direi decisamente un motivo in più per non mancare! Abbiamo comunque parecchi programmi per il futuro, soprattutto per qual che riguarda il fronte live, quindi invitiamo tutti a rimanere sintonizzati.

Con “Cinghio” abbiamo un bel po’ di amicizie in comune su Facebook ed è capitato più volte di incrociare commenti e leggere un paio di divertenti scambi di battute con quel gran personaggio che è Pea dei Krydome. Prendendo spunto da questo, chiedo a lui, ma mi piacerebbe ricevere una risposta comune dai The Orange Man Theory: i social network che in tanti demonizzano, vissuti in maniera rilassata e condividendo i propri interessi, non sarebbero realmente un’arma in più per una band che vuole farsi conoscere? Oppure siete del pensiero che comunque alimentano quel modo di pensare che fa dell’arte una materia “usa e getta”?

Giorgioni: Penso che in questo periodo storico siano (diventati) parte integrante della vita quotidiana, di conseguenza anche a tutto quello che ci circonda; sono indubbiamente un enorme aiuto alla promozione e una agevolazione alla visibilità, basti pensare che qualche tempo fa (neanche troppo) le band scambiavano o spedivano audiocassette via posta, ora basta caricare due brani su Youtube e farli girare bene. Tutto decisamente più facile e immediato direi! Ma, come in tutto, anche qui troviamo il proverbiale rovescio della medaglia rappresentato dall’adagiarsi dei musicisti su tutto questo: quei personaggi che citavo prima, quelli che si scambiavano cassette in buste da lettera, si facevano il culo per la propria band, cosa che oggi sembra davvero non fare più (quasi) nessuno…. E se si guarda, o meglio ascolta, indietro si sente, è lampante.

Gabbo: scusa Cinghio non può rispondere ora, è su Facebook…

Fanzine cartacee e webzine: ho più volte notato che una precisa schiera di fedelissimi nutre dubbi, in parte anche dovuti, sulla serietà con la quale le seconde crescono, ma ci siamo forse dimenticati i personaggi che infestavano quelle cartacee? Paragonando i due mondi, a mio modo di vedere molti diversi, quali pregi e difetti ritenete siano in possesso queste realtà?

Gabbo: Credo si torni un po’ al discorso di prima su Facebook fatto da Giorgioni. Il web rende tutto più semplice ed economico. Questo elimina quella sorta di filtro naturale che prima faceva emergere solo chi si dava davvero da fare, ma le webzine riescono a riportare molto più velocemente le news o le informazioni sui concerti, cosa che per una redazione di una rivista mensile sarebbe impossibile. Non so, sinceramente sono uno di quelli che pensano che i cd vadano ascoltati per essere giudicati, le recensioni lasciano il tempo che trovano, a meno che non si conosca bene il recensore. Di solito sono più attento alle news o ai live, in questo le webzine sicuramente sono migliori.

Fuori dalla dimensione band chi sono i The Orange Man Theory? Altri hobby e passioni, lavoro, la vita di ogni giorno cosa ci racconta di voi?

Gabbo: Un’altra caratteristica forte degli Orange è sempre stata che ognuno di noi, per scelta, ruota comunque intorno alla musica o fa lavori che permettono di poter suonare e andare in tour. Io sono un maledetto nerd programmatore e questo mi permette di lavorare con il portatile sulle ginocchia in furgone mentre sono in tour, ad esempio; a parte il fatto che saper smanettare con web, audio e video aiuta parecchio nella promozione. Come hobby, se vogliamo chiamarlo così, mi occupo di booking e organizzazione di eventi. Tommaso è insegnante di batteria, Cinghio ha i Kick Recording Studios, Giorgioni ha uno studio di liuteria, Huma Guitars, fino ad arrivare all’estremo di Gianni che vive in giro per l’Europa con il suo progetto one-man band The Blues Against Youth, che paradossalmente è uno dei motivi per cui ha dovuto lasciare gli Orange, visto che per vivere suonando bisogna essere in tour trecentosessantacinque giorni l’anno.

In tv c’è la mania del cibo, gente che guarnisce ed elabora torte stratosferiche, il signore del cioccolato, programmi che parlano di ricette in continuazione, facendoti venire l’acquolina in bocca ogni trenta secondi. Visto che noi italiani solitamente siamo delle buone forchette e per cambiare un po’, andando oltre le solite domande: qual è il vostro piatto preferito? E a quale pietanza accoppiereste le seguenti formazioni: Black Sabbath, Down, Carcass e Nashville Pussy (sono le prime che mi sono venute in mente)?

Gabbo: Se la battono spaghetti con le vongole, cozze pepate e arrosticini di pecora (un saluto agli Zippo…). Cinghio sicuramente risponderebbe una fiorentina al sangue da 2,5 kg. Che pietanze accoppierei? Vediamo: ai Black Sabbath spaghetti al pomodoro, un piatto basilare; ai Down peperoni farciti, un piatto lento e pesante; ai Carcass una bistecca al sangue, troppo facile; ai Nashville Pussy diciamo hamburger con formaggio e bacon da mangiare in giro per qualche fast food americano.

Siamo arrivati al momento dei saluti, vi ringrazio di avere condiviso parte del vostro tempo con noi e vi lascio un’ultima volta la parola…

Giorgioni: Oltre ai consueti saluti e ringraziamenti per lo spazio datoci, invitiamo, come sempre, tutti a partecipare attivamente ai concerti! E ovviamente riferendoci non solo a quelli dei TOMT, ma a tutta la musica underground che è quella ad aver maggior necessità di supporto per continuare a vivere!

Gabbo: Sconto sul cd ai nostri prossimi concerti per chi sarà arrivato fino in fondo a leggere questa lunga intervista. Sono serio…

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