Tamás Kátai e le pennellate musicali dei Thy Catafalque

Tamás Kátai e le pennellate musicali dei Thy Catafalque

Il progetto Thy Catafalque esiste da più di due decenni, eppure non cessa mai di stupire e incantare, grazie al sound denso di influenze, cangiante e composto da una fitta serie di strati che è affascinante scoprire pian piano, spingendosi sempre più in profondità a ogni ascolto. Una riprova di questo fatto è offerta da Naiv, il full length che ha visto la luce alla fine di gennaio e che può essere tranquillamente annoverato fra i dischi più magnetici del 2020. Un disco così inebriante può suscitare molte curiosità riguardo ai significati nascosti che porta con sé, ma anche in merito all’identità dei Thy Catafalque al giorno d’oggi: dunque, chi meglio del creatore di questo progetto, Tamás Kátai, può aiutarci a sbrogliare questa intrico di domande?


Prima di tutto, grazie per aver acconsentito a quest’intervista! Come stanno andando le cose?

Tamás: Ciao, grazie a voi per avermi invitato, tutto a posto qua.

Naiv è stato pubblicato alla fine di gennaio, proprio quando il Coronavirus stava iniziando a diventare una faccenda seria. Ti trovavi in Scozia in quel periodo? Com’era la situazione allora?

In realtà, quando è stato pubblicato la situazione non sembrava ancora così critica. Purtroppo non vivo più in Scozia, mi sono trasferito nuovamente in Ungheria nell’estate del 2018 e [in Ungheria] non stava succedendo nulla di eclatante.

Cosa avevi in mente di comunicare attraverso questo disco? Sei soddisfatto del riscontro che Naiv ha ottenuto finora?

Non avevo nessun concept o idea particolare in mente, era semplicemente l’album successivo e questo è il modo in cui solitamente opero. A dire il vero, però, si è creata una situazione strana, perché ho iniziato a comporlo in Scozia e l’ho finito vivendo in Ungheria, perciò in realtà si trova fra due mondi. Io ne sono soddisfatto e sembra che piaccia alle persone, perciò sì, sono contento [del risultato].

Leggendo le informazioni a proposito di Naiv, ho visto che per la sua realizzazione hai collaborato con diversi musicisti. Potresti raccontarci come sono iniziate queste collaborazioni?

Molti di questi musicisti sono amici o collaboratori di vecchia data. Chi fosse familiare con la nostra discografia riconoscerà questi nomi sia per quanto riguarda gli album precedenti, sia all’interno di progetti risalenti a qualche tempo addietro. Mi piace lavorare con persone diverse principalmente perché possono portare contributi che io non penserei nemmeno possibili; in questo modo la musica si arricchisce, diventa più coinvolgente, non solo per me, ma anche per loro stessi e per il pubblico. A questo proposito, fra tutti devo nominare soprattutto Martina Horváth, che ha già prestato la sua voce a due album dei Thy Catafalque (canterà anche nel prossimo); ha portato veramente una nuova dimensione alla musica.

Uno degli aspetti di Naiv che mi hanno affascinato fin dal primo approccio è stato sicuramente l’artwork. Avevi già un interesse pregresso verso i motivi a ricamo [nel booklet del disco è specificato che una fonte di ispirazione è stata il volume ‘Keresztszemes Minták Mai Alkalmazása’, pubblicato nel 1968], oppure hai fatto qualche ricerca specifica per questo album?

Il motivo decorativo principale, quello con il tulipano, viene da una scatola tradizionale ungherese che mi è capitato di notare a casa di mia nonna, quando l’ho visitata durante l’estate del mio ritorno. La mia ragazza lo ha copiato. Poi abbiamo aggiunto i motivi spaziali e ispirati alla scienza. Abbiamo eliminato i colori originali, applicando la palette Khokloma, che è uno stile popolare più diffuso in Ucraina e in Russia. Infatti, non volevo che si trattasse semplicemente di motivi ispirati alla tradizione ungherese, è molto più appagante divertirsi a mescolare culture diverse.

In un’intervista passata, hai sottolineato la connessione tra ciò che tu fai in ambito musicale e quello che fanno i pittori naïf nelle arti visive. In effetti, l’impressione che ho avuto ascoltando la tua musica è che suona spontanea e si stampa subito nella mente e all’animo dell’ascoltatore, eppure a un ascolto più attento si scoprono molti strati, che ogni volta riescono a sorprendere. Sei libero di smentirmi. È un effetto voluto?

Lavoro molto a ogni brano, ci investo moltissimo tempo, ma se i pezzi suonano comunque spontanei è una gran cosa! In realtà, però, non è un effetto che vado ricercando; io compongo la musica proprio così, strato dopo strato, come un pittore che lavora meticolosamente sulla tela. Non è affatto un approccio rock’n’roll.

Parlando dei brani di cui si compone Naiv, uno dei miei preferiti è “Embersólyom”, che, se non erro, dovrebbe significare falco umano. Hai scelto di concentrarti sulla figura del falco per qualche motivo legato al folclore e/o alla religione?

In verità, “Embersólyom” è la cover di un brano di una vecchia band di musica folk ungherese chiamata Kaláka. Questa traccia proviene da un loro disco del 1998 e, fin dalla prima volta che l’ho ascoltata, l’ho amata. Esatto, il titolo significa falco umano e il suo testo è abbastanza oscuro e fumoso. Secondo la mia interpretazione, parla di una liberazione o di una resurrezione, in un’accezione più ampia, quella del lasciarsi dietro tutto, rinascendo in una nuova vita.

Un’altra delle mie tracce preferite è “Kék Madár”. Che storia ha dietro?

“Kék Madár” significa uccello blu, mentre il suo sottotitolo “Négy kép” significa quattro immagini. Si tratta di un brano strumentale che può essere suddiviso in quattro parti, ovvero quattro immagini che sono collegate tra di loro, come le scene di una storia. Io ne apprezzo soprattutto il flauto, che per l’esattezza è una quena, strumento a fiato del Sudamerica. Potresti sentirci anche una cetra, ma si tratta del sintetizzatore. È un brano avventuroso, sono contento che ti piaccia.

Il sound dei Thy Catafalque incorpora diversi elementi collegati alla musica popolare. Qual è l’importanza del patrimonio culturale ungherese, in relazione alla vostra arte?

Penso che sia abbastanza normale. Il fatto è che ci sono nato, quindi viene in maniera naturale, non sono un conservatore o un tradizionalista. Si tratta della mia cultura, della mia infanzia, del suolo su cui sono venuto al mondo. Per questo motivo quando parlo, suono oppure scrivo, tutto questo emerge in maniera naturale. D’altro canto, però, provo molto interesse per le altre culture, quindi anche queste ultime ricoprono la loro parte nella musica.

All’interno di Naiv si trova anche molta synthwave anni Ottanta. Ci sono dei musicisti di quel decennio che ti hanno ispirato?

Mmm, in realtà quando si parla di musica elettronica la mia ispirazione maggiore viene dai Kraftwerk, che adoro, in particolare dai loro lavori degli anni Settanta. Per me gli anni Ottanta sono sinonimo soprattutto del metal e dei Depeche Mode, ma non li assocerei alla synthwave, perciò probabilmente non c’è stata un’influenza diretta in questo senso.

Da poco è stato pubblicato un boxset di tutti i lavori precedenti dei Thy Catafalque intitolato Köd Utánam. Qual è il disco con cui senti di avere il legame più profondo e perché?

Una domanda molto difficile. Conservo delle memorie molto care legate a tutti i miei dischi, per motivi diversi. Questi album rappresentano dei momenti della mia vita completamente diversi, perciò quando penso a uno di essi non mi viene in mente la musica stessa, ma le memorie che vi sono collegate. Musicalmente parlando, direi che il mio preferito è Sgúrr [uscito nel 2015]. Penso che sia uno dei dischi meno conosciuti, ma credo di essere riuscito a catturare in un modo molto coinvolgente l’essenza delle Highlands scozzesi e delle mie lunghe arrampicate in solitaria.

Il progetto Thy Catafalque vanta ormai una storia lunga. Se paragoni la scena musicale così com’era all’epoca di quando hai cominciato a quella attuale, che cambiamenti puoi notare?

Probabilmente la differenza più grande sta negli strumenti di produzione che abbiamo ora rispetto a quelli che avevamo negli anni ‘90. Mi ricordo che nel 1997, mentre registravo l’album Darklight del mio primo progetto, non avevo abbastanza spazio nella memoria del computer per i brani lunghi, perciò ero costretto a convertire i file da formato wav in mp3 da 128 kbps, poi dovevo cancellare i wav e continuare a lavorare alla traccia successiva. Quanto suonerebbe assurdo oggi? Poi, quando registravamo la nostra prima demo con i Gire nel 1996, nessuno in città, nemmeno nello studio, aveva un masterizzatore di CD, perciò ci siamo dovuti spostare nella grande città più vicina e trovare qualcuno che potesse masterizzare il CD per noi. Quello che ora abbiamo a disposizione nelle nostre case, pronto all’uso, è infinitamente più di quello che avevamo allora, il che è fantastico; tuttavia, l’originalità, la creatività e il bisogno di esprimere se stessi sono comunque necessari, e questo sarà sempre il fattore più importante.

Tra i ricordi che hai sicuramente accumulato durante la tua carriera con i Thy Catafalque, ce n’è uno a cui sei particolarmente affezionato e che vorresti condividere con noi?

In realtà, visto che il progetto Thy Catafalque non ha mai suonato dal vivo, né fatto delle prove vere e proprie, non ci sono delle vere storie. Mi ricordo però con affetto di quella volta in cui mi invitarono nel quartier generale della Season Of Mist a Marsiglia e andai a cena con Gunnar e Guillaume della label. C’erano anche Rune, cioè Blasphemer dei Mayhem, e sua moglie, Carmen degli Ava Inferi; quello è decisamente un bel ricordo.

Ti ho appena fatto delle domande riguardo al passato, cosa puoi dirci però riguardo ai tuoi progetti futuri?

All’inizio del prossimo anno, l’EP Zápor verrà pubblicato su CD e vinile, mentre il prossimo full length è a metà della sua lavorazione. Vedremo come vanno le cose e speriamo di poter riprendere in mano le nostre vite, o avremo altro di cui preoccuparci, che non sarà solo la musica.

In chiusura, potresti consigliarci qualche band ungherese meritevole di essere inclusa nella nostra raccolta musicale?

Certamente. Mi piacciono molto Watch My Dying, Svoid e Ordog. Meritano un ascolto!

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