Vent’anni e non sentirli: due chiacchiere con gli Ufomammut

Gruppo:Ufomammut
Formazione:

  • Urlo – Basso, Voce
  • Poia – Chitarra
  • Vita – Batteria

Due decenni di attività non sono un traguardo banale. Ancora meno se intrisi di coerenza e solidità a livello sia musicale che di formazione. A festeggiarli in questo 2019 sono gli Ufomammut, eccellenza della musica pesante nostrana, con cui abbiamo avuto il grande piacere di scambiare quattro chiacchiere prima della loro esibizione all’East Edge Festival.


Avere vent’anni: considerazioni personali su questa vostra esperienza.

Urlo: Oddio, un po’ più di venti…
Vita: Eh… non lo so, siamo vent’anni più vecchi, abbiamo vent’anni di esperienza in più in musica. Non è neanche facile da descrivere, cosa puoi dire? Sono vent’anni…
Poia: Che poi non sembrano neanche venti. Non dico che sembra ieri, però se ci pensi è passato del tempo, ma non è neanche una cosa che dico «cavolo, che vecchiaia»… no, è il naturale scorrere degli eventi che ci ha portati, un po’ per fortuna e un po’ per ostinazione, a essere ancora qui.
U: No, sì, è vero…
P: Son pienamente d’accordo a metà col mister!

Dato che siete comunque stati sempre voi tre, in questi vent’anni, ci sono stati dei momenti critici, qualche scazzo personale?

U: Sì, logicamente sì. Siamo comunque persone diverse, anche se suoniamo assieme da vent’anni abbiamo la nostra vita, ognuno segue la propria strada e così via: alcune volte ci siamo scontrati ma abbiamo sempre risolto, è andata sempre bene. Poi sono punti di vista, magari c’è qualcuno che dice «sono ancora insieme, dopo vent’anni, che due palle…».
V: Magari chi ci ha lasciati per strada…
U: La cosa che ci ha sempre uniti è la cocciutaggine, abbiamo avuto altri componenti che poi se ne sono andati: chi aveva la ragazza e non aveva tempo di suonare…
V: Veramente ce l’avevamo tutti la ragazza, non è che… Non è che noi eravamo single e lui era fidanzato, no!
U: Ma sì, chi si è stufato semplicemente e boh, chi magari pensava di fare i miliardi con un progetto con cui è difficile farli…
V: O che magari all’inizio si aspettava troppo e non ha avuto pazienza.
U: Per una ragione o per l’altra, noi alla fine abbiamo sempre creduto in quello che è la musica. Siamo ostinati, cerchiamo di seguire una strada: se sia giusta o sbagliata non lo sappiamo, ma è quello che sappiamo e che ci piace fare e che ci ha portati alla fine a stare insieme dopo vent’anni.

Ci sono dei momenti particolari che ricordate con piacere?

U: Sì, sicuramente. Quando magari ti capita di fare dei concerti in cui alla fine siamo felici, perché la reazione della gente è stata incredibile, nel senso che ci ha dato soddisfazioni. Magari anche piccole, come suonare insieme a band di amici, trovarci bene a un festival.
V: O incrociare i propri idoli di gioventù, è capitato diverse volte.
U: Tra l’altro, hai visto chi suona al Motocultor?
P: Il giorno in cui suoniamo noi.
V: Sì, ma non mi ricordo…
U: I Voivod e i Sacred Reich!
V: Ah sì, è vero, esatto… Beh sì, aver la possibilità di suonare in grandi festival ti dà anche questa opportunità, di conoscere… Che poi qui stiamo parlando tipo dell’anno scorso, quando per la prima volta nella mia vita ho conosciuto Dave Lombardo. Cioè, lui ha cinque anni più di me, non è che è Matusalemme!
P: Un momento, il punto è non è che tu non sei Matusalemme!
V: No, nel senso, non è che io sono il ragazzino e lui l’idolo. Ha cinque anni più di me, lui è del febbraio ’64 e io febbraio ’69, perciò ecco. È incredibile l’emozione, mi ricordo il secondo fest che abbiamo fatto: subito ho detto «ragazzi, dopo il concerto io faccio su tutto e scappo», perché c’erano i Destruction che suonavano e avevano iniziato dieci minuti prima che noi finissimo, perciò avevo fretta. Sono riuscito a vederli un quarto d’ora, venti minuti. Si rimane comunque sempre, prima di tutto, fan di musica più che musicisti.
U: Alla fine fai parte di una specie di famiglia in cui magari non conosci i parenti lontani, tipo Dave Lombardo o altri miti… ma poi quando li conosci è come se li conoscessi da sempre. Gente che come te ha dedicato parte della sua vita a creare qualcosa senza una ragione precisa, perché è quello che sai e che ti piace fare.

Nel vostro prossimo cofanetto in uscita a settembre ci sarà la registrazione del concerto tenutosi lo scorso aprile. Un concerto un po’ atipico, dato che un grande elemento della vostra musica è il muro di suono, l’impatto frontale. Una versione acustica è stata molto bella da sentire e vedere su video, ma anche strana: qual è stata la vostra impressione, il clima che si è creato?

U: Noi abbiamo registrato l’EP, perché sono sei brani, durante il tour primaverile. Erano dieci date in Europa e per queste dieci date, insieme a Ciccio e Stefano Tocci, che sono il nostro fonico live e un vecchio amico con cui registriamo a volte, che suonava negli Incoming Cerebral Overdrive, abbiamo deciso di registrare queste sei tracce. Volevamo fare qualcosa di diverso, di mai fatto. Quello che non avevamo mai fatto era suonare in un altro modo i nostri pezzi. È stato strano: personalmente, le prime date ero un po’ impaurito, sia perché non sapevo come sarebbero venute, sia per la reazione del pubblico, non sapevo cosa aspettarmi. Invece devo dire che alla fine è stata un’emozione strana, è stato bello perché molta gente, alla fine del concerto, ci ha detto che era il nostro concerto più bello che avessero mai visto: emozionante, inaspettato, c’era una crescita differente… perché noi facciamo questa parte acustica e poi cominciamo il concerto. Per cui boh, sentendo anche dopo la registrazione io sono molto soddisfatto, è tra le cose più interessanti che abbiamo fatto negli ultimi anni, un po’ diversa, particolare. Magari meno Ufomammut di tante altre cose, ma alla fine molto Ufomammut.
P: Beh, il tocco è quello. È stato strano e stimolante.

In certi punti sembrava di ascoltare i Pink Floyd.

P: Forse si capiscono di più le nostre influenze.
V: Che abbiamo sempre coperto un po’ con il muro di suono.
P: Esatto, però le nostre influenze vengono da musica non dico meno pesante, perché in realtà la forza dirompente di un gruppo come i Beatles va al di là del suono, insomma, anche quella dei Pink Floyd… è più uno stato mentale che è rimasto sottotraccia per tutti questi anni e che in qualche modo riemerge in quest’ultima versione di Ufomammut.

Anche le copertine sono state riadattate: sono molto minimaliste e ricordano un po’ il cofanetto dei Neurosis uscito non troppo tempo fa… Com’è nata quest’idea, di rimettere insieme tutti gli album e dar loro una nuova veste?

U: Per i quindici anni abbiamo fatto un DVD, con una specie di storia, un’intervista, un live. Per i vent’anni ci sembrava arrivato il momento di fissare un punto e poi, in teoria, ripartire da quel punto, mettendo insieme tutti i dischi che abbiamo fatto, dando più importanza alla musica: per quello le copertine sono semplicemente dei simboli che rappresentano ciò che sono i vari album, anche se poi nel cofanetto ci sarà un libro con tutte le copertine originali. Quindi abbiamo fissato questo momento con un catalogo con tutta la musica fatta, insieme a quest’ultimo esperimento che abbiamo portato in giro la scorsa primavera.
P: Era un’idea che ronzava da tempo. Stavamo appunto pensando di fare un cofanetto, l’occasione dei vent’anni si è rivelata di lusso.
U: Mi ha fatto molto ridere Steve Von Till, abbiamo suonato con loro a Roma e Milano. Ha detto «che stupido, quest’anno avete fatto vent’anni voi, vent’anni gli Amenra e vent’anni la Neurot e non abbiamo fatto niente. Facciamo così, quando facciamo tutti ventitré anni, un numero a caso, facciamo qualcosa insieme!». Che poi alla fine è una cosa umana, quella di fare i cinque, i dieci anni…
P: In realtà è un fluire continuo…
U: Anche perché i nostri vent’anni scoccano a febbraio.
V: Come i bambini, vent’anni e sei mesi. Comunque non è un traguardo da tutti, con sempre la stessa formazione.
P: Che sia sempre quella iniziale. Con molte band capitano varie reunion, però ce n’è tipo solo uno originale, a volte nemmeno pure quello.

Tra tutta questa musica, c’è qualche disco a cui ciascuno di voi è più affezionato, o che farebbe diversamente?

V: Tutti i figli so’ piezz ‘e core… no no, è sicuramente diverso.
P: Io continuo a dire che Eve è il mio disco preferito.
V: A me piace molto Eve, mi piace anche Oro: Opus Alter, mi piace tantissimo. Mi piace anche molto Ecate e 8.
U: Se ne metti altri tre, li abbiamo detti tutti.
V: No, però secondo me sono quelli più… Non so, meglio strutturati. Secondo me, non so voi.
U: È strano sentire i primi dischi e sentire gli ultimi. Nel senso, nei primi dischi i pezzi erano molto più semplici, ma c’era un’intensità che secondo me sentendo gli ultimi manca, ma al tempo stesso c’è una maturazione.
P: Si chiama giovinezza versus vecchiaia!
U: Per cui è strano, è difficile dire qual è il disco… Forse sì, Eve e Oro sono quelli che hanno cambiato un po’ quello che stavamo facendo. Prima di Eve eravamo un po’ più diretti, pestoni e così via, dopo abbiamo cominciato a strutturare i brani. Non so, spero che verrà fuori un altro disco ancora diverso.
P: La cosa fondamentale è che ogni volta cerchiamo sempre di non perdere l’entusiasmo, nel senso che non sappiamo mai se il risultato sarà quello che ci immaginiamo. Cerchiamo di non essere ripetitivi, di costruire su quello che abbiamo fatto ma di fare nuove esperienze sonore, per cui ogni volta affrontare un nuovo disco come se fosse una nuova sfida aiuta tantissimo. Io non riesco neanche a immaginarmi a suonare lo stesso genere di musica… Non inteso come genere in sé, ma con lo stesso groove e tutto. È bello riuscire, pur nella nostra incapacità tecnica, a evolverci. Dovrebbe essere l’obiettivo di ogni artista, al di là della musica.
U: Ci sono molti gruppi che spesso ripetono cose anche già fatte da altri, noi l’abbiamo sempre trovata una cosa triste. Anche ripetere quello che abbiamo già fatto. Poi è logico che la timbrica, lo stile è quello, cerchiamo di dare un’impronta Ufomammut, una riconoscibilità, mentre altre band si accontentano di suonare in un certo modo perché quello è il modo che funziona, quello è il genere imposto.

Considerando che siamo adesso in un locale che, nella zona, ha la sua importanza in quanto organizza costantemente eventi di un certo livello, come quello di questa sera… Parliamo del discorso live in Italia: nel Nordest diciamo che non c’è più quasi niente. Voi come vedete questa situazione, in generale? Pochi locali, spesso abbastanza isolati?

V: Non cambia, né in Triveneto, né in Piemonte, al Sud o al Centro.
P: Sì, ci sono alcune città che si prestano di più a essere ospitanti nei confronti della musica, come Milano, o le grosse città. Però già Genova, per dire…
U: A noi è capitato di suonare più volte in posti in cui non ci era mai capitato di suonare, ma che dopo uno o due anni non esistono più. Penso anche al Tetris.
V: Sì, ci abbiamo suonato due volte. Piccolo ma molto bello.
U: A me il Tetris è sempre piaciuto tantissimo. Quando poi ha chiuso, a me è dispiaciuto ma capisco che è difficile mantenere il giro se non c’è l’interesse della gente.
V: Se non hai il supporto del pubblico, il supporto generale della cultura italiana… Cioè, noi non investiamo in queste cose qua, non ce ne frega un cazzo. È tutto collegato.
U: Ieri ero a Trieste e la sera era un inferno: perché quando suonavamo al Tetris c’era gente che andava al Tetris anziché andare a bere e urlare e fare i cretini altrove? È un modo di aggregarsi anche quello.
V: Ma vedo anche dalle nostre parti, ad Alessandria, che è uguale. La gente si lamenta che non c’è niente da fare, non c’è niente da fare, ma quando c’è qualcosa da fare, non va. Noi siamo di quelle parti lì ma non è che ci suoniamo così tanto. Quando capita, non c’è la gente che dovrebbe esserci.
U: Eh, ma c’è tanta gente che chiede «oh, ma quando suonate?».
V: Se avessi avuto un euro per tutte le volte che me l’hanno chiesto, sarei milionario!
U: Poi suoni e non c’è mai nessuno, ma che cazzo.
V: «Quando suoni da ‘ste parti?». Abbiamo suonato a cento metri da casa tua, più da ‘ste parti di così si muore!

Ma infatti mi ricordo tempo fa, che pensavo: ma gli Ufomammut non vengono mai in Italia, sempre all’estero.

U: In Italia il problema, alla fine, è che mancano i locali per suonare. Le date in Italia le organizziamo noi ed è difficile: riusciamo a trovare a Torino, Milano, Roma, Ravenna, Bologna. Poi è capitato magari Bolzano, perché c’era questo posto che poi è sparito. Poi il Tetris ci piaceva.
P: Alcuni locali riescono a rimanere sulla cresta dell’onda.
U: Sì, quelli un po’ più grossi, che magari sanno fare una programmazione differente. Però anche Ravenna, mi hanno detto che hanno avuto degli anni difficili, ma lui ha tenuto duro ed è stato ripagato. Poi nelle città grosse duecento o trecento persone a vedere un concerto ci vanno.
P: Se pensiamo che abbiamo suonato in Australia, lì alla fine non è che puoi suonare in tanti posti. Sono cinque, sei città principali e suoni lì. In Italia alla fine non dico che è uguale, però…
U: È l’interesse per la musica. Per dire, abbiamo suonato a Los Angeles, una città con milioni di abitanti, ma c’erano duecento persone. Rispetto a quella popolazione è un fiasco clamoroso, mentre qua è una figata. Manca un po’ la cultura per la musica, poi c’è una sorta di moda anche nella musica: sono andato a vedere i The Body a Milano e ho notato che c’era veramente una situazione strana, tanta gente che era lì non per il gruppo secondo me, ma perché fa figo essere lì. Un po’ come i Sunn, molti ci vanno perché fa figo.
P: Sì, loro sono riusciti in qualche modo a superare i confini di genere ed essere interessanti anche per chi non ascolta questo genere. Da quel punto di vista lì sono stati bravi. Da altri, se vai a vedere in sostanza di cosa si sta parlando, ti rendi conto che le realtà innovative sono state altre. Ovviamente la gente, un po’ in tutti i campi, non approfondisce mai. Il fan di musica sì, ma l’ascoltatore occasionale rimane confinato: andiamo solo se fa figo, oppure ascolto quello che passa alla radio, anche senza arrivare alla musica più commerciale del mondo. Anche nell’ambito metal, ci sono diversi livelli di profondità a cui qualcuno può ambire e pensare di arrivare. È ovvio che c’è bisogno di dedizione anche nella conoscenza.

Il contrasto forte in questa zona si nota con Lubiana: lì c’è qualunque tipo di concerto, un sostegno diverso alla musica.

V: Ma basta passare il confine, anche tra Italia e Svizzera: hanno già un’altra cultura del rock, del metal, è diverso.

Tornando alla musica su disco, 8 adesso ha due annetti.

U: Uscito da due anni, registrato da tre più o meno.
V: Registrato nel 2016, uscito nel 2017, madonna, vecchissimo davvero…
P: Vedi come si fa ad arrivare a vent’anni? Si lascia passare del tempo!
U: Sì dai, c’è qualche idea. Questo ventennale ci ha un po’ rallentati… Eravamo partiti con il lavorare a nuova musica, poi è arrivata questa cosa, a cui ci siamo dedicati. Poi ci siamo fermati, con l’estate ci sono i festival, ce la prendiamo con calma, poi faremo un tour a ottobre. Dopodiché lavoreremo al disco nuovo. Dobbiamo capire anche come farlo, non tornare a fare le stesse cose.
V: Abbiamo già della roba fatta, ma dovremmo riascoltarcela perché onestamente non ricordo niente. Vedremo.

Qualcosa bolle in pentola, lentamente…

P: Sì, quello sempre.
U: Poi un’altra cosa: notavo l’altra sera che è uscito il nuovo dei Russian Circles, uscirà Chelsea Wolfe… Sembra quasi che ogni due anni debba uscire un disco, una cosa che poi diventa come una catena di montaggio. Non ascolti neanche più di tanto. Per cui l’attesa, per una volta… Magari invece di due anni farne passare tre, quattro. Fare le cose come si facevano una volta, come quando usciva il disco dei Pink Floyd dopo cinque anni.
P: Ma no, loro ne facevano uscire uno ogni due mesi, maledetti! Uno all’anno, cazzo.
U: No, però non avere questo opus… Questo modo di lavorare che ormai è…
P: Modus operandi!
U: Modus operandi, bravo, stavo dicendo la cazzata.
P: Opus moderandi!
U: Opus moderandi che alla fine boh… È vero che oggi c’è un’attenzione molto minore alle cose, si ascolta il disco una volta. Io mi ricordo che quando compravo il CD o il vinile li ascoltavo migliaia di volte. Adesso a volte non so chi sto ascoltando, mi rendo conto e penso: ah, ho scaricato il disco di questi qua, chi sono? Non mi ricordo.
P: Bello, mi piace, chi sono?
U: Eh, esatto, è brutto. Invece delle cose che avevi ascoltato, quelle che ti piacciono veramente, ti compri il disco, lo ascolti. Però è molto raro, c’è un continuo buttar fuori roba che a volte fa perdere un po’ il senso di quello che sta succedendo. Una catena di montaggio.
P: C’è anche la tendenza a mollare subito. Quando sentiamo qualcosa che non ci piace pensiamo subito: ah, no, lasciamo stare. E anche questo secondo me era diverso. Una volta ci prendevamo i CD che magari non ci piacevano, però ci sforzavamo di ascoltarli prima di rivenderli per comprarci quelli belli. Con la facilità con cui si ottiene la roba nuova si rischia di buttar via delle perle. Molti dischi meriterebbero più attenzione, poi magari li riscopri dopo anni e pensi: ma perché non l’ho ascoltato allora? Come ho fatto a non accorgermi di questa band?

Foto di Margot Furlanis

XX uscirà il prossimo 9 settembre su Supernatural Cat ed è preordinabile qui.

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