UNDERFLOOR

Gruppo: Underfloor
 
Formazione:

  • Guido Melis – Basso elettrico e Voce
  • Marco Superti – Chitarre e Cori
  • Giulia Nuti – Viola e Tastiere
  • Lorenzo Desiati – Batteria
 

Aristocrazia Webzine ha avuto il piacere di recensire uno dei lavori più interessanti del panorama underground italiano, "Solitari Blu" degli Underfloor. In questa breve chiacchierata vedremo di approfondire e magari di focalizzare qualche dettaglio che il testo redatto ha solo marginalmente sfiorato.

 


 

Benvenuti sul nostro sito, ormai è routine (già sono un abitudinario come direbbe Elio) ma amo iniziare lasciando la parola alle band per una breve introduzione riguardante la propria storia e i membri che la compongono, quindi a voi campo libero.

Guido: Gli Underfloor nascono nell’estate del 2003 come power-trio, formato da me (Guido Melis) al basso e cori, Lorenzo Desiati alla batteria e Matteo Urro alla voce e chitarre. Con questa line-up partecipiamo al Rockcontest 2004, vincendo il Premio della Critica; poi, sempre nel 2004, pubblichiamo il nostro primo cd !Underfloor! e l’anno seguente, oltre ad un gran numero di live, presentiamo uno spettacolo teatrale intitolato "Underfloorence", dove la nostra musica in versione unplugged si alterna alla lettura di frammenti di letteratura del Novecento. Nel 2008 esce il nostro secondo lavoro, "Vertigine", e contemporaneamente vinciamo il Premio Ciampi per la miglior cover di Piero Ciampi. Durante il tour promozionale del disco Matteo decide di lasciare la band, e Marco Superti entra nel gruppo come chitarrista, mentre il sottoscritto passa alla voce solista. Tra il 2009 e il 2010 lavoriamo quindi al nostro terzo disco, "Solitari blu", registrato a ottobre 2010 e uscito il 18 aprile 2011 per Suburban Sky/Audioglobe. Nel frattempo, a cd già finito, entra nella band anche Giulia Nuti, come violista e tastierista.

In tutta onestà non conosco i vostri lavori passati, so però che quando si arriva alla terza pubblicazione di solito si tende a parlare dell'attimo che dovrebbe condurre alla maturità artistica, il cosiddetto salto di qualità. Quali sono state le sensazioni che avete provato nel momento in cui "Solitari Blu" era stato completato, lì fra le vostre mani pronto ad essere ascoltato da altri?

Marco: Fin dal momento in cui le canzoni hanno cominciato a prendere forma abbiamo creduto fortemente nel senso che il nostro lavoro avrebbe preso. Avevamo la sensazione di aver trovato un codice personale e inusuale. Poi chiaramente tutto il processo creativo e produttivo ti porta ad isolarti dall'esterno e il momento in cui proponi il lavoro fuori racchiude un misto di eccitazione e incertezza. Sicuramente quando siamo giunti alla chiusura del disco eravamo felicemente soddisfatti.

Giulia: Io ho ascoltato per la prima volta "Solitari Blu" da esterna, prima di unirmi a tutti gli effetti alla line-up degli Underfloor. Ci siamo trovati in studio con un gruppo di conoscenti e giornalisti. Da collaboratrice e da persona che conosceva bene i dischi degli Underfloor precedenti è bastato un solo ascolto dall'inizio alla fine per avere la sensazione di una netta crescita: un sound più elaborato, brani più a fuoco ed incisivi, la giusta varietà nelle scelte. Ed era un giudizio assolutamente super partes!

Cos'è per voi il rock? L'approccio carezzevole e naturale dell'album possiede una forza raffigurativa prestante che si pone nel ruolo di contraltare al cospetto dell'emozioni frequentemente sommesse e melanconiche espresse. Come si vive questo genere che oltre ad essere musica è un vero e proprio stile di vita?

Marco: Il rock è l'immediatezza del suono, è comunicare cose anche complesse con un impatto forte e semplice. È uno stile di vita nel senso che fa parte di noi mescolare elementi cosiddetti alti e bassi della cultura. E infine è uno stile per la sua gratuità: si passano i giorni a cercare un suono, un equilibrio, per il semplice bisogno di farlo, e credo sia così da quando abbiamo cominciato a suonare.

Lorenzo: Il rock è una filosofia di vita, che io applico ogni giorno nella mia. Non si può fingere di essere "Rock", ma bisogna esserlo dentro, perseguirlo: essere "Rock" per me significa prendere quello che la vita ti offre, cercando di viverla nel miglior modo possibile. Non sempre ci riesco, è un continuo divenire, ma ad ogni modo sono arrivato fin qua.

La formazione è nata come un classico power-trio, adesso che siete un quartetto, con Giulia Nuti entrata a far parte della line-up in pianta stabile, com'è cambiato (nel caso si fosse modificato) il vostro modo di comporre? Ci sono linee guida che seguite e quanto c'è di autobiografico nei testi? Alle volte ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a una persona che nell'attimo in cui era "on air" il brano, prendo a esempio "Solo Un Altro Sogno", fosse lì con me raccontandomi un suo breve spaccato di vita.

Guido: Giudico "Solitari Blu" un album di svolta per noi, in quanto abbiamo cambiato formazione e quindi gli equilibri si sono giocoforza ridistribuiti; allo stesso tempo, da un punto di vista strettamente compositivo, lo giudico anche di transizione, visto che è comunque un lavoro nato in trio. In futuro, potendo contare anche sull’apporto compositivo di Giulia, credo che ci sarà un’ulteriore evoluzione. Riguardo ai testi c’è molto di autobiografico, però la via scelta non è quella della narrazione diretta bensì quella del procedere tramite immagini e suggestioni, caratteristica di molto rock britannico. Il suono delle parole è fondamentale, ma gli "alti bastioni", per fare un esempio, esistono veramente, e ci ho realmente camminato sopra mentre "metà di me" scompariva. Quando in "Cenere" ho scritto Non c’è tempo / steso sull’erba / in cortili deserti avevo in mente il riprovare, da adulto, quella sensazione che hai quando sei bambino, e guardi verso l’alto steso su un prato, ma allo stesso tempo ognuno può vederci quello che vuole, l’importante è che il suono delle parole sia un tutt’uno con la musica. "Solo Un Altro Sogno" è invece un esempio di testo scritto a quattro mani da me e Marco, parla di disillusione e parte dal "risveglio", il momento del passaggio dal sogno alla quotidianità. È un tema che era già presente in altri brani degli Underfloor come ad esempio "Fragile" il cui testo era stato scritto da Matteo: in questo senso "Solo Un Altro Sogno" è a mio parere il brano di maggiore continuità con i nostri lavori precedenti.

Marco: È molto bello quello che tu dici rispetto alla percezione del testo. Riflette l'autenticità di quello che raccontiamo: sì, sono effettivamente emozioni che fanno parte di quello che abbiamo vissuto, filtrate attraverso le suggestioni di immagini e dei suoni delle parole.

In sede di recensione ho fatto notare che nel booklet ci sono delle frasi evidenziate da una colorazione che le pone in bella vista (sempre che uno ci faccia attenzione, ecco perché i dischi si devono avere originali, i particolari ragazzi fanno la differenza) vanno a comporre un breve testo. Suppongo fosse cosa voluta sin dall'inizio giusto? È una summa del messaggio che l'album vuole inviare?

Guido: La cosa è stata voluta, ma non fin dall’inizio: è un’idea che è venuta a me e al produttore Ernesto De Pascale, inizialmente con lo scopo di mettere in evidenza delle parole-chiave, proprio perché la caratteristica di questi testi è il suono delle parole contenute, ancor prima del significato delle frasi.

Come siete entrati in contatto con Gianfranco Chiavacci che ha curato la parte grafica di "Solitari Blu"? Perché avete sentito la necessità di creare un oggetto-disco? L'arte del suono che si fa aiutare dall'arte insita nella forma?

Guido: Proprio perché, come dici, volevamo fare non solo una raccolta di brani ma anzitutto un oggetto piacevole da toccare, sfogliare, oltre che da ascoltare, la copertina era fondamentale. Anche in questo caso l’idea di utilizzare le opere risalenti al 1973 dell’artista Gianfranco Chiavacci è stata di Ernesto, e noi ne siamo stati entusiasti.

L'Italia ha una situazione musicale che potrei definire oscena? Vanta un sottobosco underground florido, in costante evoluzione e capace di sfruttare al meglio le proprie potenzialità se non fosse che poi non c'è una etichetta cosiddetta major disposta a investire due euro su chi non produca roba da X-Factor o d'estrazione Amici, c'è da ringraziare quindi chi come la Suburban Sky (fra le tante) si muove in tal senso. Gli artisti come voi in che modo vivono una situazione che li vede costantemente relegati a un ruolo minore benché qualitativamente possessori di doti artistiche di valore? Cosa deve fare una band per far sì che le platee denominate come illustri possano accoglierli?

Marco: Chiunque lavori ad un processo artistico ha bisogno tanto della motivazione interna quanto di una risposta sul senso di quello che fa. Non è facile procedere quando questo secondo aspetto fatica a crescere. È normale chiedersi il valore di ciò che si fa, quando gli spazi di riconoscimento sono così stretti. Per questo è importantissimo il ruolo di chi questi spazi continua a tenerli aperti. Purtroppo l'accesso a platee ampie in questo momento è vincolato alla disponibilità di risorse economiche forti, fuori dalla portata di piccole realtà. Ma il problema principale è che sono sparite le platee intermedie

Quali sono i limiti più imponenti che ha il mercato musicale italiano? Quant'è colpa di chi produce e quanto di chi compra? È una questione di assenza culturale di base?

Giulia: È una questione culturale soprattutto. Chi produce e ad un certo punto ha perso di vista la qualità, chi comprava e oggi scarica, sono l'aspetto tangibile di un fenomeno (la musica) che aveva un valore sociale diverso rispetto a quello che ha oggi. C'è meno cultura e il pubblico della cultura si è ristretto. Allo stesso tempo, la tecnologia ha influito molto, ha cambiato tutti i parametri di fruizione. Un computer permette di vedere un gruppo dal vivo senza andare a un concerto, di ascoltare un disco senza comprarlo, di leggere la storia di una band senza comprare una rivista specializzata. Per godere della musica non si è più obbligati a spendere e questo implica automaticamente che il mercato, anche per gli appassionati che resistono, è cambiato. D'altronde i cicli fanno parte della storia. Penso che siamo in una fase in cui vanno trovate nuove formule. Esistono congiunture economiche e fasi in cui business che sono andati bene vanno male (viene da pensare questo guardando l'Italia). Ma non credo esistano società senza musica.

Come si può invogliare la fascia d'età più giovane a supportare l'arte in genere?

Giulia: Il divieto non ha senso. Si può chiudere un sito per lo scaricamento illegale e va chiuso, ma non si può pensare che questo mandi a ritroso un processo storico. Lasciare pure quindi che i più giovani condividano, si scambino opinioni tramite i social network, conoscano i gruppi gratuitamente attraverso YouTube perché chi pensa solo ad opporsi ai cambiamenti solitamente perde la chance di inventare nuove opportunità. Però spiegare loro molto bene la differenza tra le cose, il valore della cultura, il percorso che la musica ha fatto nel tempo, insegnare loro a suonare uno strumento.

Lorenzo: Non è semplice rispondere a questa domanda. Nell'Italia di oggi la cultura latita. I giovani sono tagliati fuori, e non è facile per loro perseguire un percorso artistico. Troppa tecnologia, manca la fantasia, non si sogna più. Ecco… La risposta giusta è questa, insegnare ai giovani a perseguire un sogno. A volte non si capisce quanto lavoro sta dietro ad un'opera d'arte: anni di studio, di prove, di fallimenti, di vita vissuta. Se non hai un sogno che ti supporta non vai da nessuna parte.

Cinque dischi, cinque libri e un'opera d'altro genere che ritenete fondamentali per ciò che siete diventati nel corso degli anni?

Guido: Cinque dischi sono pochi, ma se devo scegliere dico "Abbey Road" dei Beatles, "Signals" dei Rush, "Ok Computer" dei Radiohead, "Nursery Crime" dei Genesis e "Solo Un Grande Sasso" dei Verdena. Riguardo ai libri vado veramente sul classico, e dico "Memorie Di Una Casa Morta" di Dostoevskji, "La Montagna Incantata" di Thomas Mann, "Alice Nel Paese Delle Meraviglie" di Lewis Carrol, "Il Caso E La necessità" di Jacques Monod e infine "Otto Anni Ad Abbey Road" di Mark Levinsohn come contributo musicale. Come opera di altro genere non ho dubbi: "Il Posto Delle Fragole" di Ingmar Bergman.
 

Marco: The Beatles – "White Album", The Byrds – "Fifth Dimension", The Smiths – "Hatful Of Hollow", Thin White Rope – "Moonheda", Mahavishnu Orchestra – "Birds Of Fire". Libri: R. Bradbury – "“Cronache Marziane", M. Proust – "Dalla Parte Di Swann", D. Delillo – "Underworld", R. Musil – "L'Uomo Senza qualità", R. Carver – "Cattedrale".

Giulia: Jackson Browne – "For Every Man", Joni Mitchell – "Blue", King Crimson – "In The Court Of The Crimson King", Beatles – "Rubber Soul", Steely Dan – "Gaucho". Libri: Hesse – "Siddhartha", Hemingway – "Per Chi Suona La Campana", Joel Selvin – "Monterey Pop". Il Big Ben.

Lorenzo: Cinque dischi sono troppo pochi… Radiohead – "The Bends", Jeff Buckley – "Grace", Coldplay – "Parachutes", Pink Floyd – "Meddle". Poi tutti i Beatles ma in particolare "Let It Be", che ha segnato la fine di un'epoca.

Le prossime mosse degli Underfloor? Concerti?

Guido: Senz'altro adesso la nostra priorità è il live, e da settembre partirà il tour di supporto a "Solitari Blu"; per il momento abbiamo qualche data sporadica che però è fondamentale per mettere a punto lo spettacolo dal vivo.

L'esperienza live più esaltante che avete vissuto?

Lorenzo: Il mio pensiero va senz'altro al nostro primo concerto molti anni fa al Rock Contest fiorentino di Controradio… Un'esperienza esaltante, che mi ha lasciato un bellissimo ricordo.

Guido: Ho un bellissimo ricordo dei nostri primi concerti nel 2004, quando abbiamo iniziato a capire che stava nascendo il nostro sound. Poi ricordo anche, in tutta sincerità, difficoltà logistiche e delusioni. Adesso sono molto sicuro delle nostre capacità di performer, e il live più esaltante sarà sempre il prossimo.

Il tempo è scaduto, siamo giunti alla fine dell'intervista, vi lascio nuovamente la parola per concludere a vostro piacimento questo gradevole scambio di pensieri.

Guido: Senza alcuna retorica volevo ringraziarvi per l'energia e la competenza che mettete nel fare questa webzine, perché la rete è uno strumento potente quanto delicato, e l'equilibrio nella terminologia di una recensione e nell'analisi di un disco è fondamentale e prezioso.

Facebook Comments