Un'intervista con Feed Them Death tra grind sperimentale, sociologia e letteratura

Un’intervista con Feed Them Death tra grind sperimentale, sociologia e letteratura

In occasione dell’uscita del nuovo ep, intitolato For Our Culpable Dead, abbiamo fatto qualche domanda a Void, anima e corpo del progetto solista Feed Them Death. Il risultato è un’intervista molto personale e dagli spunti decisamente interessanti, tra grind sempre più sperimentale, sociologia e letteratura.


Ciao Void, ti ringrazio per la disponibilità. Per rompere il ghiaccio che ne dici di presentare brevemente Feed Them Death a chi non conosce il progetto?

Ciao a tutti, e grazie mille a te e ad Aristocrazia per lo spazio concessomi. Feed Them Death è un progetto fondamentalmente solista e di matrice death-grind, ma con un carattere parecchio sperimentale. La band è attiva dal 2017 e in questo breve periodo ha già pubblicato due full length album e un ep che è uscito a inizio novembre. Il progetto è nato innanzitutto per essere una sorta di cooperativa anti-sociale dove venissero a collaborare con me vari altri personaggi provenienti dalla scena di musica estrema, e infatti in entrambi i dischi ho avuto il piacere di avere molti ospiti. Musicalmente mi interessa amalgamare elementi che siano il piu possibile eterogenei, mescolando death metal, grindcore, black, harsh noise, drone, elettronica, doom e qua e là un po’ di hardcore punk. L’idea generale e il tentativo è quello di rendere drammatica una musica che tradizionalmente è spesso solo rabbiosa e veloce, ma senza profondità. Da un punto di vista tematico il progetto è anche molto lontano dai canoni del genere, e affronta sì tematiche sociali ma da un punto di vista sociologico–filosofico piuttosto che dando semplicemente eco a una voce semplicistica di protesta. Si potrebbe considerare Feed Them Death come una Thesaurus band del grindcore, un po’ come i Bad Religion lo sono nel punk rock. Oltretutto, il nome Feed Them Death deriva da un testo dei Bad Religion, ed è una cosa importante per me che il progetto attinga da ispirazioni che siano di provenienza diversa rispetto al solito immaginario metallaro.

Panopticism: Belong / Be Lost, uscito in primavera, è un album che reputo molto interessante sia dal punto di vista concettuale che da quello musicale, anche grazie all’inserimento di numerosi elementi tradizionalmente esterni a un genere come il grind. Come pensi sia stato recepito?

Grazie mille per le parole. Sì, Panopticism ha marcato un cambiamento di rotta abbastanza significativo, se paragonato al primo album No Solution / Dissolution, che era un buon album death-grind ma apparentemente più derivativo. Dico apparentemente, perchè in realtà un attento ascolto rivela un certo sperimentalismo, ma mi feci sopraffare dal mio vecchio pallino dell’ermetismo nascondendo molti degli elementi di novità in modo che la gente li scovasse da sé. Un errore di gioventù, considerato che generalmente il rapporto tra musica e ascoltatore è cambiato parecchio negli ultimi venti anni, e la nostra capacità di attenzione è adesso tarata sulla base di social media e gratificazione istantanea senza ricerca o approfondimento. Dunque diciamo che Panopticism è stato inteso come un album nel quale l’elemento sperimentale fosse decisamente meno velato, e traspare in molte tracce in maniera quasi insolente nel mix, con parti drone, harsh noise, synth e addiruttura il theremin. Credo che in generale l’album sia stato accolto bene da chi lo ha ascoltato e approfondito. Capisco di avere composto un album difficile da digerire, ma spero e credo che la gratificazione esista per chi abbia voglia di approfondire l’ascolto. Con l’età ho compreso che non mi importa nulla di arrivare a migliaia di orecchie, se questo significa imbastardire il mio suono e farlo diventare adatto a un ascolto distratto. Ho un rapporto molto romantico con la musica estrema, che considero dover ancora e sempre essere underground e controculturale.

Il 2 novembre è uscito un nuovo EP, intitolato For Our Culpable Dead, che mi sembra proseguire lungo il percorso musicale intrapreso con Panopticism. Cosa ci puoi dire a proposito di questa nuova uscita?

Innanzitutto che concordo con te sul fatto che prosegua, ed espanda, il discorso intrapreso con Panopticism, sia da un punto di vista sonoro che tematico. In termini musicali, ho preso molti degli elementi alieni e di rottura presenti nel disco precedente (parti elettroniche, harsh noise eccetera), spostandoli ancora più all’interno della struttura stessa dei pezzi. Escludendo la prima traccia (che rappresenta anche tematicamente una piccola eccezione all’interno dell’ep), le altre due vanno ben oltre i sei minuti di durata. Panopticism manteneva tutto sommato una struttura compositiva di matrice grind, con pezzi relativamente brevi, e gli elementi di dissonanza erano parecchi ma venivano a galla a intermittenza, permettendo a un minimo di luce di salire in superficie occasionalmente. Questo nuovo ep è rancoroso, dissonante e completamente buio. Diciamo che For Our Culpable Dead è in rapporto narrativo con il disco precedente: in Panopticism c’era un pezzo intitolato “For Our Insolent Dead”, che rendeva omaggio a tutti quelli che, nonostante fossero stati schiacciati dal peso della storia e chiamati pazzi e lunatici, erano in qualche modo riusciti a vivere la loro vita con insolenza e senso del sè, una specie di ode all’isolamento. Il titolo del nuovo ep prende a nolo la stessa struttura grammaticale, ma spostandone il soggetto principale, ed è da intendersi come un canto di odio e sdegno nei confronti di tutte le generazioni passate che hanno contribuito a fabbricare, direttamente o indirettamente, quel meccanismo di esclusione e rovina che si chiama Storia.

Con “Prescience / Evokism III” avevi già anticipato che in futuro avresti usato gli scritti di Theodor Adorno come fonte di ispirazione, per cui sono rimasto piuttosto sorpreso nel trovare un brano basato sul Faust di Fernando Pessoa. Come mai questa scelta? Come mai proprio il Faust dell’autore portoghese e non magari quelli di Goethe o di Mann?

La title track dell’ep e la terza traccia intitolata “The Unattainable Joy” provengono direttamente da alcuni scritti di Adorno, e rispettivamente affrontano il tema della mercificazione dell’arte e la colpa che le generazioni prima di noi hanno avuto nello snaturare le nostre capacità cognitive, lasciandoci in eredità un mondo dove la gioia non solo è perennemente lontana, ma si sposta un poco più in là ogni volta che si crede possa essere afferrata attraverso i metodi moderni di acquisto e di possedimento. Il riferimento al Faust di Pessoa nella prima traccia dell’ep, come dicevo, è un’anomalia, ma solo apparente, considerato che la traiettoria di esperienza e crescita che molti di noi immaginano per se stessi consiste nell’accumulazione, che sia di fama o di ricchezza poco conta. Pessoa mi ha sempre affascinato per il suo essere multiplo e diviso all’interno dello schema dei suoi eteronimi, e preferisco la sua visione di Faust a quelle di altri autori principalmente per il fatto che lui stesso ebbe l’accortezza di definirla una tragedia soggettiva, cioè di tutti noi, togliendola dallo stato di mito e riportandola a terra. Non solo questo, ma come molte altre cose scritte da Pessoa, il suo Faust è incompleto, astratto e metafisico. Una litania dolente sullo stato dell’anima del mondo.

For Our Culpable Dead è una sorta di anticipazione del prossimo full length: dobbiamo quindi aspettarci che le tematiche trattate saranno le stesse oppure ci sarà anche altro? A livello di collaborazioni esterne invece, oltre a Davide Destro apparirà qualcun altro?

L’ep non solo anticipa il nuovo full length, ma presenta pezzi che erano stati pensati per far parte del terzo album, che è effettivamente già pronto ma non sarà pubblicato prima della primavera del 2021. La struttura tematica dell’intero album sarà basata sui testi di Adorno, e specialmente quelli relativi alla mercificazione dell’arte, e della musica moderna in particolare. L’idea è quella di presentare un elemento di critica nei confronti di quelle correnti artistiche che consideriamo erroneamente come d’avanguardia e controculturali (come il metal per esempio), ma che invece sottostanno a regole di mercato che sono generaliste, così modificando non solo la qualità delle opere stesse ma anche il modo in cui esse vengono consumate. Per quel che riguarda le partecipazioni, alcune sono ancora da definire. Davide Destro (LaColpa, MacabroDio) ha nuovamente collaborato con me su una traccia, e molto probabilmente avrò un paio di ospiti speciali sotto lo strumento corde vocali.

Sulla pagina Bandcamp di Feed Them Death campeggia la scritta «Unfit for Mindless Consumption». In effetti basta dare una occhiata ai tuoi testi e ai loro riferimenti (Marcuse, Foucault, Adorno, Pessoa) per rendersi conto che FTD è un progetto che va ben oltre il solo aspetto musicale. Su quali basi scegli le tematiche che intendi trattare? C’è una sorta di filo rosso che lega tra di loro le varie uscite, almeno a livello concettuale, oltre alla critica della società moderna?

Generalmente sono interessato a cose che agiscano contemporaneamente su vari livelli, uno dei quali, anche se non sempre esplicito, è personale e privato. Panopticism aveva come elemento di partenza due libri di critica sociale di M. Foucault, ma l’idea era anche quella di rispolverare la cosiddetta storia della follia e dell’isolamento dei matti all’interno degli ingranaggi della storia, anche e soprattutto alla luce dell’ormai accettato e diffuso stato di sorveglianza nella società di oggi. Poi, a questi due livelli, diciamo uno storico e uno metastorico, si aggiunge un livello di lettura privato: ho infatti dovuto affrontare durante gli ultimi anni il riemergere di episodi depressivi importanti, sia in me che in alcune persone vicine, dunque credo che descrivere la follia sia in parte il mio modo per venirne a capo. La stessa cosa vale per l’ultimo EP, dove a margine di un’analisi sociologica–filosofica proveniente dalla critica alla società dei consumi, e ancora più nel testo influenzato dal mito di Faust di Pessoa, traspare la necessità di affrontare a muso duro il proprio doloroso passato, che sia soggettivo oppure di gruppo, congenito oppure acquisito.

For Our Culpable Dead uscirà su Brucia Records. Come è nata? Oltre al nuovo EP, quali altre uscite avete in cantiere?

Brucia Records è nata per volere dell’amico Giorgio Barroccu, polistrumentista e produttore con molti progetti all’attivo negli anni, tra i quali The Void e Derhead. La label era già attiva da un paio di anni prima che io entrassi in società intorno a giugno del 2020. L’idea di collaborare è venuta in maniera molto semplice, e si deve principalmente al fatto che entrambi volessimo definire una traiettoria di crescita per l’etichetta che passasse attraverso lo sviluppo e la compenetrazione di esperienze e competenze diverse. Non sto qui a dire che la mia partecipazione abbia cambiato gli equilibri o migliorato l’operato di Giorgio, perché anche da solo stava facendo un ottimo lavoro, ma chiaramente ora che si è in due si è più produttivi ed efficienti. Ci siamo preposti un obiettivo preciso, che è quello di produrre sempre e solo musica che noi stessi ascolteremmo, con la cura nei dettagli e l’attenzione che richiederemmo come musicisti a una label. I prodotti finiti intesi come outlet commerciali non ci interessano, ma vogliamo creare collaborazioni artistiche vere e proprie con le nostre band al fine di dare pieno valore alla loro proposta. Ci potremmo considerare agnostici per quel che riguarda i generi di musica che produciamo: in passato abbiamo collaborato con gruppi funeral doom come i Fordomth, passando per il doom-black schizoide dei Wolok, poi black metal ritualistico come Teratolith, e a novembre oltre a Feed Them Death pubblicheremo anche il secondo album di The Sombre, che è la band death-doom di Maurice De Jong, già impegnato con mille altri progetti tra i quali Gnaw Their Tongues, Hagetisse eccetera. Detto questo, stiamo lavorando alle prossime uscite che includeranno anche progetti noise, oltre che qualche chicca black metal e death metal. A noi non importa il genere in sè, al netto che quel che si fa sia estremo, disturbante e in qualche modo sperimentale.

Parliamo un secondo dei Bune, altro tuo progetto musicale con all’attivo un ep datato 2017. Ci sarà la possibilità di ascoltare qualcosa di nuovo in futuro?

Bune è un demone antico che io e Christian Montagna abbiamo invocato un paio di volte. Ci siamo promessi di non sottostare ad alcun obbligo compositivo o di produzione di materiale, per cui è impossibile sapere se e quando le circostanze si ripresenteranno e il demone Bune sarà nuovamente invocato. Al momento sto collaborando con altri due progetti, uno grindcore con esponenti della scena di Londra nel quale canto solamente, e un altro death metal dove collaboro come bassista, ma nessuno dei due è ancora stato reso noto, al netto del fatto che entrambi sono al momento in fase di registrazione.

Ti ringrazio nuovamente per la disponibilità e prima di salutarci ti faccio un’ultima domanda: quali sono le opere — musicali, letterarie, eccetera — che più hanno contribuito alla tua formazione come individuo e musicista?

Grazie a voi per la chiacchierata. Ultima domanda difficile da rispondere. Molte delle influenze superficiali, sia letterarie che musicali, che hanno avuto un impatto in me sono naturalmente rifluite in Feed Them Death, che considero la mia principale emanazione artistica. Ricorderò sempre con affetto la sorpresa dei primi cd comprati, giornate spese a consumare Necroticism in cassetta, o comprare Pierced From Within appena uscito, o le notti in camera al buio ad ascoltare i Nuclear Death, ma per quanto sia semplice vedere quel che ha influenzato il me che sono stato, faccio fatica a definire elementi che siano ancora influenti in ciò che sono adesso. Potrei nominare alcuni gruppi, o qualche autore la cui scrittura nebulosa, privata e dolorosa sia stata un’influenza, ma in realtà tutto cambia, e credo nel tempo di essere stato influenzato più di tutto e con costanza dalla solitudine, che considero co-autrice di molte delle più belle opere, letterarie e musicali, che ho imparato nel tempo ad amare.

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