IT CAME FROM OUTER SPACE #18

TORI AMOS – Under The Pink

 
Gruppo: Tori Amos
Titolo: Under The Pink
Anno: 1994
Etichetta: Atlantic
Autore: Mourning

Mi sono letteralmente innamorato di Myra Ellen "Tori" Amos come artista nell'ormai lontano 1994, anno in cui la statunitense si esibì al Festivalbar con una delle sue hit più famose, quella "Cornflake Girl" che poi mi ha spinto ad approfondirne la conoscenza con l'acquisto di "Under The Pink", il suo terzo album.

La Amos è incantevole quando unisce voce e piano, sempre elegante e raffinata nel dare vita a brani carichi di emozioni; è una fra le compositrici più importanti degli anni Novanta, una di quelle capaci di creare dei piccoli capolavori come "Pretty God Year", "Past The Mission" e "Space Dog", incastonandoli all'interno di un album che molti di sicuro conosceranno già, ma che vale sempre la pena presentare a coloro i quali non l'avessero ascoltato.


THE GORDON HIGHLANDERS – The Bagpipes & Drums Of Scotland

 
Gruppo: The Gordon Highlanders
Titolo: The Pagpipes & Drums Of Scotland
Anno: 1990
Etichetta: Delta Music
Autore: ticino1

Cornamuse, kilt e un carattere a volte rude: questi attributi rappresentano da secoli l'immagine dello scozzese. Durante alcune battaglie della Grande Guerra, così si racconta, sarebbe capitato di vedere il nemico fuggire intimorito dal concerto di tamburi e cornamuse che accompagnavano l'assalto. Chi fosse già stato vicino a una tale formazione dal vivo, conosce la potenza che hanno quegli strumenti arcaici. La stessa potenza la troverete ascoltando questa raccolta di pezzi tradizionali che lasciano intendere l'orgoglio scozzese per la propria patria. Questi brani gravidi di forza e pathos mi hanno aiutato a sopportare momenti duri nell'esercito.


PORTISHEAD – Dummy

 
Gruppo: Portishead
Titolo: Dummy
Anno: 1994
Etichetta: Go! Beat
Autore: LordPist

Ci sono album di cui si parla molto, anche troppo, eppure a volte si ha la sensazione che non sia mai abbastanza, tante sono le corde che questi vanno a toccare, tanti sono gli aspetti dell’essere umano che vengono trattati ed esposti in queste gemme.

"Dummy" è decisamente uno di questi, opera prima di uno dei gruppi di punta dell’influente scena trip-hop di Bristol (che aveva già visto crescere gente come i Massive Attack): quarantacinque/cinquanta minuti (a seconda dell'edizione) di disagiato viaggio interiore, accompagnato dalla spettacolare voce di Beth Gibbons. Il comparto musicale è di una consapevolezza disarmante e trasmette uneasiness con ogni nota, facendo da sfondo perfetto alle meditazioni della cantante. Le insicurezze di un mondo quasi o troppo urbano, i "did you really want?" e gli "how can it feel this wrong?", le decine e decine di domande che ci massacrano in questi "Sour Times".

Un ascolto ogni volta umanamente difficile, ma allo stesso tempo necessario, intimo e pregno di significato. Una di quelle perle che giungono a distruggere le nostre poche certezze e restano lì, alle quali ogni tanto dobbiamo tornare perché rappresentano una parte di noi, forse quella più vera.


ALICE IN CHAINS – Facelift

 
Gruppo: Alice In Chains
Titolo: Facelift
Anno: 1990
Etichetta: Columbia Records
Autore: Dope Fiend

1990, dizionario dei sinonimi: alla voce "disagio" viene aggiunto un nuovo vocabolo equivalente, "Facelift". Il grigiore diventa rabbia, la collera si trasforma in indolenza, un crudo ritratto di angoscia diviene parte integrante di un universo di colori deformi, sbagliati, inconcepibili e — allo stesso tempo — incredibilmente intimi, terribilmente comuni tanto al compianto e inimitabile Layne Staley quanto a me, a te e a qualsiasi poveraccio che in questo mondo si senta come un uomo chiuso in una scatola e sepolto dalla propria merda.

You're there crying, I feel not a thing
Drilling my way deeper in your head
Sinking, draining, drowning, bleeding, dead


SPARKS – This Town Ain't Big Enough For The Both Of Us

 
Gruppo: Sparks
Titolo: This Town Ain't Big Enough For The Both Of Us
Anno: 1974
Etichetta: Island
Autore: Duca Strige

Bang! Un colpo di rivoltella in diretta tv. La trasmissione bucata dallo sparo è Top Of The Pops, vera e propria vetrina per le novità in fatto di gruppi pop, e tutta l'Inghilterra sta assistendo all'esibizione della sensazione glam rock del momento, gli Sparks. Siamo nel 1974.

Lo sparo apre il nuovo singolo "This Town Ain't Big Enough For The Both Of Us". La detonazione è seguita da insistenti note di piano. La regia indugia sul volto del pianista: sguardo assassino e calcolate movenze da burattino, baffetti a spazzola. Pare uno scheletrico mix tra Hitler e Chaplin. Lui è Ron Mael, uno dei due fondatori del gruppo, l'altro è il fratello Russel, quello belloccio con l'aria da invasato e la voce angelica che ora si produce in un acuto belluino. Le ragazzine strillano per lui.

Bang! La band esegue un'esaltante interpretazione di quello che avrebbe potuto essere il miglior brano glam rock inglese di sempre. Peccato che il gruppo non è di origine anglosassone, viene dalla California. Peccato che la stessa formula di "This Town…", ovvero rock energico ed eccentrico con venature operistiche, venga ripresa di lì a poco con zero ironia e ben altro successo di pubblico da un'altra formazione emergente. E pensare che il chitarrista di questo nuovo complesso ha appena fatto un'audizione proprio per gli Sparks. Il giovane fenomeno della chitarra si chiama Brian May.

Facebook Comments

3 pensieri riguardo “IT CAME FROM OUTER SPACE #18

  • 30 Dicembre 2013 in 8:13
    Permalink

    Tori Amos, l’unica donna che sposerei. Per poi divorziare. Per poi risposarla. E così, in un loop infinito.

  • 30 Dicembre 2013 in 10:15
    Permalink

    Ahahahahhahahahahahh

  • 30 Dicembre 2013 in 12:36
    Permalink

    Questo mese abbiamo buttato lì roba mica male eh?

I commenti sono chiusi