IT CAME FROM OUTER SPACE #19

IT CAME FROM OUTER SPACE #19

STONE TEMPLE PILOTS – Core

 
Gruppo: Stone Temple Pilots
Titolo: Core
Anno: 1992
Etichetta: Atlantic Records
Autore: Mourning
Gli Stone Temple Pilots sono una di quelle band scoperte grazie all'amico di sempre, una band apprezzata da subito grazie alla stupenda voce del tormentatissimo Scott Weiland e all'ottimo complesso di sonorità grunge, strano per una formazione proveniente da San Diego; poi ci sono vere e proprie perle come "Wicked Garden", "Creep" e "Plush", che resero l'impatto con "Core" indimenticabile per il sottoscritto. Adolescenza, Rock e Amici: ricordi legati ad anni trascorsi fra continui alti e bassi, ma fortunatamente quasi sempre scanditi da buona musica di cui gli Stone Temple Pilots hanno fatto degnamente parte.

ANTIMATTER – Planetary Confinement

 
Gruppo: Antimatter
Titolo: Planetary Confinement
Anno: 2005
Etichetta: Prophecy Productions
Autore: LordPist

Un cielo grigio, del filo spinato. Così si presenta la copertina di questo disco, terzo lavoro di uno dei progetti più intriganti dell’ultima ventina d’anni nell’ambito della musica degli "sconfitti": Antimatter. Come ormai praticamente chiunque sa, il gruppo nacque a fine anni '90 dal sodalizio tra Duncan Patterson (ex-Anathema) e Mick Moss. Con questo disco si concluse la collaborazione tra i due, che fino a quel momento avevano composto ogni album a partire da intuizioni individuali e dividendosi equamente i compiti di scrittura di musica e testi.

Se con "Saviour" gli Antimatter iniziarono quello che per certi versi fu il loro percorso come l'ultimo grande progetto riconducibile al trip-hop, "Planetary Confinement" segna uno spartiacque importante nella carriera dei due: il complesso mondo elettronico partorito principalmente da Patterson si alterna a una visione costruita su arpeggi di chitarra acustica che accompagnano la calda voce di Moss. Tuttavia, la continuità tematica e atmosferica con altri nomi della scena britannica (Portishead e Anathema su tutti) resta e torna in superficie a più riprese.

Questo album ci mette a confronto con alcune delle nostre paure più intime, come essere schiacciati dal peso di un mondo nel quale non riusciamo a riconoscerci e in cui siamo appunto confinati. Non abbiamo vie di uscita e il pianeta stesso è simbolicamente rinchiuso in un recinto di filo spinato, un recinto nel quale ci chiudiamo a nostra volta per schermarci dalle "alien expressions" che ci circondano nella vita quotidiana. In retrospettiva, questo disco resta un fondamentale passo nella carriera di due musicisti molto interessanti, toccando alcuni degli abissi di miseria esistenziale che nella contemporaneità urbana percepiamo in tanti.


ELEND – The Umbersun

 
Gruppo: Elend
Titolo: The Umbersun
Anno: 1998
Etichetta: Music For Nations
Autore: Istrice

Ultimo capitolo della trilogia battezzata "Officium Tenebrarum" dal gruppo parigino noto al mondo come Elend (composto dai due polistrumentisti Iskandar Hasnawie e Renaud Tschirner), "The Umbersun" è un viaggio terrificante nelle profondità infernali. L'uomo ha mangiato il frutto della conoscenza, s'è macchiato di "hybris", la sua esistenza sarà eternamente contaminata dal suo peccato e nulla potrà salvarlo dalla spirale di dolore e sofferenza che ne deriva.

La proposta neoclassica degli Elend travolge l'ascoltatore senza lasciargli intravedere il minimo spiraglio di luce, i violini salgono al cielo per poi crollare nell'abisso, i sintetizzatori dissonanti creano strutture gigantesche e decadenti, il coro riempie l'aere con potenza inaudita, lacerato costantemente dalle grida di orrore dei dannati. E non aspettatevi nulla di pacchiano, l'abilità degli Elend è straordinaria, il male diventa tangibile, concreto, non c'è possibilità di travisare il senso di "The Umbersun", opera con cui la band conclude la narrazione della caduta dell'Angelo prediletto.

Se pensate ancora che il più alto grado di malvagità e violenza musicale si possa trovare in un disco metal, fatevi un regalo e compratevi "The Umbersun": scoprirete un modo nuovo di concepire l'oscurità.


HEARTS OF BLACK SCIENCE – The Ghost You Left Behind

 
Gruppo: Hearts Of Black Science
Titolo: The Ghost You Left Behind
Anno: 2007
Etichetta: Club AC30
Autore: Bosj

Spiegare perché "The Ghost You Left Behind" sia stato una delle tappe della mia crescita personale è troppo complesso: gli anni del liceo, la musica "nuova", un disco particolare in un momento particolare. Ciò che conta è che l'elettropop del duo svedese, al di là di qualsiasi collegamento emotivo personale, è semplice, diretto e allo stesso modo fresco e capace di svelarsi pian piano, in grado di regalare nuove sensazioni ancora dopo anni e anni di ascolti.

La malinconia di "Empty City Lights", l'innocente e speranzoso romanticismo di "Walking With The Sun", la rassegnazione di "Silver"… Gli Hearts Of Black Science inanellano undici tracce, ciascuna unica e profondamente diversa da tutto il resto dell'album, una più delicata e toccante dell'altra. Ci sono le chitarre, ci sono gli inserti elettronici, c'è qualche eco trip-hop e qualche venatura cantautorale, ma fondamentalmente c'è una sensibilità tutta nordica nel creare già in un disco d'esordio canzoni estremamente fruibili eppure profonde.

Un album che mette in mostra tutte le potenzialità, ma anche e soprattutto tutta la dignità della musica "popolare".


KENOBIT – Kenobit

 
Gruppo: Kenobit
Titolo: Kenobit
Anno: 2013
Etichetta: Autoprodotto
Autore: ColeBlack

Un'immagine un po' pixelata e il bollino del Game Link del primo Gameboy sono il primo – visuale – biglietto da visita dell'opera omonima di Kenobit: chi ha passato la gioventù o l'infanzia tra i piccoli schermi prima monocromatici e poi a colori del portatile Nintendo ha già capito tutto. Il disco di Fabio Bortolotti, noto nome della critica videoludica, è infatti suonato tutto con il Game Boy: sì, quel mattone che ha accompagnato tutte le vostre gite scolastiche è anche uno strumento per creare musica, grazie a tool come LSDj e Nanoloop che lo trasformano in un sequencer 8 bit di tutto rispetto.

Eccoci allora brani pieni di ritmo, bassi pompatissimi e caratterizzati da quel suono così sporco e ruvido, ma anche tremendamente affascinante che ha accompagnato tante mie scorribande: mi sembra di vedere formarsi lì vicino a me la montagna di pile esauste del mio fido Game Boy. Che poi mica “Kenobit” è solo un'operazione nostalgia, eh: ci sono alcuni brani che strizzano l'occhio all'epoca che fu, come la sfiziosissima cover della sigla di "Ken Il Guerriero", mentre roba tipo "The Creeper" e "Fugue In Chip Minor" non scherza mica e, anzi, è un'ottima introduzione a chi, finora, non si è mai approcciato prima al mondo della musica 8 bit. C'è persino una bel remake in salsa Game Boy Music di "South Of Heaven" degli Slayer, per la gioia di tutti gli Aristocratici più metallari, puri e puzzoni.

“Kenobit” lo trovate in offerta libera su Bancamp: non fate i tirchi però, e offrite almeno una birretta al buon Fabio, che ha fatto un album pieno d'amore.


DR. JOHN – Gris-Gris

 
Gruppo: Dr. John
Titolo: Gris-Gris
Anno: 1968
Etichetta: ATCO Records
Autore: Duca Strige

Nella luce fioca e fumosa delle lampadine attorno allo specchio si intravedono alcuni oggetti bizzarri: santini, sacchetti gris-gris, erbe, madonne, c'è pure un cranio essiccato laggiù, nell'angolo più buio. La sala tutta è addobbata di colorati paramenti e ossa, e si respira un'atmosfera magnetica. In fondo siedono il Dr. Poo Pah Doo e il Dr. Didymus ai tamburi e alle conga, immobili come due zombie. Poco più in là si può scorgere il Dr. Battiste al basso affiancato dal Dr. McLean al mandolino e dal Dr. Bolden, che impugna un flauto come fosse un bastone juju. Nel mezzo, una pletora di cantanti e coriste di razza creola capitanate dalla danzatrice Kalinda, oltraggiosamente agghindata di piume come fosse un Mardi Gras.

Tutti questi personaggi sono nati a New Orleans o hanno avuto a che fare con la città, ma fuori dalle finestre non si intravedono le brumose paludi della Louisiana, bensì le luci di Los Angeles. È notte fonda ai Golden Star Studios, generosamente concessi da Sonny e Cher per una sessione di registrazione nientemeno che al gran cerimoniere della congrega, sino a ieri l'azzimato e rispettato session-man Mac Rebbenack e da questa notte in poi per sempre conosciuto come Dr. John, The Night Tripper. Non si tratta di un rito vudù, ma solo perché Rebennack conosce bene le Grandi Madri ed è stato invitato a non dissacrare gli spiriti. Si tratta invece di un'istantanea nemmeno troppo romanzata della notte di registrazione che diede vita al capolavoro di Dr. John, "Gris-Gris", un inimitabile crogiolo di poliritmie tribali, voci spiritate e R&B selvaggio e primordiale. Le radici meticce di New Orleans in mezz'ora di vinile. Un vero e proprio talismano gris-gris.

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4 pensieri riguardo “IT CAME FROM OUTER SPACE #19

  • 24 Febbraio 2014 in 11:16
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    … Ho letto di Kenobit giusto qualche giorno fa, e ora eccolo qui su It Came… Devo giusto fare un salto su Bandcamp!

  • 24 Febbraio 2014 in 20:43
    Permalink

    Cole ma non hai sottolineato la presenza di “Soffia Il Vento”! 😀

  • 26 Febbraio 2014 in 15:28
    Permalink

    [quote name=”M1″]Cole ma non hai sottolineato la presenza di “Soffia Il Vento”! :D[/quote]
    ma Aristocrazia non era un sito ultranazi? 😮

  • 26 Febbraio 2014 in 15:57
    Permalink

    Nazisti e venduti! 8)

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