IT CAME FROM OUTER SPACE #20

PEARL JAM – Ten

 
Gruppo: Pearl Jam
Titolo: Ten
Anno: 1991
Etichetta: Epic Records
Autore: Mourning
   

L'uscita da scuola alle superiori: che casino! Ragazzi che urlavano, gente che sperava di scorgere autobus che non passavano mai e io lì, come tanti altri in attesa, una detestabile attesa resa lieta dalla musica che girava in cuffia. In quel periodo il mio fido lettore cassette della Panasonic era costretto a ingurgitare "Ten" dei Pearl Jam a ripetizione: si trattava — e lo è ancora — di un disco che per un motivo o per un altro mi faceva compagnia, allora come oggi, e non posso negare di essermi ritrovato più volte a canticchiarne i pezzi noncurante di chi mi stesse intorno. Un album profondo e coinvolgente che segnò l'inizio di una lunga serie di ascolti targati Vedder e soci… bei tempi sì, ma non andati.


SMASHING PUMPKINS – Mellon Collie And The Infinite Sadness

 
Gruppo: Smashing Pumpkins
Titolo: Mellon Collie And The Infinite Sadness
Anno: 1995
Etichetta: Virgin
Autore: Duca Strige
   

Ci credereste? C'è stato un tempo in cui un monumentale doppio album di hard rock poteva entrare di prepotenza nell'ambito della cultura pop. E non mi riferisco agli anni Settanta, età d'oro di tanti tronfi doppi album, ma del 1995, anno in cui l'ego smisurato e antipatico di Billy Corgan riuscì a spedire dritto in cima alle classifiche di tutto il mondo "Mellon Collie And The Infinite Sadness", imponente summa dell'espressione artistica del gruppo di Corgan, gli Smashing Pumpkins.

Due cd, "Dawn To Dusk" e "Twilight To Starlight". Alba e tramonto, manco fossimo in piena era concept album, quelli tanto cari al prog rock. A differenza di tanti doppi pastrocchi di incomunicabilità dell'epoca progressive però, il disco degli Smashing comunicò forte e chiaro il suo messaggio rock a una generazione intera, quella in transito dal grunge al pop inglese.

Erano riconoscibilissimi, gli Smashing: Billy con la faccia da bambino cattivo, D'Arcy con la faccia da bambina cattiva, Iha dai tratti orientali e Chamberlin, il teppista. Accendevi la tivù e li vedevi sul set di "Voyage Dans La Lune" per il video di "Tonight, Tonight", oppure nel mezzo delle nostalgiche bravate da college per quello di "1979". Due dei brani cardine degli anni Novanta. Sulle pagine delle riviste Billy le sparava grosse e indossava l'iconica maglietta con la scritta "Zero", la stessa che potevi scorgere nelle scuole e in giro per le città.

Ci credereste? Ci fu un tempo in cui ventotto brani di hard rock metallizzato zuppi di psichedelia fiabesca potevano diventare la colonna sonora di una vita.


FAITH NO MORE – Angel Dust

 
Gruppo: Faith No More
Titolo: Angel Dust
Anno: 1992
Etichetta: Slash Records
Autore: Duca Strige
   

A cavallo tra anni Ottanta e Novanta, i gloriosi anni del "crossover", i Faith No More si presentavano indubbiamente crossover già solo nell'aspetto: Mike Patton in shorts e cappellino con aletta al contrario piuttosto scemo, Jim Martin con l'aria da ex-hippie motociclista con la pancetta, Billy Gould mostrava qualche reminiscenza metal nella chioma ma suonava il basso funk, Mike Bordin portava i rasta e, bestemmia, avevano pure in formazione un tastierista fisso, Roddy Bottum, infatuato di compositori classici.

Attinenza con il look metallaro d.o.c zero, insomma, eppure vennero immediatamente adottati e idolatrati dalla comunità metal, i cinque di San Francisco. Forse perché si era stufi e arcistufi delle pacchianate tipo "death to false metal" di manowariana memoria, e sicuramente perché un singolo riff urlato dalla Flying V di Martin faceva scattare il mosh immediato e si pappava la gran parte dei flosci riff di classico heavy metal che si potevano udire nel 1992.

Ah, i Faith No More… Singoli a tema mestruazioni in cima alle classifiche, cigni bianchi sulle copertine e macellerie sul retro, la violenza inaudita simil grindcore di "Malpractice" che ti azzanna e poi tutte moine per la cover di "Easy" dei Commodores. Che classe! Tra la potenza creativa un po' minchiona del capolavoro "The Real Thing" e la finezza sadica dell'altro capolavoro "Angel Dust", solitamente scelgo di un filo il secondo. Anche perché Patton si era finalmente deciso a girare sul fronte la ridicola aletta del cappellino. Tutt'altra serietà.


SKRUIGNERS – Grazie Di Tutto

 
Gruppo: Skruigners
Titolo: Grazie Di Tutto
Anno: 1999
Etichetta: Tube Records
Autore: Istrice
   

Quattordici anni e sentirsi ribelli: un passaggio che tutti vivono, ognuno esorcizzando il proprio odio per il mondo in maniera differente. La mia valvola di sfogo fu l'hardcore italiano, una scena all'epoca ancora ricca e vivace che diede vita a una costellazione di piccoli capolavori, divenuti negli anni più o meno famosi. "Grazie Di Tutto" dei brianzoli Skruigners da questo punto di vista resta a oggi uno degli album più (giustamente) celebrati e citati della fine dello scorso millennio.

Vittima di un fin de siècle tutto nostrano, il quartetto ruggiva strofe contro tutto e tutti, sessanta secondi alla volta, e sebbene Ivan (voce) non avesse ancora sviluppato appieno il nichilismo che negli album successivi lo porterà a comporre alcuni dei testi più belli che la storia della musica italiana possa ricordare, la capacità di alternare frecciate all'universo a momenti di totale depressione introspettiva riusciva a far emergere il lavoro e a renderlo fin da subito di gran lunga superiore alla maggior parte dei dischi contemporanei.

E così si perdonano agli Skruigners qualche luogo comune e qualche leggerezza di gioventù, se l'altra faccia della medaglia è costituita da canzoni come "Pezzi Bui", "Rifiuto" e "Grazie Di Tutto", brani talmente fondamentali e compiuti che in un sistema ideale andrebbero insegnati al pargolo col flauto in terza elementare.


AUSTIN WINTORY – The Banner Saga

 
Gruppo: Austin Wintory
Titolo: The Banner Saga
Anno: 2014
Etichetta: Reference Recordings
Autore: Kelvan
   

Di colonne sonore dei videogiochi ne abbiamo sentite di ogni tipo, ma alcune sono rimaste nei nostri cuori a tal punto da prendere vita propria. Quella di "The Banner Saga" è probabilmente una delle più profonde e d'atmosfera degli ultimi anni, la quale assume ancora più valore se consideriamo la natura indipendente del prodotto. Il suo compito è primario in accoppiata col gioco, così come se presa singolarmente: esprimere le enormi distese di ghiaccio e desolazione delle lande vichinghe, raccontare i miti di guerrieri e battaglie attraverso corni, violini e voci che si perdono negli echi del vento. Un vero e proprio diamante che non ti aspetti, così come quel capolavoro di cui fa parte che ogni amante dei giochi di ruolo con combattimenti a turni dovrebbe provare nella sua vita. Il disco lo trovate in ascolto gratuito su Spotify, su Bandcamp o al sanguinosissimo prezzo di 1 $ nell'attuale Game Music Bundle 7


GOD IS AN ASTRONAUT – All Is Violent, All Is Bright

 
Gruppo: God Is An Astronaut
Titolo: All Is Violent, All Is Bright
Anno: 2005
Etichetta: Revive Records
Autore: Bosj
   

Ormai è trascorso quasi un decennio da che la formazione irlandese dei God Is An Astronaut ha dato alle stampe il capitolo più profondo, malinconico e ispirato della propria carriera: tappa fondamentale della mia personalissima formazione musicale, "All Is Violent…" è forse l'ultimo, vero picco espressivo raggiunto dal tanto vituperato post-rock (noioso, banale, effimero, eccetera eccetera). Tre quarti d'ora di dialogo interamente strumentale che mai altre volte, prima né dopo, all'interno dei labili confini di questo "non-genere" hanno raggiunto un tale grado di moderna sensibilità.

Non siamo alle prese con le soffuse, imprevedibili velleità artistiche dei Sigur Rós, con gli interminabili riff degli Explosions In The Sky, o con il suono asciutto e primi anni '90 degli Slint. I God Is An Astronaut continuano in maniera del tutto naturale lungo il solco tracciato con "The End Of The Beginning" e, laddove tanti vedono solo autoreferenzialità, io mi schiero dalla parte di coloro che vedono coerenza e ulteriore rifinitura delle stesse materie prime: un approccio personale, estremamente curato tanto in studio di registrazione quanto in sala di produzione, indubbiamente debitore di tanti, ma in cui una sensibilità tutta propria si è fatta largo agevolmente. I dolci e allo stesso tempo sconsolati paesaggi di "Forever Lost", subito seguiti dall'up-tempo di "Fireflies And Empty Skies", dimostrano tutta la limitata, ma allo stesso tempo ampia gamma di variazioni a disposizione dei fratelli Kinsella e compagni, i quali hanno da sempre preferito concentrarsi su poche, personali soluzioni, sviscerandole a fondo, piuttosto che prendere la via della continua e frammentata sperimentazione. Però quelle poche, personali soluzioni, come le hanno create loro, non le ha create nessuno.

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2 pensieri riguardo “IT CAME FROM OUTER SPACE #20

  • 29 Aprile 2014 in 10:59
    Permalink

    Poco tempo fa ho letto su VICE un esilarante articolo su Billy Corgan e su come si è rincoglionito nel corso degli anni 😆

  • 29 Aprile 2014 in 12:36
    Permalink

    [quote name=”M1″]Poco tempo fa ho letto su VICE un esilarante articolo su Billy Corgan e su come si è rincoglionito nel corso degli anni :lol:[/quote]

    Sì, finchè era stronzo era pure geniale. Poi pian piano il rimbambimento e il declino. Succede. Bei momenti sino a Mellon Collie, comunque.

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