EIVØR (26/04/2017 @ Tavastia, Helsinki)

Evento:  Eivør
Data: 26/04/2017
Luogo: Tavastia, Helsinki
   
Gruppi:

  •  Eivør
 

 

Mercoledì scorso sono entrata al Tavastia, aspettandomi di assistere a un concerto intimo, poco affollato e con ben poche sorprese. Mi sbagliavo…


BRUTAL ASSAULT 2013 - Parte IIInnanzitutto, ho cannato totalmente sul poco affollato. Al guardaroba c'era una discreta fila e, voltandomi a destra, ho avuto modo di notare quanto piena fosse la sala dove si sarebbe svolto il concerto. Non ero assolutamente preparata al fatto che un'artista relativamente di nicchia come Eivør (Pálsdóttir, all'anagrafe), proveniente da un posticino piccolo, lontano e scarsamente popolato o visitato come le Fær Øer, potesse avere un seguito del genere. La seconda sorpresa, decisamente più spiacevole, è stata sentire le prime note della chitarra della cantautrice risuonare per tutto il locale mentre io stavo ancora litigando con la cerniera dello zaino prima di lasciarlo in custodia, sebbene fossero appena le 21:10 e l'inizio del concerto fosse previsto per venti minuti dopo. Ho cercato di fare alla svelta e sono entrata a passo di marcia, piazzandomi accanto alla postazione del fonico, mentre dalle casse continuava a risuonare il brano "Mjørkaflókar" («Banchi Di Nebbia»).

L'atmosfera era molto rilassata, l'artista ha più volte interagito col pubblico nel corso della serata in maniera sciolta e simpatica, raccontando aneddoti legati alla composizione delle varie canzoni o traducendone il titolo in inglese. La maggior parte di ciò che abbiamo avuto modo di ascoltare proveniva dall'ultimo lavoro "Slør" («Velo»), che verrà pubblicato in lingua inglese nel Regno Unito nei prossimi mesi. «Ho tradotto tutte le canzoni dal faroese all'inglese e stasera le canterò in inglese per voi, devo ancora abituarmici quindi scusate se incasinerò tutto». Inutile dire che non ha incasinato un bel niente.

La serata e la musica sono andate avanti: "Brotin" («Rotto»), "Verð Mín" (col doppio significato di «Sii Mio» oppure «Il Mio Mondo», «Ma immagino sia più o meno la stessa cosa»), l'ipnotica e bellissima "Salt" (niente di troppo strano, solo «Sale»), strettamente allacciata ai ricordi personali che Eivør ha a proposito del suo mare. In questo preciso momento della serata mi sono resa conto di non trovarmi a un concerto; o meglio, non solo. Ridurre l'intensità dell'esperienza che ho vissuto, dei brividi che ho chiaramente avvertito fino alla punta dei capelli, dell'atmosfera magica che ha circondato ciascuno dei presenti, riportandolo all'occorrenza indietro, a un'epoca in cui gli dèi esistevano ancora; ecco, descrivere tutto questo usando semplicemente la parola «concerto» sarebbe insultare pesantemente non solo Eivør e i musicisti che l'accompagnavano, ma anche me stessa, insieme a tutti quelli che erano lì ad assaporare e godersi la serata.

La voce della cantautrice è ipnotica, acuta, virtuosa e leggerissima, al punto da ridursi ad appena in sussurro in alcuni momenti, per poi invece mostrarsi piena e potente in, ad esempio, "Trøllabundin" («Stregata»), uno dei brani più vecchi, più folkloristici e legati al passato mitico di quelle lontane e fredde terre del nord, nonché quello più atteso dalla sottoscritta. La cosa interessante di questo pezzo è che Eivør lo esegue da sola, accompagnata solo dallo shaman drum; ciò lo rende diverso a ogni esibizione: ho ascoltato diversi video dal vivo, oltre che ovviamente la registrazione su disco, e ogni versione differisce sensibilmente dalle altre, o nella melodia, o nella tonalità.

Per chi non conoscesse affatto Eivør, va specificato che ingabbiare il suo stile musicale in un solo termine è impossibile. Si tratta di un'autrice poliedrica, il cui raggio di interessi si espande fino a toccare l'art pop, l'elettropop, la musica elettronica e, nei primi dischi, persino il jazz. Il concerto ― pardon, l'esperienza ― di mercoledì sera ha spaziato un po' dappertutto, mostrando in maniera evidente i mille volti di un'unica cantautrice. Con "Boxes", la storia vera di un trasloco in Danimarca, e "True Love", dedicata a tutti noi perché «Siete un pubblico fantastico», siamo tornati indietro al disco "Room" del 2012 e a sonorità più pop. Con l'ultima "Í Tokuni", invece, abbiamo fatto un viaggio «Nella Foschia», la stessa foschia in cui Eivør si perse da ragazzina, mentre si trovava sulle montagne. 

A dire la verità, l'ultimo brano non è stato esattamente l'ultimo. L'applauso finale è continuato così a lungo da far tornare la cantante sul palco, sul quale si è esibita prima da sola, con la sua chitarra, cimentandosi in "Famous Blue Raincoat" di Leonard Cohen, a casa del quale andò a bussare da sedicenne, mentre si trovava in Canada; poi con i suoi due musicisti accompagnatori l'ultima cartuccia, stavolta per davvero, "Falling Free".


Descrivere esattamente cosa abbia provato è difficile, ho fatto del mio meglio ma credo di aver tralasciato qualcosa. Sta di fatto che Eivør ha tenuto il palco magnificamente, suonando prima l'ukulele, poi la chitarra classica ed elettrica, poi lo shaman drum; eccezionale lavoro anche da parte del batterista ― e dei suoi cori a dir poco perfetti ― e del bassista, responsabile anche dei sintetizzatori. Posso, anzi, devo consigliarvi di ascoltare i suoi dischi, ma vi assicuro che l'esperienza dal vivo è tutt'altra cosa: la voce è più intensa, più forte, senza sbavature e senza il minimo errore anche nei passaggi più ardui e articolati. Per non parlare dei veri e propri versi emessi; date un ascolto a "Í Tokuni" o "Trøllabundin" e capirete di cosa sto parlando.

Sono rientrata a casa carica, estasiata, con la sensazione di aver sognato. Cosa più importante, l'intera esibizione mi ha spronata a dare, a livello artistico, sempre il meglio di me stessa, il che è un evento più unico che raro. Ve l'ho detto che non è stato solo un concerto, no?

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