HELLFEST 2014 (20/06-22/06-2014 @ Clisson, Francia)

Evento: Hellfest 2014
Data: 20/06/2014 – 22/06/2014
Luogo: Clisson, Francia
   
 

Dopo due anni di Brutal Assault (2012 e 2013, ci scuserete se i report presentano ancora la vecchia impaginazione), gli indomiti e mai paghi aristocratici Istrice e Bosj hanno scelto quale tappa musicale estiva la Francia e il suo Hellfest, festival in fase di grande sviluppo, nato meno di un decennio fa e trasformatosi in pochi anni in un evento dalle proporzioni simili a Wacken. Di solito per inclinazione personale tendiamo a privilegiare eventi di dimensione minore, ma parliamoci chiaro: la reunion degli Emperor era un'occasione tanto clamorosa da non poter rinunciare. È così che armati di buona volontà, del giusto entusiasmo e di tutto l'occorrente per sopravvivere in campeggio in mezzo a decine di migliaia di metallari spicchiamo il volo da Milano per raggiungere la ventilata Nantes e di conseguenza Clisson, piccolo borgo nella Loira Atlantica e sede dell'evento. L'organizzazione è di alto livello e ce ne accorgiamo fin da subito: in pochi minuti recuperiamo i nostri accrediti stampa e andiamo a piantare la tenda nella polverosa area campeggio (nei giorni successivi noteremo centinaia di persone dotate di mascherine contro la polvere, nemica numero uno dei partecipanti, assurdo). Questa zona resta l'unico neo dell'intero evento, troppo piccola per ospitare tutti (molti saranno costretti a piantare le tende nelle zone verdi che circondano l'area del festival) e poco servita. Per il resto siamo anni luce avanti rispetto agli anni precedenti: grandi scenografie nelle zone commerciali e nelle zone dei palchi, su tutte King Kong che scala le costruzioni sotto cui sorgono negozietti e bancarelle.


Day One: Consapevolezza Sconosciuta

Dedichiamo la mattina del venerdì ai beni di prima necessità e ci rechiamo al supermercato vicino per recuperare vivande per i giorni successivi, vivande che si riveleranno fondamentali visti i prezzi tutt'altro che popolari degli stand culinari all'interno dell'area palchi. La nostra giornata musicale inizia nel primissimo pomeriggio, al tendone The Valley, sotto cui saranno protagonisti nel corso del weekend gli artisti stoner e post-metal: i palchi sono infatti divisi sommariamente per genere, oltre al The Valley e ai due Main Stage si trovano The Altar per il death metal, The Temple per black e folk e la WarZone per il punk e l'hardcore. Per inaugurare la setlist di Aristocrazia abbiamo scelto i post-metaller Downfall Of Gaia, il cui sludge lento, potente e ricco di riverberi e reminiscenze shoegaze ci aiuta a scaldare i timpani in vista della fatica a cui saranno sottoposti durante i tre giorni. Bravi e — per quanto mi riguarda — da rivedere, magari al chiuso, magari a un concerto in cui il tempo loro concesso sia superiore. Tra un giro al mercatino (mercatone) di cd e merchandising vario e uno spuntino, riusciamo anche a presenziare agli show di Hail Of Bullets, solidi, e Impaled Nazarene, questi ultimi più per curiosità che per reale interesse.

Il nostro vero festival tuttavia comincia poco prima delle otto coi Kylesa, band di cui abbiamo ampiamente scritto sulle pagine di Aristocrazia e che temo non ci stancheremo mai di vedere. Il quintetto è in grande serata, una immensa "Unknown Awarness" e una "Don't Look Back" viscerale mi fanno ripensare con qualche rimpianto alla loro data milanese, di certo meno riuscita.


Dagli States al Regno Unito, dopo i Kylesa sale in cattedra il primo grande nome del festival per la gioia di Bosj che, non pago di averli visti altre centosedici volte, si dirige sotto il palco per gli Iron Maiden. Io seguo dalle retrovie, meno annoiato di quanto non temessi, le gesta dei britannici, ammirato per la generosità che mostrano sul palco sebbene gli anni d'oro siano palesemente lontani e l'ugola di Bruce a tratti ceda in modo piuttosto preoccupante. Tra una visita all'Altar per salutare Maurizio Iacono e i suoi Kataklysm e un pit stop più sostanzioso al Temple per vedere una fetta dello show degli Watain, come sempre di grando impatto uditivo e visivo, grazie ai tridenti infuocati emblema dei loro live show, riesco comunque ad assistere a un'ampia fetta dell'esibizione dei Maiden e a gustarmi un discreto numero di hit fra cui non possono mancare "The Number Of The Beast", "The Trooper", "Fear Of The Dark" e "Run To The Hills".

Da un anziano all'altro, finita l'esibizione di Eddie e soci ci muoviamo verso il Mainstage 2 per sincerarci delle condizioni odierne degli Slayer. Gli americani, nonostante le vicende recenti tristemente note a tutti, offrono ancora anima e corpo sul palco e — sebbene sulla distanza mi sia impossibile mantenere alto il livello d'attenzione — i vecchi classici fanno una gran figura: "War Ensemble" e "Raining Blood" sono magistrali e ricordano agli astanti che tutto sommato un certo grado di importanza storica sia d'uopo riconoscergliela. Lentamente arriva la mezzanotte e porta con sé il mio evento principale di giornata: gli Electric Wizard. Nonostante sia passato meno di un anno dall'ultima volta (Hell's Pleasure 2013), il "fanboysmo" per loro non è misurabile, così come non lo è l'imponderabile dimensione del muro di suono che esce dagli amplificatori dell'Hellfest. "Supercoven" dà il via a un'ora di enormità sonore, su tutte una possente "Dopethrone" su cui s'innesta senza soluzione di continuità "Satanic Rites Of Drugula", la "danzereccia" "Black Mass" e la solita monumentale e immarcescibile "Funeralopolis", con cui gli Electric Wizard si congedano dal pubblico, radunatosi numerosissimo al The Valley per la loro esibizione. Anche il team di Aristocrazia si ritira nella "necrotenda", con l'infruttuoso obiettivo di recuperare qualche ora di sonno.


Day Two: Attitudine E Rispetto

Premessa: io e Bosj siamo vecchi dentro, lo sappiamo, ce ne vantiamo e non ne facciamo mistero. Ma come riescano i metallari a fare casino tutta notte e poi essere brillanti e pimpanti alle sette del mattino resta per noi qualcosa di oscuro. Evadiamo dalle nubi di polvere che si fanno sempre più consistenti e irrespirabili, e ci rechiamo verso il centro abitato per visitare la tranquilla Clisson, paesino grazioso placidamente appollaiato sulle sponde di un mansueto fiumiciattolo, immissario della Loira. Il borgo antico è delizioso, così come il proverbiale castello, tuttavia sono le zone verdi e i parchi curatissimi a scatenare le ire e le conseguenti bestemmie nei confronti delle amministrazioni italiane. Viste le prelibatezze locali, non ci facciamo mancare un pranzo a base di pesce, molluschi e crostacei prima di rientrare al lavoro.

Il pomeriggio è piuttosto ricco, la nostra scelta ricade spontaneamente (per l'ennesima volta) sul death metal degli Incantation: John McEntee sa fare una cosa quando ha in mano una chitarra e davanti al naso un microfono in cui incanalare la sua voce residua, una cosa sola, ma fatta molto bene. Sul palco gli americani mettono in piedi la prevedibile rocciosa prestazione, senza cali né sbavature; d'altra parte, sebbene non abbiano mai raggiunto livelli di popolarità di altre band death americane, calcano i palchi da ormai venti e più anni, e il risultato è evidente. Dopo aver nutrito orecchie e mente di sano metallo della morte, cambiamo totalmente atmosfera muovendoci verso il The Valley per i Witch Mountain, giovani figli dell'onda anomala di stoner rock che ha travolto il mondo negli ultimi anni. Il rock occulto dalle venature blues dei figli dell'Oregon, capitanati dalla cantante Uta Plotkin (cognome altisonante per la pulzella) è piacevole e ben congeniato, sebbene un po' troppo monotono. Mi appunto anche loro nella personale lista "da rivedere".

Riprendiamo fiato all'ombra nell'area stampa (dove incrociamo peraltro Jus Oborn e consorte) in vista dell'esibizione di uno dei mostri sacri del sopra citato stoner rock: gli Acid King. Purtroppo non sarà la loro serata, forse a causa dell'ambiente non adatto, o più probabilmente degli amplificatori standard del festival poco avvezzi a reggere le bordate di distorsione dei californiani, ma di fatto ci stanchiamo abbastanza in fretta (laddove all'Hell's Pleasure avevamo goduto senza indugi delle "grazie" di Lori) e ne approfittiamo per andare a fare una doccia rigeneratrice che ci aiuti a levarci di dosso lo schifo accumulato fino a quel momento.


Torniamo nella calca verso le otto e mezza con fare losco per prendere una buona posizione per vedere lo zio Max Cavalera. Uno zio che non riesce più a cantare e che tiene la chitarra spenta per non sbagliare, mozzando così ogni pezzo, ma che cionondimeno resta l'uomo che ci ha cresciuti, che ci ha insegnato che bisogna vivere la propria vita come si vuole e, soprattutto, che in essa servono prima di tutto attitudine e rispetto. E anche se non abbiamo più tredici anni ci troviamo a ballare e cantare come due giovanotti, mentre Max guida i suoi Soulfly (e la sterminata famiglia Cavalera che arriva a coadiuvarlo sul palco). Tra un coro da stadio e un'arringa al pubblico nutrito e coinvolto, giungono "Prophecy", "Seek 'N' Strike", "Back To The Primitive", "Tribe", "Jumpdafuckup", "Eye For An Eye". Ci sono proprio tutte, compresa la buona vecchia "Roots Bloody Roots", balsamo per i nostri cuori.

L'avanzare della serata è meno coinvolgente, mi reco distrattamente sotto il tendone a vedere cosa combinano gli Eluveitie, il minimo necessario per constatare che il loro momento non è ancora passato, e anzi il loro seguito si allarga ogni volta che li incrocio, il che — vista la mediocrità degli ultimi album, dopo aver avuto idee oggettivamente vincenti in "Spirit" e "Slania" — mi causa qualche perplessità. La riflessione in realtà dura lo spazio di un secondo, il tempo di passare dal The Temple (nuovamente) al The Valley, dove si stanno esibendo i Monster Magnet, decisamente non tra le mie band favorite, ma tutt'altro che disprezzabili in sede live.

I pezzi da novanta tornano in tarda serata: sono infatti passate le undici quando Karl Sanders e i suoi Nile salgono sull'altare per snocciolare la loro ora di violenza sonora. Enciclopedici come sempre, restano la band che più di tutte mi lascia sbalordito ogni volta dal vivo. Laddove trovo umanamente complesso seguirne gli album nella loro interezza, sul palco, potendo fare una selezione dei brani più pregnanti, diventano una delle migliori macchine da guerra oggi in circolazione e riescono sempre a piantare un piccolo, nerissimo seme di vendetta nel mio cuore. Spettacolari. E giusto per restare in tema "band già viste sette milioni di volte" decidiamo di chiudere la nostra serata coi Carcass: poco da dire sulla formazione inglese, bravi come sempre, anche se meno aggressivi e sanguigni rispetto all'esibizione maiuscola a cui abbiamo assistito un anno fa al Brutal Assault. Salutiamo Jeff Walker e andiamo a nanna.


Day Three: L'Imperatore

Le prime ore della domenica sono all'insegna della spossatezza e delle nubi minacciose. Per fortuna sarà un falso allarme, due gocce d'acqua tanto per umidificare l'ambiente e rendere ancora più fastidiosa l'aria. Fatichiamo non poco ad ammazzare il tempo che ci separa dall'orario di pranzo e quando infine mettiamo il naso fuori dalla tenda i nuvoloni si stanno già spostando, lasciando spazio al sole. Un piatto di noodles e via al The Temple per assistere all'esibizione dei Dordeduh. La band fondata da Hypogrammos, che sfoggia per l'occasione una meravigliosa chitarra di liuteria Manne con cui ravviva il mio recondito orgoglio italico, e Sol Faur (entrambi ex Negura Bunget) era una delle più attese nella mia personalissima scaletta e le aspettative non sono state deluse, anzi. I rumeni si dimostrano grandi professionisti e portano sul palco una discreta dose di strumenti etnici, fiati e percussioni, nonostante il tempo a loro disposizione sia solo tre quarti d'ora. L'inizio è affidato a "Dojana", brano acustico che chiude lo spettacolare album d'esordio "Dar De Duh", in cui il quartetto mette in mostra tutta la propria eccentricità e le proprie doti nel maneggiare strumenti non convenzionali. "Zuh" è immensa dal vivo almeno quanto su disco, "Cumpat" e "Jind De Tronuri" non sono da meno e chiudono un'esibizione troppo breve per rendere giustizia a un progetto che, sebbene sia nato da poco, è destinato a far parlare nuovamente di sé in futuro.

L'altro gruppo che scegliamo per arricchire il nostro pomeriggio sono i Black Tusk, che Bosj non conosce e di cui mi chiede informazioni. La mia stringata risposta ("Savannah, stoner, prodotti da Phil Cope") basta per convicerlo a seguirmi al The Valley. Il concetto che s'era espresso in precedenza per gli Incantation è traducibile anche per la band georgiana: i ragazzi sanno fare una cosa sola, ma sanno farla davvero bene. La loro esibizione è intensa, il piglio hardcore che contraddistingue i loro dischi diventa ancora più marcato in sede live, i brani vengono pescati qua e là da tutta la loro produzione e l'ora di concerto vola via. Da qui in poi la serata, nonostante la mente sia già rivolta all'Evento che avverrà poche ore dopo, non sarà priva di spunti interessanti: come quelli offerti dai Behemoth, in forma nettamente migliore se paragonati agli artefici dell'opaca prestazione al Brutal Assault di un anno fa, sebbene sempre più inclini a scalette "lente" e poco affini ai nostri gusti; o dai Soundgarden, capitanati da un Chris Cornell che francamente pare immune allo scorrere del tempo: le sue corde vocali non sentono minimamente il peso degli anni e fanno tuffare nel passato gli ascoltatori. In un amen mi trovo catapultato negli anni '90, a Seattle ovviamente, e riscopro una band che a suo modo ha segnato parte della mia adolescenza, una band in grado di dominare il palco e di "riffare" duro, catalizzando l'attenzione di un festival in cui francamente, sulla carta, parevano i meno pertinenti.


E finalmente arrivano Loro, la Ragione per cui siamo all'Hellfest, lo Yin e lo Yang del metal norvegese. L'Imperatore è tornato e un brivido corre lungo la schiena quando il meraviglioso blackster borghese Ihsahn (look inappuntabile per lui), Samoth, Faust e soci fanno la loro comparsa sul Mainstage 2 per proporre integralmente, come già ampiamente anticipato, l'intramontabile capolavoro "In The Nightside Eclipse" e celebrarne così il ventennale. Non starò a raccontarvi per filo e per segno l'andamento del concerto degli Emperor, è dato oggettivo che i brani di quell'album resteranno immortali e andrebbero quantomeno insegnati ai bambini nelle ore di musica alle elementari (e magari servirebbe pure farne un'esegesi nelle ore di religione, ma forse esagero), dico solo che una volta nella vita ci siamo sentiti anche noi maghi oscuri e abbiamo inneggiato a Satana come mai prima d'ora. Peccato per i suoni non perfettamente equalizzati: è stato un problema che ha afflitto i due palchi principali per tutti e tre i giorni, e da un festival di queste dimensioni è lecito aspettarsi di meglio. L'Hellfest 2014 muove i suoi ultimi passi coi Black Sabbath, così come Ozzy Osbourne che sembra dover crollare al suolo da un momento all'altro (si scherza naturalmente), mentre ci mette anima e corpo per seguire dignitosamente i riff di Iommi, a tratti drammaticamente moderni ancora oggi.

Giunge in tarda nottata (o mattina molto presto, a seconda di come vogliate vederla) il momento di congedarsi con il festival per la combriccola di Aristocrazia. Il tentativo di rientrare in tenda per dormire un paio d'ore viene infatti vanificato dal caos totale che si scatena per l'ultima notte nell'area campeggio. Storditi per la stanchezza e ciononostante canticchiando incessantemente "I Am The Black Wizards", ci infiliamo fra la baraonda di gente che per celebrare la fine del fest ha deciso di sfruttare i bagni chimici quali strumenti a percussione e ci dirigiamo alla ricerca della navetta che ci condurrà in aeroporto a Nantes. Au revoir Clisson.

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