Hellfest 2024, un glorioso luna park | Aristocrazia Webzine

Hellfest 2024, ovvero quattro giorni al luna park del metal

Tu che leggi, sapevilo. Quello che segue è un racconto della mia esperienza all’Hellfest. Questo significa che, sì, si parla di musica, di band, concerti e quanto immediatamente connesso, ma anche di quello che c’è stato attorno. Essendo tra i più grandi festival metal europei — se non il più grande — ho ritenuto necessario spendere qualche parola sui collaterali di questo mega evento. Quindi non mi dilungo oltre, che quattro giorni con in programma tipo duecento gruppi già prenderanno il loro spazio.

L’introduzione che non volevi leggere

L’Hellfest è un luna park. Quando me l’avevano detto, ammetto di non aver afferrato subito. Abituato a festival medio-piccoli, l’accoglienza di Clisson è stata sorprendente e indescrivibile nella misura in cui, come un bambino vede per la prima volta le giostre, le attrazioni e le fiumane di gente pronte a godersela, l’Hellfest è un luna park. Un parco giochi capace di fare 250mila ingressi e più in quattro giorni con un parterre di artisti e ospiti per ogni palato. Questo, con tanto di concerti in diretta sul canale internazionale arte concerti e con convenzioni dedicate con le ferrovie nazionali.

Non sai come arrivare dalla stazione di Clisson alla sede effettiva del festival? Ci sono settordicimila cartelli per strada. Non li noti? Ci sono i metallari brutti e cattivi che, forti della loro esperienza (o di Google Maps), procedono a passo sicuro. Potrei continuare ancora per un po’ sui lati positivi di quanto ruota attorno al festival, come anche con gli aneddoti sul cibo all’interno del parco. Certo è che ho promesso al lettore un live report e se non parlo dei concerti mi silurano dalla redazione. Quindi, procediamo, un giorno alla volta e con un po’ di pazienza, a dieci anni esatti da quando Bosj e Istrice si sono aggirati per le praterie dell’Hellfest prima di me. Ne verremo a capo, promesso.

Hellfest 2024, giorno 1

Il primo giorno di Hellfest è iniziato in ritardo, per il sottoscritto, ma subito partendo in quinta. Al mio arrivo sul posto, ho fiutato al Temple Stage i (Dolch). Sapevo che avevano un impatto molto grezzo, ma non mi aspettavo tante mazzate. Melodie, atmosfere e voci che si sposano e si completano a suon di doom e malessere. Un filo triste per essermi perso gli Slaughter To Prevail (che alla fine pare abbiano davvero messo su un wall of death che non finiva più), sono riuscito a rimediare infilandomi di lato a uno dei palchi principali per gli Slaye… cioè, per Kerry King, che senza troppa fatica ha tenuto a bada qualche migliaio di persone infoiate a suon di riffoni.

Inarrivabile l’area centrale del palco di Kerry King e soci, inaccessibile il tendone dell’Altar, dove poco dopo hanno iniziato a menare legnate i Brujeria. Visti a debita distanza, i paladini del rigurgito antifascista sudamericano non si sono risparmiati e se non hanno fatto volare qualche dente tra le centinaia di persone stipate sotto al tendone direi che è stato un miracolo.

Con il buon M1 mi ero ripromesso di non ignorare il concerto delle Babymetal e così ho fatto. Il loro palco, uno dei due principali, era affollatissimo. Ora, si potrebbe pensare che è una cosa che dipende dal fatto che erano su uno dei due Main, ma la gente era lì per loro: conosceva i pezzi, si smazzava e, anche quando non era così, ballava e se la godeva. Loro, poi, la sanno lunga: non poteva essere altrimenti, per un fenomeno mondiale che fa i numeri che fa. Carino, ma non la mia tazza di Batman, come si suol dire.

In attesa dell’inizio delle mazzate melodeath dei Dark Tranquillity, che avevo cerchiato in rosso sul calendario, mi sono concesso un passaggio da Sylvaine: un graditissimo rewatch, per me, dopo l’esperienza di Torino e, a quanto pare, un’esperienza graditissima anche per il pubblico, che ha riempito il tendone del Temple fino alla fine del suo ultimo brano senza mollare di un centimetro.

L’avvicendamento Sylvaine/Dark Tranquillity ha visto una rapida migrazione di persone da un palco all’altro, visto che Altar e Temple sono adiacenti. Gli svedesi? Da paura. Con un Mikael Stanne in formissima e una band fresca di nuovi innesti e un nuovo disco in uscita a breve, i Dark Tranquillity hanno fatto volare gente, urlare la folla, sorridere di gioia e piangere. A quel punto per il sottoscritto la serata è finita senza margini di possibile miglioramento, ma il bill aveva ancora qualche sorpresa.

Sul fronte più popolare, gli Avenged Sevenfold, che dal maxischermo dell’area VIP ho avuto modo di vedere come hanno riempito l’arena antistante il Main Stage. Per i più nostalgici, i Sodom. Per i nostri amici vampiri, i Cradle Of Filth. Per gli irlandesi, i Dropkick Murphys. Questo e tanto altro, che forse sarebbe valsa la pena vedere, ma sarà per la prossima.

Hellfest 2024, giorno 2

Il mio secondo giorno di festival sarebbe dovuto iniziare con un po’ di chicche: i The Devil’s Trade, gli Imperial Crystalline Entombment, le Lovebites. Il primo gruppo che invece ho beccato al mio arrivo all’Hellfest, anche se solo di sfuggita, sono stati i The Acacia Strain. Conoscevo solo di nome, ma a giudicare da quello che ho sentito e dal numero di persone che ho visto volare, direi che questo combo death metal è un nome che dovrò recuperare. Primi in lista a essere stati visti per bene, gli Shores Of Null. Davanti a diverse migliaia persone urlanti, i Nostri hanno dato il loro meglio, sciorinando bombe da Quiescence e The Loss Of Beauty, davanti a un pubblico — me compreso — che ha gradito estremamente la loro delicatissima ferocia.

A questo punto, non avendo avuto modo neppure il giorno prima di comprendere la reale estensione del parco giochi, ho vagato in lungo e in largo, imbattendomi in un po’ di situazioni altamente consigliate. Dai Karnivool agli Ereb Altor (la cui fiducia è confermata dopo averli già visti al Frantic Fest) fino agli Speed, vera sorpresa inattesa, per il sottoscritto, che si è trovato davanti a un parterre sterminato di incazzatissimi fan dell’hardcore intenti a macellarsi a vicenda durante il set di questi australiani. Parliamo di una band giovane, con appena cinque anni di vita. Ci sono poche parole per commentarne la violenza e tutte, credo, siano censurabili quindi la rimetto all’immaginazione di chi legge.

Mentre i Fear Factory hanno sfoggiato su uno dei due Main Stage il loro nuovo cantante Milo Silvestro, senza perdere un’oncia della loro classica attitudine che ha fatto affezionare il pubblico al loro sound, i Mork hanno iniziato a tingere di nero il palco del Temple: un’operazione non da poco, considerato quello che sarebbe stato il seguito della serata, e che la band ha portato a termine con successo a suon di blast beat, riff in tremolo e scream virulenti.

Il programma di quel venerdì nero pece, per il sottoscritto, è proseguito con un rapido assaggio di Einar Solberg, che al netto delle ottime doti non mi ha interessato davvero più di tanto, mentre di lì a poco i tamburi della carica hanno segnato l’inizio del set dei Kanonenfieber. La performance del progetto era obiettivamente attesissima e la resa ha soddisfatto ogni fan del progetto. In forma smagliante e sulla cresta dell’onda, la creatura di Noise ha dato tutto quello che aveva ai presenti. Altrettanto sulla bocca di tutti, i Ne Obliviscaris hanno dato il cambio ai tedeschi sull’adiacente Altar. Gli australiani, che da poco hanno annunciato un nuovo tour che passerà anche in Italia, hanno richiamato centinaia e centinaia di fan, sfoggiando un repertorio che ha spaziato tra tutti i dischi della loro carriera, con la chiusura affidata all’immancabile “And Plague Flowers The Kaleidoscope”.

Lacrime, urla, sipario. Avrei voluto seguire i set di Satyricon (per il kvlto) e degli Amorphis (perché sono pezzi di cuore), ma ho ingannato l’attesa nei pressi dell’area stampa, dove per puro caso ho incrociato uno dei personaggi che più aspettavo di quella giornata: Dave Hunt, aka VITRIOL degli Anaal Nathrakh. Per l’intervista, ahimè, ti tocca aspettare qualche altro giorno, ma è in arrivo, non temere. Le ultime battute del set dei finlandesi, tra cui ha figurato una sorprendentemente devastante “Silver Bride”, hanno lasciato l’area Temple-Altar in silenzio per poco; il necessario per settare il mood e far sì che gli animi si infiammassero per l’arrivo a Clisson degli Emperor.

Con la giusta dose di ingenuità, qui e ora, faccio la mia ammissione di colpa: è stata la prima volta che mi sono trovato al cospetto di Ihsahn, Samoth e soci, e non poteva essere un’esperienza migliore. Un set, quello dei norvegesi, spaventosamente evocativo, tanto ispirato quanto è stata fenomenale la loro performance. Superare il fomento che mi sono portato addosso dopo essere uscito dal Temple non la credevo una cosa tanto facile, ma dopo aver perso colpevolmente i Pain Of Salvation all’Altar e aver avuto un assaggio di cosa significhi essere dei veri maestri dello stoner rock coi Fu Manchu, la mia scelta tra Prodigy al Main Stage, Body Count al Warzone e Anaal Nathrakh al Temple è ricaduta su questi ultimi. Onestamente, se ci ripenso ancora oggi ci resto di sasso. Con Dave Hunt mastro di festa pronto a dirigere il pubblico durante il pogo (deridendo i Machine Head) e omaggiare 1914 e White Ward con la combo “Forward!”/”The Age Of Starlight Dies”, i britannici hanno consegnato il pubblico alla notte dolorante e sorridente, con la testa a tratti pendente dal collo per le mazzate prese.

Hellfest 2024, giorno 3

Dopo il degno riposo a seguito dell’impegnativa serata alla quale sono sopravvissuto, il mio sabato hellfestivo è partito col botto, tra i Sanguisugabogg, i Wayfarer e i The Casualties. Sebbene sia riuscito solamente a incrociare per un paio di pezzi i deathster statunitensi, ne ho apprezzato molto l’operato dal vivo molto più di quanto non faccia su disco. Il coinvolgimento è continuato nel giro di poco sempre a opera di americani, stavolta alfieri di quel black atmosferico da retrogusto western che tanto ci piace da queste parti. Ancora pronti a proporre il loro gotico americano al nutritissimo pubblico che li aspettava, infiocchettati di lacci da cowboy e cappelli usciti da un film di Clint Eastwood, i quattro di Denver hanno riscosso un successo strepitoso.

Allo stesso modo, il calore non è mancato nonostante il tempo instabile e le temperature in rapido calo rispetto ai giorni precedenti al Warzone, dove in contemporanea si sono esibiti i The Casualties. La formazione novantiana ha infiammato le migliaia di presenti, infoiando tutti al punto tale che sono volate più persone di quante sono rimaste in piedi durante tutto il loro set. L’hardcore, a differenza del black metal o di un certo death, richiama un pubblico per sua natura nettamente più desideroso di essere coinvolto e di far parte della performance e questo, considerata l’occasione, ha reso la loro performance all’Hellfest memorabile.

In verità al mio arrivo sul luogo dei misfatti, ho ricevuto una calorosissima accoglienza in perfetto stile power metal, con la voce di Giacomo Voli e l’epicità dei Rhapsody Of Fire che mi hanno richiamato al fest mentre ero ancora in strada. A metà pomeriggio, poi, ho rincarato la dose, godendomi un po’ del set degli Stratovarius sul palco principale. Non in formissima, per il sottoscritto, ma sono pur sempre uno di quei nomi che la storia l’ha scritta e che oggi, se pure con qualche singhiozzo, quando partono con “Black Diamond” o “Hunting High And Low” tu canti e piangi, punto.

Il momento nostalgia, fortunatamente, è finito lì, perché finché c’erano i finlandesi sul palco tutto bene, ma tre quarti d’ora di segoni bimani di Yngwie Malmsteen anche meno. Il maestro del neoclassico, lo sweep picking, lo shred: tutto bellissimo, ma non era quello che cercavo. Fortunatamente ho trovato rifugio prima al Valley, dove i Kvelertak hanno impartito qualche lezioncina alla folla urlante che voleva sbattersi approfittando delle loro distorsioni e del loro piglio danzereccio, e poi all’Altar, dove i The Haunted non sono stati da meno, fornendo ai fan del tupa tupa un bel po’ di materiale di cui godere.

Un assaggio di Corvus Corax per curiosità doverosissima mi è bastato a classificarli come band che vale la pena vedere, ma va bene così: la fila chilometrica che mi ha obbligato fuori al tendone del Temple mi ha dato il là per andarmene un po’ dietro le quinte, dove lo schermo allestito nel bar dell’area VIP proiettava il live degli Extreme, che ho colto in flagrante mentre eseguivano la sempreverde “Do You Wanna Play?”.

Ancora assaggini in attesa della ciccia, tra la signora Chelsea Wolfe che a stregato il pubblico fittissimo del Valley e i Kataklysm che hanno rischiato di tirare giù l’Altar a suon di moshpit fino a che non è stato il momento della scelta. Bruce Dickinson, che poco prima aveva tenuto un punto stampa per la radio nazionale francese in area VIP, non è stato meno di un headliner, affollando la stragrande maggioranza dell’area esterna ai palchi principali e arrivando con la sua voce poderosa fino all’ingresso del fest e oltre. Delocalizzato e disperso tra la folla, non ho resistito troppo e ho fatto la saggia scelta di imbucarmi all’Altar, dove in prima fila sono riuscito a godermi faccia a faccia i Nile.

La delusione, però, non ha tardato a raggiungermi: il colonnello Karl Sanders, sfortunatamente, non è arrivato. Motivi di salute, hanno spiegato i suoi compagni di battaglia, dedicandogli poi il loro show. E che spettacolo. Forse per la voglia di rimediare all’assenza del loro frontman, forse perché infervorati dallo stuolo di persone che li aspettava, i tre hanno dato libero sfogo alla loro furia death primordiale, aprendo tombe e declamando testi scritti su papiri che tra le altre cose contengono anche le formule per i trucchetti di GTA San Andreas. La chiusura con “Sarcophagus” è stata la ciliegina sulla torta con cui il terzetto si è congedato, lasciando il pubblico estasiato e il sottoscritto in trepidante attesa di rivederli, magari col buon Sanders in prima linea.

Su per giù, sfortunatamente, è stato quello il momento in cui tutto è cominciato a precipitare. La pioggia è iniziata a scrosciare con veemenza mentre sul Main Stage salivano i quattro cavalieri del metallo, il vero motivo per cui quella giornata, forse più di tutte, è stata affollata all’inverosimile. I fan dei Metallica, come sottolineato anche da un amico, somigliano molto a quelli di Vasco Rossi: parlano dei loro beniamini e quasi non gli interessa altro, sono lì per loro e basta. Forse anche complice di questo, il mio umore nei confronti del concerto degli storici padrini dell’heavy-thrash statunitense ha avuto su di me l’effetto contrario a quello sperato.

La pioggia, chiaramente, non ha aiutato: il fango a tratti superava le caviglie e per un semplice utilizzatore della pedicolare la scelta è stata quasi obbligata. Avrei voluto esaurire il tempo a disposizione dei Four Horsemen, arrivare al Valley per Julie Christmas e magari spaccarmi anche un po’ le ossa dai Suicidal Tendencies al Warzone, ma ho dovuto desistere. Questo, però, non prima di godermi l’ultima “Vodka” dei Korpiklaani al Temple e assistere a un po’ della clinic sull’HM-2 dei Dismember. Attenzione, potrebbe passare che io mi sia lamentato di quello che ho visto: non è così, anzi. Se solo il tempo fosse stato un po’ più clemente (e io un po’ più organizzato…) sarebbe andata anche meglio.

Hellfest 2024, giorno 4

Ultima corsa, ultima cento lire. Recuperare era obbligatorio e il viaggio da Nantes anche in quel caso mi ha preso più di quanto avevo preventivato, anche a causa degli orari diversi dei treni (che magari avrei potuto controllare opportunamente prima). Così niente High On Fire, niente GEL e niente Dool: la mia domenica all’Hellfest, ciò nonostante, è iniziata col botto. Ai Thron, intercettati senza veramente conoscerli al Temple, devo un’iniezione di endorfine inattesa e assolutamente gradita.

Tupa tupa alla batteria, ugh al microfono, riffoni grezzi e incazzati: questi qui volevano fare festa e ci sono riusciti decisamente, nonostante l’orario. Non avendo grossissime pretese per la giornata, ho preferito girovagare per godere il più possibile dell’atmosfera del festival e così, facendo il possibile per ignorare i Simple Plan che dal palco principale si sono impegnati per farsi sentire in ogni dove, ho recuperato qualche amico in giro all’Extreme Market e goduto di certi collaterali da favola.

In tutta onestà, questa esperienza sarebbe stata diversa se fossero mancati i Celeritas. Quella banda di mattinculo, piazzata sul secondo piano di uno dei bar dell’area all’ingresso, mi ha svoltato la giornata più di una volta a suon di eurodance e attitudine punk. E così, ancora canticchiando la loro versione danzereccia di “Africa” dei Toto sono tornato al Temple curiosissimo degli Yoth Iria. Non nego una certa delusione, a posteriori. La band greca di The Magus è sì in possesso di un fervore old school invidiabile e ha delle idee che ho apprezzato discretamente su disco, ma dal vivo gli sputi sulle telecamere e l’atteggiamento da wannabe GG Allin col pubblico facendo i truci blackster incazzati mi ha un po’ stizzito.

Il bello di un festival a sei palchi è questo: se non ti piace quello che vedi, puoi cercare altrove, e così ho fatto, ritrovandomi davanti e poi in mezzo a uno degli show che ho apprezzato maggiormente della mia quattro giorni francese. Il nome dei Drug Church non era mai arrivato prima alle mie orecchie e, ancora mentre scrivo questo report, sto facendo ammenda per la mia mancanza. Il combo statunitense ha fatto divertire me e diverse altre centinaia di persone con il suo hardcore, tra poghi, mosh, wall of death e gente in volo che davero. Un’esperienza tanto di spessore quanto genuina, come tutte quelle che ho avuto il piacere di godermi al Warzone.

Non mi sono trattenuto oltre, però, nonostante Therapy? e Show Me The Body mi tentassero: l’appuntamento per il pomeriggio era cerchiato in rosso in agenda. Il nome, quello dei Wiegedood. Non la cinquantina di minuti più semplici del mondo da gestire, ed è così che ci piace vivere il male. Il trio di cultisti di Ra ha dispensato dolore e annichilimento a suon di blast beat, tremolo picking, riffoni pachidermici e urla disumane. Lo show è tutto registrato e disponibile online, pronto per fartelo recuperare.

Un attimo di decompressione e ripresa ed è stata la volta di un nome che aspettavo perché il me stesso adolescente ne aveva bisogno. Corey Taylor ha fatto felici tutti, grandi e piccini, rispolverando non solo pezzi della sua discografia da solista ma anche dei suoi Slipknot. E qui mi taccio. La mia curiosità morbosa è stata successivamente anche soddisfatta dallo spettacolo imbastito dai Batushka. I soli, i veri, gli unici, quelli di Drabikowski, come confermato dai giudici che hanno decretato la sua vittoria nella causa contro il suo ex compagno di liturgie. Sempre sull’onda delle messe, c’erano delle croci che aspettavo di vedere, anche se non erano capovolte, ma qui sono rimasto cocentemente deluso.

Arrivato al Valley a metà di quello che sarebbe dovuto essere il set dei Crosses, di Chino Moreno e soci non sembrava esserci traccia. Un rumore statico e intermittente animava a tratti l’area semideserta davanti al palco, presidiata da uno sparuto centinaio di persone, a occhio, tutte apparentemente in attesa che il concerto cominciasse in ritardo. Invece, per quella che è stata inizialmente la mia idea, la band potrebbe aver voluto rischiare con una intro poco convenzionale, iniziando poi a esibirsi al completo a poco meno di un quarto d’ora dall’orario di fine previsto del set. In seguito, ho recuperato un tweet dell’Hellfest in cui spiegavano si sia trattato di un guasto tecnico. Non benissimo, in ogni caso, anche a giudicare dall’umore di molti fan che, a quel punto, avevano disertato l’area e, sentendone le note, li hanno apostrofati con francesismi che non oso ripetere; questo perché non li ho letteralmente capiti, ma sicuramente erano particolarmente duri nei loro confronti.

In ogni caso, all’Hellfest chi cerca trova e nel mio girovagare per i palchi ho incrociato i Tiamat al Temple: mi ero quasi perso la loro presenza al festival, non mentirò, e sono felicissimo di non averlo fatto, alla fine. Pescando a piene mani dal loro repertorio, gli svedesi ci hanno dato giù pesante e, anche chiudendo gli occhi su alcuni problemi tecnici del loro bassista, hanno fatto sognare i presenti, nessuno escluso. Sì, intendo anche una coppia di finlandesi che, quando loro hanno detto che la Svezia è tra quei bei posti su al nord, li hanno apostrofati in malo modo. Abbandonato il Temple, in vista del main event della serata, ho iniziato a imbucarmi tra le fila delle migliaia di anime che già popolavano la distesa verde di fronte ai palchi principali.

Così, in un’operazione nostalgia riuscitissima, mi sono goduto la seconda metà del set degli Offspring. “Gunter glieben glauben globen” e via così, mostrandosi in forma smagliante nonostante i loro anni. “It was never a phase, it’s a lifestyle”, e non aggiungo altro. Sempre per soddisfare il me stesso adolescente, non ho resistito e mi sono fatto strada tra la folla in aumento per l’arrivo di Dave Grohl e soci e, al loro inizio, posso dire di essere stato tra la prima decina di migliaia di persone nello sterminato mare magnum di teste scapoccianti di ogni età che era ai Foo Fighters, in chiusura di Hellfest.

Si è imparato a volare, si è pogato su “The Pretender”, si è pianto su “My Hero” e si è spaziato attraverso la lunga carriera dei rocker americani. Lasciare il mega pit per gli I Am Morbid non mi sembrava assolutamente un gioco che valeva la candela, ma un’eccezione l’ho fatta per i Dimmu Borgir. Ahimè, ho trovato il Temple affollatissimo nonostante l’affluenza paurosa al Main Stage per la band dell’ex Nirvana, ma le prime battute dei blackster sono state doverosamente godute.


Nel tirare le somme di questa unica, grande, immensa esperienza che è stata l’Hellfest, a questo punto, non posso non fare alcuni doverosissimi ringraziamenti. A Davide e Virginia, che sono stati dei ciceroni del male e mi hanno letteralmente portato dentro al luna park di Clisson facendomi inconsapevolmente un regalo di compleanno importantissimo. A Bob, Adriano e Alfonso, che da brigata partenopea quale sono stati, si sono anche presi qualche momento di pausa, quando possibile, dalla gestione del banchetto merch di Gothicat per finire a tarallucci e vino col sottoscritto.

In soldoni, dunque: festival promosso a pienissimi voti, non solo come scelta delle realtà coinvolte, ma anche per l’allestimento in toto. Oggi rispetto a dieci anni fa, non è più un fest stricto sensu ma molto di più, nel bene e nel male. C’erano tante di quelle band che avrei voluto vedere e che hanno calcato i sei palchi della cittadina francese da averne per un altro mese intero, se non di più; e i recuperi che ora mi toccherà fare per i gruppi che ho scoperto… La speranza, a questo punto, è quella di avere modo di bissare, in futuro, per poter godere appieno di questa mega macchina dello spettacolo che è la realtà transalpina. Hellfest: à la prochaine!


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