Gli Iron Maiden all'ippodromo di Milano nel 2023 | Aristocrazia Webzine

Gli Iron Maiden nel 2023 (o dell’odissea dello spettatore pagante)

Per gli Iron Maiden sono disposto a fare sacrifici, e come me un sacco di altra gente, che siano metallari dediti al culto della Norvegia del 1993 con un’anima heavy o semplici rocker attempati che vogliono portare i figli ormai adolescenti a passare una giornata padre-figlio. Questa passione smodata per Steve Harris e soci, più spesso di quanto non mi piaccia ammettere, mi (e immagino ci) ha portato a tapparmi il naso e accettare compromessi che per qualunque altra band avrei ritenuto assolutamente inaccettabili, perché vabbè dai, sono gli Iron Maiden. Dopo averli visti quest’ultima volta, il 15 luglio all’Ippodromo a Milano, però mi è venuta quantomeno la curiosità di mettere in prospettiva l’odissea che ha preceduto le più o meno due ore di musica della Vergine di Ferro, per pormi la fatidica domanda: ne è valsa la pena?

14 novembre 2019: io e il mio vecchio amico delle superiori, storica spalla ai concerti degli inglesi, prendiamo la prevendita per il concerto annunciato a Bologna per il luglio dell’anno successivo. Ottanta euro il costo del posto unico, più percentuali di prevendita, commissioni e ammennicoli vari, totale cento euro circa di biglietto. Come ben noto, nel luglio 2020 non è stato possibile tenere alcun concerto a causa della pandemia, quindi evento rimandato a data da destinarsi.

Passata la pandemia, finalmente il concerto viene rifissato per il 7 luglio 2022, quasi tre anni dopo l’acquisto del biglietto. Partiamo da Milano con i classici e immancabili rallentamenti in autostrada a Fidenza e Fiorenzuola e arriviamo a Bologna mentre il cielo da nord minaccia tempesta. Neanche il tempo di prendere posto in transenna al Parco Nord, una volta tanto che non c’è il ripugnante Golden Pit o come si chiama oggi, che la tempesta inizia: tuoni, fulmini, un’acqua che sembra l’inizio del diluvio universale, e il concerto viene annullato per motivi di sicurezza a pochi minuti dalla salita sul palco del gruppo. Ancora a distanza di un anno, sono convinto che la decisione presa dall’organizzazione sia stata corretta, le foto che si trovano online lasciano poco spazio all’immaginazione. Però la beffa di quei venti minuti scarsi di acqua torrenziale che poi si sono trasformati in una serata fresca e con un po’ di vento e niente più me la ricorderò per sempre.

Stavolta però il concerto non viene più rimandato, è Rod Smallwood, storico manager dei Maiden, a dire chiaramente tramite i canali ufficiali della band che ci sarebbe stato un nuovo evento nel 2023, ma che la data in questione non sarebbe stata recuperata. E quindi via alla pratica di rimborso, che chiaramente rifonde il costo del biglietto, ma non di commissioni, prevendite e quant’altro, né tantomeno della tratta Milano-Bologna e viceversa, e a noi è andata bene che si è trattato solo di qualche ora di auto.

Qualche settimana dopo la ricezione del rimborso, il 7 ottobre 2022, vengono ufficialmente aperte le prevendite per la fantomatica data del 2023: questa volta il tutto non si terrà a Bologna, ma a Milano, all’ippodromo, uno dei contesti open air peggiori che io abbia mai visto: una grande, assolata spianata di vuoto cosmico, con anche un microscopico dislivello proprio davanti al palco che porta le file più avanzate a essere leggermente più in alto rispetto a chi sta dietro. In altre parole esattamente come il Parco Nord, ma senza neanche la possibilità di un po’ di riposo sulla collina e con una visuale peggiore. L’aspetto più divertente però è che il biglietto per questo nuovo tour costa cento euro secchi più prevendita, un 20% in più circa rispetto a quanto pagato nel 2019. Non solo, stavolta torna a fare capolino anche il Golden Ticket, alla modica cifra di centotrenta euro, praticamente un buon 60% in più rispetto al biglietto originale del 2019. Certo, sono ben consapevole che si tratti di due tour differenti, organizzati ad anni di distanza, con accordi diversi, con un aumento dei costi di gestione tra l’uno e l’altro al di fuori di qualsiasi possibile previsione tra pandemia, guerra, congiuntura economica e chi più ne ha, e che quindi è inevitabile che il prezzo del biglietto lieviti. Dico solo che chi ha comprato un biglietto per vedere gli Iron Maiden nel prato di Bologna a circa cento euro nel 2019 adesso si ritrova a doverne spendere centocinquanta per vederli a Milano. Come dicevo più su, però, vabbè dai, sono gli Iron Maiden, e quindi prendo il biglietto prato, ma non il Golden Ticket, tanto a memoria bene o male si riesce ad arrivare sempre a qualche decina di metri dal palco.

Ecco. Avanti veloce al fatidico giorno in questione, sabato 15 luglio 2023, e spendo un momento di silenzio sui controlli e sui divieti di portare all’interno antizanzare e bottigliette con tappo: quest’ultimo posso anche capirlo, ma visto che all’ippodromo a luglio tirano trentacinque gradi come ridere, se non mi fate portare dentro le bottiglie d’acqua almeno mettetemi dei lavandini dove io possa rinfrescarmi la pelata, e invece no, figurati, se vuoi dell’acqua devi comprare bottigliette da tre euro ciascuna, chiaramente in plastica, perché se dobbiamo essere stronzi siamolo fino in fondo e facciamo più rifiuto plastico possibile. Dicevo, arriviamo finalmente a questa festa a lungo attesa, alle sei di sera precise e spaccate varco la soglia dell’ippodromo pronto a sorbirmi quaranta noiosissimi minuti di Epica solo perché Simone Simons è una delle donne più belle del mondo ed era ovviamente la mia cotta della prima superiore. Eppure di Simone, così come di Mark Jansen e del resto della banda, riesco sì e no a vedere le silhouette da lontano, perché all’altezza del mixer vado a sbattere contro la transenna dell’area golden. Saranno stati cinquanta metri buoni di distanza dal palco. Sono sincero, è la seconda volta che vado a un concerto all’ippodromo di San Siro, e la volta precedente mi era stato regalato un biglietto golden, quindi non avevo mai notato quanto lontano dovesse fermarsi la gente senza il biglietto benessere, e non mi ero mai accorto di quanto fossero bassi i volumi da una certa distanza in poi.

Sono ancora lì che bestemmio il capitalismo passando davanti allo stand del cibo con panini a dodici euro e birre a otto quando sono ormai le sette, gli Epica hanno finito e il palco è quasi pronto per gli Stratovarius che devono attaccare alle 19:15. Mentre la platea arrostisce sotto il sole del meriggio, sempre senza alcun servizio idrico disponibile se non le bottigliette di plastica da tre euro l’una di cui sopra, il tempo passa. E passa. E passa. E quando sono le 19:50 finalmente gli Stratovarius salgono sul palco e attaccano una strumentale “Black Diamond”, perché a Kotipelto non va il microfono. Finita la canzone in condizioni pietose, finalmente Timo entra in possesso di un microfono funzionante, si scusa per il ritardo e dice che… la band ha tempo di suonare solo un’altra canzone. Parte “Hunting High And Low”, grande festa, finita, la band saluta e sparisce dietro le quinte. Senza entrare troppo nel merito, qui c’è il comunicato ufficiale che i finlandesi hanno rilasciato qualche ora dopo.

A questo punto si consuma forse l’episodio più subdolamente fastidioso di tutta la giornata: lo stage manager prende il microfono, chiede un attimo di silenzio e spiega che gli Stratovarius (cito testualmente) «hanno perso l’aereo», sono arrivati tardi e quindi non c’è stato il tempo di farli suonare. Dal pubblico partono dei fischi di reazione, e lo stage manager conclude «stiamo tutti calmi». Ora, io capisco che lo stage manager in questione per essere sul palco di un concerto degli Iron Maiden sia una figura competente e capace nel suo lavoro, che sicuramente stava passando un pessimo quarto d’ora perché la situazione era complicata e non avrei certo voluto essere nei suoi panni. Però non ti puoi permettere di salire su un palco davanti a migliaia di poveri stronzi che hanno pagato un rene per vedere delle band suonare e dirgli di stare calmi. Puoi dire che il gruppo ha avuto dei problemi, che la situazione è fuori dal controllo degli organizzatori, che avete provato di tutto, ma che non c’è stato verso di fare di più (cose che credo peraltro fossero tutte vere), ma non ti puoi permettere di dire a gente che sta cuocendo sotto il sole da ore, magari dopo aver comprato un biglietto anni prima, di stare calma. Perché all’utente finale non deve fregare un cazzo di niente di quello che succede dietro il palco, l’utente finale deve ricevere il servizio per cui ha pagato, e così non è stato, e che la colpa sia di qualcuno o semplicemente di una serie di sfortunati eventi allo spettatore non deve interessare. Dal punto di vista dell’ultimo degli stronzi, lo spettatore pagante, poco deve importare di tutte le vicissitudini a monte e alle spalle dell’evento. Se acquisto un prodotto e il prodotto mi viene consegnato guasto, io faccio il reso, e ne ho tutto il diritto. E come per un qualsiasi prodotto, lo stesso vale per un servizio.

A questo punto arriva finalmente dell’acqua, da altre bottigliette di plastica palesemente sotto il sole da tutto il giorno, che dalla transenna tra ricchi e poveri area golden e area normale viene distribuita agli astanti incazzati come grande gesto di nobiltà da parte dell’organizzazione, e tiriamo un’altra ora in attesa degli Iron Maiden. Che salgono sul palco e tengono l’ennesimo concerto incredibile della loro carriera, riconfermandosi casomai ancora ce ne fosse bisogno come una delle se non forse la più grande live band della storia. Da “Fear Of The Dark” alla sorpresa di questo tour “Alexander The Great” ogni momento del concerto ha appagato le aspettative, nonostante i cinquanta metri di distanza e i volumi assolutamente non all’altezza. Però poi, concluso il momento di festa, mi sono fatto qualche domanda, sempre legata al discorso dello spettatore pagante e di come questo viene trattato da tutte le parti in gioco.

All’ippodromo la sensazione è stata che lo spettatore pagante fosse semplicemente un pollo da spennare, un povero coglione che tanto i suoi cento, centoventi, centocinquanta euro per vedere Bruce Dickinson e compagni e chiunque ci sia prima di loro (SE c’è qualcuno prima di loro) li spenderà sempre e comunque. Anche se un panino costa dodici euro. Anche se non c’è acqua tutto il pomeriggio sotto il sole a trentacinque gradi. Anche se la band di supporto si presenta sul palco per meno di dieci minuti. Anche se lo stage manager tratta tutti come dei cani. Anche se il biglietto comprato quattro anni prima è stato (parzialmente) rimborsato e poi riacquistato a prezzo maggiorato. Anche se i volumi sono bassi. Anche se per avvicinarsi al palco è necessario spendere trenta euro in più.

Non ne faccio una questione specifica contro il management dei Maiden, il management degli Stratovarius, l’organizzazione dell’evento (Vertigo), i gestori della location (Fabrique / Milano Summer Festival), la pandemia, il caro-vita, Tizio, Caio o Sempronio, perché a me sembra che alla fine il rispetto per i fan sia venuto meno da parte di tutti, chi più e chi meno. Questo è stato il mio decimo concerto degli Iron Maiden, e per quanto irrealistico spero tantissimo di avere occasione di farni altri dieci, venti, cento. Però mi piacerebbe molto che l’ultimo anello della catena, il povero stronzo che vuole semplicemente ascoltare musica dal vivo, prima o poi non venga più trattato come una pezza da piedi.

Aggiungo a posteriori un post pubblicato su Facebook il giorno successivo, domenica 16 luglio, da Alessandro Corno, collaboratore di Vertigo, che aiuta quantomeno a chiarire il ruolo di alcuni degli attori coinvolti, in particolare il fatto che l’area dell’ippodromo di San Siro è in gestione a Milano Summer Festival / Fabrique, con il patrocinio del Comune di Milano.