KAMELOT – Haven Tour 2015 (08/10/2015 @ Trezzo Sull’Adda, Milano)

Evento: Kamelot Haven Tour 2015
Data: 08/10/2015
Luogo: Live Club, Trezzo Sull'Adda (MI)
   
Gruppi:

  • Kamelot
 

Ero in fortissimo dubbio: Kamelot sì o Kamelot no? Uno dei gruppi della mia adolescenza, ma anche una band profondamente diversa da quella che imparai ad amare da ragazzino, di cui rimangono i soli Casey Grillo e ovviamente Thomas Youngblood. Alla fine il cuore vince sempre ed eccomi in quel di Trezzo, dopo una giornata interminabile, alle porte del Live Club pochi minuti prima che i Nostri salgano sul palco…


Prima di iniziare, giusto un paio di riflessioni sparse. Primo: ai Kamelot voglio un bene infinito, ma neanche per un secondo mi è passato per l'anticamera del cervello di sciropparmi uno shredder, nemmeno se si tratta dell'ultimo chitarrista di Ozzy, tantomeno un gruppo heavy female fronted, che oggi va tanto di moda e sembra quasi un genere (di merda) a sé. Quindi magari mi sono perso le due esibizioni della vita, tuttavia nel dubbio niente Gus G. né Kobra And The Lotus. Secondo: non ho nessuna prova di ciò che dico se non la mia personalissima e opinabilissima sensibilità, però l'abbandono di Khan ha lasciato Thomas Youngblood spaesato e forse, ancora prima, anche quello di Glenn Barry.

Per quanto nutra il fortissimo sospetto che il buon Tommaso abbia diritto di veto su tutto ciò che si muove in casa Kamelot e che sia lui a scrivere il grosso delle strutture dei brani, già da "Poetry For The Poisoned", all'abbandono di Barry, l'impressione era quella che il disco non fosse stato composto in serenità, che fosse un po' più debole dei precedenti. Subito dopo, l'abbandono di Khan per i discutibili lidi della spiritualità ha mandato definitivamente in panne una macchina che per dieci anni aveva sfornato dischi poco meno che perfetti. "Silverthorn" è stato un evidente quanto inevitabile momento di rodaggio e "Haven", pur se migliore e assolutamente sopra la media, non è riuscito a colmare un vuoto che, per ora, pesa abbastanza. Mentre metto in ordine tutte queste mie considerazioni, il quintetto sale sul palco di un Live Club ahimé prevedibilmente mezzo vuoto (ma fatemelo dire: come stracazzo gli sarà mai venuto in mente, a chiunque sia stato, di accoppiare i Kamelot allo shredder di Ozzy? Senza parole).


L'attacco, come c'era da aspettarsi, è lasciato a un brano di "Haven", fresco di stampa, e la mia curiosità nel vedere come se la cava Tommy Karevik dal vivo è presto soddisfatta: molto, molto, molto bene. Ovviamente i Kamelot non avrebbero mai preso un semplice mestierante per raccogliere l'eredità (pesantissima) di Khan, ma lo Svedese si dimostra davvero capace, in grado di esprimersi e di coinvolgere il pubblico con grande naturalezza. Sul resto del gruppo ben poco da dire: per quanto la formazione sia ormai pesantissimamente rivisitata dai tempi di "Karma" ed "Epica", Palotai è alle tastiere da dieci anni tondi e Tibbets al basso da sei, quindi assolutamente inseriti nel contesto della band. A dimostrazione di ciò, già dal secondo pezzo si pesca a piene mani dall'infinito repertorio e si mette in luce un gruppo totalmente a proprio agio anche con il materiale più datato: "When The Lights Are Down" serve per dare un ultimo ritocco ai volumi degli strumenti, "The Great Pandemonium" fa saltare l'arena col suo doppio ritornello catchy tutto da cantare, mentre l'accoppiata "Center Of The Universe"-"Karma" vede finalmente un pubblico che rompe il ghiaccio e si lascia coinvolgere completamente da due pezzi che a distanza di quasi quindici anni sprigionano ancora una freschezza e una brillantezza che, nel power del nuovo millennio, non ricordo di aver trovato altrove.

"Torn" riporta tutti quanti coi piedi per terra: un buon brano, che tanti gruppi vorrebbero aver scritto, tuttavia privo della magia che scorreva in casa Kamelot nei primi anni '00. "Here's To The Fall" è invece la ballata acustica di "Haven", che il buon Karevik dedica al nonno recentemente scomparso, ma che — tocca dirlo — perde impietosamente al confronto con le varie "Wander", "Don't You Cry", "Abandoned" e via dicendo.

Segue un altro bagno di nostalgia con "March Of Mephisto" (ah, le vocine di Shagrath… quante porte apriva avere un Norvegese in formazione) e "Rule The World", stranamente poco conosciuta e cantata solo da una sparuta parte del pubblico. Da lì, un paio di prove della corrente era Karevik, gli immancabili assoli di Grillo prima e Palotai poi, fino ad arrivare al solito capolavoro annunciato: quando attacca "Forever" siamo tutti in visibilio, tuttavia anche rattristati al pensiero che il brano di "Karma" storicamente significa che siamo quasi ai saluti. E infatti, dopo le presentazioni di rito, il gruppo esce, si prende i meritati applausi e torna per l'ultimo paio di pezzi. Con mio rammarico, si tratta di altri due estratti dagli ultimi due album, come sempre buoni, come sempre inferiori a uno stuolo di alternative che avrebbero potuto essere utilizzate per l'occasione.


La scaletta è stata comunque un bel segnale da parte del gruppo: credono in quello che stanno facendo, ma non hanno paura di continuare a confrontarsi col proprio illustre passato. Un cantante come Karevik è in grado di dare stabilità e certezze, anche se il giorno in cui si smarcherà dalle ingombranti ombre di Roy Khantatat deve ancora arrivare. A conti fatti i Kamelot del 2015 in studio soffrono cambiamenti mai del tutto metabolizzati (e chissà se lo stato di grazia di qualche lustro fa si potrà mai ritrovare), ma sul palco stanno ancora benissimo.

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