LONG DISTANCE CALLING + Sólstafir + Sahg (11/03/2013 @ Arci Lo Fi, Milano)

LONG DISTANCE CALLING + Sólstafir + Sahg (11/03/2013 @ Arci Lo Fi, Milano)

Informazioni
Gruppi: Long Distance Calling + Sólstafir + Sahg
Data: 11/03/2013
Luogo: Arci Lo Fi, Milano
Autore: Bosj

Bosj: “Vieni a vedere i Cruciamentum sabato?”
Amico: “Salto a pié pari, scendo già lunedì per i Long Distance Calling.”
Bosj: “No, beh tra Cruciamentum e LDC non c’è proprio paragone, i LDC li balzerò quasi sicuramente.”
Amico: “Ma oramai son diventato froscio e poi ci sono anche gli Islandesi cowboy.”
Bosj: “No aspetta piano. QUEGLI Islandesi cowboy?”

Bosj: “E anche i Sahg.”

Bosj: “Vengo anch’io”.

Questo il preambolo e per darvi un’idea del mio interesse nei confronti dei pur pregevoli Long Distance Calling e, soprattutto, per farvi capire quanto io sia affezionato ai cowboys islandesi.

È un nebbioso lunedì sera, quando arrivo in quel posto sperduto che è il Lo Fi, un piccolo locale in fondo a una strada senza uscita, all’interno di un complesso industriale alla periferia est di Milano, contornato da fabbriche immerse nella foschia da un lato e i binari della ferrovia dall’altro. I Sahg hanno attaccato da una decina di minuti, e sarebbe tutto molto poetico non fosse che, cazzo, anche qui l’acustica fa schifo. A poco serve la pur particolare stampa a parete di un’opera dello studio Mi-Undressed e qualche pannello — presumo — fonoassorbente: la batteria dei Norvegesi sembra un lascito di “St. Anger” — quel misto pentolame picchiato a mattarello — e il basso, nei momenti di maggior presenza, rischia di mandare tutto il locale in risonanza, salvo poi perdersi appena le chitarre tornano protagoniste. Il tutto, comunque, non pregiudica l’esibizione, poiché il quartetto di Bergen è capace, energico e intrattiene lo sparuto pubblico — ahimé, non più di una sessantina di persone — come meglio non si potrebbe: con ottima musica. I brani dei tre album pubblicati dalla formazione scandinava fanno la loro figura dall’alto di un palco, il loro doom “moderno” riesce a trasmettere un’ottima carica grazie a pezzi freschi e “nuovi”, ma allo stesso tempo molto classici. Non a caso, come coda di “Baptism Of Fire” il gruppo usa omaggiare i Thin Lizzy, suonando una parte della loro “Emerald”; ringrazio apertamente il mio amico Michele per avermi fatto notare la citazione, che avevo completamente perso. Ed è quindi tra echi e rimandi attuali e passati che i Sahg esauriscono il tempo a propria disposizione, lasciando il palco con la certezza di aver soddisfatto il proprio pubblico.

Approfitto del tempo di attesa per mangiare la mia schiscetta (per i non milanesi: leggere qui) annaffiata dalla rossa d’ordinanza e scambiare quattro chiacchiere, poi come rientro nel locale i quattro uomini dei ghiacci, alla loro seconda data italiana in assoluto (la prima fu nel 2010), stanno aprendo la loro esibizione con “Ljós I Stormi”, lunga e meravigliosa opener del mai troppo lodato “Svartir Sandar”. I Sólstafir sono indescrivibili: una proposta che mischia e mescola elementi tra i più diversi, brani dilatati, una lingua a me del tutto sconosciuta, eppure ogni volta che mi trovo a dover parlare di loro non so mai cosa dire. Molto semplicemente: ascoltateli. Andateli a vedere, andateli a sentire, andate a viverli. Pur in una location assolutamente inadatta, in cui i riverberi di chitarra si perdevano sotto il marasma dell’incomprensibile “altro”, la voce di Aðalbjörn risaltava, le melodie emozionavano, gli up-tempo di batteria facevano scuotere i presenti in una catarsi emotiva che non si trova in una band “qualunque”. La maestria con cui i quattro si muovono tra psichedelia, arpeggi e distorsioni, tra suoni ora ampi e morbidi, ora ruvidi e desertici è unica nel suo genere, e con l’ultimo album, siccome non era abbastanza, ci hanno fatto sapere che sono in grado di scrivere anche i “singoloni”: “Fjara”, seppur spogliata delle voci femminili, dei cori e di tutte le post-produzioni da videoclip, è una delle canzoni più emozionanti, dolci e commoventi che mi sia mai capitato di sentire sotto un palco. E il pubblico italiano, sparuto, non avvezzo a certi eventi, sicuramente non a proprio agio con la lingua islandese, a fine brano è andato avanti a cantare il motivo ritornello ancora e ancora e ancora, senza bisogno di nessun incitamento. Qualcosa vorrà pur dire. Purtroppo è rimasto solo un brano a disposizione del gruppo, “Goddess Of The Ages”, brano conclusivo di “Köld”, per chiudere degnamente la serata con i suoi dodici minuti e oltre di riverberi e atmosfere acide. Il disappunto nel vedere il quartetto che abbandona la postazione dopo meno di tre quarti d’ora di esibizione è enorme; purtroppo il mondo è un luogo ingiusto e questo è quanto. Speriamo di ritrovarli presto, possibilmente in un luogo dall’acustica migliore.

Sono solo le dieci e trenta, ma ai Long Distance Calling serve molto tempo per appuntare la propria strumentazione, e solo mezzora dopo prendono posto di fronte al pubblico. I cinque teutonici non sono mai stati presenza fissa nei miei ascolti, e sebbene ne apprezzi gli sforzi, negli ultimi anni ne avevo un po’ perse le tracce, per la precisione da poco dopo l’uscita di “Avoid The Light”, album supportato in terra italica da una data di spalla ai Katatonia ormai qualche anno fa. È solo sulla strada per il Lo Fi quindi che il fido Michele mi ragguaglia sulle ultime novità: nell’ultimo lavoro, il recentissimo “The Flood Inside”, la formazione di Münster ha iniziato a cantare. Per la precisione, è il tastierista Martin Fischer, ultimo acquisto del gruppo, a farsi carico dell’impresa. Sigh. La band post-rock, per quanto capace e apprezzabile, non mi ha mai convinto appieno, troppo simile a molte, mille altre formazioni di derivazione God Is An Astronaut e 65daysofstatic, con giusto qualche puntata in territori più heavy. Una personalità e una proposta non proprio originali, insomma. Dal vivo, tuttavia, le scorribande strumentali in up-tempo fanno sempre la loro figura, e più di una volta mi sono ritrovato a scuotere il capoccione nei momenti più concitati: “Aurora”, “Black Paper Planes”, brani forti di una passione e un’esplosività incontestabile — entrambi estratti dai primi due lavori, sarà un caso — che dal vivo rimarcano a più riprese questo aspetto. La vera nota dolente viene suonata quando Fischer si sposta dalla sua posizione alle tastiere, per avvicinarsi al microfono. Davvero poco personale, piatta e priva di alcuna carica espressiva la sua performance alla voce. Decisamente più forte invece, ripeto, l’impatto del gruppo alle prese con i brani che li hanno resi celebri: lunghe cavalcate in praterie post-rock con up-tempo, accelerazioni e quant’altro serva a elettrizzare il pubblico alle prese con il muro sonoro chitarristico. Insomma, nonostante qualche ombra, nonostante le magliettine trendy e attillate e il cappellino del bassista, anche nel caso dei Long Distance Calling a vincere sono state le luci. Dopo aver ringraziato con ardore tutti i presenti per essere usciti di lunedì sera, un “breve” bis — il quasi quarto d’ora di “Apparitions” — e anche per i Tedeschi è tempo di smontare armi e bagagli, l’ora delle streghe è arrivata, e c’è giusto il tempo di scambiare quattro chiacchiere coi Sólstafir prima di tornarsene a casa, ché la settimana lavorativa incombe.

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