NEUROTIC DEATHFEST 2013 (03-05/05/2013 @ Tilburg, Olanda)

Informazioni
Data: 03-05/05/2013
Luogo: Tilburg, Olanda
Autore: Bosj

Venerdì 3
L’Olanda è a un’ora di volo, sì, ma quando il volo è alle otto del mattino a Bergamo e devi puntare la sveglia alle quattro meno un quarto per prendere l’unica coincidenza possibile tra i pullman notturni di Milano (sempre un’esperienza mistica “la circonvalla” a quell’ora) e la navetta tra la stazione Centrale e Orio “Why So” Al Serious, qualche insulto verso l’ordine cosmico lo tiri. Eppure nemmeno le tre ore di sonno riescono a scalfire l’entusiasmo mio e del mio compagno di viaggio Michele: stiamo pur sempre partendo per il Neurotic Deathfest.

Fin dall’attesa in aereoporto, momento in cui apprendiamo la triste notizia della scomparsa di Jeff Hanneman, cominciamo a distinguere un certo numero di metallari, inequivocabilmente diretti verso la nostra stessa meta: maglie nere di gruppi poco probabili, capello fluente e anfibi, non proprio la tenuta del pendolare aereo medio del venerdì mattina. Terminato il breve volo, una volta fuori dall’aereoporto di Eindhoven ci mettiamo in cerca dei mezzi di trasporto dallo stesso alla stazione dei treni e facciamo così la prima conoscenza del viaggio. “Bisogna prendere la 401!” dice una voce con marcato accento padovano alle nostre spalle: uno degli inconfondibili metallari del nostro volo ci si avvicina e, forte dell’esperienza maturata l’anno scorso, ci spiega in dettaglio come arrivare dall’aereoporto di Eindhoven a Tilburg. Durante il viaggio (inciso informativo, per chi fosse intenzionato a muoversi in futuro: 3.50€ di autobus linea 400 o 401 dal terminal alla stazione, 7.20 di treno fino a Tilburg, in totale poco meno di un’ora di viaggio) abbiamo così avuto il piacere di conoscere Mirko, maestro di vita e di autodistruzione che, tra i tanti meriti, ha anche quello di averci indicato un’ottima abbazia con birreria all’interno dove passare il pomeriggio in attesa del festival.

Scaricato il bagaglio a mano in albergo, convinco lo sfiancato Michele a tentare la via dell’abbazia per il pranzo; il breve viaggio nella campagna attorno alla cittadina ci permette di inoltrarci nel poetico verde olandese, ma dopo uno spezzatino e svariati bicchieri di birra doppio, triplo e pure quadruplo malto sentiamo la necessità di andare a stenderci almeno un’oretta per evitare di inaugurare il festival collassando davanti al palco dalla stanchezza. Nell’abnorme attesa della linea 141 (altro inciso: passa una volta ogni sessanta minuti solo sulla carta, tenete a mente quando andrete all’abbazia) ci imbattiamo in Gotzon, fratello metallaro da Bilbao, fiero del proprio retaggio Basco e di piacevolissima compagnia, e il gruppo si infoltisce. Alcol e mancanza di sonno sono però una combinazione micidiale, e nonostante si sia fatto tardi, appena in albergo accogliamo l’ora di sonno con tanta felicità che decidiamo di sacrificare l’apertura del festival e quindi l’esibizione dei danesi Iniquity pur di recuperare un attimo le forze.

Ripresici un poco dalle fatiche della giornata, ci presentiamo infine allo 013, locale situato nel pieno centro di Tilburg, dove troviamo la nera nube metallara già alle prese con un non indifferente litraggio di birra. Prima di addentrarmi nel racconto delle diverse esibizioni, poiché l’articolo vuole essere, più che un semplice elenco di descrizioni, un “diario di viaggio” che del festival non vi racconti solamente la musica, ma tutto il contesto, è doveroso presentare la location. Perchè lo 013, per un italiano, è un po’ l’Isola Che Non C’è, l’Eden, la Valle Incantata: è un locale spazioso (2200 persone nella sala principale, stando a Wikipedia), con un’ottima (OTTIMA) acustica, la possibilità di godersi un concerto anche dalla distanza senza problemi grazie alla struttura a gradoni della sala principale (!), dei servizi igienici che possono essere chiamati tali (e non dei “cessi”) e, soprattutto, una gesitone all’altezza. In tre giorni di festival non c’è mai stato un problema, la gente entrava e usciva dal locale senza un minuto di attesa, con zaini, cibo, bevande e tutto ciò che desiderava. Io, che ho avuto lo zaino in spalla per tre giorni, ad ogni ingresso venivo controllato, e non ho mai avuto problemi né per i famigerati tappi di bottiglia né per eventuali panini né nient’altro. Un po’ come da noi, dove quando entri devi lasciare fuori le bottiglie, il cibo, e ultimamente addirittura non puoi proprio uscire del tutto durante il concerto, pena il pagamento di un nuovo biglietto. In tutto questo, ci tengo a sottolineare, non c’è stato un problema che fosse uno, nessuno ha lanciato bottiglie piene e chiuse in testa a nessun altro; niente risse, niente morti, niente di sbagliato.

Questo premesso, devo ora comunicare, ahimé, la nota dolente: nell’assegnazione dei pass stampa dev’esserci stato qualche malinteso tra me e l’organizzatore dell’evento, perché all’ultimo momento abbiamo scoperto di avere due ingressi stampa, eppure nessuno dei due per i fotografi, quindi non solo ci è stato precluso l’ingresso a quella zona (che in realtà non era nemmeno nelle nostre mire, i concerti è più bello vederli tra la folla), ma soprattutto non avevamo il permesso di introdurre una macchina fotografica professionale o semi-professionale. Il che, purtroppo, ci ha costretti all’utilizzo dello smartphone, che, lo saprete, è una soluzione ben poco soddisfacente. Mi dispiace, giuro che ce l’ho messa tutta.

E ora, andiamo a incominciare: entriamo nel locale quando la sala principale si sta riempiendo, causa l’attacco dei Decapitated. La band polacca, nonostante i due anni passati, continua ad esibirsi forte dell’ultimo, discusso “Carnival Is Forever”; dubbi o non dubbi circa la bontà della loro proposta, quello che negli ultimi anni i ragazzi dell’Est hanno offerto è death metal estremamente tecnico, estremamente asciutto e molto moderno nei suoni. Dopo la tragedia di ormai sei anni fa, dei Decapitated di “Winds Of Creation” non è rimasto quasi nulla, prendere o lasciare. Per i detrattori lo show di Tilburg sarà stata una delusione, per i fan una conferma. La sola chitarra solista di Vogg e la consolidata presenza scenica di Rafal dietro al microfono lanciano segnali stabili: questi sono i Decapitated del 2013, e hanno tutta l’intenzione di continuare su questi binari. Quaranta minuti del death metal più moderno che possiate immaginare.

Un rapido giro per il locale, sacrificando a malincuore i grinder d’oltreoceano Strong Intention nella gremita saletta secondaria, ci permette di renderci conto della disposizione delle bancarelle: merchandise ufficiale delle band di giornata all’ingresso, qualche tavolaccio pieno di roba ultramarcia, estremissima e putrida al piano di sotto, accanto al guardaroba, Season Of Mist e un’altra ignota (Listenable Records, probabilmente) davanti alla sala secondaria e infine Earache e bancarelle di vestiario davanti alla terza sala. Neanche faccio in tempo a finire l’attento esame del primo banco di dischi al piano inferiore che è già ora di muoversi per non perdere i Morbid Saint.

Di nuovo nell’enorme sala centrale, ci piazziamo su uno dei primi gradoni, accanto al mixer, e ci godiamo l’esibizione degli americani. Primo della lunghissima lista di nomi storici tornati in attività negli ultimi tempi presenti a questa edizione del Neurotic, la band a stelle e strisce si presenta con una formazione a quattro e la sola chitarra del fondatore Jay Visser, ma i quaranta minuti a loro disposizione, oltre ad aver permesso l’intera proposta del seminale “Spectrum Of Death”, si possono riassumere nel significativo commento di Michele: “ma questi negli ultimi venticinque anni dove cazzo sono stati?”. Sulla carta, si trattava del gruppo “più leggero” dell’intero bill, a conti fatti però è stato un bagno di storia e di mazzate che dovreste farvi il favore di vivere una volta nella vita, tutti quanti. A fine esibizione, i quattro scendono dal palco lasciando uno 013 in completa soddisfazione.

Nella mezzora a disposizione dei Putridity cerco di riprendermi un po’ (i ritmi del Neurotic sono davvero serratissimi, non un attimo di ritardo e una band inizia non appena la precedente finisce, così che se uno resta fino alla fine in una sala, tempo di spostarsi nell’altra e arriva a show già iniziato), per poi ripresentarmi davanti al palco principale per l’attacco dei Devourment. I quattro “slammer” si presentano solidi e ben rodati: i chili in esubero messi su da Mike Majewski durante gli anni non gli impediscono di agitarsi come un ossesso per tutti i quaranta minuti a sua disposizione, e sebbene io non possa dirmi un “hardcore fan” del gruppo di Dallas o del brutal in generale mi godo lo spettacolo con piacere, incluso il siparietto in cui Chris “Captain Piss” Andrews, il bassista, indossa la (ho scoperto poi consueta) maschera a forma di testa di cavallo, così, senza senso alcuno. Tanto di cappello per il mancato ritegno.

A seguire, sarebbe il momento di tornare in saletta per Piotr e i suoi Vader, ma come era lecito aspettarsi la stanza è impenetrabile. Scemo io che mi sono mosso al termine dell’esibizione dei Devourment, tuttavia stante il cambio di palco dell’ultimo minuto (i Vader avrebbero dovuto infatti esibirsi su quello principale all’apertura del festival, però per qualche ragione hanno poi scambiato il proprio posto con gli Iniquity), raggiungere una buona posizione per rivedere Pietro è fantascienza pura. Anzi, mentre tentavo in qualche modo di sgattaiolare all’interno, vengo travolto di gran carriera da un energumeno che tenta disperatamente di uscire, premendosi una mano sul volto sanguinante, probabile vittima di un tumulto nel pit, e decido che, avendo visto la band non più di una settimana prima, forse è il caso di non rischiare la vita. Seguo quindi l’esibizione più o meno fuori dalla porta, e mi sposto con anticipo per avere buona visuale all’evento della serata e forse dell’intero festival.

Quando i Death To All fanno il loro ingresso, la bolgia esplode. La compagine guidata dall’imponente Gene Hoglan, Eugenio Oglano per gli amici, che stando ai comunicati dovrebbe rappresentare la “Human era” della band di Chuck Schuldiner, in realtà di quell’era non presenta proprio nessuno, anzi, metà della formazione è della “Sound Of Perseverance era”. DiGiorgio e la premiata ditta Masvidal & Reinert sono sostituiti rispettivamente da Scott Clendenin, Bobby Koelble e dallo stesso Hoglan. A Koelble poi si sostituisce di quando in quando Shannon Hamm, mentre a fare da frontman con voce e chitarra abbiamo nientemeno che Matt Harvey degli Exhumed. La scaletta è molto varia: anziché concentrarsi sul primo operato della creatura del fu Evil Chuck, come accaduto nelle tappe nordamericane del tour, l’appuntamento olandese (che è anche l’unico europeo) ripercorre la carriera dei Death al gran completo e in ordine cronologico, spaziando da “Suicide Machine” e “Living Monstrosity” a “Flesh And The Power It Holds” e “Crystal Mountain”. I cinque americani suonano uno dei repertori più classici ed importanti del death metal con invidiabile naturalezza, come se non avessero mai smesso di eseguire quel materiale su un palco, e lo 013 è murato di gente che canta e segue ogni singolo pezzo, per un momento che si può ben definire storico. Oltre duemila metallari che urlano a squarciagola “Zombie Ritual” sono uno spettacolo meraviglioso.

L’ora e mezza di musica scorre che è un piacere nonostante la stanchezza immane, e in un attimo è finita. È ora di andare a vedere gli Obscura, poi finalmente il meritato riposo. La saletta secondaria dove si esibiscono i Tedeschi è piena, tuttavia la situazione non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella testé vissuta per i Vader. Occupiamo una buona posizione in attesa dell’attacco, e quando Steffen Kummerer si piazza dietro al microfono a momenti mi prende un colpo: SI È TAGLIATO I CAPELLI! Da metallaro cattivissimo dall’aria contrita, ha assunto le sembianze di un ragazzino tutto sorridente e piacione. Urlava a squarciagola in un growl da manuale, e intanto aveva un sorriso da un orecchio all’altro, felice come una pasqua. Forse perchè in passato non mi ero mai premurato di vedere gli Obscura così vicino al palco e mi ero perso questo dettaglio, ma il contrasto tra la sua espressione e ciò che usciva dalla gola e dalla chitarra era fortissimo. A parte questo, nulla di nuovo da segnalare rispetto a un qualsiasi altro concerto degli Obscura: tecnica a “carriolate”, capacità strumentistica pressoché infinita, molti dettagli inevitabilmente persi nella resa dal vivo, secondo chitarrista e bassista estremamente statici (ok, il palco era piccolo, ma anche in spazi molto più grandi è stata la stessa cosa) ed empatici come una cabina telefonica. I fan impazziranno, gli altri se li godranno senza particolari problemi.

Volge così al termine la prima giornata, avvolta da un velo di tristezza (tutti i gruppi hanno dedicato almeno un brano, un pensiero, un ricordo alla memoria di Hanneman) e appesantita da una stanchezza cosmica, ma la comunità metallara va a letto felice. Ammesso e non concesso che vada a letto, visto che, ennesima nota informativa, dopo il termine delle esibizioni è possibile rintanarsi in un localino, tale Little Devil, a pochi passi dallo 013, per continuare a gozzovigliare su sonorità metalliche; purtroppo sono vecchio dentro e i ritmi di un festival mi distruggono, quindi non ci ho mai messo piede. Magari l’anno prossimo…

Sabato 4
Dopo il sonno dei giusti e un tentativo di distruggere i nostri organi interni al Kentucky Fried Chicken, entriamo allo 013 giusto in tempo per l’inizio della giornata a opera degli Antropomorphia, interessante formazione storica e locale, autrice di un discreto show e di due validi album salutata con piacere dal pubblico.

Segue il becero, splatter death-grind degli spagnoli Haemorrhage, divertenti nelle loro mise da obitorio, tutti in camice verde e grembiule bianco sporco di sangue, tranne il cantante Lugubrious, a petto nudo e grondante sangue finto, che tra una hit del calibro di “Apology For Pathology” e una “Decom-Posers” si agita sul palco assieme a una finta gamba mutilata. Divertenti e senza fronzoli.

Successivamente mi sono trovato in difficoltà, poiché suonavano pressoché in contemporanea i Necrophagia del buon Killjoy, Svart Crown e Tribulation, e ho cercato di vedere almeno parte delle esibizioni di tutti e tre. I Necrophagia, in questa recente incarnazione, sono ancora in grado di dire la loro, come ogni band pionieristica che si rispetti; Killjoy si porta appresso una panza ben in evidenza, ma l’aria da deathster vecchia scuola non l’ha mai persa. Gli Svart Crown, confinati nella più piccina delle tre sale, offrono l’unica contaminazione black dell’intero festival, piacevoli e da approfondire. In ultimo, i Tribulation, anche loro nella sala minore, piantano finalmente la prima bandiera svedese nel fertile terreno di questo Neurotic 2013, e lo fanno con gran classe, divertimento e a gran velocità.

Di nuovo nella sala principale, si va da Scott Hull e soci. La copertina dell’ultimo “Book Burner” campeggia alle spalle dei quattro Pig Destroyer, che, trascinati dalle urla sconnesse di JR Hayes, scatenano sul locale una violenza inaudita. Anche per loro, l’ennesima ottima prova al fulmicotone.

È ora il turno dei Wormed, che io sprovveduto non avevo idea avessero tanto seguito, e per i quali si propone una scena simile a quella vista per i Vader la sera precedente: stanza murata di gente, e a malincuore decido dunque di sacrificarli. Proprio durante questa pausa faccio conoscenza con un altro personaggio fenomenale: Davide, da L’Aquila, che da bravo e soprattutto discreto italiano indossa la maglia azzurra della nazionale di calcio e gira per tutti e tre i giorni di festival in ogni dove, moshpit compreso, con il cartello “free hugs”. Un saluto anche a lui.

Una volta rientrato, pressoché senza pause si esibiscono nientemeno che Immolation, Repulsion e Carcass, e se i primi sono una costante (Dolan con i capelli sempre più lunghi, Vigna sempre più calvo e agitato con la chitarra in mano) e gli ultimi una delle grandi attese di questo 2013 per i motivi che tutti conoscete, i Repulsion sono stati la vera sorpresa: una legnata micidiale, con pezzi scritti ventisette anni fa che dal vivo se la giocano ampiamente con gli ultimi parti dei vari mostri sacri e intoccabili del genere. In più, la formazione è attualmente a tre, con una sola chitarra, da quando Dan/Marissa Martinez (nelle parole del frontman Scott Carlson stesso sul palco) ha riaperto la pratica Cretin, in procinto di pubblicare nuovo materiale. Eppure, nonostante l’età, nonostante la singola chitarra, nonostante la brevità, nonostante tutto, “Horrified” fa scuola. Punto e basta.

Con questo non voglio certo dire che chi li ha seguiti abbia fatto male, eh. I Carcass, dopo la defezione di Erlandsson e soprattutto di Amott, si sono rimessi in pista alla grande. Le varie hit da classifica della coppia Steer-Walker spaccano i culi, non c’è tecnicismo migliore per esprimere il concetto. Dagli estratti dell’immenso “Heartwork” alle origini grind dei primi due lavori, rivedere i Carcass, anche se con due soli membri “storici” alla guida, è sempre appagante. Così come appagante, oltre che impegnativa, è stata la seconda giornata di festival. Balziamo l’afterparty, e diretti a nanna.

Domenica 5
Ed è già l’ultimo giorno. Tappa al Subway per tentare di evitare il frittume olandese, e poi via al locale per l’ultima tornata di brutalità. Si parte con i Defeated Sanity, formazione brutal death tedesca in giro da ormai vent’anni. Non sono un cultore delle frange più estreme, quindi non posso parlare con grande cognizione di causa né particolare obiettività. Il pubblico ha risposto calorosamente e con enfasi, quindi direi ampiamente promossi.

Mi allontano con un po’ di anticipo dal palco principale per posizionarmi in prima fila con la successiva formazione, gli autoctoni Monolith Deathcult, forti del nuovissimo “Tetragrammaton” in uscita in questi giorni. Il gruppo di Kampen, dagli esordi “classici”, di strada ne ha fatta molta. Oggi gli inserti elettronici e gli effetti truzzi che l’hanno resa famosa in qualità di “band tamarra” sono ben presenti nel repertorio live, ma non per questo la parte più cattiva e propriamente metallara non la fa da padrona. Anche per loro quaranta minuti circa di esibizione impeccabile, senza fronzoli e diretta. Cornometro ben alto.

A seguire, mi sposto nella parte sopraelevata della sala principale per godermi i Decrepit Birth, altra piacevole “scoperta” dal vivo: sarà perché live molte finezze si perdono, sarà perché Bill Robinson con quel suo progressismo sinistroide e umanitario sul palco ha l’aria del “mahatma” (o dello stregone, il confine è molto sottile), sta di fatto che i quattro californiani convincono e coinvolgono alla grande, e spero di rivederli quanto prima.

Si prosegue con l’ennesimo grande nome, di nuovo americano (c’è poco da fare, quest’edizione era estremamente orientata verso le brutalità d’oltreoceano): salgono sul palco John McEntee e i suoi Incantation. Nonostante la grande professionalità dimostrata proprio dal frontman durante lo show, il fato è avverso al quartetto della east coast: prima una chitarra o un cavo malfunzionanti, non si è ben capito, hanno costretto McEntee ad abbandonare la sei corde e a dedicarsi alla sola voce per un paio di brani, poi, fornito di un nuovo strumento… dopo pochi minuti si è rotta una corda. La Sfiga è sempre lì, pronta a colpire dal suo angolo buio, ma nonostante la forzata configurazione a una sola chitarra, gli Incantation sono sempre, solo e soltanto una garanzia.

Pausa birra in uno degli innumerevoli locali del centro proprio accanto allo 013, e di nuovo sotto il proscenio, stavolta proprio in transenna, per l’esibizione degli Exhumed, con Matt Harvey sul palco del Neurotic per la seconda volta in meno di quarantott’ore. Stavolta però il repertorio è ben diverso, e la profondità concettuale dei Death è un lontano ricordo: viuleeeeeenza! Devo confessare di essere piuttosto ignorante circa la band di San Jose, quindi quando Bud Burke ha iniziato a vomitare sul palco (!) ho pensato stesse male sul serio. Poi, nel momento in cui si è accasciato a terra ed è entrata una comparsa con camice verde, grembiule bianco, cuffia e mascherina con un defibrillatore sono rimasto perplesso. Infine una volta rimessosi in piedi, terminata la scenetta e a concerto ripreso, ha vomitato DI NUOVO, e sono rimasto esterrefatto. Addirittura, a fine esibizione, ha staccato lui personalmente un telo di plastica precedentemente posizionato sul palco appositamente per raccogliere lo schifo, e si è fatto portare uno spazzolone con cui ha lavato l’intera porzione di pavimento. Tutto preparato per il vomito a comando, dunque, servizio di pulizia incluso nel prezzo. Follia pura.

Archiviati pazzia, cattivo gusto e ributtanti oscenità, si torna seri per l’attesissimo turno dei Possessed: quando Jeff Becerra, unico membro storico rimasto oggigiorno, fa il suo ingresso sul palco, è salutato da un bagno di folla. Dettaglio a me poco gradito: Becerra, si sa, è costretto da oltre vent’anni su una sedia a rotelle, e che i fotografi si accapiglino, trattenendosi molto più del tempo consueto, per riuscire a rubare più scatti possibili di un metallaro disabile, trasmette un’idea di sciacallaggio che personalmente non approvo. Oltre alla rottura di maroni di avere un nugolo di tizi proprio davanti alla transenna che impediscono la visuale per il primo quarto d’ora di concerto, va da sé. Questo premesso, anche della formazione della Bay Area non si può dire che bene: l’oggi voluminoso frontman si agita come un forsennato nonostante i limiti fisici, e per diffondere il suo verbo musicale l’inutilizzabilità degli arti inferiori riesce a non essere un problema. Le forze fresche all’interno della band riescono in questa occasione a non far rimpiangere i vari LaLonde, Torrao e Sus, e il tuffo nelle origini del death metal riesce alla perfezione.

Se quanto offerto dai Possessed era atteso e il live non è stata che una conferma, la vera sorpresa del festival arriva invece dai successivi Cryptopsy: i canadesi, dopo le varie, tralasciabili prove in studio che li hanno contraddistinti di recente, macellano, distruggono e devastano tutto e tutti in un’ora di musica che ha dell’epocale. Menzione d’onore per Matt McGachy, in grado dal vivo di esibire un repertorio vocale incredibile. Il gruppo, a mio modesto parere, se la gioca per l’esibizione migliore del festival con Carcass, Exhumed (anche per motivi scenici) e con la formazione che li ha seguiti: i Cattle Decapitation.

Anche loro segregati tra le strette mura della sala secondaria, anche loro accolti da una muraglia umana impenetrabile, anche loro mietitori inarrestabili. La band di Travis Ryan, forte dell’ultimo (bellissimo) “Monolith Of Inhumanity”, è finalmente riuscita a fare il salto di qualità, che nelle esibizioni dal vivo paga ampiamente. Lo spessore, la grandezza e l’epicità del grind velocissimo e pulitissimo degli americani scatena addirittura del crowd-surfing all’interno dello striminzito spazio, e maciulla le orecchie degli astanti senza pietà. Fantastici.

Siamo agli sgoccioli, manca giusto l’ultima allegra combriccola capitanata da Johnny Hedlund. In un’esibizione che, rispetto alle due dirette precedenti, sembra quasi un defaticamento (con rispetto parlando), i vichinghi svedesi Unleashed eseguono con convinzione e senza sbavature il loro repertorio, che porta alla conclusione di questa edizione 2013 del Neurotic Deathfest.

C’è tempo giusto per un’ultima gita dal kebabbaro lì accanto (dove incontriamo gli Incantation al gran completo intenti ad azzannare la propria cena), poi a nanna per tentare di recuperare un po’ dallo sfinimento sognando tutti i bei momenti di questi tre giorni, che tra poche ore si torna a casa, alla quotidianità milanese, senza averne particolare voglia. Speriamo di ricapitare da queste parti il prossimo anno.

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