PENTACLE + CRUCIAMENTUM + BARBARIAN + INTO DARKNESS (09/03/2013 @ Blue Rose Saloon, Bresso)

PENTACLE + CRUCIAMENTUM + BARBARIAN + INTO DARKNESS (09/03/2013 @ Blue Rose Saloon, Bresso)

Informazioni
Gruppi: Into Darkness, Barbarian, Cruciamentum, Pentacle
Data: 09/03/2013
Luogo: Blue Rose Saloon, Bresso (MI)
Autore: Bosj

Su questo sabato sera si potrebbero spendere fiumi di inchiostro virtuale, tante cose ha messo in luce. Cercherò di essere il più esaustivo (e breve possibile). Anzitutto, le band in questione: Into Darkness, Barbarian, Cruciamentum e Pentacle, ciascuna profondamente diversa dalle altre. Purtroppo ritardi personali non mi hanno permesso di essere sul posto in tempo per vedere l’esibizione dei primi, quindi il report riguarderà solo le tre formazioni successive, e per un resoconto sull’operato della neonata band death/doom di Milano vi rimando a un (per ora eventuale, ma spero) prossimo articolo. I Barbarian giocano “quasi in casa”, essendo l’unico altro gruppo italiano oltre ai già citati Into Darkness, autori di un omonimo full lenght un paio d’anni fa di cui potete leggere qui, gli inglesi Cruciamentum sono alla loro (credo prima e sicuramente) ultima esibizione nel Bel Paese, visto che hanno annunciato il proprio scioglimento di qui a qualche mese per motivi interni, mentre gli olandesi Pentacle sono al loro ritorno in Italia dopo ben undici anni di assenza. Motivi più che validi per far sì che ogni supporter della scena estrema “minore” si presentasse alla porta del Blue Rose Saloon, in quel di Bresso, insomma.

Il che ci porta ad un altro, fondamentale aspetto della serata: il locale. Il Blue Rose è un piccolo pub della periferia nord di Milano, nel comune di Bresso, appunto, il cui nome da qualche mese comincia a circolare con insistenza nell’ambiente rancido e puzzolente del metallo estremo. Finalmente, dopo aver perso l’esibizione dei Cannabis Corpse, di Mike Terrana in veste solista e più recentemente degli Absu, riesco a mettere il naso nel piccolo ma accogliente localino, e ciò che scopro mi rallegra oltremodo: nonostante le dimensioni, nonostante le basse aspettative dovute ad anni di delusioni, devo dire che il posto gode di un’acustica più che dignitosa per la metratura e la tipologia di locale. Forse la proposta della serata, eufemisticamente “poco esigente” in termini di pulizia sonora, ha contribuito al risultato finale, però per una volta che si riesce a sentire un concerto senza avere motivo di lamentarsi dei suoni (qualcuno ha detto Magazzini Generali?), evitiamo qualsiasi ulteriore indagine e procediamo, sperando che non faccia la fine dei vari Covo Antico, Carlito’s Way e compagnia. Nonostante il prezzo decisamente poco “underground” (diciassette fottuti euro!), trovo il posto gremito di metallari di diverso genere e tipo: giovani, meno giovani, diversamente giovani e, per non farsi mancare niente, anche qualche gentil pulzella. Arriviamo così al terzo punto: la gente. Gli accenti sono i più disparati, segno che per i nomi minori qualcuno ancora si muove da lontano, e la cosa non può che far piacere. All’interno del locale, il solito paio di interessanti banchi di dischi e un vociare infinito: tutti amici, tutti a chiacchierare, atmosfera distesa, birra in mano e nient’altro che la voglia di triturarsi le orecchie, canali auricolari e timpani a suon di metal estremo. Tra la piccola folla, scorgo nientemeno che l’inconfondibile basetta di Alberto Contini, leggenda nostrana che non ha bisogno di presentazioni; giusto il tempo di una doverosa e riverente stretta di mano e di lasciargli il biglietto da visita di Aristocrazia (chissà che non legga questo report) e finalmente arrivo a raccontarvi il clou della serata.

Come detto, poco dopo il mio ingresso è dei Barbarian il compito di distruggere il locale con il loro raffinatissimo e modernissimo approccio musicale: tupa-tupa-tupa-tupa-UH-AAAAAAAAH-tupa-tupa-tupa. L’heavy black’n’roll del trio toscano (o comunque vogliate chiamare il divertentissimo casino stile Hellhammer di cui si fa portatore) è ottimo per far scuotere il capoccione in compagnia dell’altrettanto ottima Paulaner rossa servita al bancone. Nel tempo a loro disposizione i fiorentini fanno il massimo scempio consentito del posto e delle orecchie dei presenti, senza mai abbandonare un certo atteggiamento divertito e divertente, che permette loro di essere godibili e del tutto a loro agio, su disco e sul palco, pur senza proporre assolutamente nulla di nuovo. Se ne avete l’occasione, andateli a vedere, se lo meritano.

Terminata la scaletta, il cambio palco prepara gli astanti alla venuta dei Cruciamentum. Il quartetto inglese imbraccia gli strumenti con fare compìto, educato, quasi viene da chiedersi se si tratti davvero delle persone che hanno scritto e registrato “Engulfed In Desolation”. Tempo dieci secondi dall’attacco e ogni parvenza di umanità è persa. Il Male incarnato è salito sul palco. Ammetto di essere di parte, l’evento clou della serata per me sono proprio loro, ma parlo con cognizione dicendo che, forse con la sola eccezione degli inarrivabili Incantation, non credo di aver mai sentito un tale concentrato di cattiveria, velocità, graniticità e malignità uscire dalle casse di un palco. Il riff iniziale di “Deathless Ascension” è addirittura riuscito a scatenare del pogo nel metro quadrato e mezzo del pit a disposizione, metro quadrato e mezzo per tre quarti occupato dal proverbiale energumeno da un metro e novantacinque per centodieci chili che sgomitava e pogava muovendo le persone attorno come ramoscelli secchi… facile fare i froci col culo degli altri, avrei voluto vederlo in mezzo a gente della sua stazza per scoprire se fosse così divertente sgomitare quadrati in testa alla gente in cinque centimetri. A parte questo, siamo solo a marzo e posso già dire che l’esibizione dei Cruciamentum sarà sicuramente da valutare come una delle migliori dell’anno in corso. Un gran peccato che siano costretti a sciogliersi, perché di band di questo calibro non si vuole mai fare a meno. Il death metal come deve essere suonato, senza “se” e senza “ma”. Un muro sonoro di violenza inaudita imbastito dalle due chitarre, un blast beat pressoché perenne che nei momenti di downtempo si apre col resto della strumentazione a passaggi doomy e marcescenti. Brani anche lunghi e articolati, dai testi immaginifici e ispirati, che sul palco rendono a livelli incredibili. In-cre-di-bi-li. E basta. Applausi a scena aperta e, a esibizione terminata, l’insaziabile desiderio di averne ancora e ancora e ancora. E ancora. E poi un altro po’. E poi magari un po’ di più. E a quel punto ricominciare da capo.

Invece è finito tutto troppo presto, e un interminabile tempo vuoto — quasi quaranta minuti, se non vado errato — separa la formazione d’Albione dai Pentacle, storica band olandese della prima ora che non passava da queste parti, come accennato, da oltre un decennio. Il gruppo di Wannes Gubbels è ancora fermo a un full e un ep datati 2005, probabilmente a causa degli impegni che questi ha fronteggiato per qualche anno dopo essere temporaneamente tornato negli Asphyx, ma ha un repertorio decisamente nutrito da cui pescare per la propria ora e mezza circa di esibizione. Dopo i quattro lord di poco prima, c’è da dire che la proposta molto ottantiana e thrashy del trio olandese assomiglia più a un liscio da balera, ma è il rischio che corrono tutti quelli che si esibiscono successivamente a un’eccellenza. In ogni caso, il succitato Wannes è molto contento e propositivo: non si dà pace muovendosi continuamente, basso alla mano, tra i due microfoni preparatigli a breve distanza sullo striminzito palco del Blue Rose, con molta umiltà ringrazia a più riprese i metallari per la presenza e sprona tutti quanti al maggior supporto possibile per la scena. E in verità, nemmeno il tempo a disposizione dei Pentacle è male utilizzato, anzi: seppur in un’ottica totalmente differente rispetto ai Cruciamentum, stiamo sempre parlando di death metal di un certo livello e, soprattutto, che “arriva dalla gavetta” e merita tutto il rispetto possibile. Le similitudini con i primi “periodi” dei conterranei Pestilence si sentono, così come si sente l’influenza del thrash più sporco e ruvido: il cantato anziché growl è un insieme di urla veloci e roche, la batteria è in costante tupa-tupa — anche se chiaramente il risultato finale è lontano anni luce dai Barbarian — e una sola chitarra non si avvicina nemmeno per sbaglio ai livelli di muro sonoro precedenti, ma, e questa è la cosa più importante, nemmeno intende farlo. Gli estratti da “…Rides The Moonstorm” e da “Under The Black Cross” si susseguono senza soluzione di continuità e, perdonatemi la carenza, senza speranza che io riesca a distinguere gli uni dagli altri, poche sono le differenze tra un brano e l’altro. I Pentacle sono ancorati alle proprie radici e sebbene abbiano un nuovo album in lavorazione — se ho ben inteso le parole di Gubbels tra un urlo e l’altro— dubito fortemente si discosteranno da quanto proposto in questa sede e nei passati ventiquattro anni. Ebbene, chissenefrega, anzi, meglio, perchè a noi “ci piacete così”.

D’un tratto, mi ritrovo fuori dal locale a fare quattro chiacchiere con un conoscente e un paio di ragazzi conosciuti al momento, ed è già ora di tornare a casa, ché alle due del mattino il sonno inizia a farsi sentire. Soddisfazione oltre ogni dire per aver goduto di tante prelibatezze in un solo evento, mi rendo conto una volta di più che l’underground ha davvero tanto da offrire.

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