VVITCH FESTIVAL I – Il Sacrificio

19/09/2018, Spazio Ligera, Milano

Le ombre cominciano ad allungarsi in questi ultimi giorni di estate, ed è proprio man mano che la luce si allontana che prende forma il VVitch festival: «un nuovo ciclo di eventi metal ispirato ai temi della stregoneria e del cinema horror». L’evento, che si svolgerà lungo l’arco di quattro giornate (tre pre-fest e un festival vero e proprio), coinvolge la bellezza di diciotto band e tre locali, e si propone come un nuovo tentativo di portare band underground in quel di Milano. Il capoluogo lombardo, paradossalmente, è una città ricchissima di offerta concertistica, ma povera di gruppi di media e piccola portata, particolarmente in ambito metal.

Spectral Voice
Tutto inizia in un mercoledì di settembre nello scantinato più pestilenziale di Milano: lo Spazio Ligera. Il locale di viale Padova è uno dei classici luoghi dove noi meneghini ci ritroviamo sempre più spesso: nella periferia nord della città, con un impianto audio assolutamente non all’altezza e quello di aerazione e ventilazione pressoché inesistente. Per quanto il Ligera sia in realtà un’enoteca, e lo spazio concerti sia letteralmente la sua cantina, il posto è gestito al meglio delle proprie possibilità, l’ambiente è sempre cordiale e accogliente, indipendentemente dal puzzo di cimitero esalato dai gruppi che spesso si esibiscono sul palco striminzito. Insomma ci si va volentieri, anche solo per evitare i vari capannoni in zona industriale cui siamo stati abituati da queste parti nel corso degli anni.

Arrivo in loco appena terminata l’esibizione dei Cardiac Arrest, band che inaugura la serata opportunamente titolata “Il Sacrificio”, e nonostante gli sforzi di cambiare l’aria dello stanzino la cappa di caldo rimane impenetrabile. È in condizioni decisamente poco propizie che salgono sul palco gli statunitensi Spectral Voice, ma il quartetto di Denver non si fa scrupoli e mette in piedi un’esibizione di una concretezza e sintesi assolutamente notevoli. Death-doom della vecchia scuola, che dopo appena qualche demo ha fruttato ai Nostri un contratto con Dark Descent, etichetta loro conterranea che con questi suoni va a nozze (e che tra l’altro vanta in roster anche uno dei tanti progetti che i ragazzi portano avanti parallelamente agli Spectral Voice, i Blood Incantation).

Per tre quarti d’ora abbondanti il gruppo distrugge qualsiasi rimasuglio di presentabilità all’interno del Ligera, e l’insolita formazione con batterista-cantante si fa apprezzare senza alcuna riserva, tra un rallentamento alla Disembowelment e una cavalcata old school figlia degli Incantation e del death dei primi ’90. Il connubio tra disperazione e furia primigenia dal vivo funziona alla grande, proprio come funziona alla grande in studio, e gli Spectral Voice si accomiatano dopo aver seminato l’orrore nello scantinato. Eroded Corridors Of Unbeing, il debutto dello scorso inverno, supera brillantemente la prova del palco, anche se a causa del buio impenetrabile del palco mi è impossibile fare persino una foto orrenda col cellulare.

Demilich
Tempo di fare quattro chiacchiere, chiedendosi se i Dark Buddha Rising possano arrivare a duecento spettatori paganti ed è già ora degli headliner. Antti Boman e soci si presentano sul palco con una notevole dose di buon umore, e il gioviale chitarrista non perde occasione per creare siparietti a suon di freddure. Principale differenza rispetto a chi li ha preceduti è che i Demilich chiedono che le luci del palco rimangano accese, poiché hanno necessità di vedere le tastiere dei propri strumenti: il coefficiente di impossibilità dei brani di Nespithe rimane altissimo ancora a un quarto di secolo esatto dalla sua pubblicazione, e le dita dei Nostri si muovono sui manici in modo quasi schizoide.

Il concerto, complice anche i ritmi ben più sostenuti e complessi rispetto alla musica degli Spectral Voice, è una vera prova di sopravvivenza sia per gli astanti che, soprattutto, per i musicisti: la temperatura è insopportabile, e dopo pochi minuti grondiamo tutti di quel sudore sporco e soddisfatto che solo il death metal suonato in una cantina può regalare. «Stasera suoniamo molto da Nespithe, perché in realtà non è che abbiamo molto altro», dice Boman, ma quando quell’unico disco che hai stampato in un quarto di secolo è ancora una pietra di paragone per più o meno tutti quelli che vogliano suonare le cose difficili, beh, basta e avanza.

A fine concerto, mentre Mikko Virnes corre verso il minivan parcheggiato fuori dal locale e si rovescia una bottiglia di acqua gelata in testa per riprendere una temperatura corporea accettabile, il Ligera si svuota pian piano, lasciando tutti molto soddisfatti e speranzosi per quanto il VVitch Festival promette di offrire.

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