WOLVES IN THE THRONE ROOM + Wolvserpent (18/11/11 @ Milano)

Evento: Wolves In The Throne Room + Wolvserpent
Data: 18/11/2011
Luogo: Leoncavallo, Milano
   
Gruppi:

 
 

È la seconda volta che mi trovo a dover parlare di un concerto dei Wolves In The Throne Room ed è la seconda volta che non so davvero che dire. Partendo dal presupposto che un genere come quello presentato dalla band di Olympia, Washington, non è certamente di facile digestione né caratterizzato da grandi variazioni sul tema portante, anzi forse è proprio questo il maggior punto di forza della proposta del gruppo, è difficile analizzare quanto è stato fatto ieri sera al celebre Leoncavallo di Milano, nello Spazio Foresta, un capannone adiacente all'area principale, dove — avremmo poi scoperto — frattanto si teneva una serata electro di grande richiamo (a spiegare l'abnorme quantitativo di gente orbitante attorno al locale, in particolar modo di belle ragazze, che nessuno si aspetterebbe mai a un concerto black metal).


Wolvserpent

Ma andiamo con ordine. Partiamo dai Wolvserpent, gruppo di supporto dell'Idaho formato da una batterista-violinista e un chitarrista che si occupa anche delle parti vocali. Il sound del duo potrebbe anche risultare particolare, indubbiamente per i primi momenti ha catturato l'attenzione dei presenti, ma l'interesse è presto scemato a causa della durata terrificantemente lunga dei pezzi e della pressoché assente varietà degli stessi. Venti minuti di riffing sempre uguale a se stesso, con qualche sparuta growlata, non sono sufficienti a donare spessore a un'esibizione dal vivo, così come non lo è un quarto d'ora di sviolinata contornata unicamente da feedback di sottofondo. Probabilmente adatti a scaldare le serate d'inverno davanti al camino, seduti in poltrona a rimirare le stelle e il manto nevoso delle montagne, sicuramente non idonei a esibirsi in un capannone autogestito in centro città.


Wolves In The Throne Room

Rapido cambio ed ecco che all'ora delle streghe arrivano gli headliner. I fratelli Weaver — accompagnati dal o dai turnisti di turno (questa volta presente solo il barbuto Kody Keyworth alla seconda chitarra e occasionale growl aggiuntivo, niente bassista sul palco in favore di basi registrate) — sono rocciosi, forse troppo. Dell'ultimo "Celestial Lineage", rispetto ai lavori precedenti, soprattutto i primi due, ho particolarmente notato l'ancora maggiore dilatazione e la minor preponderanza delle sei corde in qualità di protagoniste, a favore di un amalgama sonoro maggiore, più indefinito e fosco. Questo approccio si è manifestato anche in sede live, dove — complice anche la mancanza delle aggiunte da studio come tastiere, sovraincisioni e voci femminili — il risultato finale è un monolite nero di chitarre e batteria dove le une e l'altra spesso si confondono e le partiture delle prime sono di difficile, quando non impossibile, distinzione. Riff su riff su riff, supportati da una batteria sicuramente efficace ed efficiente, persi nella nebbia dei fumogeni da palcoscenico (il concerto si è svolto, come d'abitudine, totalmente al buio, con l'unica illuminazione data dalle luci posizionate sulle tastiere delle chitarre, questa volta nemmeno un cero sul palco), con le occasionali incursioni vocali di Nathan e Kody che quasi mai riuscivano a ritagliarsi il proprio posto all'interno della massiccia struttura intessuta dagli strumenti, finendo sempre per essere udibili a stento, faticosamente.

Il vertice della serata è stato toccato con il penultimo pezzo, "I Will Lay Down My Bones Among The Rocks And Root", brano conclusivo di "Two Hunters", dove dati gli svariati cambi di tempo all'interno dello stesso, le chitarre si sono rivelate più udibili e coinvolgenti ed è stato possibile distinguere i vari passaggi lungo la struttura della canzone, mentre durante le altre quattro esecuzioni il riconoscimento si è rivelato più arduo. Nonostante due o tre imbecilli abbiano tentato del pogo, fortunatamente con ben poco successo, la potenza e la carica emotiva di una composizione del genere hanno coinvolto quasi tutti i presenti, a giudicare dal moto improvviso di teste e spalle all'interno della sala gremita. Apertura e chiusura del concerto sono state affidate, com'era lecito aspettarsi, a due brani di "Celestial Lineage", i quali però non hanno suscitato le stesse emozioni che invece toccano su disco, forse per la scelta — come accennato — di non portare sul palco i diversi orpelli di cui il gruppo fa sapiente uso durante le sessioni in studio. Un personale appunto: mi chiedo come mai, pur utilizzando le registrazioni di basso, scelgano di non riproporre anche, ad esempio, le voci femminili o le tastiere, parti fondanti di quest'ultimo disco. Sicuramente sarebbero state utili per donare maggiore varietà, emotività e non ultimo riconoscibilità alle canzoni.

Dopo la conclusiva "Prayer Of Transformation", comunque, i Weaver salutano il pubblico del Leoncavallo, che pian piano esce dal buio dello Spazio Foresta per tornare alla propria vita di tutti i giorni, dopo quella che, nel bene e nel male, è stata sicuramente un'esperienza degna di essere vissuta. In ogni caso, ci auguriamo che le voci e i criptici commenti di scioglimento del gruppo restino tali.

Scaletta:

  1. Thuja Magus Imperium
  2. Ahrimanic Trance
  3. Cleansing
  4. I Will Lay Down My Bones Among the Rocks and Roots
  5. Prayer Of Transformation
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