I LISTONI DEL DECENNIO #5 – BLACK METAL

Sembra ieri che si chiudeva il primo decennio di questo nuovo, scalcagnato millennio. E invece sono passati altri dieci anni, e da buona webzine siamo già qui a tirare le somme di cosa gli anni Dieci ci abbiano dato e cosa ci abbiano tolto in ambito musicale. Anzi, siccome da queste parti ci diamo delle arie, abbiamo deciso che tiriamo le somme solo di cosa ci porteremo dietro di questo decennio, e ce ne infischiamo delle cose brutte e di quelle che ci sono state portate via, tipo i Motörhead, perché ci farebbe troppo male.

Questo articolo è quindi parte di una serie di listoni da dieci dischi ciascuno che vogliono essere un vademecum di questi anni, pensati per quando saremo estinti e gli alieni finalmente atterreranno sulla Terra e dovranno cercare di capire chi eravamo. O più semplicemente, per chiunque volesse prendersi la briga di sapere quali sono stati secondo noi gli album migliori e al tempo stesso più importanti usciti tra il 2010 e il 2019. Quella che segue è la musica più bella in cui ci siamo imbattuti nell’arco di dieci anni, senza alcun criterio preciso al di là del nostro gusto personale. Il che significa che mancherà sicuramente il tuo album preferito, e puoi farcelo notare, ma con delicatezza, perché questi elenchi non hanno alcuna pretesa di essere esaustivi né di insegnare qualcosa a qualcuno. Sono solo la musica del demonio che ci piace di più.

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BLACK METAL
Come sempre, il black è il genere dove sono successe più cose: è arrivato il blackgaze, si sono affermate scene nazionali fino a dieci anni fa considerate ai margini o quasi (basti pensare all’Islanda, al Canada e anche, in parte, all’Italia), le suggestioni cosmiche hanno lasciato un segno marcato e tanto altro ancora. Riassumere tutto in dieci album è ovviamente impossibile, ma abbiamo tentato di fare del nostro meglio.


ENSLAVED
Axioma Ethica Odini
(Indie Recordings, 2010)
Ivar, Grutle e compagnia vichinga bella aprono gli anni Dieci con un vero e proprio capolavoro, nonché album spartiacque per la loro carriera. Un disco che in quanto assioma non necessita di alcuna dimostrazione da parte nostra, fa tutto da solo, stabilendosi come punto di partenza di una nuova fase per gli Enslaved, definitivamente (?) rivolti al progressive nel senso più puro e originario del termine. Axioma Ethica Odini è un album avanti tanto quanto lo furono, negli anni, i vari Mardraum, Monumension e Below The Lights, ma che trova finalmente la perfetta quadratura di un suono personale e ispirato all’ennesima potenza. Le voci pulite, i cambi di tempo, l’assoluta freschezza della scrittura, tutto condito dall’immaginario mitologico-esoterico e psichedelico dei Nostri, sono gli ingredienti di un piatto completo, che ha fatto da menù quotidiano per più di un redattore di Aristocrazia per molto, molto tempo. Ogni brano trasuda potenza, dall’apertura “Ethica Odini”, passando per il trittico costituito da “Raidho”, “Waruun” e “The Beacon”, fino alla seconda metà dell’album, più aperta e prog della prima: “Giants” e “Singular” fanno da contraltare ai pezzi più articolati, quei “Night Sight” e “Lightening” che consacrano gli Enslaved tra i grandissimi del black metal e del metal estremo in generale.


ALCEST
Écailles De Lune
(Prophecy Productions, 2010)
A inaugurare gli anni Dieci, ci pensa Neige degli Alcest con le preziosissime scaglie di luna. Écailles De Lune, terza creatura della formazione francese (che da questo momento possiamo definire tale, dato l’ingresso ufficiale di Winterhalter dietro le pelli anche in studio), esce dopo l’EP Le Secret e l’album Souvenirs D’Un Autre Monde. Non è facile competere con due piccoli gioielli presto divenuti pietre miliari del blackgaze, eppure Écailles si colloca egregiamente in una dimensione nuova, che sa recuperare dai fratelli maggiori le migliori caratteristiche. L’espressività densa di carica emotiva così presente in Souvenirs arricchisce il suo spettro e ritrova quella malinconia incisiva e dolente sottesa a entrambi i brani di Le Secret. Non c’è solo un miglioramento nella produzione globale, ma un approccio maturo e consapevole delle proprie possibilità. I pezzi sono perfettamente arrangiati e la tripletta d’apertura, che costituisce la gran parte del disco in termini di minutaggio e ancor di più di valore, emerge senza sforzo tra i vertici della musica estrema. Forse questa nuova visione va un filo a discapito della peculiare spontaneità intimistica alcestiana, connaturata al progetto e al suo creatore; tuttavia, è uno dei casi in cui la direzione intrapresa è solida e gratifica a tutto tondo. Di sicuro questo rende l’album così importante nel percorso musicale di Neige e dei suoi fedelissimi ascoltatori, fondamentale all’apertura di un decennio in cui le evoluzioni saranno tutte di buona fattura, ma dagli esiti meno corposi.


DEATHSPELL OMEGA
Paracletus
(Norma Evangelium Diaboli, 2010)
Come già il titolo ci fa intuire, Paracletus (dal greco paràcletos) è un disco salvifico e fatale allo stesso tempo. Un messaggio di perversione e nichilismo che, pronunciato all’inizio di questo oramai morente decennio, ha superato la prova del tempo e si conferma come un’opera unica del suo genere, che non mi trattengo dal definire uno dei migliori dischi black metal della storia. Va pur detto che non inaugura, bensì prosegue ed esalta un percorso di innovazione che i Deathspell Omega hanno intrapreso dal lontano 2004, con Si Monvmentvm Reqvires, Circvmspice, e raffinato nel corso degli anni successivi tra album ed EP. Tutti gli espedienti compositivi e stilistici messi in musica in questo arco di carriera vengono sintetizzati e ulteriormente rifiniti, l’oscurità e la perversione del sound vengono infuocati e spinti fino alla follia. Le distorsioni zanzarose e ruvide del black metal vengono incenerite da un riffing pulito, spietato e dissonante che, insieme alla magistrale sezione ritmica, intesse con armonia aurea architetture schizofreniche e tracotanti. Questa ricercatezza compositiva si rispecchia nell’apparato concettuale e simbolico del disco. Specularmente alla violenza e all’eleganza che permeano ogni nota, Paracletus evoca l’energia distruttiva che la dimensione del Sacro porta dentro di sé, nel suo nucleo più nascosto. L’estasi, la catarsi e l’annichilimento sono i passi centrali del pellegrinaggio dei Deathspell Omega, durante il quale le vie di Dio e del Serpente si confondono. Ciò che rimane alla fine è il Nulla più assoluto, incarnato nella conclusiva “Apokatastasis Panton”, epilogo ai limiti del post-metal di un’opera intesa come un flusso pressoché continuo di malvagità e cattiveria.


MIDNIGHT ODYSSEY
Funerals From The Astral Sphere
(I, Voidhanger Records, 2011)
All’uscita di Funerals From The Astral Sphere il cosmic black metal non era ancora una regola, ma la sua eccezione, e a parte i Darkspace, che però avevano un impianto sonoro completamente diverso, difficilmente il black metal rimandava agli astri e alle entità cosmiche che li popolano. Ci è voluto il primo album di Dis Pater, veterano dell’underground australiano e unico membro del progetto, per mettere insieme tutti i pezzi. Dopo due demo interessanti, ma ancora acerbi, Funerals… è l’elefante nella stanza che nessuno si aspettava. Letteralmente pachidermico, con oltre due ore di durata, il debutto a tutto tondo di Midnight Odyssey pesca a piene mani dalla darkwave novantiana dei Lycia e la trasforma in black metal atmosferico da dieci minuti a pezzo. L’impatto è devastante: lungo, lunghissimo, ma anche estremamente coeso e ispirato, Funerals… è frutto del lavoro del solo Dis Pater (che si è occupato anche della produzione e persino delle illustrazioni) e la sua organicità è a tratti addirittura inquietante. Dall’uscita di questo doppio album è cambiato un po’ tutto, con nuovi progetti cosmici che hanno iniziato a spuntare come funghi (Aureole, Mare Cognitum, Mesarthim) o altri più datati che hanno spostato il proprio orizzonte dall’aurora boreale agli spazi infiniti della volta celeste (Battle Dagorath, Spectral Lore). A quasi un decennio di distanza, il debutto di Midnight Odyssey è una tappa immancabile nel percorso di ogni blackster.


ANAAL NATHRAKH
Vanitas
(Candlelight Records, 2012)
Gli Anaal Nathrakh si sono allontanati dal black metal canonico ormai da diversi anni e ci hanno abituato a una carica di violenza, velocità, grida e disperazione difficilmente confondibile con quelle di altre band affini, il che ovviamente rende davvero difficile etichettarli con precisione. Oltretutto il duo inglese composto da Mick Kenney e Dave Hunt è incredibilmente prolifico e dal 2009 a oggi ha pubblicato la bellezza di sei dischi, l’ultimo dei quali, A New Kind Of Horror, racconta le mostruosità del primo conflitto mondiale; e un nuovo album è previsto per l’anno venturo. Vanitas è stato il lavoro che me li ha fatti conoscere, nel lontano 2012, proprio su suggerimento di uno dei bravi signori di questa redazione: non avevo mai sentito niente di simile prima, ero confusa ed estasiata da tutto quel caos apparentemente senza senso e una volta arrivata ad “A Metaphor For The Dead” m’è pure scappata la risata. Nichilismo, odio per il genere umano e il costante promemoria di quanto effettivamente la razza umana faccia schifo sono solo alcuni dei capisaldi della musica di V.I.T.R.I.O.L. e Irrumator, che con Vanitas raggiungono uno dei picchi più alti della loro sfavillante carriera.


DEAFHEAVEN
Sunbather
(Deathwish Inc., 2013)
Non sono tantissimi gli album che segnano un’epoca in maniera così netta, nel bene o nel male. Dopo il rispettabilissimo seppur leggermente derivativo esordio con Roads To Judah, i Deafheaven con il disco successivo decidono di osare e spostano alcuni passi più in là quello che si era intravisto qualche anno prima con Alcest e con altri progetti che stavano estendendo il raggio d’azione del black metal verso direzioni insospettabili. Subito ci schiaffeggiano con una trveissima copertina rosa e un titolo da gruppo pop punk. Il concept di Sunbather, ispirato a eventi reali nella vita del cantante George Clarke, vede la voce narrante alle prese con la visione di una ragazza che, per l’appunto, prende il sole nel giardino di una “Dream House”. Da lì partono tutta una serie di ricordi, riflessioni, pensieri più o meno consapevoli. Insieme agli intermezzi strumentali di ispirazione post-rock che separano le canzoni più lunghe, il concetto di disparità sociale (e in generale il mondo reale) entra a gamba tesa nell’orizzonte del black metal. Black metal, perché ecco, nonostante la grande attenzione per le melodie, le cose post-, uno strato di sarcasmo che serpeggia qua e là nell’album, il prendere il sole e tutta questa roba qui, i Deafheaven quando serve picchiano fortissimo. Sta a voi capire se questo disco ha segnato il vostro decennio in maniera positiva o negativa, intanto in questa lista ci entra abbondantemente.


CULT OF FIRE
मृत्यु का तापसी अनुध्यान (Ascetic Meditation Of Death)
(Iron Bonehead Productions, 2013)
Tradotto molto sobriamente in Ascetic Meditation Of Death, il secondo album dei Cult Of Fire मृत्यु का तापसी अनुध्यान rappresenta una svolta nella carriera della band e, al contempo, è una delle uscite che più hanno segnato la prima metà di questo decennio. L’opera è un tributo a Kālī, dea induista legata a svariati concetti, tra cui il tempo, la morte e la distruzione, nonché simbolo di sessualità e fertilità e incarnazione dello shakti; i Cult Of Fire rendono omaggio a una divinità così importante tramite un disco caratterizzato da un’epicità dalla forte carica esoterica e a tratti psichedelica che riesce a esaltarne lo sconfinato potere tramite brani dominati da tremolo picking, organi Hammond e sonorità tipiche della zona indiana. I Cult Of Fire bilanciano sapientemente fasi di profonda venerazione ad altre furiose e distruttive, senza mai rinunciare minimamente all’atmosfera che rende l’album così intenso e affascinante, raffigurando in tal modo la dea nei suoi molteplici aspetti; मृत्यु का तापसी अनुध्यान è un’ottima variante del solito — ma sempre apprezzato — black metal a sfondo spirituale-esoterico, in grado di distinguersi dalla concorrenza grazie alla scelta di una tematica poco esplorata nel genere.


MGŁA
Exercises In Futility
(Northern Heritage Records, 2015)
Exercises In Futility si aggiudica di diritto un posto in questa classifica sia per la sua qualità eccelsa (alla quale, passati quattro anni, non penso ci siano da dedicare molte altre parole), ma soprattutto in quanto rappresenta lo zenit compositivo di una della band che più hanno lasciato il segno all’interno della scena black metal contemporanea. Si può affermare con tranquillità che i Mgła hanno intrapreso un percorso compositivo privo di sbavature, a partire da Presence del 2006 fino ad arrivare a questo capolavoro del 2015. Il loro spirito enigmatico e oscuro ha letteralmente ridato vita e spessore a un black metal che iniziava a incepparsi, svecchiandolo di alcuni espedienti stilistici oramai obsoleti e innestandolo su un solido livello concettuale. Già la prima traccia di Exercises In Futility ci trascina in una danza macabra ispirata da idee intrise di titanica negatività, proclamate da una voce urlante che dispensa nichilismo e vacuità a ogni attacco; ariete di quest’opera di demolizione spirituale è il riffing gelido come una lama conficcata tra le costole, che eleva a maligna perfezione i polacchi incappucciati. Ogni volta che riascolto i Mgła mi convinco sempre di più che, come aveva già sentenziato un tedesco dai folti baffi più di cento anni fa, è un nobile intento quello di demolire a colpi di martello le certezze e i dogmi di una realtà che oramai ci appare desolata. Exercises In Futility, insieme ai suoi illustri predecessori, è stato il colpo decisivo che ha dato una forte scossa alle vetuste colonne del black metal e che, allo stesso tempo, ha edificato un nuovo e personale paradigma all’interno del medesimo genere musicale. Come una litania pronunciata a mezza bocca e a volto coperto, la musica dei Mgła ci ha accompagnato lungo questo decennio sgangherato, rimanendo una delle poche certezze in questo mare di dubbio e disperazione.

«There is a style in total denial / A certain elegance of fear / Hesychasm is so much convenient / With the desert within ourselves»
(“Exercises In Futility II”)


BATUSHKA
Litourgiya
(Witching Hour Productions, 2015)
Prima ancora di diventare i protagonisti della soap opera più seguita degli ultimi anni, i Batushka erano già riusciti a lasciare il segno nel panorama estremo con il loro album di debutto. Uscito nel 2015, Litourgiya è indubbiamente una delle opere che più ha caratterizzato questo decennio, forte di una perfetta simbiosi tra la sacralità dei canti ortodossi e la blasfemia del black metal che la band stessa ha scelto di mantenere nella più totale ambiguità, rafforzando così il già evidente contrasto tra l’aspetto divino e quello diabolico della sua musica. Le due anime di cui sono composti i Batushka confluiscono in otto tracce in cui i misteriosi sacerdoti polacchi si muovono sapientemente tra blast beat infernali e passaggi più orientati a un doom metal solenne e cerimoniale, facendo leva su atmosfere esoteriche ed enigmatiche. La quantità di cloni più o meno divertenti che negli ultimi mesi saltano fuori in continuazione dimostra non solo quanto Litourgiya sia rimasto impresso nella mente degli ascoltatori, ma anche come il sound che lo caratterizza sia ormai universalmente riconosciuto come il sound dei Batushka.


FORTERESSE
Thèmes Pour La Rébellion
(Sepulchral Productions, 2016)
Era il freddo dicembre del 2006 quando Athros e Moribond pubblicarono un disco destinato a fare la (piccola) storia del (grande) Québec a tinte nere, Métal Noir Québécois diede infatti i natali alla scena canadese omonima così come la conosciamo oggi: intransigente, francofona e nostalgica. Un ristretto circolo di adepti che è andato consolidandosi con gli anni, passando dallo stato di culto esotico a quello di solida realtà. Thèmes Pour La Rébellion è l’opera che ne certifica la maturazione e il raggiungimento della maggiore età. Gli autori di entrambi questi album fondamentali sono i battaglieri Forteresse, il prodotto più effervescente di quella fetta di suolo nordamericano. Messi di lato gli influssi folk e l’approccio lo-fi degli esordi (la produzione ora è dei Necromorbus Studio), il quartetto sprigiona senza alcun freno l’ardore e l’eroismo tragico di chi ha combattuto nel tentativo di rendere il Québec una nazione, lanciandosi in cavalcate epiche dal sapore amaro, infarcite di tremolo picking freddo e struggente, mentre la batteria deflagra bordate come un cannone di artiglieria; il tutto cesellato di fino sin nel piccolo dettaglio, un coro evocativo, uno stacco atmosferico o un campionamento. Québec City che brucia in copertina è il perfetto ritratto dello spirito indomabile dei Forteresse, Thèmes Pour La Rébellion il loro manifesto più imponente.


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