I LISTONI DEL DECENNIO #2 – DEATH METAL

Sembra ieri che si chiudeva il primo decennio di questo nuovo, scalcagnato millennio. E invece sono passati altri dieci anni, e da buona webzine siamo già qui a tirare le somme di cosa gli anni Dieci ci abbiano dato e cosa ci abbiano tolto in ambito musicale. Anzi, siccome da queste parti ci diamo delle arie, abbiamo deciso che tiriamo le somme solo di cosa ci porteremo dietro di questo decennio, e ce ne infischiamo delle cose brutte e di quelle che ci sono state portate via, tipo i Motörhead, perché ci farebbe troppo male.

Questo articolo è quindi parte di una serie di listoni da dieci dischi ciascuno che vogliono essere un vademecum di questi anni, pensati per quando saremo estinti e gli alieni finalmente atterreranno sulla Terra e dovranno cercare di capire chi eravamo. O più semplicemente, per chiunque volesse prendersi la briga di sapere quali sono stati secondo noi gli album migliori e al tempo stesso più importanti usciti tra il 2010 e il 2019. Quella che segue è la musica più bella in cui ci siamo imbattuti nell’arco di dieci anni, senza alcun criterio preciso al di là del nostro gusto personale. Il che significa che mancherà sicuramente il tuo album preferito, e puoi farcelo notare, ma con delicatezza, perché questi elenchi non hanno alcuna pretesa di essere esaustivi né di insegnare qualcosa a qualcuno. Sono solo la musica del demonio che ci piace di più.

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DEATH METAL
Di cose in questi dieci anni ne sono successe parecchie, nel death metal. Grandi gruppi del passato sono tornati in studio, piccoli gruppi sono diventati grandi e il classico immaginario di mostri e violenza si è arricchito in maniera esponenziale. Oggi Lovecraft e gli alieni sono comuni quanto gli zombie e i referti autoptici, e qui di seguito trovate un po’ di tutto, ma sempre e comunque cose che da una parte ci hanno emozionato e dall’altra abbiamo ritenuto essere importanti.


DISMA
Towards The Megalith
(Profound Lore Records, 2011)
I Disma sono un progetto originato dalla penna dell’ex-Incantation Bill Venner, e hanno presto assunto uno status di culto pur avendo pubblicato un solo album e qualche uscita minore in quasi quindici anni: Towards The Megalith è la dimostrazione che anche dopo più di vent’anni (ormai quasi trenta) il death metal old school può ancora avere tanto da dire. Un sound da primi ‘90, un’atmosfera catacombale e un’illustrazione di Ola Larsson sono il pacchetto che in tanti hanno preso e rimodellato nel tempo, a partire dai Sulphur Aeon e per continuare mezzo roster Dark Descent. Le strutture costruite dagli americani sono semplici e immediate, dritte come fusi e spesse come muri di mattoni, si spostano da momenti più thrashy da death metal della primissima ora a sfuriate del tutto incontenibili, mentre la voce del controverso Craig Pillard rimane parametro di riferimento per chiunque voglia cantare di cripte e sepolcri. Fermi ai box dal suo allontanamento per motivi politici, i Disma dicono di avere un nuovo album pronto da registrare, e tutti si augurano che possa mantenersi al livello del suo predecessore.


SEPTICFLESH
The Great Mass
(Season Of Mist, 2011)
The Great Mass è la conferma che lo scettro di signori del death metal sinfonico resta nelle sapienti mani dei Septicflesh anche nel nuovo decennio; esattamente come aveva dimostrato Communion appena tre anni prima. L’aspetto più impressionante della band ellenica è la capacità di sintesi, di limare qualunque fronzolo superfluo e mantenere un suono sempre imponente, aggressivo, ricco, epico e diretto. The Great Mass fa convivere ritmiche poderose e sezioni orchestrali grandiose (ideate da Christos Antoniou), mentre il growl possente del fratello Spiros sostiene le melodie sempre splendide e accattivanti. Le atmosfere che riecheggiano dalle note vanno dal gotico all’apocalittico, passando per il sublime, sempre con naturalezza estrema, alla faccia di quei progetti che nell’abbracciare sonorità sinfoniche poi deragliano nel barocco più pacchiano o addirittura sfumano tristemente in polpettoni insipidi. Qui al contrario l’intero pacchetto realizzato dai Septicflesh sprigiona interesse e curiosità, compresi i testi che raccontano di oscure divinità poco amichevoli nei confronti della razza umana, di incubi da cui è impossibile uscire, della morte come annientamento di nomi, facce e trionfi, e di architetti sadici. Una garanzia.


GORGUTS
Colored Sands
(Season Of Mist, 2013)
Ogni album dei Gorguts, dal 1993 a questa parte, è un prodotto che definire sicuro risulta eufemistico. Si finisce regolarmente risucchiati al di fuori del mondo, in luoghi permeati di oscurità e magia, evocate da un’arte compositiva senza eguali. Colored Sands è l’ennesimo risultato stupefacente di una formula oramai rodata, ma mai intaccata dal tempo, anzi. Con l’incedere impietoso della clessidra lo stile dei canadesi si è solidificato, grazie alla paziente stratificazione di sonorità imprevedibili e dissonanti, le cui velocità e sregolatezze sono state ammaestrate e indirizzate verso una forma ben definita e mai fine a se stessa. Destabilizzati dalle raffiche di doppio pedale e storditi dalle maestose costruzioni chitarristiche, ci si ritrova in templi sepolti da sabbie dal colore innaturale e dall’aspetto eterogeneo, mosse da un vento impetuoso che crea forme e significati sempre diversi. La magniloquenza del riffing e la fatalità del cantato generano monumenti dal sentore esotico, rimasugli di un mondo perduto che ha lasciato dietro di sé effigi dalle linee intricate e sublimi, circondate da idoli di pietra dallo sguardo minaccioso, pronti a difendere il loro suolo sacro. Questo viaggio mistico e stordente è reso possibile dall’ardore compositivo di Luc Lemay e compagnia, capaci di spingere il death metal sino ai limiti strutturali che lo caratterizzano, riuscendo a danzare senza difficoltà su quella sottile linea che separa un prodotto chiaro e ben definito dalla sua sempre possibile degenerazione. L’uso smodato della tecnica è fin troppo comune nell’ultimo decennio e molto spesso finisce per trasformarsi in vana estrosità e auto-compiacenza; al contrario i Gorguts, insieme ad altri grandi nomi della scena contemporanea (Deathspell Omega, Ulcerate, Dysrhythmia), hanno dimostrato con sapienza di poter impregnare anche le costruzioni strumentali più elaborate di atmosfere magnifiche e surreali .


CARCASS
Surgical Steel
(Nuclear Blast, 2013)
Non dovrebbe nemmeno essere necessario spiegare per quale motivo questo album si trovi qui. Diciassette anni dopo essersi sciolti ed esattamente venti dopo Heartwork, i Carcass spiegano una volta per tutte come dovrebbe suonare un disco di reunion. Messe da parte le derive felicione di Swansong, la premiata coppia Steer & Walker riparte dall’opera che li ha consacrati come una delle formazioni più qualitativamente irraggiungibili del mondo death metal e ne attualizza il sound al 2013. Surgical Steel riesce a essere al contempo ispirato, nostalgico, divertente, classico e moderno. Sebbene la produzione Nuclear si senta e sia lontana anni luce dal periodo grind della band di Liverpool, i ragazzini del 1988 ormai sono uomini maturi e professionisti navigati, in grado di realizzare davvero il disco con cui qualsiasi band death metal deve confrontarsi se vuole rimettersi in gioco dopo un periodo di inattività; gli stessi At The Gates dissero di avere come obiettivo per il loro album di reunion il lavoro fatto dai Carcass. Anni dopo, Surgical Steel è ancora il perfetto esempio di come si bilanciano vecchio e nuovo.


THE MONOLITH DEATHCULT
Tetragrammaton
(Season Of Mist, 2013)
Prendi un riff death metal e suonalo nel modo più grosso che puoi. Nel dubbio, suonalo più grosso. Mettici dietro ritmiche enormi, o meglio delle cannonate che farebbero invidia a un intero plotone di bombardieri. Ripeti il tutto buttandoci dentro beat inverosimilmente tamarri e poi continua così per un’oretta, parlando della Guerra del Golfo, di genocidi in Africa, di comunismo e di integralismo islamico. Ti è uscito un geniale disco “Supreme Avantgarde Death Metal”? Sicuramente no, perché quel disco esiste già, si chiama Tetragrammaton e l’hanno fatto uscire i The Monolith Deathcult nel 2013. L’allora quintetto olandese era già una decina d’anni che cercava di far vedere al mondo quanto il death metal potesse essere rivoluzionato per farlo diventare non un bene di consumo per chiunque, bensì una metodica e infallibile arma di distruzione di massa infarcita di umorismo paradossale ed elettronica danzereccia. Tetragrammaton è un dissacrante monumento di improbabile genialità che usa il death metal soltanto come un pretesto per sfondarvi i neuroni; Tetragrammaton è, a detta stessa dei suoi creatori, un ammasso di stupida e troglodita schifezza. Sarà… ma io vi sfido a rimanere impassibili e a non sentirvi anche voi fomentati dall’odio degli ayatollah ascoltando “Human Wave Attack”.


BLOOD INCANTATION
Starspawn
(Dark Descent Records, 2016)
Emersi in un periodo in cui il death metal stava riscoprendo colossi come Demilich e Timeghoul, i Blood Incantation si sono ritrovati a essere la band giusta al momento giusto, e questo grazie a uno di quei debutti intransigenti che hanno lasciato a bocca aperta i fan. Nell’arsenale di Starspawn non c’è spazio che per una sola arma: la qualità. Sarà derivativo rispetto alle band citate, non vi è alcun dubbio, eppure fa la sua parte talmente bene da sopperire ogni altro tipo di mancanza. Pieno da impazzire di riff storti, cromatici, che creano pezzo per pezzo, momento per momento, un mondo sconvolgente per la psiche umana. I brani non hanno paura di prendere svolte inattese nel loro sviluppo, come ad esempio rallentamenti doom o melodie nerissime che finiscono per scaraventarci ancora più nel profondo delle atmosfere lovecraftiane tanto care alla band. Attenzione quindi ad avvicinarsi a Starspawn senza accorgimenti, perché potreste rimetterci la salute mentale.


INVERLOCH
Distance | Collapsed
(Relapse Records, 2016)
Nati da una costola (il batterista Paul Mazziotta e il bassista Matthew Skarajew) degli storici diSEMBOWELMENT, una delle pietre angolari del death-doom, gli Inverloch tornano a dispensare morte e destino con la classe di chi, questo genere, ha contribuito a definirlo. Nella versione digitale Distance | Collapse contiene i tre brani dell’EP Dusk | Subside uscito nel 2012, più altri cinque capitoli di disagio catacombale che i fan dello storico gruppo australiano aspettavano come il pane dopo anni di digiuno; un corpus musicale organico, come un’opera in più atti. Nel sound nebbioso degli Inverloch ci sono più meditazione e atmosfera rispetto ai tempi dei diSEMBOWELMENT, un’esasperazione in chiave funeral di quell’istinto alla sofferenza che tanto ci piace. Ascoltare questo album è come passare a miglior vita nel sonno, ciò che più o meno tutti auspicano quando immaginano la propria fine terrena: un’ora e due minuti di lentezza, arpeggi e riff schiacciasassi, su cui incombe la voce cavernosa di Ben James, autore anche dei testi. Se non vi commuovete con pezzoni come “From The Eventide Pool”, “The Empyrean Torment” o “The Menin Road”, non potete essere nostri amici né potete sapere cos’è il malessere.


IMMOLATION
Atonement
(Nuclear Blast, 2017)
Colpe da espiare, parafrasando il titolo, ce ne sono ben poche. Gli Immolation sono una band consistente fino al midollo, tant’è che ben due dei tre album usciti questa decade (Majesty And Decay e il qui presente Atonement) sono stati accolti dai fan con un certo entusiasmo. Entusiasmo a cui ci uniamo in particolare per quanto riguarda il decimo album della band. Atonement segue la ricetta che gli Immolation ci hanno insegnato ad amare: i riff sulfurei di Bob Vigna si incastrano uno dietro l’altro in strutture intricate che proseguono nel loro incedere senza pietà, con il fine di annichilire l’ascoltatore. Atonement è un disco poco immediato, che necessita di tempo per farti entrare nello spirito giusto per apprezzarlo, anche a causa di un recupero di sonorità più vicine ai classici della band (come Here In After) che alla produzione più moderna. Al contempo però chi ha abbastanza forza per misurarsi con questo abisso stridente verrà a contatto con una serie di passaggi davvero memorabili, e poco importa che la formazione ci abbia abituato a standard piuttosto alti sin dal concepimento.


SULPHUR AEON
The Scythe Of Cosmic Chaos
(Ván Records, 2018)
Probabilmente è quasi impossibile quantificare il numero di gruppi e di dischi all’interno dell’universo metal ispirati, in maniera più o meno evidente, alla letteratura di Lovecraft. In questo novero infinito, però, spiccano prepotentemente i Sulphur Aeon, quintetto teutonico che ha interiorizzato l’orrore cosmico scaturito dalla penna del maestro di Providence in un modo inconcepibile per ogni altro essere umano. Da tale blasfema interiorizzazione, che negli anni è diventata un vero e proprio legame sinergico che canalizza in questo mondo la volontà dei Grandi Antichi, sono nate due abominevoli mostruosità: Swallowed By The Ocean’s Tide nel 2013 e Gateway To The Antisphere nel 2015, il cui scopo era preparare l’umanità alla venuta del Caos primigenio, di Colui Che Non Può Essere Nominato, The Scythe Of Cosmic Chaos. La maturazione artistica raggiunta in questo disco è impressionante: laddove prima c’erano folli visioni di violente geometrie non euclidee, ora ci sono strutturati e consapevoli rituali di evocazione che farebbero tornare sano e poi impazzire nuovamente anche il buon Abdul Alhazred. L’ispirazione è alle stelle (evidentemente allineate in quel solstizio di inverno che ha visto l’uscita di tale incomprensibile idolo musicale) e la padronanza dei propri mezzi è notevole. Tra ricordi di Yuggoth, inni alla saggezza stellare, sinistri sabba oceanici e viaggi onirici attraverso i Sette Cancelli, dall’altopiano di Leng alla sconosciuta Kadath, i Sulphur Aeon dimostrano di essere il gruppo più interessante e capace del decennio. Ascoltare questa opera porta a un solo possibile epilogo: venerare il globo lunare, assistere alla metamorfosi dei propri polmoni in branchie e ritrovarsi, in meno di un’ora, alla corte del Demone Sultano. E se non è sempre stato il vostro sogno inginocchiarvi di fronte a una divinità cieca e idiota che brandisce lo scettro dell’annientamento, allora non vi meritate i Sulphur Aeon. Iä! Iä!


KRYPTS
Cadaver Circulation
(Dark Descent Records, 2019)
Sento che è mio dovere, tutte le volte che ne ho occasione, ricordare agli appassionati quanto il death metal finlandese non si limiti alla frangia più melodica del genere. Capitemi, non ho nulla da dire contro band come gli Insomnium (anzi), tuttavia ciò che mi lascia perplesso è che si tende a dimenticare che la Finlandia ha prodotto alcuni dei dischi più squisiti in termini di marciume e atrocità. I Krypts, freschi di pubblicazione del proprio terzo album Cadaver Circulation, ne sono uno degli esempi più recenti, e a dire il vero quello probabilmente più lampante. Già dal primo ascolto si rimane allibiti davanti a un suono che emana un’oscurità tanto opprimente, al punto tale da farti dimenticare cosa sia la luce già a metà della scaletta. Ogni passaggio taglia nella carne, e ogni ferita è infetta, purulenta. Non ci sono modi conosciuti per sopravvivere all’ascolto di Cadaver Circulation, ma è evidente che non è certo quello che vogliamo. Inutile dire che abbiamo bisogno di band come i Krypts, che sanno come farci vivere fino in fondo il terrore, la sofferenza, la brutalità tipiche del death metal, mantenendolo credibile anche per gli ascoltatori rodati.


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