I 10 migliori album non metal per metallari 2010-2019

I LISTONI DEL DECENNIO #6 – ALTRI GENERI

Sembra ieri che si chiudeva il primo decennio di questo nuovo, scalcagnato millennio. E invece sono passati altri dieci anni, e da buona webzine siamo già qui a tirare le somme di cosa gli anni Dieci ci abbiano dato e cosa ci abbiano tolto in ambito musicale. Anzi, siccome da queste parti ci diamo delle arie, abbiamo deciso che tiriamo le somme solo di cosa ci porteremo dietro di questo decennio, e ce ne infischiamo delle cose brutte e di quelle che ci sono state portate via, tipo i Motörhead, perché ci farebbe troppo male.

Questo articolo è quindi parte di una serie di listoni da dieci dischi ciascuno che vogliono essere un vademecum di questi anni, pensati per quando saremo estinti e gli alieni finalmente atterreranno sulla Terra e dovranno cercare di capire chi eravamo. O più semplicemente, per chiunque volesse prendersi la briga di sapere quali sono stati secondo noi gli album migliori e al tempo stesso più importanti usciti tra il 2010 e il 2019. Quella che segue è la musica più bella in cui ci siamo imbattuti nell’arco di dieci anni, senza alcun criterio preciso al di là del nostro gusto personale. Il che significa che mancherà sicuramente il tuo album preferito, e puoi farcelo notare, ma con delicatezza, perché questi elenchi non hanno alcuna pretesa di essere esaustivi né di insegnare qualcosa a qualcuno. Sono solo la musica del demonio che ci piace di più.

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ALTRI GENERI
Perché non di solo metallo vive il metallaro, anzi, è sempre soddisfatto quando riesce a trovare un po’ di malæ in generi affini e può fare il grosso con gli amici dando sfoggio della propria cultura musicale a 360°. Che è poi quello che facciamo qua. Questa è una carrellata di album secondo noi rilevanti e in un qualche modo vicini a Satana, ma senza chitarroni, urla e blast beat.


WARDRUNA
Runaljod – Yggdrasil
(Indie Recordings, 2013)
Gli iniziati conoscono Einar “Kvitrafn” Selvik da quand’era poco più che ragazzino, quando a vent’anni entrò nei Gorgoroth per registrare Twilight Of The Idols. Proprio in quegli anni però, a latere della più celebre band black, Selvik iniziava a lavorare alla sua band, i Wardruna. Nel 2009 il debutto Gap Var Ginnunga, la prima parte della trilogia ispirata al Futhark antico, squassò il sottobosco metallaro con un sound folk fino ad allora solo accennato e mai così completo, ma fu con Yggdrasil, il secondo episodio della trilogia, che la fama dei Wardruna travalicò i confini del reame del metallo per arrivare letteralmente ovunque. L’esoterismo, la storia antica e il recupero della strumentazione tradizionale scandinava miscelati in Runaljod, a tutti gli effetti più un concept lungo tre dischi che altrettanti lavori separati, poco dopo l’uscita di Yggradsil arrivano a rimbombare in tutto il pianeta. Nel 2014 i Wardruna vengono coinvolti nella lavorazione della colonna sonora di Vikings, mentre nel Nord del mondo si risveglia un retaggio folk sciamanico con la nascita di nuovi progetti che raccolgono gli insegnamenti di Selvik e compagni (Osi And The Jupiter, Ulvesang, Forndom, i più scenografici Heilung e tantissimi altri). Da questo punto in poi i Wardruna non hanno fatto che crescere, collaborando con giovani talenti del mondo pop scandinavo e addirittura ottenendo recentemente un contratto con Columbia. E pensare che tutto è nato da un batterista black metal appassionato della storia della sua terra.


BEASTMILK
Climax
(Svart Records, 2013)
Sulle nostre pagine, ci si aspetterebbe che Kvohst (all’anagrafe Mat McNerney) possa finirci per via di lavori come Supervillain Outcast dei Dødheimsgard o come il recentissimo ritorno dei The Deathtrip. E invece ci finisce per un disco che il metal lo sfiora soltanto e che dalla sua uscita — o meglio, da quando il sottoscritto lo scoprì due o tre anni fa — costituisce un ascolto fisso. Il disco in questione è Climax, l’album di debutto dei Beastmilk: un concentrato di post-punk apocalittico che trae linfa vitale dal gothic-death rock degli anni ’80, con ovviamente un occhio di riguardo alla terra di origine di McNerney e del genere stesso, l’Inghilterra. Dieci tracce caratterizzate da una qualità compositiva eccezionale, senza un calo di tensione che sia uno, che vanno dal boogie infernale di “The Wind Blows Through Their Skulls” a “Genocidal Crush”, perfetta e catchy dalla prima all’ultima nota, dalla scatenata “Fear Your Mind”, al romanticismo di “Love In A Cold World”: Climax è un gioiello di assoluta caratura che splende di luce propria da ormai sei anni, difficile da eguagliare in virtù della sua particolarità e della sua qualità.


EMMA RUTH RUNDLE
Some Heavy Ocean
(Sargent House, 2014)
Nel listone di qualche giorno fa sul post-metal, avevo citato il ruolo cruciale della Sargent House nel facilitare la creazione e la diffusione di un universo musicale sempre più interconnesso e slegato dall’appartenenza a generi specifici. Ecco, i lavori solisti di Emma Ruth Rundle, già chitarrista nel terzo disco dei Red Sparowes e figura assolutamente ubiqua all’interno della suddetta scena con progetti come Marriages e Nocturne, si inseriscono esattamente in questa cornice. Some Heavy Ocean è il suo debutto, un disco che si pone all’incrocio tra le trame sonore atmosferiche tipiche del post-rock e l’approccio intimo del cantautorato folk. Coordinate che Rundle ha padroneggiato con sempre maggiore consapevolezza nel corso degli ultimi anni, diventando un’ispirazione chiave per decine di progetti emergenti (fino a essere nominata curatrice dell’edizione 2020 del Roadburn Festival).


HEALTH
Death Magic
(Loma Vista, 2015)
Ormai lo avrete capito anche voi, le band di facile catalogazione non ci piacciono proprio ed è una croce e delizia. Che roba fanno gli HEALTH? Il terzetto statunitense, ex quartetto, ha cominciato nel 2006 proponendo noise rock, né più né meno, ma col tempo ha finito per inglobare nelle proprie sonorità anche massicce quantità di elementi industrial ed elettronici: allo stato attuale si autodefiniscono fautori di racket music. Death Magic è il manifesto dei nuovi HEALTH, il disco che ha fatto da spartiacque tra lo stile musicale degli esordi e quello attualmente proposto. Quasi quaranta minuti di melodie, riverberi e la voce ovattata e sognante di Jake Duszik; brani a volte più ritmati e violenti (“COURTSHIP II”), altre melodici e quasi più vicini al pop (“LIFE”). A questo punto è doveroso segnalare anche l’ottimo successore di Death Magic, Vol. 4 :: Slaves Of Fear, pubblicato quest’anno, che ha sancito definitivamente il sodalizio tra gli HEALTH e l’elettronica. Non fatevi ingannare, però, perché a livello di testi parliamo sempre di nichilismo, robe deprimenti e più di un memento che la vita in fin dei conti un po’ schifo lo fa.


CHELSEA WOLFE
Abyss
(Sargent House, 2015)
Come avrete letto un paio di paragrafi più su, Sargent House è ormai famosa nel microcosmo underground per la sua proposta eterogenea, dai confini di genere sbiaditi. Uno dei punti più alti del catalogo coincide con quello che probabilmente è il miglior lavoro di Chelsea Wolfe, cantautrice-sacerdotessa oscura che già di suo ama spaziare in lungo e in largo tra sonorità distanti fra loro. Abyss arriva nel 2015 dopo Pain Is Beauty, un album dalle forti tinte elettroniche, e se ne discosta ampiamente: oscuro come l’artwork con cui si presenta, è un lavoro di stampo drone-doom, in cui trovano spazio spunti variegati che vanno dalla darkwave alla noise, fino all’industrial. L’eterea voce della Wolfe si staglia su strutture ora essenziali e quasi standardizzate, ora stratificate e più sperimentali: l’abisso in cui ci trascina la cantautrice di Sacramento è un luogo opprimente e magnetico, in cui però ci si ritrova al sicuro, intravedendo pure una certa luce in episodi come “Maw” e “Crazy Love”. Tra i rintocchi cadenzati di Jess Gowrie e l’indispensabile lavoro di Ben Chisholm su svariati strumenti, Abyss è una perla di rara bellezza e difficile da replicare; e pazienza per l’inspiegabile zeppola della Wolfe in “Color Of Blood”, la amiamo comunque.


KAUAN
Sorni Nai
(Blood Music, 2015)
Una sola canzone, cinquanta minuti: Sorni Nai è il settimo album della stupefacente creatura di Anton Belov, i Kauan, ed è tematicamente incentrato sul cosiddetto incidente del passo di Djatlov, avvenuto la notte del 2 febbraio 1959, durante il quale nove escursionisti accampati nella parte settentrionale dei monti Urali morirono per cause rimaste sconosciute. I sette movimenti che compongono l’opera portano il nome dei numeri da 1 a 7 nella lingua parlata in quella località, mentre tutti i testi sono, come tradizione, esclusivamente in finlandese; ed è così che i Nostri ci raccontano questi misteriosi eventi, cantando lentamente ma con tensione costante, seguendo onnipresenti melodie che si rincorrono e si riacchiappano, dandosi il cambio ed evolvendosi traccia per traccia. “Akva” e “Kit” introducono a grandi linee il gruppo e il luogo, e già sul finale del secondo atto le parole confermano quanto la musica già faceva presagire: «Pakkanen tappaa hiljaa / kun saa jotakin elävää ansaan / ja kulkija jokainen tuntee / sen henkäyksen sormissaan» (it. «il gelo uccide in silenzio quando qualcosa di vivo entra nella sua trappola e ogni viaggiatore percepisce il suo sospiro tra le proprie dita»). La visione si distorce in “Khurum”, che descrive l’arrivo del gelo, della tempesta e dell’ultima notte dei nove viaggiatori, ed è così che in “Nila” si ode per la prima volta il nome di Sorni Nai, l’antica divinità venerata dagli autoctoni mansi, che richiama la tempesta verso gli avventurieri. Le atmosfere si fanno sempre più grosse e disperate, tra la voce femminile registrata in “At” e l’approccio più tendente al doom metal di “Khot”, fino alla conclusiva “Sat”, che riprende parole usate in precedenza per terminare l’oscura narrazione portata avanti dal quintetto russo. Proprio come per i viaggiatori del ’59, Sorni Nai non lascia scampo neppure ai suoi ascoltatori: nella sua interezza, l’album è un’opera d’arte unica, un viaggio trascendentale capace di far (ri)vivere dentro ognuno di noi fatti lontani nello spazio e nel tempo. Perché avere una storia da raccontare non sempre basta, bisogna sapere anche come farlo; Belov, moglie e soci, in questo senso, potrebbero avere una o due cosette da insegnare a chiunque.


öOoOoOoOoOo
Samen
(Apathia Records, 2015)
Samen dei öOoOoOoOoOo — da leggere come Chenille — è uno di quegli album per cui un misero paragrafo non potrà mai essere sufficiente a descriverne la grandezza. Quella che finora è l’unica opera pubblicata dal duo francese conquistò una discreta fetta della nostra redazione al tempo della sua uscita e ancora oggi mantiene il suo fascino, grazie all’immensa abilità di Asphodel di trasformare la propria voce in modi sempre diversi e a quella del compagno di avventura Baptiste Bertrand di manipolare il comparto strumentale a proprio piacimento. Attraversare con disinvoltura svariati generi nel giro di pochi minuti non è da tutti, ma i öOoOoOoOoOo portano il concetto all’eccesso, passando senza fatica dal jazz al trip-hop, dal metal estremo alla musica disco, dal punk alla drum’n’bass, da qualunque stile musicale vi venga in mente al suo esatto opposto; allo stesso tempo, la variopinta vocalità della cantante si veste prima di un’emotività di stampo pop, poi di un’eleganza che rimanda alla lirica e infine di una malignità tipica della musica estrema, apportando sempre nuove sfumature alla propria espressività. Samen è un disco da cui stare lontani se avete l’ossessione di catalogare tutta la musica che ascoltate, tuttavia non c’è dubbio sul fatto che valga assolutamente la pena di andare in crisi per colpa del Bruco.


STEVEN WILSON
Hand. Cannot. Erase
(Kscope, 2015)
Partiamo da un punto fermo: Steven Wilson è senza alcun dubbio fra i più grandi musicisti prog contemporanei, ma pure di sempre; coi Porcupine Tree ha scritto pagine di storia del genere, togliendo quella coltre di naftalina che gli gravava sulle spalle e andando ben oltre le pur interessanti ma derivative esperienze del neoprog venuto a galla tra gli anni ’80 e ’90, con un piglio pop e suoni che strizzavano l’occhio ai fan del metallo. Da solista, e quindi con ulteriori margini d’azione, Wilson ha avuto la libertà di lavorare con enormi personalità del panorama mondiale e di assemblare, album per album, delle formazioni di spessore assoluto funzionali alle sue richieste. Con Marco Minnemann, Guthrie Govan, Adam Holzman e Nick Beggs ha registrato quello che fin qui è il disco che meglio di tutti rappresenta le sue varie anime artistiche: un concept album liberamente ispirato alla tragica vicenda di Joyce Carol Vincent, una storia fatta di alienazione, disagio sociale e solitudine. A differenza dei dischi precedenti, che pur essendo meravigliosi potevano talvolta risultare prolissi o inclini all’onanismo strumentale, Hand. Cannot. Erase. è equilibrato e fa della tecnica uno strumento potentissimo a disposizione dell’estro autoriale di Steven Wilson, che si muove agilmente tra splendide suite (“3 Years Older”, “Routine” impreziosita dalla voce di Ninet Tayeb, e “Ancestral”), episodi elettronici (“Perfect Life”, per cui è stato realizzato un video), brevi ma intensi pezzi strumentali (“Regret #9”) e brani più in linea con la forma canzone sperimentata coi Porcupine Tree (“Home Invasion” su tutti). Capolavoro progressive degli anni ’10 a mani basse, ma che dico, bassissime.


ULVER
The Assassination Of Julius Caesar
(House Of Mythology, 2017)
Gli Ulver non sono grandi artisti solo per quello che fanno ma anche e soprattutto per i tempi e le modalità che scelgono, per farlo. Spopola il trip-hop? Il risultato è Perdition City; stanno tornando in auge gli anni ’70? Un bel disco di cover psych rock (Childhood’s End) è servito. I sintetizzatori analogici, la synthwave, magari con un pizzico di Depeche Mode? Arriva The Assassination Of Julius Caesar. La classe è quella consueta, i testi di Garm, che mette un po’ da parte il flusso di coscienza, sono infarciti di riferimenti storici antichi e moderni e sono, assieme alla musica ora un po’ disco, ora un po’ new wave, un tripudio di cultura pop raccontata da gente studiata per gente studiata. Nel calderone iconografico dei Lupi c’è dentro di tutto: Lady Diana protagonista di “Nemoralia”, brano d’apertura; il decadentismo e la disfatta dell’antica Roma in “So Falls The World”; la condanna della guerra gridata in “Angelus Novus”; le due Santa Teresa (D’Avila e di Lisieux) nel pezzo da dancefloor “Transverberation”; quindi l’enigmatica e criminale figura di Charles Manson nella psichedelica “1969”. Qualunque sia il decennio che prendiamo in esame, fin dalla loro formazione gli Ulver un segno tangibile lo lasciano sempre, bello netto; con The Assassination… lo tracciano coi laser.


ANNA VON HAUSSWOLFF
Dead Magic
(City Slang, 2018)
Si può, nel 2018, avere successo proponendo una commistione di darkwave, Nico, rock progressivo, drone e doom metal? Beh, Anna von Hausswolff è la prova vivente che sì, si può. Svedese, classe 1986, figlia dell’artista audiovisivo Carl Michael von Hausswolff, Anna è cresciuta a pane e organo, strumento che ha praticato parallelamente agli studi di architettura. Sempre dall’organo nasce Dead Magic, un disco nel quale la disperazione si fa musica e prende il sopravvento, assumendo le sembianze crudeli e vendicative della tragedia greca. I tre movimenti di “The Truth, The Glow, The Fall” straziano fino alle ossa, maciullandoci la carne; la voce di Anna canta l’amore ma è quella di un’erinni nella successiva “The Mysterious Vanishing Of Electra”, che scende fino al fondo degli inferi in un vorticare di meravigliose tessiture sonore e robuste percussioni; “Ugly And Vengeful” è un inno alla disperazione che comincia con droni e voci dissonanti, cui dopo poco si aggiunge un battito ossessivo fino al delirante crescendo finale. “The Marble Eye” suona come un prodromio funebre per la conclusiva ariosa risurrezione di “Källans Återuppståndelse”, che ci lascia addosso una coltre soffice e cangiante: è un’ascesa frutto di una perdita, in cui l’alleggerimento che percepiamo è comunque doloroso, perché una parte di noi è morta, semplicemente.


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