Il lato oscuro del folk in 12 album

Il lato oscuro del folk in 12 album

Non tutti i seguaci della musica del demonio sono anche appassionati di folk, ma per quella fetta dei nostri lettori amante di queste sonorità altre rispetto al metal abbiamo deciso di preparare qualcosa di diverso. È per loro, ma anche per chi di questo genere sa poco e niente, che abbiamo realizzato una breve panoramica, volta non tanto a tessere le lodi di quelle realtà che hanno (ri)fatto la fortuna del folk quanto, piuttosto, a sottolineare le migliori uscite di genere legate al Vecchio Continente (e provenienti non solo da esso). Nel tentativo di farci strada in questa selva buia e intricata, ci siamo dati come linea guida quella di ripercorrere le pubblicazioni più significative avvenute dai primi Duemila a oggi, passando dalle opere prettamente devote al Nord a quelle incentrate sul paganesimo, sui miti e sulle leggende della madrepatria dei musicisti coinvolti, includendo anche alcuni di quegli album che, secondo noi, ben rappresentano le sembianze più squisitamente dark del filone.

Che la musica tradizionale abbia vissuto in un certo senso una fase di riscoperta già negli anni ’90 del secolo scorso è indubbio. I Corvus Corax, probabilmente, sono stati tra i primi a riportare a galla una certa passione per le più antiche tradizioni, sia musicali che culturali, spirito che è andato solo rafforzandosi nel tempo grazie a nomi come quello dei Faun e degli Omnia, fino ad arrivare a una delle figure centrali del genere oggigiorno, ovvero Einar Selvik. Con estrema probabilità è stato proprio il compagnone di Gaahl ed ex batterista dei Gorgoroth a introdurre una buona parte dei nuovi ascoltatori al genere (in combinazione con il successo della serie tv Vikings), affascinandoli con un approccio alla mitologia nordica unico; attenzione però, il folk dei nostri giorni non è solo rune, vichinghi e Scandinavia. Dalla penisola iberica agli Urali, dal punto più a nord a quello più a sud del nostro continente, sono state molte le formazioni a rielaborare in maniera originale la forma più semplice di musica conosciuta all’uomo, ed è questo l’aspetto che più di ogni altra cosa ci preme sottolineare.

Senza ulteriori indugi, ora, ecco la nostra lista dei dodici dischi che rappresentano al meglio lo sviluppo del folk più oscuro ed evocativo degli ultimi anni: tutti album che si adattano perfettamente all’ascolto tanto nei boschi quanto al buio di casa propria; la riproduzione in spiaggia di questi titoli, invece, è fortemente sconsigliata (quello è un argomento che abbiamo già trattato abbondantemente in un’altra sede).


Heilung
Futha
(Season Of Mist, 2019)
Quello degli Heilung è un caso particolare all’interno del panorama folk, che si colloca nella parte più viscerale dell’ampio spettro di questo macrogenere. Il nome, che in tedesco significa guarigione, è strettamente correlato con il carattere ritualistico delle composizioni dei tre membri — il tedesco Kai Uwe Faust, il danese Christopher Juul e la norvegese Maria Franz — che mirano a ricreare sonorità del Nord Europa utilizzando tamburi, ossa, campanacci e strumenti non convenzionali. Futha è il primo disco uscito su Season Of Mist e si contrappone al più aspro debutto Ofnir, che incarnava lo spirito guerriero e mascolino: in questo caso, il titolo è tratto dalle rune presenti in un bratteato (una piccola moneta) ritrovato in Svezia e risalente al 500 d.C., le prime cinque che compongono l’alfabeto Futhark. Secondo alcune teorie, la parola futh indicherebbe i genitali femminili, fonte di vita e guarigione: ecco quindi che Futha si rivela più melodico, con la voce femminile che si erge a protagonista in molti episodi e in equilibrio perfetto con i vocalizzi gutturali di Faust in brani come “Svanrand”. Tra frenesie tribali, momenti riflessivi e voci che raggiungono un potere espressivo che va al di là della lingua e della grammatica, Futha è un disco da cui è impossibile non rimanere affascinati.


Sangre De Muerdago
Noite
(Música Máxica, 2018)
Ci sarebbero interessantissime parentesi da aprire sugli aspetti socio-culturali delle proposte gravitanti attorno al mondo del neofolk e dei suoi derivati, ma l’argomento è talmente ampio da richiedere degli articoli dedicati; un’eccezione, per quanto minima, la facciamo nel caso dei Sangre De Muerdago. Il progetto, legato indissolubilmente alla figura di Pablo C. Ursusson, nasce, cresce e si nutre quasi esclusivamente di tradizione galiziana. Il terreno nel quale l’oscuro folk della band iberica affonda le radici è profondamente connesso al vissuto locale e questo, chiaramente, include anche l’esperienza dell’oppressione subita durante il periodo della dittatura franchista. È anche in reazione a quest’ultima che i Nostri hanno scelto di cantare nella loro lingua madre, di recuperare melodie classiche della loro terra e di mettere in musica testi tradizionali, tanto popolari quanto letterari. Pubblicato come sempre in totale autonomia tramite la loro etichetta (Música Máxica), Noite è il quarto album dei Sangre De Muerdago, un esempio perfetto di questo tipo di operazione: un disco in assoluto equilibrio tra la tradizione ancestrale di matrice galiziana di cui la band è portavoce, l’onnipresente senso di malinconia che ne caratterizza le atmosfere e la moderna tensione verso il riscatto della cultura e dell’identità gallega. Con tutta probabilità si tratta della prova più bilanciata della creatura di Ursusson, che dal 2009 a oggi ha fatto del progetto una vera e propria missione, dedicandone l’operato alla memoria del defunto amico e collega Jorge Olson de Abreu, colui che aveva battezzato il gruppo con il mistico appellativo di sangue del vischio. Cinquanta minuti di delicatissimo e ispiratissimo folk naturalista, capaci di trasportare in un battibaleno l’ascoltatore nei boschi del nord-ovest della penisola iberica per farlo «guarire e vagare, ballare ed amare».


Forndom
Dauðra Dura
(Nordvis Records, 2016)
Hans Ludvig Harnow Swärd, in arte Forndom, è uno svedese classe ’93 di cui si è iniziato a parlare ormai nel 2015, grazie a Flykt, EP che lo ha presentato al mondo mettendone subito in evidenza talento artistico e profondità concettuale. L’anno dopo è arrivato Dauðra Dura, in antico islandese le Porte della Morte, che ha ribadito e amplificato entrambi i concetti. Parte integrante della (ri?)scoperta delle radici del folclore scandinavo, la musica di Forndom è insieme viaggio, rituale e insegnamento: all’epoca Swärd era ancora studente di storia delle religioni, e il suo studio e la sua passione trovano libero sfogo in questa mezz’ora di musica dedicata al concetto di morte e di tutto ciò che ne consegue. Totalmente disinteressato all’estetica e alla poetica battagliera che per tanto, troppo tempo hanno monopolizzato il folk scandinavo, Forndom affronta argomenti storicamente vicini al mondo metal con il piglio dello studioso, evitando banalizzazioni da osteria e anzi offrendo una interpretazione molto strutturata e a tratti difficile. È sufficiente leggere qualsiasi intervista rilasciata da Swärd nel corso degli anni per accorgersi del suo enorme bagaglio culturale e dell’attenzione certosina riservata a qualsiasi sfumatura, concettuale, musicale e visiva del suo progetto. Questo vero e proprio culto della materia rende il neofolk ritualistico di Forndom una vera e propria esperienza, che richiede attenzione e curiosità per poterne apprezzare ogni anfratto.


Aherusia
Nostos: An Answer (?)
(Autoprodotto, 2020)
Quando si pensa al pantheon musicale ellenico, magari gli Aherusia non sono esattamente il primo nome che viene in mente. Eppure la formazione greca fondata da Voreas Faethon esiste dal lontano 1997 ed è riuscita a resistere a periodi di pausa piuttosto lunghi e frequenti cambi di line up con la caparbietà degli eroi dei poemi epici. Nella loro musica, gli Aherusia riversano un amore particolare per tematiche e melodie folk tipiche della loro terra. Questa passione viene ribadita con forza dall’ultimo disco, pubblicato proprio quest’anno con il titolo Nostos: An Answer (?). Nonostante non sia un vero e proprio concept album, le tracce che lo compongono sono legate dal fil rouge della lontananza, della nostalgia e del rammarico per aver perduto qualcosa. Per questo disco, gli Aherusia hanno compiuto un’interessante operazione di recupero della memoria storica e culturale della loro patria, dal momento che hanno selezionato una serie di poemi e ballate popolari, provvedendo al loro ri-arrangiamento in chiave forse leggermente più heavy che folk in senso stretto, ma comunque non meno suggestiva, grazie alla presenza dei cori e delle melodie che riportano subito a un passato lontano e, spesso, dimenticato.


Osi And The Jupiter
Uthuling Hyl
(Eisenwald Tonschmiede, 2017)
Direttamente da Kent, nell’Ohio, Osi And The Jupiter è un progetto che combina in modo molto intimo ed evocativo le credenze legate alle divinità norrene e un senso di comunione totale con la Natura, in tutte le sue forme. Inoltre lo stretto legame tra il fondatore Sean Deth e la sua creatura è testimoniato anche dal fatto che abbia scelto di battezzare la one man band in onore dei suoi due pastori tedeschi, chiamati appunto Osiris e Jupiter. Uscito nel 2017 sotto la Eisenwald Tonschmiede, Uthuling Hyl è il secondo disco di Osi And The Jupiter e rivela come il suo mix di archi, percussioni sciamaniche, cori mistici e synth atmosferici riesca a creare un senso di raccoglimento che tocca direttamente il cuore e fa sì che la musica instauri un legame profondo con chi la ascolta. Uno degli elementi più affascinanti che si percepisce dall’ascolto di Osi And The Jupiter sta però nel fatto che, per quanto concettualmente attinga parecchio dal mondo norreno, evochi un sentimento di unione con la Natura che è universale e non appare legato a un luogo geografico particolare, che si tratti di un fiordo norvegese, delle sponde del fiume Cuyahoga o, perché no, di una prateria soleggiata.


The Moon And The Nightspirit
Holdrejtek
(Prophecy Productions, 2014)
Ho atteso per diverso tempo l’uscita di un nuovo capitolo nella storia degli ungheresi The Moon And The Nightspirit, duo di musica folcloristica dalle tinte leggere, sognanti e impalpabili, e sono stata accontentata: Aether è arrivato tra noi una manciata di giorni fa. Il progetto di Ágnes Tóth e Mihály Szabó non ci ha comunque mai lasciato a secco di materiale con cui rifarci le orecchie e l’anima, e tra i tanti (tutti) dischi di qualità disseminati lungo un percorso di evoluzione peculiare spicca di sicuro la gemma intitolata Holdrejtek (Il santuario della luna, o anche rifugio, a seconda della sfumatura). Le melodie sono delicatissime, sofisticate e fiabesche; non per niente i temi prediletti dai due musicisti sono lo sciamanesimo e il rapporto con Madre Natura, colei che in qualche modo detta le regole della nostra esistenza. Holdrejtek è incentrato appunto sulla figura della luna, simbolo di ciò che è nascosto e misterioso, e del mondo notturno che essa illumina, un mondo segreto, notturno, fatto di elementi poco chiari, scarsamente visibili eppure presenti e intensi. La notte è il luogo magico in cui si avverano i sogni e l’arcano prende vita, ed è anche probabilmente il momento migliore per godersi Holdrejtek appieno, passeggiando su una spiaggia, in un bosco, o anche semplicemente stando sdraiati a occhi chiusi a immaginare posti lontani, scenari fiabeschi e creature mistiche.


Nest
Woodsmoke
(Corvus Records, 2003)
Creatura schiva e di basso profilo, i Nest sono in realtà uno dei progetti più personali e affascinanti dell’intero panorama neofolk. Le loro melodie basate pressoché interamente sul kantele, strumento tipico di Finlandia e Carelia, ne fanno un unicum irripetibile, e il gusto per la composizione e gli arrangiamenti di Aslak Tolonen, principale motore del gruppo, aggiunge la dolcezza e la malinconia necessarie affinché le canzoni prendano vita. Nati negli ultimi mesi degli anni ‘90, in più di due decenni i Nest hanno collezionato pochissime uscite, sempre poco e mal distribuite (quando non del tutto autoprodotte in digitale) e mai ristampate. Woodsmoke, il debutto del 2003, uscì per la bulgara Corvus Records ed è un’opera di una maturità e sensibilità rare, con una ricchezza di sfumature assolutamente fuori dal comune. I Nest usano il kantele per raccontare fiabe, momenti e sensazioni, ne supportano le corde con suoni sintetici sfaccettati e camaleontici, legano la propria musica alla natura e agli ideali più romantici. Woodsmoke è la dimostrazione di come la grandezza di un album stia nelle piccole cose.


Tenhi
Maaäet
(Prophecy Productions, 2006)
Se i Nest sono schivi, i Tenhi non sono troppo da meno, pur essendosi accasati con la Prophecy Productions relativamente nel giro di poco tempo. Attivi dal 1996, i finlandesi hanno pubblicato appena cinque album e due EP, ritagliandosi uno spazio nel cuore degli appassionati di neofolk con un approccio minimalista, contemporaneo ma anche antico ed esoterico. Una musica fatta di tanti piccoli frammenti, come rimarcano loro stessi nelle poche righe di presentazione sul sito ufficiale, che plasmati con cura e delicatezza hanno assunto le sembianze di quelle gemme che sono Kauan, Väre, Airut:Amujen, Maaäet e infine Saivo. In queste lista finisce Maaäet, del 2006; un lavoro spettrale che si apre lento ed elegante, e prosegue con un equilibrio perfetto tra strumenti elettrici e acustici. La musica dei Tenhi crea mondi di senso, paesaggi interiori comprensibili anche a chi non mastica la lingua finlandese; fa un uso abile delle pause e dei silenzi (“Varpuspäiva”), gioca sul non detto, sulla ripetizione (“Kuoppa”) e si accende di colori inaspettati (“Vähäinen Violetissa”). Le atmosfere dense di “Sarastuskävijä” fanno il paio con il flauto ora solenne ora tenue di “Tuulenkaato”, lasciano spazio al garbo acustico di “Aatos” prima di farci ripiombare nelle acque gelide venate di doom di “Uuvu Oravan Luu” e “Rannalta Haettu”. Sul finire del 2018 la band aveva annunciato la lavorazione di un nuovo album  successore del funereo Saivo, peccato che a oggi non se ne sappia più nulla.


Havnatt
Etterlatte
(Secret Quarters, 2013)
Il nome degli Havnatt non suonerà affatto nuovo a chi è appassionato al mondo del metal estremo più atmosferico. I suoi membri, infatti, fanno e hanno fatto parte di svariate band sia a livello nazionale (Omit, Vagrant God e Skumring) che internazionale (come nel caso dei Caoimhín), realtà che hanno contribuito a plasmare proprio attraverso la particolare attenzione alle tessiture atmosferiche. Nato quasi su commissione, quando la famiglia del norvegese Tormod Skagestad chiese di musicare alcune poesie del defunto artista (raccolte in prima battuta nell’EP Havdøgn), negli anni il duo composto da Cecilie Langlie e Tom Simonsen ha tirato fuori dal cilindro due album, oltre a una serie di uscite minori. Etterlatte è la loro prima opera sulla lunga distanza, uscita qualche tempo dopo la partecipazione alla compilation curata da Prophecy in cui figurano anche molti altri degli artisti presenti in questo listone. Con la sua voce delicata e affascinante la Langlie — memore dell’esempio della sua connazionale Kari Rueslåtten, della storica leader dei The Gathering Anneke van Giersbergen e dell’eterna Lisa Gerrard — volteggia armoniosamente sugli ispiratissimi intrecci di chitarra di Skagestad, creando nella mente dell’ascoltatore visioni superbe di paesaggi idilliaci. Gli Havnatt sono uno dei nomi assolutamente imprescindibili quando si parla di folk moderno e per questo l’ascolto di Etterlatte è fondamentale per chiunque abbia a cuore queste sonorità: perché la loro musica, in perenne tensione verso la poesia, è di una bellezza quasi accecante.


Neun Welten
Destrunken
(Prophecy Productions, 2009)
I Nove Mondi della mitologia norrena hanno ispirato decine di band metal dei generi più disparati, ma ricordiamo che nei primi anni Duemila, tra Halle e Lipsia, un giovane quintetto aveva intenzione di usare questo bagaglio per esplorare sonorità diverse. I Neun Welten avevano studiato a fondo la fase folk dei maestri Empyrium, incorporando le atmosfere e lo stile di capolavori come When At Night The Wood Grouse Plays e Weiland nelle prime opere, arrivando a lavorare proprio con Markus Stock per la masterizzazione del buon debutto Vergessene Pfade nel 2006. È però con Destrunken (uscito per Prophecy Productions, ancora con la collaborazione di Stock) che i Neun Welten mettono insieme tutti i pezzi di un folk oscuro, forestale e quasi interamente strumentale, che però non disdegna una sensibilità ritmica anche rock, in particolare nella bellissima title track in due parti. Il suono di quest’album è assolutamente vivo, organico, ed è l’ideale per accompagnare una passeggiata meditativa al crepuscolo tra i boschi della Sassonia. Il violino di Aline Deinert e il flauto di Anja Hövelmann si intrecciano con le melodie di chitarra di evidente ispirazione empyriumiana di David Zaubitzer, per oltre cinquanta minuti di folk rock che ci trascinano ora in un mondo, ora in un altro. Da allora i Neun Welten hanno attraversato alcuni cambiamenti di formazione e di stile, che li hanno portati nel 2017 a pubblicare The Sea I’m Diving, un disco con molto cantato, scritto in inglese, e con una chiara influenza post-rock.


Sowulo
Sol
(Autoprodotto, 2016)
I Sowulo provengono dai Paesi Bassi, una nazione che, nel corso del tempo, è stata faticosamente sottratta al Mare del Nord e che, forse anche per questo motivo, ha fatto sì che i suoi abitanti mantenessero uno stretto legame con il proprio territorio. Il duo formato dal polistrumentista Faber Horbach e da Chloe Bakker all’arpa celtica trascende però i vincoli puramente geografici e offre un dark folk denso di emozioni che riporta a un’era ancestrale, nella quale l’uomo utilizzava miti e credenze religiose per spiegare i fenomeni di cui non aveva una comprensione razionale, sviluppando un rapporto mistico con gli elementi costitutivi del mondo circostante. Questo approccio è reso molto bene da Sol, uno dei primi album dei Sowulo, intitolato con il nome della dea norrena del Sole la quale, secondo la leggenda, percorrerebbe la volta celeste a bordo di un carro trainato dai due cavalli Arvakr e Alsvidr, cercando di sfuggire al famelico lupo Sköll, intenzionato a trangugiare l’astro luminoso. Un ottimo sottofondo per i momenti in cui si cerca di ristabilire il proprio posto all’interno dell’Universo.


Daemonia Nymphe
Psychostasia
(2013, Prikosnovénie)
Non è un caso che i Daemonia Nymphe (Δαιμόνια Νύμφη) siano nati a metà anni ’90 al fianco del progetto black metal atmosferico Fiendish Nymph, creatura dei fratelli Spyros e Pantelis Giasafakis immersa nel mito della Grecia antica. Inizialmente la band fu percepita negli ambient metal quasi come un side project di Spyros insieme alla cantante Evi Stergiou, ma già dallo spettacolare debutto omonimo del 2002 era chiaro che i Daemonia Nymphe sarebbero diventati molto di più. Spyros ed Evi — i due cardini del progetto — mettono al centro la carica rituale e sensuale di ninfe, fauni e divinità, che viene evocata dalle profondità della notte e dall’oblio della storia attraverso strumenti tradizionali e un ipnotico uso delle voci. Sebbene la dimensione più piena del complesso greco sia quella dal vivo, la costante espansione delle collaborazioni (tra cui le Corde Oblique), dello studio e delle influenze ha per ora trovato in Psychostasia la sua maturità, un lavoro forse meno oscuro rispetto agli inizi, ma estremamente ricco di suoni e suggestioni, dagli inni orfici della prima metà ai ritmi popolari della title track, fino al sussurrato notturno di “Hypnos”. I Daemonia Nymphe ci portano al cospetto degli dei, che valuteranno il nostro destino e decideranno cosa fare delle nostre esistenze. L’album è stato recuperato in formato digitale nel 2018 sulla pagina Bandcamp del duo con l’aggiunta di tre brani extra.


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