13 Album da Ascoltare in Quarantena

13 Album da Ascoltare in Quarantena

Finalmente è arrivata, dopo secoli di avvertimenti, falsi allarmi e menate di sorta finalmente ci siamo: è l’Apocalisse. Un contagio come non l’abbiamo mai visto a memoria d’uomo, perché ormai la spagnola è stata più di cento anni fa, una piaga che si espande a macchia d’olio con una facilità e una rapidità che ci ha colti tutti alla sprovvista, e che mentre cerchi di spiegare a tuo nonno che per qualche mese non può più andare a fare le sue solite passeggiate in paese ha già mietuto oltre un migliaio di vittime, solo in Italia.

Il grosso del problema però deve ancora venire, perché il Coronavirus non ha ancora dato il meglio di sé in posti meravigliosi come gli USA, dove un tampone costa quanto una villa con piscina, o il continente africano, dove il tampone probabilmente non c’è nemmeno se non per pochi eletti, figuriamoci la possibilità di essere intubati in terapia intensiva. A seconda del tuo coefficiente di nichilismo, questo pensiero ti manda nella più abissale disperazione oppure ti fa fare scorta di popcorn per goderti lo spettacolo al meglio, ma quale che sia la tua reazione alla situazione due cose sono certe: la prima è che non si risolverà in fretta, la seconda e conseguente è che avrai un sacco di tempo in più per stare in casa e quindi ascoltare la musica.

La redazione di Aristocrazia, oltre ad avere una passione per il clickbaiting e scrivere un listone a tema epidemia durante un’epidemia, è fermamente convinta che tu debba stare in casa, a meno che il tuo non sia un ruolo cruciale a supporto della collettività, nel qual caso non possiamo che tributarti il nostro massimo rispetto per i sacrifici enormi che stai facendo in questo periodo. Ma se non sei un medico né un infermiere, non lavori nella filiera alimentare né nella fornitura di servizi fondamentali, stai a casa. Stattene in quarantena e quando ti annoi ascolta questi dischi che parlano di contagi, piaghe e pestilenze; non starai mettendo a rischio nessuno né intasando l’ospedale, ma ti sembrerà comunque di essere là fuori.


MOURNING BELOVETH
A Disease For The Ages
(Grau Records, 2008)
Da ormai una ventina d’anni, i Mourning Beloveth sono una delle realtà più solide del sottobosco doom metal. Uno dei motivi è proprio la loro capacità di trattare il male con estrema cura e profondità, ovviamente prevedendo la patologia epocale che avrebbe colto il genere umano nel giro di qualche anno, alla maniera dei Simpson. A Disease For The Ages è un compendio che scava nella dipendenza, nel dolore fisico e psicologico della nostra era. Cinque macigni di death-doom metal di altissimo rango, tutti intorno alla decina di minuti di durata, in cui il classico cantato di Darren Moore alternato tra growl e voce pulita mette insieme le mille facce della nostra apparentemente inesorabile malattia. Tra l’altro, la band irlandese ha da poco annunciato che nel 2020 uscirà un nuovo album, quale migliore occasione di una quarantena per recuperarli?

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ABLAZE MY SORROW
The Plague
(No Fashion Records, 1998)
Coetanei di molte band melodeath metal svedesi di fama mondiale, gli Ablaze My Sorrow fanno parte di quella cricca di nomi che non ha avuto la stessa fortuna. Attivo per poco più di un decennio a partire dal ’93, scioltosi e riformatosi nel 2013 e costantemente afflitto da cambi di formazione, è stato sul finire dei Novanta che il quintetto di Falkenberg ha dato alle stampe il suo secondo album, The Plague, l’unico con Fredrik Arnesson al microfono. La piaga che dà il titolo all’opera dei deathster scandinavi non è un virus ma la vita stessa, che tormenta e tortura l’uomo incessantemente, e gli Ablaze My Sorrow le hanno dichiarato guerra, senza mezzi termini. Un viaggio lungo poco più di mezz’ora dal tramonto all’alba verso il suicidio, l’unico rimedio finora scoperto per questo male, invocato a gran voce da un cantato graffiante e virulento, tra riff taglienti e lead melodici adagiati su un’ossatura di blast beat sferraglianti e ritmiche incalzanti.

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CANNIBAL CORPSE
Evisceration Plague
(Metal Blade Records, 2009)
In un elenco di album che parlano di piaghe e pestilenze non può certo mancare il quintetto di Tampa, che piaghe e pestilenze le mette in musica da trent’anni suonati. In particolare, il brano che dà il titolo all’album questa volta sembra scritto apposta per questa epidemia: la Evisceration Plague è data da un virus che infonde l’irresistibile impulso di aggredire il prossimo e uccidersi, che è un po’ quello che fanno tutti gli stronzi che si ostinano a uscire di casa quando gli si dice in tutti i modi di non farlo, perché mettono a repentaglio se stessi e gli altri. Le similitudini sono evidenti in modo inquietante, a patto di non considerare che nel mondo dei Cannibal Corpse il virus viene creato in laboratorio e le aggressioni sono perpetrate mannaia alla mano. D’altronde Webster e compagni mica volevano farsi scoprire, e quindi hanno dovuto nascondere quello che sapevano all’interno della solita manciata di brani a cavallo tra squartamenti, carcasse e preti che deflorano analmente sventurate verginelle.

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HELHEIM
Yersinia Pestis
(Massacre Records, 2003)
Paladini dell’Oltretomba norreno ormai dal 1992, gli Helheim scelgono proprio il batterio responsabile delle più devastanti pestilenze della Storia come titolo del loro quarto album. Dopo aver provveduto a ricordarci la desolazione seminata dalla Peste Nera del 1349, i norvegesi spostano il tormento da una dimensione puramente fisiologica a quella di una vessazione che è anche interiore. Per fare ciò, sviscerano la propria anima votata al paganesimo e a un viking-black epico, identità che non hanno certo abbandonato nel corso degli anni, come si evince anche da una delle uscite più recenti quale raunijaR. Uno degli elementi interessanti di Yersinia Pestis è che, curiosamente, gli Helheim infilano qua e là qualche intermezzo industrial-elettronico, soluzione già adottata nel precedente Blod & Lid e che in questa sede viene riproposta in maniera più consistente. Da ascoltare per affrontare questa pandemia con spirito da insaziabili guerrieri nordici.

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MARDUK
Plague Angel
(Blooddawn Productions, 2004)
Dopo un inizio millennio poco convincente, il quartetto svedese torna all’attacco sorprendendo fan e critica e sfornando probabilmente il suo migliore lavoro del decennio. Corre l’anno 2004 quando Morgan Håkansson e soci danno prova di una tempra che non cede ai cambi di formazione, ma risulta vigorosa come non mai: riff velocissimi che si susseguono senza sosta, selve di blast beat da togliere il fiato e urla indemoniate, opera del nuovo cantante Mortuus che supera appieno la prova del debutto. Non siamo di fronte a un disco innovativo, al contrario ritroviamo tutte le caratteristiche che hanno fatto dei Marduk uno dei gruppi più amati nel loro genere: ci è concesso soltanto qualche mid-tempo a mitigare il furioso assalto sonoro, questa volta più calibrato e ragionato, complice anche una produzione capace di mettere in risalto ogni dettaglio.
Per i Marduk, la piaga da cui prende il titolo l’album non è una patologia organica ma spirituale: si tratta del Cristianesimo, che i Nostri continuano a combattere incessantemente con testi trasudanti disprezzo per la religione abramitica. Un must per affrontare la quarantena con la giusta dose di odio.

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APOGNOSIS
Phase 6
(Ars Marginalia, 2016)
In un periodo in cui i media ci bombardano di informazioni su virus e contagi vari, anche noi di Aristocrazia vogliamo fare la nostra parte, rassicurandovi sul fatto che il COVID-19 sia ufficialmente passato al sesto e fatidico ultimo livello della classificazione dell’OMS, diventando quindi una pandemia. Per questo motivo è il momento giusto per riprendere in mano Phase 6, album di debutto della one man band Apognosis, in cui il black metal nichilista del musicista greco riesce perfino a disintegrare gli invalicabili muri di carta igienica dietro cui molti disperati si stanno barricando. Tra arpeggi dissonanti, blast beat implacabili e momenti ossessivi, l’ascolto del disco non riserva particolari sorprese, ma solo la certezza che un giorno la specie umana si estinguerà; chissà che questa non sia la volta buona…

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IMAGO MORTIS
Ars Obscura
(Drakkar Productions, 2009)
Attivi sin dal 1994, gli Imago Mortis sono una delle punte di diamante della scena black metal italiana, come dimostra il loro ultimo lavoro Ossa Mortuorum E Monumentis Resurrectura, ancora fresco di stampa. Le potenzialità della formazione bergamasca, tuttavia, erano evidenti già da tempo, come è palese dopo l’ascolto del loro secondo album in studio, quell’Ars Obscura, datato 2009. Una bordata di black metal senza compromessi, dalle tinte funeree, interamente costruito intorno alla figura della Morte e alle sue molteplici manifestazioni. Gli orobici attingono a piene mani dall’iconografia medievale e dal tema della pestilenza, dedicando l’epilogo dell’album a una delle rappresentazioni allegoriche maggiormente scolpite nell’immaginario collettivo dell’epoca e di quelle successive: «La Morte Nera / Sul suo destriero passò / Tra le mura di pietra / La tragedia seminò».

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TODAY IS THE DAY
Sadness Will Prevail
(Relapse Records, 2002)
Se ti chiami Steve Austin e sei costretto a casa per più giorni a causa di una bufera di neve, il primo rischio è che ti trasformi in un novello Jack Torrance, il secondo è che ti metta a pensare a un disco come Sadness Will Prevail. Per fortuna si è verificata soltanto la seconda ipotesi: il risultato è un doppio album di quasi due ore e mezza di deliri e paranoie tenuti insieme da un senso di ineluttabilità che ti schiaccia in un angolo, come la tossicodipendente che figura nell’iconica copertina del disco. Quindi perché non trascorrere questi giorni di isolamento forzato, che viviamo comunicando soprattutto attraverso i tanto vituperati (anche dallo stesso Austin) canali telematici, con questa colonna sonora ideale firmata Today Is The Day, facendoci annichilire dalle urla strazianti di Steve e dal suo pianoforte obliquo, dalla batteria tachicardica di Kilpatric e dal basso incombente di Chris Debari. Fra le chicche putrescenti offerte da Sadness Will Prevail – che va inteso come un unico flusso di malessere, tanto che fra le tracce non ci sono pause — le incursioni vocali del compianto Seth Putnam, leader degli Anal Cunt. #iorestoacasa e mi ammazzo i timpani.

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DEATH
Leprosy
(Combat Records, 1988)
Che altro si può dire sui Death che non sia già stato sviscerato a dovere in passato? Leprosy è il secondo lavoro del compianto Chuck e, pur essendo incentrato su morte e putrefazione in generale, è un ascolto obbligato in tempi di pandemie per via del suo titolo e della title track: la lebbra, morbo estremamente contagioso e presente nella società già quattromila anni fa, è esposta nella sua crudezza fin da subito, sia in termini di mera patologia che di conseguente stigma sociale («Among their own kind they live / A life that’s so obscure / First an arm and then a leg / Deterioration grows»). Leprosy è il perfezionamento e quindi l’apice della prima fase della band floridiana, disco dopo il quale inizierà un lungo e irripetibile percorso di evoluzione fatto di un infinito viavai di musicisti attorno al genio di Schuldiner: insieme ai classici assalti frontali troviamo già alcuni accenni a dinamiche un po’ più ambiziose, come in “Choke On It” e nella celeberrima “Pull The Plug”. Tra i capisaldi di un certo modo di intendere il death metal, Leprosy è soltanto una delle gemme che costituiscono la discografia dei Death.

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MORBOSIDAD
Corona De Epidemia
(Nuclear War Now! Productiosn, 2017)
Se si parla di Coronavirus, non si può non pensare a un disco war metal piuttosto recente il cui titolo sembra quasi anticipare il morbo che sta attualmente infettando il mondo. Si tratta di Corona De Epidemia, quinto atto su lunga distanza dei messicani-statunitensi Morbosidad. L’album va a riproporre un po’ gli stessi stilemi che hanno caratterizzato la carriera della band, costellata di insulti (in spagnolo) alla divinità giudeocristiana, musiche bestiali, cristi impalati e chi più ne ha più ne metta. Corona De Epidemia da questo punto di vista non offre grandi novità, quanto piuttosto una conferma di questi bestemmiatori incalliti di vecchia data. Il sound dei Morbosidad qui risulta sempre caotico come da tradizione, incentrato su brani spietati e veloci, sebbene sia da notare come i riff emergano maggiormente anche grazie a una produzione più chiara rispetto ai precedenti episodi. Non mancano comunque parti più lente a dare un tocco di varietà al disco, atte a sottolineare la brutalità di alcuni passaggi. Sembra quasi superfluo ricordare come la band capitanata da Tomas Stench vada a interpretare l’epidemia in senso metaforico, riferendosi al cancro delle religioni monoteiste che appestano l’umanità. Di sicuro una compagnia di tutto rispetto per passare questo periodo di isolamento forzato, a maggior ragione se amate indossare l’occhiale nero, feticcio ormai incontrastato dell’estetica war metal.

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GHOST
Prequelle
(Loma Vista, 2018)
Quello dei Ghost è già un nome di per sé controverso e con la tendenza a sollevare polemiche; se poi parliamo di Prequelle nello specifico, sono gli stessi fan a schierarsi dalla parte del sostegno o da quella dello sdegno, visto che l’ultimo lavoro in studio della band svedese capitanata da Pap- pardon, Cardinal Copia è assai diverso dai suoi predecessori: più dance, più catchy, più melodico, in cui quell’atmosfera vagamente ma inconfondibilmente occulta di Opus Eponymous viene a mancare. Esiste la possibilità che abbiate storto il naso dopo le prime due parole, ma sappiate che Prequelle è un disco che parla non solo di morte ma di peste bubbonica, quella che colpì l’Europa nel Medioevo e arrivò a uccidere una persona su tre, ergo il suo posticino in una lista sul contagio se l’è ampiamente meritato. Tobias Forge/Cardinal Copia lo descrive come un album che più che focalizzarsi sulla morte in sé vuole concentrarsi sul tema, decisamente più positivo, della sopravvivenza in un’epoca di tumulti, come emerge dal brano “Rats”. Si tratta di tumulti anche personali a dire il vero, visto che Forge ha dovuto affrontare battaglie legali con gli ex-componenti dei Ghost, ma alla fine ne è uscito, così come l’umanità saprà sicuramente uscire dalla spiacevole situazione attuale. I Ghost non avevano idea che meno di due anni dopo la pubblicazione del disco avremmo avuto a che fare con una malattia reale, in virus e ossa, sta di fatto che Prequelle calza a pennello; senza contare che, cambi di formazione e sperimentazioni stilistiche incluse, a me l’album è piaciuto comunque un sacco. Dagli all’untore.

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HORNA
Ääniä Yössä
(Debemur Morti Productions, 2007)
La Peste Nera che si diffuse in Europa a metà del ‘300 divorò almeno venti milioni di persone (un terzo della popolazione del tempo) ed è ricordata come una delle più grandi calamità della storia umana. Il batterio Yersinia pestis, originario della Mongolia e del deserto dei Gobi, iniziò la sua tragica scorribanda presso la ricca colonia genovese di Caffa (porto sul Mar Nero, oggi Feodosia, in Crimea), accompagnando l’Orda d’Oro durante l’assedio alla città. Da qui viaggiò sulle navi dei mercanti, trasportato dalle pulci dei topi, sino al Mediterraneo: Costantinopoli, Bosforo, Cipro, Alessandria d’Egitto, Messina, per poi risalire l’Europa fino alle pianure disabitate della Siberia, dove l’epidemia si spense. Bubboni neri e forti febbri infierirono su popolazioni inermi, già indebolite dalle diffuse carestie e costrette a cercare fortuna nelle affollate e malsane città.
Un esercito di topi balla sulla copertina di Ääniä Yössä (voci nella notte), circondando una spettrale creatura dalle sembianze femminili: gli Horna non usano metafore per illustrare il loro concept album in lingua nazionale dedicato alla Morte Nera, una lenta processione di cadaveri verso le fosse comuni, un corteo funebre circondato dai miasmi della decomposizione scortati da Kalma, la dea finnica della Morte, la cui presenza aleggia tangibile al contrario del Dio cristiano, inerte come i suoi servi in terra.
Morbosità e ossessione sono i cardini di questo peculiare capitolo targato Shatraug-Corvus: il primo modula il suo riconoscibile stile all’interno di lunghi brani dominati da lente sequenze melodiche e circolari, ripetute a oltranza su un tappetto costante di batteria; lo screaming spettrale del secondo invece è un urlo agonizzante che riverbera nell’aria, narrandoci gli effetti del morbo sulle carni, sui comportamenti e sulle coscienze dei dannati. La conclusiva “Ääni Yössä” è infine il poderoso manifesto di questo unicum a marchio Horna: 21 minuti di ipnotica e disturbante brama della Fine, l’attesa estenuante del riposo eterno che metterà fine alla sofferenza, una gigantesca allucinazione dalla quale ci risvegliano soltanto le minime variazioni sul tema principale.

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DRAWN AND QUARTERED
Return Of The Black Death
(Moribund Records, 2004)
…e dopo Helheim, Imago Mortis e Horna si torna sul tema della Peste Nera con un album che si chiama, appunto, Return Of The Black Death. Vi abbiamo parlato qualche tempo fa dei Drawn And Quartered con il loro ultimo disco The One Who Lurks, e ora ve li riproponiamo per questa occasione particolare.
Return Of The Black Death è stato un balzo in avanti in termini di maturazione della band: se le prime due opere emanavano puro furore, qui possiamo testimoniare l’avvenuta acquisizione di un superiore controllo dei propri mezzi. L’efferatezza del death-black metal rimane sempre credibile, e non viene di certo stemperata dall’approccio più melodico, tenendo in conto che i punti di riferimento della band sono Immolation e Incantation vi lascio immaginare cosa si intenda qui per melodia. Return Of The Black Death rimane fedele alla passione per i pezzi veloci, marchio di fabbrica del gruppo per tutta la carriera, eppure nel momento in cui vengono recuperate influenze doom in “As Idols Falls” i Drawn And Quartered si trovano a proprio agio, creando uno dei pezzi più forti del lavoro.
Forse rispolverare un album intitolato Il Ritorno della Morte Nera nel pieno di una nuova pandemia globale vi potrà parere una scelta atroce, irrispettosa, la scelta di qualcuno che non si rende conto di non essere immune alle asperità del mondo esterno. In realtà la redazione è investita personalmente da questo disastro, esattamente come voi, ma dall’altra parte non pensiamo ci sia nulla di puerile nel goderci album che parlano di piaghe e morte mentre siamo impegnati proprio a far sì che queste due cose non si diffondano, rimanendo isolati in casa nostra ad ascoltare musica.

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