7 album per ricordare il doom metal degli anni Dieci

Ridendo (poco) e scherzando (meno), anche gli anni Dieci stanno volgendo al termine. Sta arrivando il classico momento in cui si tirano le somme e, molto probabilmente, le cuoia. Proprio in queste settimane, abbiamo festeggiato i primi dieci anni di attività di Aristocrazia Webzine con una serie di dischi usciti nel 2009 — il nostro anno di nascita — proseguendo poi con 10 album black metal per combattere l’estate più calda della storia recente. Perché se c’è una cosa di cui noi metallari non riusciamo assolutamente a fare a meno è il listone. Restando in tema di apocalisse (climatica o meno) e fine di un’era, mi sono concesso di selezionare sette dischi usciti tra il 2010 e il 2019 che, in un modo o nell’altro, hanno rappresentato momenti importanti per il sempre più inafferrabile mondo del doom metal.

Perché sette? Innanzitutto, perché no? Ma c’è anche un motivo più interessante che, per certi versi, avvicina il sette a quello che il doom metal spesso rappresenta. In numerologia, il sette indica, da un lato, aspetti come la saggezza, il misticismo, l’analisi, dall’altro cose come il distacco e l’isolamento, tutte caratteristiche che ritroviamo con grande frequenza tra stregoni, deserti, visioni astrali, oscuri rifugi e, in generale, nell’immaginario caro al nostro genere preferito.

Nella compilazione di questa lista non ho seguito dei criteri particolarmente stringenti, se non quello di non inserire dischi già passati sulle nostre pagine per recensioni (come nei casi degli ottimi YOB, Esoteric, Earth e Shape Of Despair) e l’intenzione di citare un paio di realtà italiane di rilievo. Facciamo insieme un tuffo nel passato recente per analizzare alcune delle evoluzioni più interessanti nel mondo del doom metal, diventato negli anni estremamente variegato, spesso lontano dai grandi classici del secolo scorso e sempre pronto ad assumere nuove affascinanti forme.

Naturalmente con questa lista non voglio essere esaustivo e — per essere fedele alla numerologia — non ho potuto parlare di tutti i gruppi di rilievo del decennio, in calce però trovate una playlist di estratti dai dischi in questione. Sette brani per settemila minuti, in perfetto stile doom.


UFOMAMMUT – EVE (2010)
Iniziamo da qui, un po’ perché è un disco uscito proprio nel 2010, un po’ perché agli Ufomammut siamo molto affezionati su Aristocrazia. Già creatori di due dei migliori album stoner-doom del decennio precedente (Snailking e Idolum), con Eve il trio piemontese contribusce a mettere in pentola molto di quello che l’universo doom avrebbe significato in questo decennio. Iniziamo a intravedere un connubio sempre più stretto tra il peso, il cosmo, la vita; emerge con più chiarezza la donna nell’orizzonte concettuale, andando un po’ oltre i tradizionali riferimenti del genere alle streghe o alle spose morenti. Un disco con cui il trio si affranca dai predecessori Electric Wizard in maniera netta e prende a macinare musica di qualità con una costanza e una coerenza tra suoni, immagini e idee vista raramente in giro (segnalo anche Ecate).


SUBROSA – MORE CONSTANT THAN THE GODS (2013)
Superiamo l’Oceano Atlantico e buona parte del continente americano fino allo Utah, posto a dir poco insolito dove trovare uno dei dischi che hanno segnato il decennio. Ci hanno pensato i Subrosa con il loro quarto album: More Constant Than The Gods è, a mio avviso, l’incarnazione perfetta di ciò che il doom metal è stato in questi anni. Eclettico, mistico, imprevedibile, onnipresente ed evanescente allo stesso tempo. Qualcosa che guarda alla tradizione dei decenni precedenti, ma che cerca una propria strada, tra violini, cori e afflizione. Come nei casi di divinità quali My Dying Bride o Mourning Beloveth, anche il doom dei Subrosa è tutt’altro che separato dalla realtà ed è molto attento a quello che succede nel mondo. Purtroppo, nel maggio 2019 la band ha annunciato lo scioglimento, ma i vari membri sono già impegnati in altri mille progetti.


CHELSEA WOLFE – HISS SPUN (2017)
Quello che è successo al doom metal negli anni Dieci è per certi versi simile a quanto successe al black metal nel corso degli anni Zero: diventare sempre più un’influenza rilevante anche per artisti che non suonano strettamente doom e roba simile. Hiss Spun di Chelsea Wolfe — in modo ancor più evidente del precedente Abyss — incorpora in maniera esemplare il suono, l’estetica, la filosofia del genere in un universo confinante, ma non necessariamente sovrapponibile alla percezione del doom fino a gran parte degli anni Zero. È un processo stratificato e complesso che va avanti da tempo in più di una direzione, come abbiamo visto negli anni anche in Italia con progetti come gli OvO.


GIANT SQUID – MINOANS (2014)
Ultimamente, per molti i Giant Squid sono principalmente noti per essere la vecchia band di Aaron John Gregory, attuale cantante dei Khôrada. Eppure, prima di sciogliersi nel 2015, il gruppo sludge/post-metal californiano diede alle stampe un inatteso quanto improbabile disco dalla vorticosa corrente doom: Minoans. A partire dalla scelta del soggetto, vediamo come l’idea dell’apocalisse resti uno dei cardini concettuali nell’universo largo del doom, affrontata di volta in volta con approcci diversi. Con la sua estrema malleabilità, l’ultimo disco dei Giant Squid è musicalmente un altro ottimo esempio in cui, proprio come in un mare, i confini tra un genere e gli altri sono sempre più fluidi. Inoltre, notiamo come sempre più gruppi scelgano strade diverse sia dal cantato solenne del doom tradizionale che dal cantato sporco che aveva caratterizzato gli anni Novanta e il grosso degli Zero.


MESSA – BELFRY (2016)
Torniamo in Italia per parlare di una delle più grandi rivelazioni del decennio, i veneti Messa. A dirla tutta, il successivo Feast For Water è stato un disco più completo, più maturo, più memorabile, che resterà sicuramente impresso nella storia della musica oscura italiana (e oltre). Tuttavia, difficilmente si sarebbe arrivati lì senza un esordio come Belfry, con cui il quartetto si affacciava al mondo del doom senza alcun timore reverenziale, ma già con una notevole impronta personale. Anche qui la fluidità sonora e concettuale dell’acqua assume un ruolo centrale (e lo rifarà con maggior forza nel disco successivo), tra lo stile vocale e le chitarre dal fortissimo sapore jazz. Poi, beh, la copertina è bellissima.


ATARAXIE – L’ÊTRE ET LA NAUSÉE (2013)
Negli anni Dieci il doom metal si è confermato ancora di più una specie di insondabile abisso sonoro in cui le onde rimescolano sonorità e influenze senza soluzione di continuità. Allora che ne è stato del nostro amatissimo growl? Naturalmente, le correnti più classiche del death-doom e del funeral sono tutt’altro che sparite, bensì hanno continuato a operare dall’alto delle montagne più impervie, incidendo le loro profonde scanalature anche nel decennio che si sta chiudendo. Come esempio prendiamo i maestri Ataraxie che, con L’Être Et La Nausée, ci trascinano nel baratro tenebroso della più eterna inquietudine. Un doppio disco intriso di profonda disperazione che ci scaglia spesso e volentieri nella tempesta del blast beat e dell’insanità.


PALLBEARER – SORROW AND EXTINCTION (2012)
Qualcosa si è mosso anche per quanto riguarda la corrente più tradizionale del doom metal, oltre all’ennesimo ritorno degli intramontabili Candlemass. In misura pure maggiore rispetto ai finlandesi Reverend Bizarre negli anni Zero, anche negli anni Dieci abbiamo conosciuto un caso di revival con tutti i crismi: parlo di Sorrow And Extinction dei Pallbearer. Qui c’è veramente tutto quello che si potrebbe chiedere a un disco di doom metal tradizionale: influenze settantiane, iconografia cosmica, tristo mietitore, il tutto raccontato con grande competenza vocale da Brett Campbell. Per coloro che veramente non possono fare a meno del doom (molto) vecchia maniera.

 

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