Arriva l'Anno del Topo: dieci dischi cinesi dagli anni Dieci

Dieci dischi dalla Cina degli anni Dieci

Secondo il calendario cinese entriamo ora nell’anno del Topo, che arriva dopo due animali a cui siamo particolarmente affezionati qui su Aristocrazia (il Cane e il Maiale), si apre così un nuovo ciclo di dodici anni. Per festeggiare, proprio come abbiamo fatto per i vari generi del metal, abbiamo pensato di mettere insieme un bel listone con qualche consiglio sulla musica più interessante venuta fuori dalla Cina nel corso degli anni ’10. Non ci limiteremo però al solo metal, anche per dare un’idea di quanto sia fluido tutto l’ambiente non pop nel paese, con festival grandi come il Midi o lo Strawberry che includono infatti band di ogni tipo sugli stessi palchi.

Abbiamo già avuto l’occasione di scoprire alcune delle cose più interessanti avvenute in ambito rock-metal nella Repubblica Popolare, come nei casi di nomi storici degli anni ’00 quali Xie Tianxiao 谢天笑 e Cold Fairyland 冷酷仙境, progetti che hanno gettato le basi per alcune delle cose che vedremo in questa lista. Gli anni ’10 sono stati un periodo particolare, in cui l’ambiente si è diversificato parecchio e alcune band sono anche riuscite a ottenere un certo successo all’estero.

Ovviamente, non vuole e non può essere una lista esaustiva di tutto ciò che è esistito, ma può dare alcuni spunti per iniziare o approfondire una scena musicale ancora poco conosciuta dalle nostre parti.

In fondo troverete una playlist Spotify, dove purtroppo non sono disponibili tutti gli album indicati. L’illustrazione che segue è tratta da un dipinto del 1684 di Zhou Xun, artista di epoca Qing. 



VOODOO KUNGFU 零壹
Dark Age 黑暗世界音乐
(Autoprodotto, 2011)
Mi sembra giusto iniziare questa panoramica con uno dei progetti più particolari del nuovo millennio in Cina. Il nome originale significa 01 ma, per chi non mastica la lingua, si è optato per una cosa a suo modo catchy come Voodoo Kungfu. Si tratta sostanzialmente della creatura musicale di Li Nan, personaggio dai mille volti che ha studiato più o meno qualunque stile vocale, inclusi il canto di gola della Mongolia e i canti tradizionali tibetani. Dopo il primo disco del 2008, con Dark Age Li ha messo insieme in maniera più organica il suo universo musicale e filosofico, pescando dalla lunghissima (e spesso dimenticata) tradizione oscura della storia e del pensiero cinese, guadagnandosi anche qualche attenzione (in negativo) da parte delle autorità. È praticamente impossibile descrivere quello che succede in questo disco parlando di generi, c’è sicuramente qualcosa di black metal, qualcosa di hardcore, qualcosa di folk, ma soprattutto c’è tantissimo male, giudicate voi. Ebbi anche la fortuna di vederli dal vivo proprio nel 2011 al Midi Festival di Pechino. Da allora, i Voodoo Kungfu si sono sciolti e riformati, Li Nan ha ottenuto una borsa di studio al Berklee College of Music e lo scorso anno ha pubblicato la raccolta Celestial Burial.


ZHAOZE 沼泽
1911 
(Zen Music, 2011)
Andiamo qualche mese avanti e cambiamo completamente genere, quando sul finire del 2011 la band di Guangzhou, nel Sud del Paese, Zhaoze (palude) ha dato alle stampe 1911: un’opera post-rock in quattro movimenti dal sapore notturno. Proprio quell’anno si ricordava il centenario della rivoluzione Xinhai, che pose fine al governo della dinastia Qing e avviò la fase repubblicana della storia cinese. L’album non è esplicitamente dedicato a quegli eventi, ma c’è sicuramente un’impressione di memoria, di riflessione sul passato e sul presente, che aleggia nel corso di questa fluida ora di musica. Con questo secondo disco, il quartetto ha compiuto ulteriori progressi nell’inserimento del guqin 古琴 — uno dei più importanti strumenti tradizionali a corda — nelle proprie trame, rendendolo a tutti gli effetti il protagonista dello scenario (e delle performance dal vivo). La scena post-rock cinese si è arricchita così di un nuovo nome da seguire con grande attenzione; nel frattempo, gli Zhaoze hanno pubblicato ottimi lavori come Yond / 远 e Birds Contending / 争鸣, arrivando anche a suonare spesso all’estero.


NINE TREASURES 九宝
Nine Treasures 九宝
(Autoprodotto, 2013)
Avevamo già parlato del lavoro eponimo dei Nine Treasures al momento dell’uscita, quindi non mi dilungherò troppo sull’album in sé, ma a distanza di anni possiamo confermare che si è trattato di una delleopere più influenti nell’ambito del folk metal asiatico. Venuti fuori da una scena influenzata dagli strumenti tradizionali della musica mongola e da temi legati alle leggende e alle cavalcate nelle steppe, che comprendeva già nomi come gli Hanggai o i Tengger Cavalry del compianto Nature Ganganbaigal, i Nine Treasures sono riusciti in questo disco a mettere insieme un sound folk metal che non risultasse semplicemente un’unione di chitarre elettriche dal suono cattivo e strumenti dal suono strano. Nine Treasures è un album che invoglia all’ascolto di per sé, non necessariamente in quanto musica peculiare (come invece possono risultare alcune delle cose pubblicate dai Tengger Cavalry). Negli anni il gruppo ha portato la sua energia in giro per i palchi di mezzo mondo, confermandosi tra i progetti locali più amati dal pubblico rock-metal cinese. Con il successivo album Wisdom Eyes, i Nine Treasures hanno continuato la loro cavalcata con successo.


HEDGEHOG 刺猬
Phantom Pop Star 幻想波普星
(Modern Sky, 2014)
Il rock indipendente ha iniziato a prendere spazio nell’underground cinese già dalla metà degli anni ’00 con nomi come Carsick Cars o Queen Sea Big Shark, ed è proprio allora che gli Hedgehog muovevano i primi passi, raggiungendo un posto di spicco grazie a dischi quali Blue Daydreaming e Honeyed And Killed proprio tra la fine di quel decennio e l’inizio del successivo. Ai tempi di Phantom Pop Star, la band fondata dal chitarrista-cantante ZO e dalla batterista Atom era ampiamente uno dei progetti chiave della scena, reduce da un album registrato a New York e un primo momento di relativa notorietà. In questo disco il trio è riuscito a condensare le tante influenze, dal dream pop al noise, dal punk rock alla new wave. Sono aumentate le parti cantate anche da Atom in un riuscito gioco a due voci, mentre ha fatto il suo ingresso uno strumento insolito come il violoncello. Dopo altri anni di gavetta e costante lavoro nel sottobosco, nell’estate 2019 gli Hedgehog hanno partecipato a The Big Band, un programma dedicato ai gruppi rock sulla piattaforma online iQiyi, raggiungendo così milioni di nuovi ascoltatori e facendo il botto sui social cinesi.


NOVA HEART
Nova Heart
(Fake Music Media, 2014)
Più su dicevamo che la scena non pop cinese è molto fluida, infatti non è sorprendente ritrovare nei Nova Heart la batterista Atom, in forze ai succitati Hedgehog. Siamo di fronte a un progetto di musica elettronica dalle influenze rock ideato dalla cantante Helen Feng 冯海宁, una delle figure più attive dell’ambiente (già parte di vari gruppi e co-fondatrice dell’etichetta Fake Music Media). Tra le particolarità, la decisione di scrivere testi in inglese, cosa abbastanza rara da queste parti. Dopo l’ottimo EP Beautiful Boys con cui la band si è fatta notare nel 2012 e varie presenze ai maggiori festival, ecco che sul finire del 2014 ha sganciato questa autentica bomba. Uno dei più bei dischi di musica elettronica del decennio, sentito, ballabile, attraversato da un’atmosfera fumosa e da un senso di malessere urbano che trovano nella voce di Feng il miglior veicolo possibile. Da allora, quest’ultima si è dedicata principalmente all’attività live, al lavoro nell’underground e alla scoperta di progetti emergenti come le Hormones. Chissà se questo album avrà mai un seguito o resterà una perla solitaria nella carriera della band.


ZURIAAKE 葬尸湖
Gu Yan 孤雁
(Pest Productions, 2015)
Quando si parla di black metal cinese, il primo nome che viene in mente è sempre quello del trio originario dello Shandong. Il Lago dei Cadaveri Sepolti (questo il significato del nome in cinese), dopo aver contribuito a mettere il paese sulla mappa del black metal dai toni epici nel corso degli anni ’00 grazie a perle come 奕秋 (Afterimage Of Autumn), è tornato alla carica con 孤雁 (che significa oca selvatica solitaria). Gli Zuriaake si sono confermati uno dei nomi di punta della Pest Productions — e di conseguenza della musica oscura cinese — con un disco costruito su mid-tempo, testi dal sapore poetico, urla disperate che si alternano a versi in cantato pulito e solenne, dipingendo gli scenari montuosi e tempestosi attraverso i quali si avventura l’uccello protagonista del titolo. Il fulcro dell’album è la lunga suite “梦邀” (traducibile come invito nel sogno), divisa in tre atti, in cui la voce narrante si dirige verso i luoghi degli dei e degli spiriti immortali, prima di svegliarsi. La mitologia, l’arte e la poesia sono infatti le principali fonti di ispirazione degli Zuriaake, che negli anni hanno messo in piedi un concept molto riconoscibile e personale con cui si presentano anche sul palco. Ancora non si conosce l’identità dei musicisti che rispondono agli pseudonimi di Bloodsea, Bloodfire e Deadsphere, diventati ormai punto di riferimento di un’intera scena, influenzando gruppi più giovani e raccogliendo un discreto seguito anche oltre la Cina continentale.


THE LOUDSPEAKER 扩音器
格格不入
(Darksong Records, 2016)
Il treno che attraversa il decennio ci porta così a Shanghai, per farci fare la conoscenza di una combriccola dedita all’hardcore più marcio: i Loudspeaker. Già con una discreta carriera alle spalle, con 格格不入 i quattro hanno scolpito il proprio nome nella storia locale del genere a suon di mazze chiodate e chitarre distorte. Il titolo riprende un modo di dire cinese che indica i misfit, gli incompatibili, e forse non è un caso che i Loudspeaker si siano formati proprio a Shanghai, la città cinese che più sente il peso del denaro e di vite soffocate da riunioni e viaggi di lavoro. 34 minuti di schiaffi in salsa crust, qualcosa di piuttosto insolito sulle rive del Chang Jiang, consigliati soprattutto se cercate qualcosa di non folkeggiante e desiderate tirare qualche calcio. Negli ultimi anni i Loudspeaker non si sono assolutamente fermati, producendo un EP di grande qualità come 母语 (Lingua Madre) e il disco 淞沪肉啃肉 (Songhu Rock ‘N’ Roll), ispirato in parte all’assedio di Shanghai da parte dell’esercito giapponese nel 1937.


BLACK KIRIN 黑麒麟
Nanking Massacre 金陵祭
(Pest Productions, 2017)
Restando in tema invasione giapponese, ma cambiando decisamente genere, parliamo a questo punto dei Black Kirin, forse uno dei casi più famosi nell’ambito del metal cinese. Dopo essere saliti alla ribalta l’anno prima con National Trauma, ecco che il quintetto di Changchun ha deciso di dedicare un intero album a uno dei più feroci crimini di guerra compiuti dall’esercito giapponese: il massacro di Nanchino del 1937. Anche in Nanking Massacre i cinque si confermano innamorati del connubio tra musica estrema e strumenti tradizionali cinesi, alternando i brani strumentali con quelli in cui le urla di Code (cantante originario di Taipei, già attivo negli Anthelion) rievocano la tragedia. Un disco epico e denso di sofferenza umana, a cavallo tra death metal melodico e folk, con cui i Black Kirin si sono fatti notare con forza ancora maggiore, convincendo la Pest Productions a pubblicare il loro ultimo singolo 秦淮 proprio nel 2019 (includendo la ristampa del primo EP uscito in via indipendente nel 2013).


WANG WEN 惘闻
Invisible City
(Space Circle, 2018)
Restiamo nel nord-est del Paese ma ci spostiamo nella città di Dalian, casa di una delle più longeve e costanti band rock della storia della Cina: gli Wang Wen 惘闻. Trascorsa una lunga carriera iniziata nel 1999, questi maestri del post-rock strumentale hanno gradualmente raggiunto spazi sempre più lontani fino ad avviare una collaborazione con la Pelagic Records per la distribuzione internazionale dei loro dischi ai tempi di Eight Horses. Dopo le solenni atmosfere di Sweet Home, Go!, il sestetto ha deciso di tornare alle atmosfere quotidiane della cara Dalian, dedicando Invisible City (non a caso liberamente ispirato all’opera di Calvino) alle vite comuni e alle difficoltà di una città spesso abbandonata da chi cerca fortuna in luoghi più ricchi come Shanghai o Pechino. Il quasi leggero Invisible City si muove tra strumenti particolari come il theremin e campionamenti vocali, senza mai esagerare, in puro stile Wang Wen, una band completamente in controllo della propria creazione e del proprio universo musicale.


DEEP MOUNTAINS 深山
Will Of A Balanced World Volume I & II | 平衡世界的意志 1 & 2
(Pest Productions, 2019)
Ed eccoci all’ultimo nome di questo elenco, con la fatica più recente dei Deep Mountains, uscita a fine 2019 (guarda caso) per Pest Productions. Può darsi che abbiate già sentito parlare del progetto originario dello Shandong una decina d’anni fa, quando era impegnato a portare il black metal naturalistico in Cina,  ma sappiate che nel frattempo le cose sono cambiate parecchio. Il doppio album Will Of A Balanced World è il prodotto finale (almeno per ora) della lunga trasformazione della band, arrivata ormai a incorporare elementi provenienti letteralmente da ogni angolo del mondo musicale. C’è spazio sia per il post-punk dell’apertura “King Of Hot-Rock” che per il reggae di “The Classic Of Mountains and Seas”, fino a sprazzi di hard rock ignorante e all’immancabile post-rock atmosferico che è da tempo la cifra stilistica dei Deep Mountains. Tutte queste facce non hanno però cancellato l’amore per le voci sporche e le chitarre distorte, che si fanno notare in particolare nel secondo volume, come nel caso di “Dark Side Of A Great Epoch”. Consiglio di prendere questo doppio disco come una sorta di compendio delle cose musicali successe nell’undergound cinese nell’ultimo decennio, un ottimo modo di salutare l’Anno del Topo.


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