ARCTURUS – Chi c’è dietro la maschera? (pt. I)

Gruppo:Arcturus
Fondazione:1990
Provenienza:Norvegia
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Discografia:

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DALLE STALLE ALLE STELLE

Fa un po’ ridere che uno dei gruppi più istrionici e fuori dagli schemi del metallo tutto sia nato come progetto collaterale dei Mortem. Fa un po’ ridere e nel contempo ha un non so che di mistico che gli Arcturus vengano metaforicamente fuori da sotto terra, per iniziare un’ascesa che li porterà — in tutti i sensi — a diventare una stella luminosissima nel firmamento notturno che è la scena estrema norvegese.

Un trio di metallari (Steinar Sverd Johnsen, Marius Vold e Jan Axel Blomberg) come ce n’erano tanti alla fine degli anni Ottanta, cresciuti a pane nero e thrash-death: i primi due sono appena diciassettenni, il terzo ha vent’anni, una testa di capelli ricci ed è appena entrato in una band di gente che sta male, a tratti malissimo, i Mayhem. Nel 1989 registrano Slow Death, la prima e a tutt’oggi unica testimonianza ufficiale dei Mortem: prodotta nientemeno che da Euronymous e corredata da un’illustrazione di Dead, questa audiocassetta marcescente rimarrà un episodio isolato, perlomeno in ambito Mortem.

Appena un anno dopo, però, lo stesso trio è in cerca di una nuova direzione — in Norvegia, l’intero ambiente è in fermento, e sta per esplodere uno dei fenomeni musicali ed extramusicali più dirompenti di sempre — e per orientarsi decide di puntare lo sguardo là dove nessun metallaro aveva ancora guardato, al cielo. Il progetto si chiama Arcturus (dal greco Ἀρκτοῦρος: Guardiano dell’Orsa), come la quarta stella più brillante del cielo notturno osservabile dopo Sirio, Canopo e Alfa Centauri, e rispetto alle coordinate dei Mortem sposta l’asticella decisamente più in alto. Il primo risultato di questa nuova avventura è My Angel, un EP di due sole tracce che verrà pubblicato per la francese Putrefaction Records nel 1991: la proposta musicale è una sorta di black metal atmosferico ancora piuttosto sbilenco, che barcolla fra il sinistro downtempo della title track e la strumentale “Morax”, un breve riassunto di quanto vorrebbero/potrebbero fare gli Arcturus nell’immediato futuro, con Steinar che abbozza le prime note alla tastiera.


WAITING FOR A CHANGE IN THE WEATHER

In realtà il futuro non sarà così immediato e bisognerà aspettare altri due anni prima di ritrovare gli Arcturus su disco, complice anche il crescente coinvolgimento di Jan Axel Blomberg (Hellhammer anche per sua nonna) nei Mayhem, gruppo attorno al quale ruoterà — nel bene ma soprattutto nel male — l’attenzione di tutti, in Norvegia, proprio fra il ’92 e la tristemente famosa estate del ’93. Marius Vold, che nel frattempo aveva pure stretto amicizia con Snorre Ruch (uno che quell’estate se la ricorderà per quanto campa) e suonato nei suoi Stigma Diabolicum, esce di scena e, al suo posto, subentra alla voce un certo Kristoffer Rygg, già negli Ulver delle prime armi. Sverd abbandona definitivamente chitarra e basso in vece delle tastiere e viene sostituito da un giovanissimo Tomas “Samoth” Haugen, il quale nel 1994 si occuperà anche della produzione dell’EP Constellation per la sua neonata etichetta, la Nocturnal Art Productions.

I brani su Constellation sono quattro e sono tutti inediti: il suono si fa più definito ed evocativo, complice un uso massiccio di tastiere e sintetizzatori, veri e propri muri portanti del nuovo registro espressivo dei Nostri; i testi sono a tema naturalistico e si inseriscono nel solco che Rygg traccerà tanto con gli Ulver quanto coi primi Borknagar. I margini per un disco di debutto in grande stile ci sono tutti ma il nome Arcturus, a quanto pare, soffre gli impegni della maggioranza dei membri del gruppo, che danno la precedenza agli altri progetti di cui fanno parte. Samoth si dedica a tempo pieno agli Emperor, Hellhammer ai Mayhem e Kristoffer “Garm” Rygg agli Ulver, così sarà necessario attendere il 1996 per mettere le mani sul primo album degli Arcturus.


DAI BOSCHI INNEVATI AL CAMMINO DEL CAOS

È paradossale ma la sinfonia d’inverno rigido vede la luce nel mese di giugno del 1996, con il suo carico di temperature siderali, magniloquenza e virtuosismi neoclassici. Già, perché a dispetto di quell’Aspera nel titolo il disco di debutto degli Arcturus risulta sì aggressivo, ma anche singolarmente complesso ed elegante. L’ultimo avvicendamento ha portato all’ingresso in formazione di Hugh Stephen James Mingay (in breve Skoll) e di Carl August Tidemann, chitarrista di estrazione neoclassica che col suo stile tecnico e rigoroso si integra alla perfezione nei quadri disegnati dalle tastiere di Sverd, cangianti e ricchissime, capaci tanto di fare da sfondo quanto di dominare la scena (“Whence And Whither Goest The Wind”). Potremmo sbrigativamente catalogare l’album ancora una volta come black metal melodico, ma in Aspera Hiems Symfonia (1996, Ancient Lore Creations) c’è molto di più: non soltanto una limpidissima ispirazione musicale, capace di evocare sensazioni struggenti e vivide come solo la più appassionata tradizione romantica ha saputo fare, ma anche e soprattutto dei testi in pieno accordo con questo spirito. Uno spirito che ritroviamo condensato in uno dei brani più sofferti del lotto, quella “The Bodkin & The Quietus (…To Reach The Stars)” che porta con sé i germi della curiosità, dell’esplorazione, propri del personaggio di Faust: «Infinity, the faustian spirit, / Disheartened, by all / I will nver get up there alone / But still I will always perceive / Their company […] e ancora In my thirst for knowledge / A new kind of thought arose / Enriched me». Un tòpos letterario che ha attraversato le epoche, quello del patto col Diavolo, e che fungerà da bussola a tutta la successiva poetica arcturusiana che, come vedremo, pescherà a piene mani dalla drammaturgia europea, facendosi guidare dal Diavolo come Dante fece con Virgilio nel corso di un cammino diametralmente opposto.

Il lussureggiante materiale sonoro messo assieme su Aspera, sembra assurdo, ma non è che un preambolo rispetto al massiccio dispiegamento di idee che troviamo in La Masquerade Infernale (1997, Music For Nations), uscito appena un anno dopo e sintomo di un’urgenza espressiva quasi incontenibile. La Mascherata Infernale mette da parte l’impetuosità del black metal e scopre quella del teatro dell’assurdo; un cambio di prospettiva straniante per chiunque, figuriamoci per il metallaro medio, che solo un anno prima godeva delle tempeste di neve di “Du Nordavind” e “Wintry Grey” e ora si ritrova Garm che con una potentissima voce pulita parafrasa Baudelaire in “Master Of Disguise” e declama Edgar Allan Poe in “Alone”, in un disco che guarda al Satanismo come allo strumento supremo per esprimere il proprio Io, per dare fondo al proprio desiderio di scoperta.

Lo diciamo? Lo diciamo: La Masquerade Infernale è uno dei più bei dischi metal di sempre e ha avuto un impatto epocale su generazioni di metallari: trasuda follia, te la spiattella in faccia, dileggiandoti, ingannandoti con l’enorme allegoria del travestimento che gli fa da sfondo. “Master Of Disguise”, la più irridente invocazione del Diavolo possibile, apre le danze di questo spericolato ballo in costume, sorretto non solo dai sempre più ficcanti sintetizzatori di Sverd e dalla chitarra del nuovo entrato Knut Magne Valle (Tidemann questa volta si occupa soltanto di un paio di assoli), ma anche da un quartetto d’archi, a impreziosire una scrittura mai così sontuosa e articolata. Segue la piccola suite spaziale “Ad Astra”, già fra i momenti più alti di un album che non conosce veri e propri cali di ritmo, se non nei due minuti interlocutori della title track. In “The Chaos Path” fa la sua comparsa da protagonista Simen “ICS Vortex” Hestnæs, che con voce buffonesca ci ricorda la lezione nietzschiana del caos interiore necessario a partorire una stella danzante; lo stesso impulso alla base della tormentata poetica di Poe nella succitata “Alone”, interpretata dagli Arcturus con un impeto che tradisce tutto il male di vivere dello sventurato scrittore nordamericano. Malessere che prosegue come un eco in “The Throne Of Tragedy”, su testo del norvegese Jørn Herik Sværen (autore di alcuni testi su Vargnatt degli Ulver, dei quali diventerà un membro stabile solo a partire da Lyckantropen Themes), che ci guida verso un finale decisamente meno euforico e più consapevole della miseria umana. “Painting My Horror” col duetto fra Garm e Vortex che è tutto un saliscendi e “Of Nails And Sinners” sono gli episodi più cupi e sconsolati de La Masquerade Infernale, quelli di un Lucifero che torna nell’abisso sconfitto ma orgoglioso: «A rebel I was, radiant my glow, afar, / My wisdom fathomed by the morningstar». Gli Arcturus riescono a inventare un modo diverso di fare musica, che non è metal in senso stretto ma non è neppure nient’altro: prendono qualcosa di grezzo e primordiale e lo trasformano con un estro che è tutto nuovo, pur partendo da solide basi classiche; sono gli albori di una corrente che soprattutto in Norvegia produrrà capolavori inarrivabili, ma che anche nel resto del mondo (basti citare gli sfortunatissimi Anubi o i giapponesi Sigh, di cui recentemente si è parlato proprio sulle nostre pagine) saprà disorientare il pubblico del metallo e non solo.

Dopo questa ricchissima infornata, con l’uscita di due album enormi nel giro di poco più di un anno, gli Arcturus staccano la spina, e fatte salve le uscite di Disguised Masters — una compilation piuttosto raffazzonata di remix ed esperimenti elettronici più o meno inconcludenti — e lo split True Kings Of Norway (2000, Spikefarm Records) in condivisione con Emperor, Dimmu Borgir, Immortal e Ancient il nome della stella viene messo nel congelatore. Sverd e Hellhammer entrano nei Covenant (poi The Kovenant), suonando insieme sul debutto Nexus Polaris; mentre gli Ulver di Garm, ultimata la famosa trilogia norvegese, si lanceranno nell’ambiziosa sonorizzazione dell’opera di William Blake con Themes From William Blake’s The Marriage Of Heaven And Hell e quindi nel mondo del trip-hop con lo storico Perdition City. Qualcosa di incomprensibile sta prendendo forma nello spazio profondo, qualcosa per cui, manco a dirlo, non siamo preparati.


Gli Arcturus saranno in Italia per tre date alla fine di marzo:

28/03 Largo Venue, Roma
29/03 Revolver Club, San Donà di Piave (VE)
30/03 Slaughter Club, Paderno Dugnano (MI)

 

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