Top 3 dei nostri ascolti estivi 2020 - Parte 2

Top 3 dei nostri ascolti estivi 2020 – Parte 2

 

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Questo 2020 è stato un anno strano e pesante per tutti, fortemente segnato dalla pandemia (alla quale abbiamo anche dedicato un altro listone). Tuttavia, non tutti i mali vengono per nuocere: si sa, quando i periodi si fanno difficili la musica è sempre un’ottima compagna. Pertanto, per diversi di noi è stata un’estate fruttuosa, tra dischi nuovi e altrettanti vecchi da riscoprire. Ora che la bella (?) stagione è ormai finita, ci sembra dunque giusto condividere con voi la Top 3 dei nostri ascolti estivi.


Dope Fiend

Sarà a causa del ventesimo anniversario di Hybryd Theory, pietra miliare della mia evoluzione musicale e umana, ma quest’estate ho ripescato gli album dei Linkin Park successivi a Minutes To Midnight, quello che per me era l’ultimo — già scricchiolante ma ancora valido — lavoro del quintetto. E ho riscoperto Living Things, che è stato una compagnia costante: vario, coinvolgente, ben equilibrato tra le parti pop ed elettroniche, le sempreverdi incursioni rap di Shinoda e la potenza di certo rock alternativo. Una compagnia che ha fatto vibrare con una tonalità nuova una corda del mio animo a cui sono particolarmente affezionato, una corda che credevo avesse sussultato per l’ultima volta (purtroppo di infinita tristezza) il 20 luglio 2017.

Ho poi rivisto il mio rapporto con i Katatonia, da sempre molto complesso: Dance Of December Souls è per me un monumento, mentre tutto ciò che è venuto dopo Brave Murder Day mi faceva semplicemente un gran frullato di palle. Eppure ogni anno, puntualmente, tentavo di riascoltare qualche disco successivo al 1996, ricavandone solo noia. Quest’estate sono inaspettatamente rimasto ammaliato dalla violenza di luglio, riuscendo a cogliere finalmente la bellezza di The Great Cold Distance. Ed eccomi preso per mesi in un vortice di rugginose costernazioni e di melodie così allegre da farti venire voglia di rannicchiarti in un buco e attendere la morte: la fredda distanza che mi separava dai Katatonia non è più così grande.

L’amore a primo ascolto è invece arrivato con Age Of Aquarius. La miscela di stoner, rock psichedelico e folk suonata dai Villagers Of Ioannina City è stata un fulmine a ciel sereno che mi ha trasportato tra le ere sulle ali di mid tempo evocativi, kaval, cornamuse, atmosfere surreali e bucoliche, fino a farmi ritrovare in radure verdi, circondato da ninfe e satiri danzanti, a contemplare costellazioni sconosciute e a pregare Padre Sole. Mentre la gente era in spiaggia, io ero sulla riva del fiume, dove ho conosciuto le divinità della pioggia, ho danzato nel fuoco, ho ascoltato la chiamata della Terra e ho assaporato la libertà derivante dal sentirmi un tutt’uno con la Madre che ci ospita e ci nutre.


V. Rain

Visto che in media impiego un quarto d’ora anche solo per decidere se prendere il cono o la coppetta in gelateria, non è un’impresa facile individuare tra tutti gli ascolti di quest’estate i tre dischi che mi hanno maggiormente galvanizzata. Andrò dunque in ordine cronologico, iniziando da Words That Go Unspoken, Deeds That Go Undone dei britannici Akercocke, gruppo che ascoltavo molto spesso quando iniziai ad approcciarmi alla musica del Male e che ogni tanto riesumo con piacere. Questo album ha sempre esercitato un certo fascino su di me, perché mostra appieno la capacità della band di mescolare prog, death alquanto brutale e black maligno con sagacia e fluidità, offrendo un risultato che genera manrovesci sonori, sferrati da una mano avvolta in un guanto di velluto.

Sempre a cavallo tra generi diversi si collocano anche i Kilter, trio della Grande Mela che qualche mese fa ha consegnato alle stampe Axiom , degno successore di un EP pubblicato nel 2018. Per chi non li conoscesse, si tratta di una specie di super-gruppo della scena sperimentatrice newyorchese (annovera membri di Alter-Nativ, Imperial Triumphant e Jerseyband) che propone una commistione audace tra il jazz e una miriade di altri generi, che vanno dal grind al doom vecchio stampo, fino a giungere ad atmosfere quasi spaziali e avveniristiche. Un disco imprevedibile ed effervescente che catalizza l’attenzione dal primo all’ultimo minuto.

Il terzo album non è certo l’ultimo in termini di apprezzamento personale, si tratta anzi di una piccola perla blues, anch’essa uscita quest’anno e scoperta grazie a un amico: Swamp King, il primo disco solista di Alberto Piccolo, chitarrista dei Messa che per l’occasione ha scelto il moniker Little Albert. Swamp King raccoglie sia inediti che cover di gloriose testimonianze del genere, regalando un concentrato di blues stagnante e malinconico che trasporta subito tra le paludi della Louisiana, senza muoversi di un passo da casa; dal primo ascolto è diventato la mia colonna sonora di riferimento per i viaggi in macchina all’imbrunire.


Elisunn

Ho trascorso questa estate praticamente solo lavorando, godendomi giusto qualche giorno di sole — se possibile — durante i fine settimana. A salvarmi dal tedio della vita quotidiana, per fortuna, ci sono stati svariati artisti, dei quali ho spesso ascoltato brani sparsi qua e là, senza dedicarmi troppo agli album interi. Ci sono state però alcune eccezioni con cui sono entrata in loop, anche quindici volte, non necessariamente consecutive. Tra queste spicca il recentissimo debutto black-death dei romani Thecodontion, intitolato Supercontinent: un viaggione a ritroso che ci riporta all’era dei grandi oceani, in cui i confini del Pianeta erano ancora indefiniti e si andava delineando il supercontinente conosciuto come Pangea. Il duo nostrano rimane fedele alla linea no guitars only death, anche se in “Laurasia-Gondwana” spunta una chitarra baritona. Un lavoro massiccio che mi ha fatto tantissima compagnia.

Spostandoci un po’ più a nord, un’ulteriore costante di questa estate un po’ strana è stato il terzo lavoro di un’altra band nostrana, i Verdena. Il primo disco del terzetto a cui mi sia mai accostata è stato in realtà Requiem, mentre il 2020 è servito a farmi riscoprire i suoni grunge, alternative rock, stoner e a tratti perfino striati di blast beat de Il Suicidio Dei Samurai. Fino a qualche anno fa non avrei dato una lira ai Verdena, adesso li butto giù che è un piacere. L’unico consiglio che sento di dare è non concentrarsi troppo sui testi, perché non hanno alcun senso e lo dice pure lo stesso Alberto Ferrari.

Il panico da COVID-19 mi ha convinto ad allenarmi in casa per evitare di infilarmi in palestra, anche se le palestre erano in realtà tutte aperte e considerate piuttosto sicure. Ho creato una playlist collaborativa in cui qualcuno ha infilato contro la mia volontà pure i Sabaton e i Sonata Arctica, mentre dal canto mio ci ho messo qualche brano di Violator degli inconfondibili Depeche Mode. Qualche brano che poi è diventato il disco intero, che mi ha fatto compagnia durante l’allenamento ma anche nel corso delle passeggiate solitarie che facevo intorno a casa, per cambiare un po’ aria. Gahan ha una delle voci più belle della sua generazione, forse ci sono arrivata un po’ tardi ma pazienza.


Bosj

L’estate 2020 è stata strana per una serie di ragioni talmente lunga che non ha nemmeno senso provare a parlarne. L’importante è che ho avuto tanto tempo da dedicare alla musica, e infatti è difficile dire quali sono i tre album che ho ascoltato di più. A spanne, sono un recupero d’antan che non avevo mai ascoltato, un disco cui sono molto affezionato e che era da un po’ fuori dalle rotazioni e una nuova uscita.

Il primo è Screams And Whispers degli Anacrusis: una band che ho sempre snobbato, non essendo mai stato grande amante del thrash, ma cui mi sono avvicinato approfittando delle ristampe di qualche mese fa (parliamo di titoli che Metal Blade non ristampava da vent’anni esatti). Ecco, scopro così all’alba del 2020 che Screams And Whispers è uno degli album più affascinanti dell’intero panorama prog statunitense, e che a quasi trent’anni dalla sua prima pubblicazione non ha perso nulla del suo smalto, anzi riesce nell’incredibile impresa di suonare al tempo stesso sia classico che moderno. Un canto del cigno ancora attualissimo.

Il secondo è invece il debutto dei Fall Of Efrafa, Owsla. Quando in primavera lessi che sia l’etichetta Alerta Antifascista che il cantante Alex CF versavano in condizioni complicate a causa della pandemia, mi riavvicinai al repertorio della band di Brighton e finii in un loop che va avanti ancora oggi. Non riesco più a fare a meno di quella roba lì, sporca e grossa come una casa, che mi parla della Collina Dei Conigli in un modo così emotivo e violento da far male. Una delle formazioni migliori di tutto il panorama post-, qualsiasi cosa questo sia, che spero tantissimo un giorno decida di riprendere le attività.

La nuova uscita invece è totalmente al di fuori dello spettro metallaro, un album synthpop scoperto per puro caso: The Night We Raise dei Korine, da Philadelphia. Due ragazzi con gli anni ‘80 nel cuore, che devono il nome del loro progetto al regista di culto Harmony Korine, affrontano la vita con malinconia e infilano otto pezzi uno più bello dell’altro. Breve e intensissimo, The Night We Raise è un manuale di come si possono scrivere canzoni semplici e di enorme impatto, con un gusto per la melodia che è roba di pochissimi e testi essenziali e sofferti. Insomma, un capolavoro del tutto inaspettato.


Pakko

La mia estate musicale è stata contrassegnata dall’ascolto continuato di alcuni degli album che più mi hanno segnato in passato. Un evidente tentativo — fallito — di fuggire da un presente poco piacevole, rifugiandomi in un passato idealizzato. Tra i miei dischi preferiti, Tabula Rasa Elettrificata dei CSI occupa un posto d’onore, probabilmente perché si tratta della trasposizione in musica di un viaggio in Mongolia datato 1992, subito dopo il crollo dell’URSS, e da circa una vita il sottoscritto brama con tutte le sue forze di esplorare la terra che diede i natali a Gengis Khan. Un viaggio forse più concettuale, più metafisico, che geografico, cantato-narrato da Ferretti e Ginevra Di Marco sulle note delle sei corde di Zamboni e Canali e il virtuosismo di Maroccolo al basso. Un disco in bilico tra tradizione, (post)sovietismo e modernità, proprio come la Mongolia dell’epoca.

Slaughter Of The Soul degli At The Gates è stato tra i primi album propriamente metal che ho ascoltato. Ricordo anche che “Blinded By Fear”, la traccia di apertura, mi folgorò con il suo connubio di velocità, requisito fondamentale per chi come me proveniva dal mondo del punk hardcore, di cantato saturo di disperazione di Lindberg e di trame melodiche della sezione strumentale. Da quel primo ascolto è poi nata una passione sfegatata per i suoni della scuola di Göteborg e a quasi due decenni di distanza continuo a considerarlo un disco ineccepibile.

I Fall Of Efrafa hanno avuto un impatto devastante, quasi epifanico, sulla mia vita. Owsla è il primo capitolo della trilogia ispirata a La Collina Dei Conigli di Richard Adams, romanzo nato come racconto per bambini ma che al suo interno contiene diverse chiavi di lettura, rendendolo una metafora della società umana. Pur restando ancorato a solide radici crust-punk hardcore, Owsla contiene gli embrioni post-hardcore e post-metal che giungeranno a maturazione nei successivi Elil e Inlè.

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