Il culto vive: 7 demo black metal italiani da riscoprire | Aristocrazia Webzine

Il culto vive: 7 demo black metal italiani da riscoprire

In un’epoca che appare ormai giurassica, accanto ad album, ep, split e singoli si ergeva un formato discografico oggi in disuso e che appartiene ormai soltanto al culto. Sto parlando del demo, abbreviazione informale per demonstration, quindi un’opera realizzata allo scopo di far girare il nome di un gruppo, mostrarne le capacità e invogliare una etichetta a supportarlo — a livello economico e logistico — nella creazione di un disco vero e proprio. All’alba del 2024 le distinzioni fra demo, ep e album sono invece totalmente sfumate e paiono soltanto dissertazioni da catalogatore incallito, tanta è la facilità con cui è possibile realizzare un’uscita in autonomia in casa propria e appiccicarci sopra l’etichetta preferita. Qual è il limite di minutaggio che distingue un ep da un album? Cosa cambia fra un album autoprodotto e un demo? Difficile trovare risposte soddisfacenti.

In ambito black metal in Italia questo culto viene mantenuto vivo e trasmesso a nuovi e più giovani adepti attraverso due collettori. Il primo è il Museo Del Black Metal Italiano, canale YouTube nato per raccogliere «vecchie uscite che ormai son purtroppo dimenticate, attraverso la digitalizzazione di audiocassette, vinili e CD». Il secondo invece è rappresentato dal volume Infernum Metallum – Storie E Leggende Del Black Metal In Italia, che ricostruisce le vicende di ottantadue band tricolori per formare uno spaccato sulla nascita della scena nera.

Lo scopo di questo articolo è quello di riscoprire il valore — musicale e non solo affettivo — di sette demo black metal del passato che meritano ancora di essere ascoltati e apprezzati nel 2024. Sette opere pervase da una passione e una magia che sono riscontrabili a distanza di decenni anche da generazioni che non hanno vissuto i tempi nostalgici del si stava meglio quando si stava peggio. Il criterio principale che ho utilizzato per la selezione è stato quello di includere soltanto demo le cui canzoni non sono poi state inserite in opere successive (o almeno non nella loro totalità) e che quindi mantengono un carattere e un valore indipendenti. Non si tratta perciò di una classifica né di una lista definitiva, ma di scelte basate sul gusto personale e talvolta sull’importante storica o il valore di originalità.

Nostalgico del tape trading, millenial che ascolti il metallo soltanto su smartphone o devoto sempre al passo coi tempi, questo articolo è per tutti voi.


Agarthi – Beginning

Agli albori della scena estrema tricolore la ricerca di una propria via sonora personale, attraverso l’apporto di più generi e quindi l’assenza di steccati rigidi, è una condizione frequente. È il caso anche degli Agarthi, formazione di Ferno (provincia di Varese) nata nel 1994 in cui militano Deathmaster e Guardian Angel prima di fondare i Doomsword, che unisce il black metal con l’epica pomposa portata in auge poi dai Rhapsody (allora non ancora Of Fire).

Beginning è la prima testimonianza del gruppo, un demo indipendente di cinque pezzi pubblicato nel 1996 nel quale le tastiere dominano una scena dalla forte impronta sinfonica (o neoclassica), fra cambi di tempo improvvisi, parti recitate, voce in scream e pulita, intermezzi sognanti e un concept a guidare le note con omaggi sparsi ai padrini Warlord. Tutto suona parecchio ambizioso e ovviamente ancora ingenuo e grezzo nella forma, un calderone di idee da perfezionare, smussare e indirizzare a dovere, ma sicuramente promettente, tanto che l’anno seguente gli Agarthi si accasano su Red Stream. Il mini album At The Burning Horizon esce per l’etichetta floridiana, già al lavoro con i Bethlehem di Dictius Te Necare, Skepticism e Necrophagia.

In seguito il gruppo cambia nome in Fiurach dopo un avvicendamento in formazione e un accordo con Lucretia Records International, o meglio con un emissario che avrebbe poi fondato Scarlet Records. L’esperienza però dura il tempo di un unico album (Chaospawner, 1999), prima dello scioglimento con il rimpianto di non aver mai trovato una direzione adeguata alla mole di idee partorite dai musicisti.


Beatrìk – The Infernal Wolf Is Still Hunting

A partire dal 1200 la tradizione trentina racconta delle scorribande notturne di un essere soprannaturale con le sembianze del sovrano Teodorico il Grande (re degli Ostrogoti) in sella a un cavallo fiammeggiante, con un folto seguito di cani e spettri. Tale creatura prende il nome di Beatrìk e si inserisce nel mito della Caccia Selvaggia, topos del folclore diffuso in varie parti di Europa e noto nel mondo metal per essere raffigurato sulla copertina di Blood Fire Death dei Bathory, opera del pittore Peter Nicolai Arbo intotolata Åsgårdsreien. Nel panorama del black metal tricolore Beatrìk rappresenta anche una new sensation che all’inizio degli anni 2000 fa parlare parecchio di sé.

La creatura di Frozen Glare Smara nasce nel 1998 in Trentino e nel giro di qualche anno pubblica due demo. Il secondo di questi si intitola The Infernal Wolf Is Still Hunting, esce nel 2001, contiene adattamenti di testi scritti da Berserk ed è una bella anticipazione di come si svilupperà il percorso artistico del suo autore in futuro. Già la sola “The Warriors Fate” mostra una ricchezza di idee non comune a chi si ispira al suono norvegese, passando con disinvoltura dall’inizio quasi epico a base di tremlo picking furioso a toni più severi e cupi, passando per scenari acustici. Se “Ride The Beast” col suo incipit acustico e nelle sezioni dal riffing serrato sa di Immortal, “Last Dawn” introduce invece quegli elementi che poi diventeranno il marchio di fabbrica dei Beatrìk. Sto parlando dei tempi rallentati che flirtano col doom, atmosfere desolate e in generale una sensazione di sofferenza diffusa.

Un anno dopo Serpens Caput Productions rilascia in vinile il primo album intitolato Journey Through The End Of Life, dove Frozen Glare Smara viene affiancato da Vidharr alla batteria (futuro protagonista in numerose band) e dal turnista Ferghus per alcune parti di basso. La morte e il suo rapporto con l’uomo sono il filo conduttore tematico di un black metal ortodosso, gelido e doloroso che richiama tanti nomi senza mai fossilizzarsi su un’unica ispirazione, anzi fortificandosi di un bel tocco personale che lo eleva dalla massa. Il manifesto e apice del disco è rappresentato dalla spettrale e malinconica “Buried Among Skeletal Woods”, il classico brano che vale il prezzo dell’intero disco.

Catturata l’attenzione di tanti, i Beatrìk approdano nel 2005 su Avantgarde Music con “Requiem Of December”, secondo e ultimo capitolo dell’ormai duo. Qui si vira su lidi depressive-suicidal, doom e funeral black, con un gusto però superiore ai tantissimi cloni dei nomi capifila. Gusti a parte, la carne al fuoco ha meno sfumature che in passato ma la sua qualità non si discute. Purtroppo “Requiem Of December” non vede un seguito e resta l’ultima testimonianza in questa veste di Frozen Glare Smara, che però già a partire dall’autunno del 2001 attiva in parallelo Tenebrae In Perpetuum, mostrando altri lati del proprio talento musicale.


Fear Of Eternity – Funeral Mass

Le sonorità gotiche rappresentano un punto fermo per Andrea Tilenni sin da quando veste i panni di batterista (pseudonimo: Tyrant) per i siciliani Sinoath, all’epoca del primo album Research, uscito nel 1995 intergrando influenze darkwave e Paradise Lost nel death metal venato di doom dei demo degli esordi. Purtroppo l’avventura Sinoath si interrompe anzitempo l’anno seguente, complice la chiusura dell’etichetta Polyphemus Records (su cui esordiscono anche i Novembre), per poi riprendere solo nel 2003 sotto la spinta di Salvatore Fichera.

Tilenni invece ritorna in campo in solitaria nel 2000 come factotum di Fear Of Eternity. La via intrapresa è piuttosto ambiziosa, perché all’interno di un impianto black metal atmosferico dalle ritmiche compassate sceglie di relegare le chitarre ad accompagnamento in secondo piano, rendendo le tastiere le assolute protagoniste. Il «melodramatic black metal» — etichetta con cui Tilenni descrive la propria musica — di Fear Of Eternity utilizza un approccio minimale e la reiterazione tipici di Burzum e del futuro depressive-suicidal, trasformando le sensazioni medievali del primo Mortiis in qualcosa di più nebbioso e influenzato dalle colonne sonore dei Goblin. A completare il pacchetto c’è un cantato in scream gracchiante e gorgogliante, stilisticamente non impeccabile (a tanti può non piacere) ma certamente personale.

Solitudine, disperazione e malinconia sono le emozioni evocate dalla one man band siciliana sin dal demo Funeral Mass, prima testimonianza di Tilenni solista dalla durata di oltre cinquanta minuti che esce nel 2001, poi ristampato da Moribund Records nel 2007, che in quegli anni supporta le prime opere di Leviathan e Xasthur, oltre allo stesso Tilenni sin dall’album di debutto del 2005 Toward The Castle. I tratti distintivi di Fear Of Eternity sono eloquenti già dal primo brano vero e proprio del demo, intitolato “Evil Premonition”, che inaugura una serie di nove marce funebri.

Con cinque dischi e un demo alle spalle, lo stato di Fear Of Eternity è attualmente avvolto dal mistero, dopo un silenzio discografico giunto in doppia cifra (“The Evocation Of The Unseen” risale ormai al 2013) e rafforzato dalla totale assenze di contatti web del progetto. Il tastierista-batterista tiene ancora fede alla propria natura e al momento si dedica agli Eternal White Trees, trio gothic-doom fondato insieme agli amici Antonio Billè e Gerassimos Evangelou (Lord Agheros) e supportato da My Kingdom Music.


Handful Of Hate – Goetia Summa

Il destino riserva da sempre parecchi colpi bassi ai toscani Handful Of Hate, come la scomparsa per malattia in giovanissima età del bassista Ugo Pandolfini nel 1994, la perdita del contratto con Northern Darkness Records a causa della chiusura dell’etichetta nel 2000, fino ad arrivare alla costante girandola di musicisti intorno all’inossidabile Nicola Bianchi. Dall’autunno del 1993 a oggi raramente il gruppo nato a Lucca si ritrova al momento giusto nel posto giusto, come ammette lo stesso cantante-chitarrista all’interno di Infernum Metallum. Eppure nessuno, nemmeno i più grandi detrattori, può negare l’onore delle armi agli Handful Of Hate, un manifesto vivente di costanza, coerenza e dedizione al black metal di stampo svedese. Scollinato il nuovo millennio, i toscani si affermano come formazione veloce, tagliente e violenta, grazie a dischi feroci quali Vicecrown (Code666, 2003), Gruesome Splendour (Cruz Del Sur, 2006) e You Will Bleed (Cruz Del Sur, 2009). Il tutto condito da testi che trattano la «materialità più lasciva e deviata» di stampo sessuale e il «piacere vizioso e terreno».

Nei primi anni di vita invece la band è piuttosto diversa e concentra le proprie atmosfere sul lato più evocativo, mistico e cerimoniale, guidata dagli interessi del batterista J.M. Anche la musica ne risente, come dimostra chiaramente il primo e unico demo del gruppo. Goetia Summa viene registrato in maniera professionale da Frank Andiver (batterista dei Labyrinth) agli Zenith Recording Studio di Lucca e stampato in cassetta in prima battuta dalla Monument Records nel 1995, poi dalla Dyna Records di Firenze, e in seguito dalla band stessa, ottenendo ottimi riscontri e scollinando le mille copie vendute. Nell’evocazione degli spiriti orchestrata dal quartetto toscano trova grande spazio la componente atmosferica, mentre i suoni sono parecchio cupi, influssi death metal si fanno sentire e le velocità non sono ancora parossistiche. “Solve Et Coagula” (dal motto alchemico) è un super biglietto da visita che nei suoi sei minuti contiene tante idee: ci sono le influenze dei primi Marduk e un bel passo pulsante, passaggi melodici e stacchi che frenano la veemenza delle note e gettano addosso all’ascoltatore un velo di mistero, mentre Nicola si alterna fra scream e growl, contribuendo al dinamismo del pezzo. La seguente “Your Hymn In Pain” è più incalzante e diretta, ma nel corso del suo assalto trova il modo di infilare alcune variazioni ritmiche. A metà strada stilistica fra le due si piazza “Tortured In Sodomy By Unknown”, che intervalla violenza ferale e un lato angoscioso e più perverso, prima di un finale strumentale dal tono quasi sereno a creare un bel contrasto macabro con l’atmosfera maligna generale. In posizione finale si trova infine “Sadness”, un brano praticamente strumentale quasi epico, una chiusura del rito che azzera la violenza ma che continua a far respirare oppressione.

Forti di tre decenni di attività, con una sola breve pausa fra 2008 e 2009, sette album, tre ep e un demo all’attivo, gli Handful Of Hate celebrano nel 2023 il trentennale con la ristampa in digipak dei primi due album in collaborazione con Dusktone. Dal dicembre 2022 invece Nicola Bianchi è il chitarrista dei Necromass, protagonisti nello stesso mese della data milanese in compagnia di Emperor e Mayhem.


Necrodeath – The Shining Pentagram

Terminata nel 1985 l’esperienza iniziata l’estate precedente come Ghostrider, avendo all’attivo tre demo seminali per il panorama estremo italiano (ultimo dei quali Mayhemic Destruction), Mark “Peso” Pesenti (batteria), Claudio Bonavita (chitarra), Ingo Veleno (voce) e il neoentrato Paolo “Paul” Delfino (basso) trasformano la loro creatura nei Necrodeath. Nello stesso anno pubblicano il leggendario demo The Shining Pentagram, registrato su cassetta con un 4-tracce.

I quattro brani, per meno di ventiquattro minuti di durata, si innalzano al fianco di leggende quali Bathory, Hellhammer, Possessed, Slayer e Venom per malvagità e violenza, marchiando a fuoco la storia del metal estremo che nel 1985 vedeva pubblicati The Return…, To Mega Therion, Seven Churches e Hell Awaits, mentre Cronos e soci si avviavano al quarto album con Possessed. La miscela di thrash-black-death dei Necrodeath suona veloce, pesante e oscura: c’è la furia senza compromessi di “(Necro) Thrashin’ Death”, la melodia traditrice nell’incipit di “Iconoclast”, l’efferatezza senza tempo del classicone “Mater Tenebrarum” (che troverà posto anche nel primo album del gruppo) e l’assalto morboso di “Morbid Mayhem”.

Fra 1987 e 1989 i Necrodeath pubblicano la doppietta composta da Into The Macabre e Fragments Of Insanity, poi nonostante i riscontri entusiastici mettono in stand-by il progetto per un decennio, delusi dallo scarso supporto delle etichette e per problematiche di vita e logistiche. Nel frattempo Peso si cimenta nei Sadist, mentre Ingo diventa la voce degli Schizo di Main Frame Collapse.

The Shining Pentagram è stato ristampato numerose volte a partire dal 2009 da Terror From Hell Records, inserito nella compilation di Scarlet Records intitolata 20 Years Of Noise 1985-2005 ed è presente nello split Back To The Abyss, condiviso da Necrodeath e Ghostrider. Nel gennaio del 2023 la band di Peso ha pubblicato Singin’ In The Pain, album numero tredici in carriera. I Ghostrider invece sono tornati in pista nel 2011 come side project con un nuovo disco.


Sagatrakavashen – Forza Arcana / Sexual Lust

Sagatrakavashen è un nome particolarissimo che deriva da una leggenda indù e si riferisce a un dio dalle cinquecento teste e mille braccia. Un appellativo peculiare per un progetto altrettanto singolare messo in piedi da Ugo Scarsi, in arte Pentacolar, all’inizio del 1988 a Tirano (provincia di Sondrio), sul confine con la Svizzera. Il Nostro realizza una serie di tre demo di stampo proto black metal (Hellhammer, Bathory) estremamente caotici (una sorta di Ildjarn ottantiano), con forti influenze hardcore-punk e oltranzisti a manetta, autodefinendo la propria musica come «blackcore». L’immaginario evocato è oscuro e perverso, mentre i testi quasi sempre cantati in italiano.

Sexual Lust esce nel 1989, vede l’ingresso alla batteria di Satanic Drums e una forma più curata — per così dire — sia nei suoni che nelle strutture rispetto al precedente Forza Arcana, dominato dal caos sonoro. Il demo si apre sulle note arpeggiate di “A Strange Day In A Spell Wood”, la cui atmosfera viene deturpata dalla incalzante title track il cui ringhio iniziale associato al riffing è pura Norvegia anni ’90. Dopo una introduzione affidata a un campionamento preso da un film horror, “Reincarnazione Lussuriosa” mette sul piatto forti influenze hardcore e un cantato sbilenco. Infine “Fuckin’ Bitch Incubi / Necromanzia” conduce l’ascoltatore al massacro, spostando le coordinate verso il (proto) black metal, passando per un incipit ambient-noise e un assolo sul finale.

Dopo il demo Borealis!, Sagatrakavashen ricompare soltanto nel 2019 con l’ep Omega Lucerna Onirica, continuando a osteggiare la tecnologia moderna e comunicare soltanto via lettera o telefono. Nel mezzo Scarsi però resta attivo a livello musicale e si dedica all’heavy metal con gli Aspes e al glam con gli Sluter. Purtroppo ci lascia a fine giugno del 2022, a causa di una malattia.

Fortunatamente la sempre attenta F.O.A.D. contribuisce a diffondere la leggenda di Pentacolar, ristampandone in vinile tutta la produzione nell’opera intitolata Saga Of Darkness 1988-2018, pubblicata nel giugno 2020. Un modo per omaggiare e tenere viva la memoria di un precursore poco conosciuto della seconda ondata dell’universo black metal.


Theatres Des Vampires – Nosferatu, Eine Simphonie Des Grauens

Nel corso di una carriera iniziata nel 1994 e che continua ancora oggi su lidi totalmente differenti, Theatres Des Vampires è stato a lungo un nome in grado di irritare parecchia gente, prima in virtù di uno stile che richiamava i Cradle Of Filth, poi per la promozione di Sonya Scarlet a frontwoman e la virata verso un gothic rock-metal dal maggiore appeal commerciale e dall’immagine provocante.

Eppure agli albori la creatura capitolina di Lord Vampyr (Alessandro Nunziati) e Agaharet (Enrico De Dominicis) professa ideali radicali e true black metal, rifuggendo le mode e le derive folk-pagan di Ulver e Isengard, come dichiarato nel 1995 alla fanzine Eternal Rest #2. In quello stesso anno la demotape Nosferatu, Eine Simphonie Des Grauens (come il film muto del 1922 di Murnau), pubblicata in maniera professionale da Garden Of Grief, inizia a far girare il nome del gruppo, merito di un black metal grezzo ma dal discreto fascino, arricchito da una certa atmosfera funebre garantita dalle tastiere di Karlenstein, parti più epiche e melodiche, e un cantato che fra growl e scream trova modo di inserire anche il pulito.

Insomma le idee non mancano e infatti nonostante ingenuità e suoni spesso rivedibili i primi due album, Vampyrisme, Nècrophilie, Nècrosadisme, Nècrophagie (1996, ancora sulla laziale Garden Of Grief) e The Vampire Chronicles (Alkaloid Records, 1999) colpiscono il manager dei Cradle Of Filth, che li segnala alla britannica Blackend/Plastic Head con la quale rilasciano due album e iniziano a calcare i palchi europei. Siamo agli inizi dei 2000 e le cose si fanno più serie, con budget vertiginosamente aumentati, una diffusione estesa e uno stile che diventa più raffinato. I Theatres Des Vampires iniziano la propria trasformazione con chitarre che si smussano, tastiere sinfoniche e ritmiche che alzano il piede dall’acceleratore, per poi accantonare il black metal a partire dal 2003 con la ri-registrazione di Vampyrisme, Nècrophilie, Nècrosadisme, Nècrophagie. Di lì a poco Lord Vampyr molla la band in forte contrasto con gli ex compagni, ma resta attivo nel panorama musicale con il progetto omonimo e i Malamorte.