12 album per scoprire l'Asia con il metal estremo

12 album per scoprire l’Asia con il metal estremo

Culla di diverse civiltà e delle principali religioni odierne, l’Asia è un continente dalla storia ampia e variegata tanto quanto il territorio che ricopre; dalla Mesopotamia alle dinastie cinesi, dalla Persia alle popolazioni nomadi, sono molte le culture che si sono incontrate e scontrate nel corso dei secoli. L’evoluzione dell’area europea si è intrecciata più volte con quella dei popoli al di là degli Urali, grazie all’assenza di un vero e proprio confine (ai tempi) insormontabile tra i due continenti, che rese possibili tanto gli scambi commerciali quanto le invasioni e le guerre di espansione.

In un mondo ormai diffuso a livello globale come quello del metal del Terzo Millennio, questi limiti geografici sono diventati ancora meno rilevanti e diverse micro-scene hanno iniziato a svilupparsi in Paesi finora poco noti — se non addirittura ostili — al panorama musicale estremo, in alcuni casi guidate da poche band riuscite a ottenere una certa notorietà e diventate poi fonte di ispirazione per altri appassionati del genere. Pur facendo — almeno inizialmente — riferimento ai maestri che scrissero la storia del genere, la crescita di queste prime realtà ha portato a una progressiva personalizzazione del proprio sound che spesso è passata attraverso l’approfondimento di culture lontane dalla scena occidentale.

Così come alcune band europee riuscirono a rielaborare la mitologia e la storia del loro Paese in chiave metallica, lo stesso sta accadendo nei paesi asiatici, con artisti che prendono spunto dal contesto geografico in cui sono nati e cresciuti per unirlo alla passione per la musica estrema. I risultati sono variegati, sia per la quantità di culture in gioco che per le preferenze in termini di sottogeneri del metal, ma l’elemento costante è la volontà di diffondere la conoscenza di storie, leggende e tradizioni attraverso composizioni in cui le origini esotiche degli autori siano sfruttate al meglio; la questione religiosa, inoltre, è affrontata in due modi: da un lato c’è chi si oppone all’eccessiva rigidità di alcuni culti, dall’altra chi usa la sua musica per rendere un tributo a queste o a quelle divinità.

Lo scopo di questo articolo è offrire una panoramica sul lato più estremo dell’Asia, con un’attenzione particolare alle realtà che inglobano in maniera importante suoni e temi tradizionali; ovviamente una macro-scena così ampia racchiude molti altri artisti oltre a quelli elencati, ma per ora ci accontenteremo di dare un primo sguardo a questo mondo poco conosciuto. Per i più curiosi, in fondo ci sarà una lista di album da approfondire, oltre a una playlist in cui sarà presente la gran parte dei gruppi menzionati.


MELECHESH
Djinn
(Osmose Productions, 2001, Israele)
Impossibile non partire dai primi capaci di dimostrare che anche il metal estremo asiatico potesse trarre ispirazione dalle proprie tradizioni musicali. Dopo i timidi tentativi degli esordi di questa allora inusuale fusione ancora molto legata alla scuola europea, è con Djinn che i Melechesh prendono piena coscienza delle potenzialità delle loro idee e iniziano a incorporare elementi del Medio Oriente nel loro black metal: tra riff che scatenano tempeste di sabbia, ritmi che sembrano adatti alla danza del ventre e qualche incursione di bouzuki e percussioni, la band di Gerusalemme — ora trasferitasi in Germania — esplora la mitologia mesopotamica facendo riferimento a luoghi e leggende dell’antica cultura che si sviluppò tra il Tigri e l’Eufrate; il titolo dell’album, ad esempio, è il nome di un tipo di spiriti della mitologia islamica, da noi conosciuti come geni grazie anche al celebre personaggio del film Disney Aladdin. Da allora, i Melechesh hanno continuato a evolversi, mantenendo sempre il legame con le proprie radici, diventando così uno dei nomi di punta del metal estremo di matrice mediorientale, tanto da riuscire ad attirare l’attenzione di un colosso come Nuclear Blast.


AL-NAMROOD
Estorat Taghoot
(Shaytan Productions, 2010, Arabia Saudita)
Il difficile contesto in cui nascono gli Al-Namrood costringe i musicisti che ne fanno parte all’anonimato: suonare black metal a tema anti-religioso in Arabia Saudita potrebbe infatti condurli alla pena di morte; nonostante ciò, il misterioso trio da oltre dieci anni prosegue su un percorso fatto di scale mediorientali, ritmi arricchiti dal tabla e melodie di oud. Dove la furia di un genere da sempre dedito alla distruzione di ogni forma di religione concede un momento di respiro, entrano in gioco elementi della cultura araba accompagnati dalle sabbie di quel deserto che fa da sfondo a una leggenda di tirannia — questo il significato del titolo — raccontata in Estorat Taghoot, secondo album della band uscito in un periodo in cui non era ancora molto nota al pubblico metallaro. Parzialmente penalizzata dai limiti di produzione a cui il gruppo è costretto a sottostare per ovvi motivi, l’opera riesce comunque a risultare convincente e fa da trampolino di lancio per gli Al-Namrood; col tempo, la band è riuscita a guadagnarsi una certa fama grazie anche alla sua storia non semplice, che la rende un po’ il simbolo di quello che per molti è l’essenza del black metal, applicato però a un contesto decisamente più complesso di quello della Norvegia degli anni Novanta.


نار جهنم (NARJAHANAM)
وما خفي كان أعظم (Wa Ma Khufiya Kana A’Atham)
(Haarbn Productions, 2013, Bahrain)
L’inusuale scelta di mettere una danzatrice del ventre brasiliana in copertina non rende il secondo album dei Narjahanam (fuoco dell’inferno) meno valido, a maggior ragione perché si tratta di un duo proveniente dal Bahrain, nel quale — stando a Encyclopaedia Metallum — attualmente sono attive meno di dieci band, e i loschi figuri di cui parliamo fanno parte di due di esse (l’altra sono gli Smouldering In Forgotten). Testi in lingua araba basati sulla storia del Medio Oriente e tastiere ispirate alla stessa area geografica fanno di Wa Ma Khufiya Kana A’Atham un’opera che porta alla mente realtà più note come quelle di cui abbiamo appena parlato, riuscendo a non sfigurare troppo al loro cospetto e a differenziarsi grazie a scelte relativamente diverse, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti estremi: l’ibrido di black e death metal creato da Mardus e Busac è cupo e vigoroso quanto basta e crea una base solida su cui le ammalianti melodie desertiche possono risaltare e allietare l’ascolto. Purtroppo non si hanno notizie dei Narjahanam da qualche anno, ma essendo uscito recentemente un nuovo album degli Smouldering In Forgotten forse c’è qualche speranza per il futuro.


CYAXARES
Shahnameh
(Autoprodotto, 2019, Iraq)
Mir Shamal Hama-Faraj è un personaggio originario della regione del Kurdistan, attivo in alcune realtà della scena irachena dal 2009; il suo progetto solista Cyaxares prende il nome da Ciassare, re dei Medi responsabile della nascita di un impero che arrivò a inglobare buona parte del Medio Oriente. L’interesse per la cultura del proprio Paese risulta quindi evidente, perfettamente trasposta in musica nel terzo album Shahnameh (Il Libro Dei Re, titolo di un poema epico persiano), nel quale una forma di death metal variegata, discretamente melodica e orientata più al groove che alla violenza sfrontata incontra scale e strumenti mediorientali, nonché brevi passaggi con voci pulite maschili e talvolta femminili; l’opera ripropone in realtà brani presenti nei suoi due predecessori, racchiudendo le composizioni migliori dell’artista. Suonare metal estremo in Medio Oriente continua a essere difficile e Mir Shamal ha perfino subito minacce per l’attività dell’altra sua band (i Dark Phantom), ma d’altro canto pare che la sua passione, la sua forza di volontà e la qualità della sua proposta abbiano ispirato altri a prendere in mano gli strumenti.


DARKESTRAH
The Great Silk Road
(Paragon Records, 2008, Kirghizistan)
Indubbiamente tra i nomi più famosi di questa lista, da tempo i Darkestrah portano al mondo il loro pagan black metal ispirato alla storia dell’Asia Centrale; fin dal debutto Sary Oy o addirittura dai primi demo, la band suscitò interesse inizialmente per l’inusuale provenienza kirghiza, poi riuscendo anche a convincere grazie alla qualità e al costante miglioramento della propria musica. L’inclusione di The Great Silk Road in questo articolo è un po’ emblematica, in quanto lo scopo della Via Della Seta era proprio fare da collegamento tra l’Occidente (ai tempi rappresentato dall’Impero Romano) e l’Estremo Oriente attraversando l’intera Asia continentale; simbologia a parte, l’opera dei Darkestrah rimane un ottimo esempio di unione tra metal estremo e sonorità dell’Est del mondo, dove il tremolo picking delle chitarre incontra il kyl-kyjak e il komuz, mentre lo scream lascia talvolta il posto al canto armonico denominato sygyt. L’epicità dei brani è garantita per tutta la loro non breve durata da tastiere in sottofondo che rievocano avventure nelle steppe del Kirghizistan, con suoni che sembrano lasciarsi alle spalle il Medio Oriente per entrare nelle terre dei nomadi dell’Asia Centrale.


YAŞRU
Börübay
(WormHoleDeath, 2016, Turchia)
Börübay prende il nome da un guerriero del Khaganato Göktürk, una confederazione di popoli nomadi che dal VI secolo d.C. in poi si espanse in buona parte dell’Asia per poi dare origine alle popolazioni turche; gli Yaşru intitolano il loro terzo album in onore di questo personaggio, il cui nome pare significhi uomo lupo, avventurandosi tra le proprie tradizioni musicali e un ibrido di doom e death melodico per raccontarne la storia. La natura battagliera dell’album è evidenziata dal sottofondo orchestrale in grado di sottolineare l’epicità tanto nella fasi cadenzate, quanto in quelle dinamiche, mentre l’inclusione di vari strumenti etnici crea un contesto sonoro all’ambientazione di questo racconto nell’Asia centrale. Berk Öner — mente principale e ai tempi metà del progetto insieme al bassista Batur Akçura — narra le vicende di Börübay alternando un growl vigoroso a un canto il cui timbro rievoca il passato del popolo turco, fino ad arrivare perfino a qualche momento di canto armonico. Yaşru significa segreto nell’antica lingua turca, e sembra proprio che la band voglia svelare i misteri di una cultura non troppo conosciuta al di fuori del contesto in cui si è sviluppata.


RUDRA
Brahmavidya: Primordial I
(Demonzend, 2005, Singapore)
Ci spostiamo a Singapore, terra natia dei Rudra: attivi dal lontano 1992 e ormai a un passo dal traguardo dei dieci album pubblicati, gli alfieri del vedic metal hanno alle proprie spalle una lunga storia fatta di black-death metal e riferimenti — sia tematici che musicali — alla spiritualità sviluppatasi nella zona indiana; lo stesso nome del gruppo deriva dall’omonima divinità della tempesta e della caccia, forma primordiale del dio Śiva, a sua volta legato al concetto di distruzione all’interno della Trimurti. Brahmavidya è un termine che identifica la conoscenza del divino e i Rudra lo hanno utilizzato per definire una trilogia aperta da Primordial I, opera con cui la band inizia a dare maggiore rilevanza agli aspetti vedici della propria musica, inframezzando blast beat e riff spietati con canti e strumenti tradizionali quali sitar e percussioni varie. La furia distruttiva della divinità da cui il gruppo prende il nome è assolutamente percepibile nell’estremismo sonoro messo in atto dal quartetto, così come le sue origini geografiche e spirituali emergono in molte delle scelte melodiche delle due chitarre. Brahmavidya: Primordial I rappresenta l’inizio del successo per uno dei gruppi metal più longevi e rinomati della piccola scena di Singapore.


DYING OUT FLAME
Shiva Rudrastakam
(Xtreem Music, 2014, Nepal)
Raggiungere la pace mentale attraverso il death metal potrebbe sembrare un ossimoro, eppure i Dying Out Flame riescono a ribaltare questa idea: Shiva Rudrastakam — attualmente loro unico album — è un concentrato di brutalità dall’elevato tasso tecnico, dove blast beat ferocissimi, growl cavernoso e riff tritaossa spadroneggiano senza rivali; la band nepalese, tuttavia, riesce non solo a rendersi melodica di tanto in tanto — specialmente in fase solistica — ma anche a includere intermezzi di musica carnatica che fanno da contrappeso alla furia distruttiva generata. Il titolo dell’album fa riferimento a una poesia sanscrita del XV secolo dedicata ancora una volta a Rudra, così come i testi esplorano la spiritualità e la letteratura vediche con una particolare attenzione a Śiva; meno esplicito invece il significato del nome Dying Out Flame, legato alla tradizione di bruciare i cadaveri invece di seppellirli per permettere all’anima di allontanarsi dal proprio corpo fisico. Shiva Rudrastakam è finora l’unica produzione del gruppo, anche se le attività non sembrano essersi mai fermate del tutto.


DEMONIC RESURRECTION
Dashavatar
(Demonstealer Records, 2017, India)
Differenziandosi dalle due band precedenti, i Demonic Resurrection scelgono di dedicare un album a Viṣṇu, altro componente della Trimurti. Dashavatar racconta le dieci incarnazioni primarie di questa importante divinità dell’Induismo con altrettanti brani, fatti di un ibrido di black sinfonico e death melodico che non teme di avventurarsi di tanto in tanto in un’epicità di natura heavy-power, presente soprattutto nelle parti di voce pulita; in aggiunta, elementi tipici della cultura indiana come la tabla e il sitar arricchiscono il comparto musicale ed evidenziano il tributo al Preservatore, insieme alle scelte melodiche delle chitarre e ad alcuni cori. I Demonic Resurrection sono attivi da venti anni e il loro leader Demonstealer è uno dei personaggi di punta della ancora giovane scena indiana, ma questo è il primo album in cui incorporano in maniera importante sonorità della propria patria; questa novità ha portato a un notevole salto qualitativo nella loro musica, essendo ora in grado di distinguersi dagli standard del metal estremo di matrice melodico-sinfonica senza allontanarsene, al contrario personalizzandone le peculiarità.


殞煞 (VENGEFUL SPECTRE)
殞煞 (Vengeful Spectre)
(Pest Productions, 2020, Cina)
Chi ci segue da tempo saprà che la Cina non è affatto un Paese trascurato su queste pagine, come testimoniato dal nostro recente approfondimento sullo scorso decennio; un Paese così vasto si porta però dietro una scena altrettanto ampia, motivo per cui esplorarne i meandri porta ogni volta a scoperte interessanti. I Vengeful Spectre hanno debuttato all’inizio di quest’anno con un concept album relativamente breve, eppure sufficiente a raccontare una storia di guerra, cospirazioni e vendetta in maniera avvincente. Il black metal della band presenta tratti epici e battaglieri contornati da campionamenti ambientali e strumenti tipici della Cina, i quali ricreano il palcoscenico su cui prendono vita le battaglie narrate nei testi scritti in lingua madre; riff tendenti al thrash e blast beat possenti interpretano alla perfezione la ferocia degli scontri, per poi lasciare il posto a fasi più lente e angoscianti. L’opera attraversa varie emozioni che vanno dalla foga dei combattimenti alla desolazione successiva, seguendo le vicende dei guerrieri protagonisti della trama; il risultato è un lavoro intenso e coinvolgente nel quale le atmosfere dell’Estremo Oriente diventano parte integrante del racconto.


暴君 (BLOODY TYRANT)
水沙漣傳奇 (The Legacy Of Sun-Moon Lake)
(Autoprodotto, 2015, Taiwan)
Il difficile passato di Taiwan è stato raccontato in lungo e in largo nei venticinque anni di carriera degli Chthonic, ma il loro successo mondiale ha avuto anche un effetto secondario: quello di ispirare altri connazionali a seguire le loro orme, a volte solo in termini musicali, altre anche a livello tematico. Nella micro-scena dell’arcipelago, uno dei gruppi protagonisti di questi ultimi anni sono i 暴君 (Bloody Tyrant per noi occidentali) che nel loro secondo album 水沙漣傳奇 (The Legacy Of Sun-Moon Lake) esplorano la mitologia legata al lago Riyue e agli aborigeni di etnia Thao che ne abitano le sponde. La narrazione di queste leggende avviene tramite un black metal melodico che spesso e volentieri tende al death, capace di tanto in tanto di rendersi epico con un uso ben dosato di parti orchestrali dai toni intensi e drammatici; la tradizione taiwanese, tuttavia, è ciò che rende l’album particolarmente interessante ed è rappresentata dai numerosi passaggi che sfruttano suoni tipici dell’Estremo Oriente come la pipa e un flauto cinese. I Bloody Tyrant sono la testimonianza che l’isola di Taiwan ha ancora molto da raccontare e il metal estremo sembra ormai un ottimo modo per esplorarla.


BIRUSHANAH
魔境 (Makyō)
(Scumzone, 2015, Giappone)
Che la scena nipponica sia piena di gente che ama sperimentare non è un mistero, ne abbiamo parlato più volte attraverso artisti come i Sigh e il mondo brutal prog; ciò detto, i Birushanah sono una realtà che potrebbe risultare ostica anche a chi è abituato alla follia del Sol Levante. Ufficialmente dedito allo sludge-doom, il gruppo ha tra i propri tratti distintivi una vocalità spesso sconnessa da qualsiasi forma di buon senso e uno stile compositivo apparentemente senza logica, in grado di inglobare elementi psichedelici, jazz, industrial, grind e post-hardcore; oltre a ciò, però, l’uso smodato di percussioni metalliche e soluzioni (sia ritmiche che melodiche) ispirate alla tradizione giapponese fanno dei Birushanah e del loro terzo album 魔境 (Makyō, letteralmente ritrovo di uomini malvagi) un ascolto in grado di evocare entità sovrannaturali della mitologia nipponica. Anche in questo caso, il nome Birushanah ha un significato religioso, essendo la pronuncia giapponese di Vairocana, considerato il dharmakāya del Buddha; i testi, tuttavia, sono abbastanza astratti e indecifrabili per chiunque al di fuori del loro autore, come affermato dall’ex-bassista Sougyo in un’intervista per Hellbound.


Ovviamente, come già detto, la storia dell’Asia è immensa e contiene svariate culture, civiltà ma anche band, oltre a quelle esplorate in questo articolo. Ecco quindi, come promesso, altre opere da approfondire e una playlist da cui partire con gli ascolti.


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