10 album islandesi di quando l'Islanda non era famosa

10 album islandesi di quando l’Islanda non era famosa

A volte capita che gli appassionati del metal estremo abbiano un rapporto particolare con la geografia. Non è infatti un caso che determinati Paesi riscuotano successo, magari perché risultano più esotici o riescono a esercitare un fascino speciale sugli ascoltatori del genere. Del resto, se negli anni si è imposto il mito della Norvegia è anche perché il freddo e il legame con la natura la avvicinano al black metal, a livello di mood; detto questo, è anche vero che, negli ultimi anni, il credito raccolto dalla scena norvegese si è affievolito. Sono così apparsi nuovi Paesi nel mappamondo del black metal, e più in generale del metal estremo: uno su tutti, l’Islanda.

Se si è fan piuttosto accaniti di certe sonorità, difficilmente si sarà all’oscuro di band come Svartidauði, Sinmara, Misþyrming, Wormlust e tante altre che stanno dando grande lustro al movimento nazionale. Quello che colpisce è come l’Islanda sia diventata un punto di riferimento nell’ambiente solamente nell’ultimo decennio. Certo, alcuni dei nomi citati erano attivi già in precedenza, pur non essendo ancora riusciti a raggiungere risultati sufficientemente apprezzabili da imporsi sullo scacchiere europeo e internazionale.

Viene quindi da chiedersi come funzionasse la scena islandese prima del boom odierno; cosa c’era prima? Quanto era florido il movimento, e quali sono i dischi che vale la pena ascoltare o riscoprire? E qual è stata la sorte di alcune vecchie formazioni? Tante domande, queste, a cui abbiamo tentato di rispondere facendo ordine all’interno di uno spaccato certamente piccolo, ma che ha saputo sfornare materiale interessante ben prima dell’apice della sua fama.

Prima di tuffarci nella lista vera e propria, va fatta una premessa particolare per la scena black metal islandese. Un buon punto di partenza per calarsi nel contesto è infatti costituito dalla compilation Fire And Ice, pubblicata su CD nel lontano 1997. Essa raccoglie quindici brani composti da sei band dell’isola (di cui quattro sono nominate nel resto dell’articolo): Sólstafir, Forgarður Helvítis, Ámsvartnir, Thule, Mind As Mine, Fields Of The Filthy. Questa rappresenta un’ottima introduzione se siete particolarmente avvezzi al black metal e, se proprio non ne avete abbastanza, alla fine dell’articolo potrete trovare altre uscite minori, ma assolutamente degne di menzione.


FLAMES OF HELL
Fire And Steel
(Draconian Records, 1987)
Il 1987, si sa, è un anno importante per gli sviluppi futuri del black metal. Escono sul mercato infatti Deathcrush dei Mayhem, Under The Sign Of The Black Mark dei Bathory e I.N.R.I. dei Sarcofago, tre titoli destinati a lasciare un segno profondo sulla musica di Satana. Ma qualcosa si muove anche nella gelida e remota Islanda, dove i Flames Of Hell, direttamente da Reykjavík, danno alle stampe Fire And Steel. Lo sforzo di questi ragazzi produce risultati interessanti e apprezzabili, condensati in quaranta minuti caratterizzati dal sapore proto-black metal dei Tormentor o dei già citati Bathory. Fire And Steel però non è tutto qui: la proposta prevede brani taglienti e aggressivi, ma anche un gusto non comune per durate dilatate (basti pensare ai ben undici minuti di “Heroes In Black”). Il tutto è inoltre estremizzato da un cantato che si avvicina molto a quello che sarà poi tipico del black metal di seconda ondata, un po’ alla maniera del già citato Deathcrush. Si tratta sicuramente di un lavoro da riscoprire, anche perché nel frattempo è diventato una gemma preziosissima per collezionisti, considerando anche che questa è l’unica uscita pubblicata dai Flames Of Hell.


SORORICIDE
The Entity
(Platonic Records, 1991)
In Islanda c’è anche spazio per il death metal. In questo senso, un ruolo importante dal punto di vista storico lo giocano i Sororicide, provenienti da Reykjavík e attivi soprattutto nella prima metà degli anni Novanta. The Entity è il loro unico album, che presenta molti punti di contatto con il death metal di scuola finlandese (Demilich, Adramelech, Abhorrence) e che vira spesso sul death-doom alla Rippikoulu. Con quattro uscite a cavallo tra il 1991 e il 1993 (un disco, due split e una demo), i Sororicide riescono a costruirsi un seguito di livello anche internazionale; purtroppo sono costretti a interrompere la propria attività nel 1994, uno stop cui segue la tragica scomparsa del chitarrista Fróði Finnsson. Più avanti i Sororicide si riuniscono, andando anche a pubblicare un nuovo EP nel 2009 (in realtà composto da tracce risalenti al 1993) ma senza ritrovare i fasti del passato. Curiosamente, la band condivide con i Flames Of Hell il successo presso i collezionisti: le copie originali di The Entity (sia in CD che in LP) sono infatti vendute a peso d’oro su Discogs e altri siti specializzati.


STRÍGASKÓR NR. 42
Blót
(Autoprodotto, 1994)
Nel 1994 esce un album molto particolare, Blót (sangue in islandese), a nome degli Strigaskór Nr. 42. Provenienti dalla cittadina di Kópavogur, questi ragazzi realizzano un debutto davvero peculiare e straniante, che va ad anticipare alcune derive avanguardistiche. Il lavoro prende infatti le mosse dagli esordi death metal, deviando però verso lidi progressive sapientemente mescolati con elementi sludge e folk, oltre all’inserimento del piano come strumento aggiuntivo. Bisogna poi aspettare quasi vent’anni per trovare un successore, Armadillo (pubblicato nel 2013 e poi ristampato da Hellthrasher Productions), che torna a riproporre sonorità sperimentali. Parliamo dunque di materiale molto interessante, fresco, divertente, che si muove con agilità tra elementi estremi e non, proponendo un’idea di metal bizzarro all’epoca decisamente meno diffuso di oggi. Probabilmente gli Strigaskór Nr. 42 sono rimasti nell’oscurità anche perché mai troppo compresi dai loro contemporanei, tuttavia a maggior ragione meriterebbero una chance di ascolto anche a molti anni di distanza.


SÓLSTAFIR
Til Valhallar
(View Beyond Records, 1996)
All’interno di questa lista, il nome dei Sólstafir è certamente quello che ha raggiunto la maggior fortuna, essendo ormai affermato nella scena metal internazionale. Anni prima del contratto con Season Of Mist e degli acclamatissimi Köld (2009) e Svartir Sandar (2011), i Sólstafir si muovevano su coordinate decisamente più estreme, come dimostrano la demo Í Norðri (1995) e soprattutto Til Valhallar (1996). Proprio quest’ultimo è un piccolo gioiello di purissimo black metal scandinavo anni Novanta, grezzo e diretto, con una violentissima voce urlata. Col senno di poi potremmo parlare di sound immaturo, ma la rabbia giovanile scaturita da questo EP merita assolutamente di essere messa in risalto. Qualche anno dopo Til Valhallar arriva il primo album, Í Blóði Og Anda (2002), con il quale le influenze moderne cominciano a farsi largo nel songwriting dei Sólstafir, sebbene ancora intriso di black metal. Il resto, poi, è storia dei nostri giorni.


POTENTIAM
Bálsýn
(Wounded Love Records, 1999)
Quella che forse è la vera gemma del black metal islandese anni Novanta arriva proprio sul finire del secolo, con il debutto dei Potentiam, Bálsýn. Pubblicato dall’italiana Wounded Love Records, defunta sottoetichetta di Avantgarde Music, è un disco straordinariamente intelligente e oscuro, ricco di sfaccettature intriganti. Tastiere e riff melodici si fondono alla perfezione, donando all’album un tocco malinconico e meditativo; dulcis in fundo, è prodotto da un’eccellenza della musica indie islandese, quel Jón þór Birgisson meglio noto come Jónsi dei Sigur Rós. Il successivo Orka Í Myrkri (2004) probabilmente non è bello come l’esordio, ma continua a riscuotere un certo apprezzamento. Ad oggi i Potentiam non risultano ufficialmente sciolti, sebbene non abbiano pubblicato più nulla dopo una compilation ormai datata 2006. A questo punto merita una menzione speciale la figura di Eldur (vero nome Einar Thorberg Guðmundsson), uno dei mastermind del progetto, che ritroveremo anche più avanti in questa carrellata, con Curse, Fortíð e Thule.


CURSE
Dead Sun Rise
(No Colours Records, 2002)
Proprio dei Curse merita di essere menzionato il disco d’esordio, Dead Sun Rise, edito da No Colours Records in una tiratura da mille copie su CD. La one man band del già citato Eldur nasce dalle ceneri di Thule, un progetto precedente; l’approccio dei Curse mostra però una certa evoluzione rispetto al vecchio monicker. Anche qui, come nei Potentiam, si nota un interesse che porta questa creatura islandese a distaccarsi dal tipico black metal anni Novanta. La proposta risulta infatti cadenzata, melodica, con un’idea quasi progressiva in sede di scrittura che fa ampio affidamento su inserti di tastiera: echi dei primi Borknagar e di certo black metal sinfonico sono infatti evidenti. Con il trasferimento di Eldur in Norvegia la band prosegue la sua carriera pubblicando sino a oggi altri tre dischi (l’ultimo è Void Above, Abyss Below del 2011), ma senza riuscire a trovare — almeno per ora — un posto nel gotha del genere.


FORGARÐUR HELVÍTIS
Gerningaveður
(Autoprodotto, 2002)
Un esperimento molto interessante è quello dei Forgarður Helvítis, formatisi negli anni Novanta per poi trovare finalmente nel 2002 il debutto su lunga distanza. Attivi a partire dal 1991 con una carriera costellata di demo e split, questi ragazzi (anche loro provenienti dalla capitale Reykjavík) trovano le loro radici in un grindcore rapido e feroce. Estetica punk-grind e riff vicini al black metal entrano in collisione in Gerningaveður, per giunta cantato interamente in lingua madre. Ben diciotto tracce spalmate su meno di mezz’ora di musica rendono l’idea del tritacarne che aspetta al varco l’ascoltatore. I Forgarður Helvítis sono un nome a loro modo storico della scena islandese, che ha saputo fondere magistralmente la rabbia politica dei Napalm Death con la ferinità grezza dei Darkthrone. L’unico album del gruppo rappresenta anche l’ultima opera, ma i Nostri sono ancora in attività, come dimostra l’esibizione al Reykjavík Metalfest del 2019.


FORTÍÐ
Völuspá Part I: Thor’s Anger
(No Colours Records, 2003)
Dopo averlo già incontrato con Curse e Potentiam, ritroviamo Eldur anche nei Fortíð, che nascono a inizio anni 2000 e si muovono su coordinate stilistiche simili agli altri progetti del polistrumentista islandese. Con Völuspá Part I: Thor’s Anger, tuttavia, appare evidente l’intenzione di avvicinarsi ad atmosfere viking, a metà tra i Bathory più epici e gli Enslaved di Frost. Ripensandoci, sembra abbastanza singolare come l’elemento vichingo sia stato raramente messo in evidenza negli altri progetti islandesi. A coprire questa mancanza arrivano proprio i Fortíð, che da Curse e Potentiam riprendono l’uso (più o meno marcato) delle tastiere. L’ispirazione però qui è meno progressiva e più cruda e diretta: evocativo e solenne, in particolare, risulta il brano “Ymir’s Death”, probabilmente il più riuscito del disco. C’è da dire che la parentesi Fortíð è a tutt’oggi aperta, con il primo album che ha permesso al progetto di trovare la sua dimensione, maturando il proprio sound nel corso degli anni. L’intera trilogia della Völuspá è di buon livello (soprattutto il terzo capitolo, pubblicato dopo il trasferimento di Eldur in Norvegia), con Pagan Prophecies del 2012 che forse rappresenta l’apice compositivo dei Fortíð. In ogni caso, immancabile recuperarli se si è insaziabili feticisti del viking-black metal.


MYRK
Icons Of The Dark
(Ketzer Records, 2003)
Con i Myrk ci ritroviamo invece nei suoni kvlt del black metal di seconda ondata. Edito in una edizione CD da duemila esemplari uscita per la tedesca Ketzer Records, Icons Of The Dark è un esempio glaciale di black metal senza troppi compromessi; non che sia un disco monotono, visto che vengono spesso alla luce chiare evidenti influenze thrash e death metal, oltre a un certo gusto per le melodie. Primi Immortal e primi Gorgoroth sono due nomi con cui certamente il gruppo islandese ha avuto a che fare, in particolare nelle fasi di maggior freddezza e velocità. A posteriori possiamo dire che il disco può risentire del peso degli anni, ma è un esempio interessante di una band islandese (formata tra l’altro da musicisti giovanissimi) capace di produrre un esordio promettente, che purtroppo non ha un seguito per via dello scioglimento prematuro del gruppo, tendenza che abbiamo già riscontrato. Non mancano i nomi noti nelle varie formazioni dei Myrk, che tra le loro fila vantavano Kristján Einar Guðmundsson, attuale batterista dei Kontinuum, ma soprattutto un giovane Hafsteinn Viðar Lyngdal (anche se non presente su questo disco), oggi mastermind di Wormlust che è probabilmente la one man band di punta della scena black metal islandese. Ma questa è un’altra storia.


THULE
Anthology
(Blackmetal.com, 2008)
Chiudiamo la carrellata di dieci dischi con una compilation dei Thule, considerati la prima incarnazione dei già citati Curse, ma con un approccio musicale decisamente più selvaggio. Giusto dunque considerarli due entità separate, nonostante una certa continuità sia innegabile. Noterete anche come Anthology sia del 2008 — epoca in cui la new wave del black metal islandese era prossima a prender piede — ma è anche vero che la compilation contiene materiale pregresso risalente a diversi anni prima. Con i Thule, a differenza dei Curse dove non mancano elementi più progressivi e ragionati, la matrice black metal è ancora più marcata, con tanto blast beat e dosate incursioni in territori melodici. Inoltre è giusto osservare come, oltre ai soliti influssi norvegesi, qui ci sia anche una forte matrice di origine svedese nel riffing per la quale potremmo scomodare Dawn e Sacramentum in alcuni frangenti. Già nei Thule comunque vede farsi largo l’uso di qualche synth per sottolineare alcuni passaggi e renderli più epici, una formula evidentemente ripresa anche nei Curse e nei Potentiam, con scopi diversi.


BONUS – LA STORIA DEGLI HAM

Durante la stesura di questo articolo ho avuto il piacere di disquisire di metal islandese e scambiare un paio di messaggi nientemeno che con Þórir Garðarsson, chitarrista di due delle maggiori band black metal del suo Paese (Sinmara e Svartidauði). In particolare, mi ha spiegato come una band metal storicamente molto importante in Islanda siano stati gli Ham, sebbene non siano riusciti a guadagnarsi un vastissimo seguito internazionale.

Effettivamente gli Ham sono davvero interessanti. Con diverse uscite spalmate nel corso degli anni, presentano un sound a cavallo tra rock e metal, pescando dal gothic rock, dalla new wave e da band come Laibach, Killing Joke, Swans. Ma appunto non mancano elementi tratti dal metal estremo, specialmente nel cantato. Potremmo riconoscere in loro una qualche familiarità con i Master’s Hammer, in forma meno estremizzata. La maggior parte dei loro testi sono in islandese, con un umorismo assurdo che, come mi è stato fatto notare, si perde del tutto con la traduzione: forse questo spiega, in parte, perché siano rimasti confinati al loro Paese d’origine. Anche la loro storia nasconde molti spunti interessanti: il noto compositore nominato all’Oscar Jóhann Jóhannsson (scomparso due anni fa) è stato il loro chitarrista-tastierista per qualche tempo negli anni ’90, e il loro cantante è stato per un breve periodo Ministro della Salute islandese; il bassista è attualmente nel consiglio comunale di Reykjavík, e il principale compositore e secondo cantante Sigurjón Kjartansson è anche un comico molto conosciuto in Islanda; senza dimenticare che il loro chitarrista Flosi Þorgeirsson è attualmente membro dei GlerAkur che sono sotto l’egida di Prophecy Productions. Pure Björk ha collaborato con loro ad alcuni progetti negli anni ’90. Insomma, parliamo di una band dalla storia quantomeno singolare che era giusto nominare, anche se va a deviare leggermente rispetto al taglio estremo dell’articolo.

Per saperne di più, vi consigliamo di approfondire la loro discografia:

1988: Hold
1989: Buffalo Virgin
1993: Saga Rokksins 1988 – 1993
1994: Lengi Lifi
1995: Dauður Hestur
2001: CBGB‘s 7. Ágúst 1993
2001: Skert Flog
2011: Svik, Harmur Og Dauði
2017: Söngvar Um Helvíti Mannanna


Per il resto, anche l’Islanda, nel suo piccolo, ha avuto il suo sottobosco di band minori con diverse uscite (perlopiù demo) degne di menzione tra gli anni ’90 e la metà degli anni 2000. Vale la pena ricordarne qualcuna:

ChristbloodMassacre In Heaven (1990)
CraniumAbduction (1993)
ÁmsvartnirDemo (1996)
Hólókaust 2001A Death Odyssey (2001)
NíðhöggurRevelation Of A Dark Mind (2002)
WolfheartSuicide Notes (2004)
WitheredThe Midnight Gate (2006)

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