I migliori album del 2020

LISTONI DI FINE ANNO 2020 #6 – Altri generi

È arrivato anche per noi il momento di lanciarci nelle famigerate liste di fine anno per questo folle 2020. Prima di partire con l’elenco vero e proprio, un paio di note metodologiche. Innanzitutto, i titoli che seguono sono il risultato delle preferenze in semplice ordine alfabetico di tutto lo staff, e non di un singolo redattore, il che significa che i dischi che trovate qui dentro hanno fatto effetto su buona parte di noi. Secondariamente, come anticipato qualche giorno fa, non abbiamo l’ambizione di credere che le nostre scelte siano esaustive e/o definitive, perché la verità è che il grosso delle uscite del 2020 non l’abbiamo (ancora) ascoltato e chissà se riusciremo mai ad averne una reale e completa cognizione. Probabilmente no. Per cui, per farla breve, questi articoli vanno presi per quello che sono: semplici consigli legati a ciò che quest’anno ci è piaciuto, senza alcuna pretesa. Se riusciremo a far scoprire a qualcuno un bell’album, avremo raggiunto il nostro obiettivo.



ALTRI GENERI
(ovvero ciò che non ha trovato spazio altrove)


A.A. WILLIAMS
Forever Blue
(Bella Union)
Abbiamo ospitato la cantautrice londinese più volte sulle nostre pagine e il suo Forever Blue è un debutto che abbiamo atteso con trepidazione e moltissime aspettative. Non siamo stati delusi: il disco è carico di emozioni intense espresse con la giusta dose di malinconia e dolcezza, che si parli di amore o si parli di perdita. Uscito per la connazionale Bella Union, l’album prende il nome da quel brano che non è riuscito a conquistarsi il suo posto nella tracklist ma riesce comunque a «incapsulare il senso di tutti gli altri». Non esiste solo il nero, ci sono anche le splendide sfumature del blu e A.A. Williams le esplora, da sola o in duetto (Tom Fleming e Johannes Persson vanno obbligatoriamente nominati), concentrandosi su scelte più acustiche oppure leggermente più distorte. Il risultato colpisce per la capacità comunicativa, per il modo in cui veicola stati d’animo intensi con un’introspezione che ci costringe a guardarci dentro e a scoperchiare il nostro vaso di Pandora fatto di sofferenza e ricordi dolceamari. Il percorso artistico di A.A. Williams è appena all’inizio e le premesse/promesse sono ottime. L’arrivo di un nuovo disco, Songs From Isolation, è previsto per febbraio 2021: si tratterà di nove cover registrate durante il lockdown primaverile imposto nel Regno Unito. Vi lasciamo intanto in assaggio la cover di “Be Quiet And Drive” dei Deftones, sicuri che la soffusa valanga di emozioni della cantautrice saprà raggiungere anche coloro che, per un motivo o per un altro, ancora non hanno avuto il piacere.


ANNA VON HAUSSWOLFF
All Thoughts Fly
(Southern Lord Recordings)
Ogni appuntamento con la biondissima organista di Göteborg è ormai imperdibile. Soprattutto l’ultimo All Thoughts Fly — pur essendo interamente strumentale, senza la sua voce ipnotica e istintiva — riesce a toccare più che mai le corde degli ascoltatori in generale e di noi italiani in particolare. Il quinto album di Anna Von Hausswolff è infatti dedicato al Parco dei Mostri di Bomarzo, in provincia di Viterbo, noto anche come Sacro Bosco («ogni pensiero vola» è l’iscrizione sulla scultura dell’Orco, in copertina), ed è stato registrato nella sua città natale esclusivamente con un organo a canne, replica di un organo tedesco e il più grande al mondo in relazione alla sua particolare accordatura: tutti fattori che hanno contribuito grandemente alla composizione e alla resa finale di All Thoughts Fly, che riesce a ricreare le atmosfere soprannaturali del luogo vuoi con le melodie cupe e austere di “Dolore Di Orsini” o quelle più sognanti di “All Thoughts Fly”. Un capolavoro che trascende i generi e si avvicina all’Arte nella sua forma più pura: di non facilissimo ascolto, sì, ma che restituisce tantissimo nel momento in cui ci si lascia catturare.


BORIS
NO
(Autoprodotto)
Chiunque conosca la lunga carriera dei Boris e la loro altrettanto smisurata discografia sa benissimo come il trio nipponico non si faccia il minimo problema ad attingere da un estremo all’altro dello spettro musicale che compone l’underground, riuscendo sempre a elaborare soluzioni accattivanti. Rilasciato solo in formato digitale sulla propria pagina Bandcamp, NO sembra voler anticipare il proprio contenuto già a partire dal titolo: un monosillabo secco e immediato, così come immediato è il punk-hardcore che costituisce il cuore di questo album. Pur non tralasciando episodi dalla marcata impronta doom e sludge, come “Zerkalo” oppure il brano di apertura, Takeshi e sodali ci conducono in un viaggio al fulmicotone tra le varie sfaccettature del genere. Che sia crust, vecchia scuola americana, oppure thrash contaminato che rimanda alla stagione del crossover di ottantiana memoria, i Boris procedono per una strada lastricata da ritmi di batteria accelerati, riff assassini e tante, tante, tantissime urla. NO è un disco che forse non ci aspettavamo, ma che ha colpito nel segno.


FORNDOM
Faþir
(Nordvis)
Sarebbe stato da ipocriti negare un posto in questo listone ad almeno un progetto di stampo neofolk, vista e considerata la recente ondata di nuove realtà di genere in circolazione. Essendo stato posticipato il nuovo disco dei Wardruna, la scelta è stata sì combattuta ma non più di quanto ci si potrebbe aspettare, perché Forndom ha fatto un lavorone davvero importante con Faþir. Già Dauðra Dura, uscito nel 2016, aveva dato una prova tangibile delle doti di Hans Ludvig Harnow Swärd, capace di combinare dark-folk ritualistica e ricerca storica in maniera assolutamente personale, e con il suo secondo album il progetto dello svedese ha portato le cose al livello successivo. Le atmosfere densissime, l’oscurità illuminata e l’attenzione maniacale ai dettagli che hanno caratterizzato il lavoro di Forndom fino allo scorso aprile e che gli hanno permesso in questi cinque anni di attività di crearsi una solida fanbase in giro per il mondo sono anche le caratteristiche di Faþir, un album a metà tra il meditativo e il suggestivo, capace di farci attraversare le porte della morte e tornare all’origine di noi stessi a ogni ascolto.


HEXVESSEL
Kindred
Svart Records
Che Mathew Kvohst McNerney sia oramai sinonimo di altissima qualità artistica, è cosa già appurata. Insieme ai Dødheimsgard e ai Beastmilk la sua creatività ha trovato un proficuo sfogo nel progetto Hexvessel, un ensemble che vede coinvolti numerosi musicisti finlandesi e che lascia penetrare l’ascoltatore nei misteriosi boschi del Nord. Magia, allucinazione e spiritualità si uniscono in Kindred, che da una parte ripropone la rodata formula degli Hexvessel, fatta di sonorità spaziali tratte appieno dalla psichedelia anni ’70, e allo stesso tempo la arricchisce di una vena evocativa che ricorda fortemente lo stile angelico dei Coil. Che il progetto del defunto duo Balance-Christopherson sia qui di fondamentale importanza lo dimostra sin da subito la bellissima cover di “Fire Of The Mind”, oltre che numerose altre tracce (come “Sic Luceat Lux” e “Phaedra”) in cui l’ampio apparato strumentale, così come la loro andatura solenne e distesa, contribuiscono a creare atmosfere sublimi. Un altro centro per Kvohst e per gli Hexvessel, che si rivelano essere tra i pochi contemporanei in grado di ridare lustro allo psychedelic folk del passato e, allo stesso tempo, di arricchirlo di spunti di altissimo livello.


KATATONIA
City Burials
(Peaceville Records)
Mentre la maggior parte della redazione non ne aveva la necessità, qualcuno di noi quest’anno è finalmente riuscito a riappacificarsi con gli ultimi venticinque anni di produzioni dei Katatonia: il risultato è stato che globalmente abbiamo apprezzato non poco l’ultimo lavoro City Burials. Fermo restando che l’estremismo in senso stretto non fa più parte da molto tempo del vocabolario compositivo della formazione svedese, in questo album qualcosa di estremo c’è comunque, quantomeno dal punto di vista emozionale. Se musicalmente parlando le influenze prog sono state in buona parte messe da parte, City Burials si sviluppa grazie a trame atmosferiche soffuse e dalle tinte gothic rock, arrangiamenti elettronici, ballate eteree e un’inquieta malinconia che fa da sfondo all’interno lavoro. L’impressione generale è di ritrovarsi immersi in un fumoso e decadente contesto urbano che tocca in profondità il cuore, tanto per la sua assurda bellezza quanto per il liquido e profondo dolore che porta a galla e del quale risulta sempre più difficile fare a meno.


MYRKUR
Folkesange
(Relapse Records)
Dopo l’ottimo Mareridt del 2017, che ha fatto ricredere una bella fetta di metallari a proposito della presunta incapacità della cantante e polistrumentista di saper fare black metal, il progetto Myrkur di Amalie Bruun è tornato sulle scene con una serie di canzoni folk. In realtà era già qualche anno che Amalie si dilettava in brevi video, condivisi sui canali social, in cui interpretava principalmente brani tipici del folklore scandinavo, e i commenti erano praticamente tutti più che entusiasti. Ai video è seguito il ristretto tour Folkesange nel 2018 e alla fine le richieste dei fan sono state ascoltate: disco folk fu. Folkesange riesce ad accendere in chiunque abbia un minimo interesse per mitologie, leggende ed epoche lontane una fiamma viva, trasportandoci in un altro mondo e facendoci venire i brividi fino alle ossa. La maggior parte dei testi è in danese ma presenti anche brani in inglese, quali “Leaves Of Yggdrasil” e “House Carpenter”, così come non manca l’utilizzo del kulning, una tecnica vocale utilizzata per richiamare il bestiame al pascolo. Il disco mescola inediti, come “Ella” e “Tor I Helheim”, e reinterpetazioni di brani tradizionali, ad esempio “Fager Som En Ros” e “Harpens Kraft”: il risultato è un gioiellino pregiato, in cui spiccano anche sprazzi di modernità, che ha mietuto consensi più o meno dappertutto. C’è già (o ancora) chi dice che Amalie dovrebbe dedicarsi solo al folk e lasciare perdere il black metal, per il momento possiamo però lasciare da parte le polemiche sterili e imparare a suonare la nyckelharpa, per esempio.


NEPTUNIAN MAXIMALISM
Éons
(I, Voidhanger Records)
Tra tutti i dischi usciti quest’anno, quello dei Neptunian Maximalism è sicuramente uno dei più ambiziosi e complessi. Questo progetto, la cui ossatura principale è composta dal polistrumentista Guillaume Cazalet e del sassofonista Jean-Jacques Duerinckx, propone un’opera suddivisa in tre sezioni che trasporta l’ascoltatore in un viaggio immaginifico tra divinità mesopotamiche, sapienza orientale ed evoluzionismo mistico, alla scoperta del passato e di un fantomatico futuro del nostro mondo. Oltre all’apparato tematico dalla portata pressoché sconfinata, i suoni e le intuizioni compositive risultano altrettanto intricate, frutto di improvvisazione così come di profonda riflessione. Una vena tribale molto marcata, nutrita dal gran numero di strumenti tradizionali utilizzati, si unisce ai sassofoni in grado di evocare divinità abissali e di annunciare creature celestiali con egual perizia; al di sotto di esse vi è un mare ribollente di percussioni e sonorità drone, una base magica e ipnotica su cui si innalzano le litanie di questo ensemble belga. Éons è un ascolto ricchissimo e mai banale (nonostante la sua mole pachidermica) che tutti gli amanti del free jazz, del drone e, in generale, della musica sperimentale non potranno che adorare.


THY CATAFALQUE
Naiv
(Season Of Mist)
Lo abbiamo analizzato, ne abbiamo tessuto le lodi, abbiamo chiesto alla mente dietro al progetto di parlarcene: Naiv dei Thy Catafalque aveva il suo posto prenotato in questa categoria fin dalla sua uscita a fine gennaio. Visto l’abominevole quantitativo di uscite belle che ha caratterizzato il 2020 qualcuno avrebbe potuto dubitare che ce l’avrebbe fatta, ma in tutta franchezza un disco d’avanguardia così fresco e accattivante non finiva nelle nostre classifiche di fine anno probabilmente dai tempi del debutto dell’infamissimo bruco francese o forse anche da prima. La verità è che la creatura di Tamás Kátai non è davvero paragonabile ad altre in circolazione per fantasia e ispirazione, ma anche per la sua capacità di tirare contemporaneamente verso il passato e il futuro, folk ed elettronica, e anche con l’ingenuo Naiv il magiaro c’è riuscito, tra continui richiami al popolare — e in primis all’arte del ricamo ungherese — e riferimenti all’esplorazione scientifica e spaziale, tra ritmiche tradizionali e sintetizzatori retro-futuristici. Naiv è l’album del 2020 per gli appassionati delle avanguardie più progressive, senza se e senza ma.


PARADISE LOST
Obsidian
(Nuclear Blast)
A tre anni da Medusa, i Paradise Lost sono tornati a mettere nuovamente le nostre povere anime tormentate a ferro e fuoco con Obsidian, un disco che, come il minerale da cui prende più che appropriatamente il nome, è un gioiello di un nero translucido decisamente accattivante all’occhio ma nato da un’attività di una violenza inaudita. Non che il quindicesimo album in studio di Holmes, Mackintosh e soci si presenti particolarmente estremo all’ascolto, eppure trent’anni dopo aver letteralmente fondato un genere i titani britannici continuano a impartire lezioni magistrali. Cinquanta minuti e spiccioli di melodie dolceamare e atmosfere cupe, di rallentamenti doom e accelerate affilatissime, tra reminiscenze del passato del gotico ed echi del suo futuro; perché Obsidian è un’ottima summa di tutto ciò che è, è stato e sempre sarà etichettabile come gothic.


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