I migliori album black metal del 2020

LISTONI DI FINE ANNO 2020 #2 – BLACK METAL

È arrivato anche per noi il momento di lanciarci nelle famigerate liste di fine anno per questo folle 2020. Prima di partire con l’elenco vero e proprio, un paio di note metodologiche. Innanzitutto, i titoli che seguono sono il risultato delle preferenze in semplice ordine alfabetico di tutto lo staff, e non di un singolo redattore, il che significa che i dischi che trovate qui dentro hanno fatto effetto su buona parte di noi. Secondariamente, come anticipato qualche giorno fa, non abbiamo l’ambizione di credere che le nostre scelte siano esaustive e/o definitive, perché la verità è che il grosso delle uscite del 2020 non l’abbiamo (ancora) ascoltato e chissà se riusciremo mai ad averne una reale e completa cognizione. Probabilmente no. Per cui, per farla breve, questi articoli vanno presi per quello che sono: semplici consigli legati a ciò che quest’anno ci è piaciuto, senza alcuna pretesa. Se riusciremo a far scoprire a qualcuno un bell’album, avremo raggiunto il nostro obiettivo.



BLACK METAL


…AND OCEANS
Cosmic World Mother
(Season Of Mist)
Gli …And Oceans sono sempre stati un gruppo inquieto: Festerday, Magenta Harvest e Havoc Unit sono solo alcuni dei nomi collegati ai finlandesi che da un album all’altro cambiano genere, membri, progetti paralleli, idee e probabilmente anche regime fiscale. Cosmic World Mother arriva dodici anni dopo h.IV+, l’unico disco (capolavoro) a nome Havoc Unit, e diciotto dopo Cypher, ultimo lavoro in studio a nome …And Oceans e suona incredibilmente sia come un ritorno alle origini che una prosecuzione del percorso intrapreso (quantomeno dai due quinti della formazione originale rimasti). Ritorno alle origini perché nel 2020 gli …And Oceans suonano più vicini agli esordi symphonic black anni ‘90 che alle derive truzze dei primi ‘00; prosecuzione perché le aggiunte industrial della seconda parte di carriera in Cosmic World Mother sono ben evidenti e radicate. Il risultato finale è un lavoro ispirato, godibile, fresco e nostalgico allo stesso tempo, in cui almeno un paio delle molteplici anime del gruppo convivono e convincono. Dei tre nuovi ingressi nel gruppo per l’occasione, menzione particolare per Mathias “Vreth” Lillmåns alla voce, che nel 2020 ha messo a referto anche l’ottimo ritorno dei Finntroll.


ANAAL NATHRAKH
Endarkenment
(Metal Blade Records)
Troppo spesso gli Anaal Nathrakh vengono derubricati a band molto prolifica un po’ pazzerella e poco più. La realtà è che i due inglesi portano avanti da vent’anni un’idea di musica che, oltre a essere violenta e tamarra da Dio, porta con sé un bagaglio di critica sociale e politica gigantesco, ed Endarkenment non fa eccezione, anzi per la prima volta all’interno del libretto Mick Kenney e Dave Hunt parlano a chiare lettere, perché mala tempora currunt. L’oscurantismo del titolo è l’abbandono della ragione, in diretta contrapposizione all’Enlightenment, il secolo dei lumi, a favore del populismo, dell’ignoranza come valore, del rigetto delle opinioni altrui senza alcun fondamento. Tutto questo si snoda lungo il consueto contrasto tra riferimenti colti (filosofi, politici e personaggi storici da cui Hunt pesca ogni volta a piene mani) e follia musicale. Walter Benjamin e John Wilkes Booth, Jair Bolsonaro e la Messa da Requiem di Verdi, i blast beat e le urla disumane, i riff black metal e la produzione carica di anabolizzanti. In un mondo giusto gli Anaal Nathrakh sarebbero eroi. Nel nostro mondo sono paladini degli sconfitti, il cui araldo è un maiale con dei cazzi negli occhi.


DZÖ-NGA
Thunder In The Mountains
(Avantgarde Music)
Abbiamo sempre trovato affascinante la presenza di elementi narrativi all’interno del metal. Lo reputiamo un buon motivo per lasciarci incuriosire, per avventurarci al di là di quella che consideriamo la nostra zona di comfort musicale. Se poi oltre al concept la musica è curata e magnetica, come in Thunder In The Mountains, si può solo rendere omaggio al lavoro degli Dzö-nga. Il disco è basato sul poema epico La Canzone Di Hiawatha di H.W. Longfellow, che si rifà alle storie tradizionali degli Ojibwe, una tribù nativa americana che viveva in quello che oggi chiamiamo Michigan. Parlando della musica, nessuno si limiterebbe a chiamare black metal quella della formazione americana: violini, tastiere, flauti, voci femminili, cavalcate e altro ancora pesano di più nel complesso degli estremismi nell’economia del suono. I brani sono molto maturi dal punto di vista compositivo: l’alternanza di soluzioni di respiro differente riesce nel suo intento di mantenere un filo coerente con la narrazione epica tradotta in melodia, avvolgendoci nel suo mondo lontano.


ENSLAVED
Utgard
(Nuclear Blast)
Un nome, una garanzia, nonostante siano nel roster della Nuclear Blast ormai da un pezzo. Gli Enslaved non solo hanno posticipato l’uscita del loro ultimo lavoro, in questo anno di merda, ma hanno anche saputo regalare dell’ottimo intrattenimento con la formula dei concerti in streaming, offrendo prestazioni micidiali anche in una sala vuota e con le sole telecamere davanti al palco. Con Utgard si riconfermano come uno dei gruppi più longevi e con una continuità qualitativa tra le più folli della scena metal di tutto il globo terracqueo, nonostante l’ennesimo avvicendamento in formazione: l’ingresso di Iver Sandøy alla batteria e la contestuale uscita di Cato Bekkevold. Utgard è un concept album sul dualismo bene-male e sul fatto che al di fuori della specie umana questo dualismo non esista; è un disco intriso di mitologia norrena e di simbolismo, come da tradizione per la band di Ivar Bjørnson e Grutle Kjellson, e include ancora una volta una miriade di sfumature prog che viene da chiedersi come facciano, questi qua, a mettere la qualunque nella loro musica e a suonare sempre in maniera unica, inequivocabile, ai limiti della perfezione. Grazie di esistere.


ESOCTRILIHUM
Eternity Of Shaog
(I, Voidhanger Records)
Estremo e sperimentale, oscuro e atmosferico, il nuovo capitolo della discografia di Esoctrilihum rappresenta certamente una delle uscite di punta del 2020 per quanto riguarda l’etichetta nostrana I, Voidhanger Records, sempre attenta a questo tipo di sonorità. L’ultima opera del giovane polistrumentista francese Asthâghul si muove in bilico perenne tra black e death metal, offrendoci uno spaccato tra le varie anime del metal estremo. In Eternity Of Shaog Esoctrilihum trova nuova linfa, andando a chiudere un cerchio con i dischi precedenti e raggiungendo, probabilmente, il suo picco massimo. Tutte le influenze esterne — e sono davvero tante! — risultano, infatti, ben amalgamate e mai stucchevoli, riuscendo a toccare vari stati d’animo dell’ascoltatore. Dischi come questo generalmente non sono molto facili da approcciare anche a causa della durata (qui di oltre un’ora), ma Eternity Of Shaog ha il pregio di variare le sue strutture, svolgendo trame ora melodiche, ora aggressive, riuscendo a non risultare banale o prevedibile neanche per un istante.


HAVUKRUUNU
Uinuos Syömein Sota
(Naturmacht Productions)
Come ogni porzione di storia musicale ha i suoi punti fissi, così il black metal degli ultimi cinque anni ha come una delle sue colonne portanti gli Havukruunu. Gruppo finlandese giunto alla ribalta sin dal primo album nel 2015 e che con Uinuos Syömein Sota sigla l’ennesima prova riuscita. Un black metal dalle forti tinte melodiche, dedito al canone della scuola finlandese, con spiccate venature folk che ricordano, senza omologarvisi, il sound di un gruppo oramai storico come i Moonsorrow. Ciò che sorprende di questo disco è la sua innata capacità di mantenere l’ascoltatore sempre sull’attenti, dimostrandosi capace di mescolare poche e semplici componenti in modo sempre diverso. Le nove tracce che compongono l’ultimo capolavoro degli Havukruunu sono spiazzanti, a partire dal prologo, intriso di epicità nordica, passando per intermezzi acustici che aprono ad assoli adrenalinici (“Ja Viimein On Yö”) fino all’epilogo, conteso tra l’intransigenza old school e il suono disteso dei sintetizzatori. Un album che mette d’accordo un po’ tutti, dai fanatici della vecchia scuola fino ai fan di un black metal più melodico e dalle sonorità moderne. Gli Havukruunu rimangono tra le fila, oramai sempre più assottigliate, di coloro che riescono ancora a mostrare, all’interno del genere musicale più oscuro di sempre, un proprio timbro inconfondibile e una costanza commovente.


MYSTRAS
Castles Conquered And Reclaimed
(I, Voidhanger Records)
L’immaginario medievale è sempre stato fonte di ispirazione per la musica del Male e il debutto di Mystras, progetto solista dietro cui si cela il poliedrico Ayloss di Spectral Lore, non fa eccezione. I nove brani che compongono Castles Conquered And Reclaimed sono un concentrato di metallo nero che sembra guardare alle foreste canadesi con un suono glaciale ed essenziale, anche grazie a una produzione ridotta all’osso. Eppure, forse anche per questo, il disco mantiene una grande carica evocativa, con una vena melodica che accompagna tutti i cinquanta minuti dell’opera e la presenza di diversi strumenti classici che costruiscono atmosfere immediatamente riconducibili all’evo di mezzo. Un’opera che si inserisce a pieno titolo nel filone del black metal medievale, ma che al tempo stesso ne sovverte il paradigma, almeno a livello concettuale. I testi, infatti, non raccontano di gloriose imprese guerriere, non decantano le virtù del codice cavalleresco e non indugiano nemmeno sulla presenza impalpabile ma onnipresente della Morte: Ayloss ci parla degli ultimi, della schiuma della terra e delle volte in cui decisero che la misura era colma e che valeva la pena alzare la testa e lottare per una vita e un futuro migliori. Un album capace di rapire sin dal primo ascolto e uno dei migliori debutti dell’anno.


ORANSSI PAZUZU
Mestarin Kynsi
(Nuclear Blast)
Bisogna ammetterlo, il passaggio dei maestri del black psichedelico a tinte allucinogene Oranssi Pazuzu alla tedesca Nuclear Blast ha probabilmente fatto preoccupare molti dei fan di vecchia data della band. Per fortuna Mestarin Kynsi ci ha fatto tirare un bel sospiro di sollievo: il quintetto ha buttato giù un concept album ambientato in un’epoca distopica, in cui un Maestro sale al potere con l’aiuto di un tipo di magia oscura e occulta, con la quale controlla i suoi sudditi. Le cose sono però destinate, guarda un po’, ad andare male, come accennato dal bassista Ontto in sede di intervista. La band riesce adeguatamente a tradurre questo tipo di situazione in musica e riff: infatti il disco è pervaso da un’atmosfera pesante, opprimente e claustrofobica, anche grazie ai synth e alla miriade di effetti e dissonanze che si susseguono l’uno dopo l’altro. Le vicende partono dalla rivelazione/apparizione di “Ilmestys” e si concludono alle porte del Paradiso, facendo presagire un lieto fine di sorta. Certo, guardandoci un attimo intorno gli scenari non appaiono poi così rosei: auguriamoci solo di non finire sotto l’egida dell’artiglio di nessun Maestro.


SPECTRAL LORE / MARE COGNITUM
Wanderers: Astrology Of The Nine
(I, Voidhanger Records)
Arrivare al 2020 senza aver mai sentito i nomi di Spectral Lore e Mare Cognitum quasi meriterebbe un premio, perché tanto il greco Ayloss quanto lo statunitense Jacob Buczarski macinano un’ottima uscita dopo l’altra in ambito black metal da un pezzo. Wanderers è la più recente fatica congiunta dei due, il loro secondo lavoro a quattro mani uscito a sette anni di distanza da Sol (I, Voidhanger Records, 2013), del quale è anche l’ideale continuazione. Astrology Of The Nine manca di pochissimo i centoventi minuti di durata, due ore nelle quali i Nostri tessono trame cosmico-atmosferiche di fattura diversa e personale, le quali unite rivelano un dipinto unico dalla bellezza superiore, a tratti anche difficile da ridurre a parole. Un viaggio lungo dieci tracce nel macrocosmo che è microcosmo, la messa in musica delle emozioni che l’essere umano prova alzando lo sguardo verso la volta celeste, ammirando l’ignoto. E non c’è bisogno di appendersi a testa in giù per capirne la grandezza.


URFAUST
Teufelsgeist
(Ván Records)
Come loro solito, l’ultimo lavoro degli olandesi Urfaust è arrivato un po’ come un fulmine a ciel sereno, senza troppo preavviso né proclami. Oltre a essere una discreta mazzata di per sé, Teufelsgeist (Lo spirito del diavolo) è arrivato con una mazzata accessoria per il fegato degli ascoltatori avvezzi: una bottiglia di gin artigianale che rientra nell’esperienza di ascolto dell’album, un viaggio lungo gli stadi dell’intossicazione. L’apertura in pompa magna con la splendida “Offerschaal Der Astrologische Mengvormen” incanala il duo su personalissimi binari doom-ambient di stampo esoterico, consueti ma mai banali e prevedibili: le melodie ripetitive, la voce maestosa e le strutture scarne veicolano un senso di solennità, un minimalismo che da un lato ridimensiona l’ascoltatore e dall’altro lo eleva verso uno stato ultraterreno. Gli Urfaust ci consegnano quello che è a tutti gli effetti un concept album a cui abbandonarsi attraverso la sua discesa lungo scenari sempre più bui; e, se proprio vogliamo evitare di mandare a puttane il fegato, una Fanta va comunque benissimo per sostituire lo spirito del diavolo.


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