12 Album Black Metal Svedesi Da Riscoprire

Quando si racconta la musica del Diavolo, per ovvie ragioni si parla sempre della Norvegia, della Stavkirke di Fantoft e dell’allegra combriccola dell’Helvete. Per cambiare un po’, stavolta ci facciamo un giro poco più a est, dai vicini svedesi, e vi raccontiamo qualche disco che nonostante alcuni sparuti tentativi di ristampa è rimasto più o meno sconosciuto ai più. Perché, pur qualche anno di ritardo, anche in Svezia iniziarono a spuntare gruppi black metal come funghi: i Marduk e i Dissection arrivarono prima di tutti, i Dark Funeral ottennero un risultato commerciale che li rende un nome grosso ancora oggi, ma tanti, tantissimi altri non ce la fecero. Delle band qui di seguito quasi nessuna è attiva ancora oggi e le poche che lo sono hanno vissuto lunghissimi periodi di inattività, sconfitte dall’impietoso passare del tempo, messe all’angolo quando l’interesse per il black metal si sgonfiò e l’avvento di internet uccise un certo modo di intendere la musica. Eppure quasi un quarto di secolo dopo, vale ancora la pena di (ri)scoprire tutti questi album, perché la fiamma di Satana non è più una novità come ai tempi della Deathlike Silence, ma un buon disco rimane tale per sempre o poco meno.

Nota scientifica: ovviamente tutte le band che seguono non sono che una microscopica parte dello sconfinato panorama svedese, ma abbiamo tentato di pescare qualche nome meno noto e che fosse attivo nella seconda metà degli anni ‘90. Allo stesso tempo abbiamo cercato di dare una minima coerenza a questo elenco: tutti i gruppi qui dentro suona(va)no un black melodico di estrazione puramente svedese, spesso molto radicato nel death metal locale, e nient’altro. Non stupitevi se non troverete menzionati Arckanum, Sorhin, Ophthalamia, Lord Belial o Silencer, insomma, ci piacciono anche loro, ma questa lista altrimenti sarebbe stata interminabile.


MÖRK GRYNING – TUSEN ÅR HAR GÅTT…
(No Fashion Records, 1995)

Partiamo dalle cose facili: il debutto dei Mörk Gryning è uno dei migliori album di black metal melodico che siano mai stati scritti. Non solo perché è difficile credere che un disco così maturo sia stato composto da un diciannovenne e un sedicenne, ma soprattutto perché era piuttosto ambizioso persino per gli standard dell’epoca: un concept scritto in inglese e svedese, i cui testi sono un unico racconto di discesa verso gli inferi, condensato in poco più di trentatré minuti di blast beat e melodie, pensato per essere ascoltato senza pause, tutto d’un fiato dall’inizio alla fine.
Melodie orecchiabili e di facile presa, una buona padronanza degli strumenti — da parte di due ragazzini — e Dan Swanö in cabina di regia, nonostante un libretto con foto che definire amatoriali è un complimento, fanno di Tusen År Har Gått (Mille Anni Sono Passati) un pezzo immancabile nella collezione di qualunque appassionato di Svezia che si rispetti. Figlio del black-death dei Dissection, il debutto dei Mörk Gryning è l’album più ispirato della loro carriera, finita una quindicina d’anni fa e poi improvvisamente riavviata nel 2016, senza alcuna nuova pubblicazione in studio.


NAGLFAR – VITTRA
(Wrong Again Records, 1995)

Tra i pochissimi a farcela e a superare la prova del tempo rimanendo in attività fino ai giorni nostri, i Naglfar sono anche tra i primi a codificare la lezione black-death dei padri Dissection, spostandosi verso lidi più puramente black metal, ma mantenendone inalterata la propensione melodica. Il risultato è ottimo, e Vittra finisce senza se e senza ma tra gli acquisti obbligati dei fan della Svezia.
Le urla lancinanti di Jens Rydén, oggi frontman dei Thyrfing, cantano di rinascita nell’oscurità, di una dea della foresta (una Vittra, appunto) e di albe senza soli, mentre alle sue spalle le chitarre infilano melodie e riff uno dietro l’altro. Peter Tägtgren dai suoi Abyss Studio si occupa della produzione e non lesina sulle comparsate vocali, facendo da seconda voce su diversi brani, tastiere e violini spuntano qua e là e il caposaldo del genere è servito. Nonostante una carriera più che dignitosa e il prossimo album, ora incombente, arrivi a quasi otto anni di distanza dal precedente, le probabilità che i Naglfar riescano mai a ritrovare la qualità e l’ispirazione di Vittra sono piuttosto scarse.


THRONE OF AHAZ – NIFELHEIM
(No Fashion Records, 1995)

Molto più black, asciutti e freddi dei loro parenti in questa lista, i Throne Of Ahaz mantengono ugualmente un discreto attaccamento ai suoni death nazionali, azzardando piuttosto spesso dei down-tempo, attaccamento sicuramente dato anche dal fatto che il chitarrista Niclas “Whortael” Svensson all’epoca di Nifelheim suonava anche il basso nei Gates Of Ishtar.
Nifelheim non brilla a livello musicale, ma merita una menzione per gli interessanti spunti offerti altrove: a differenza di quasi tutti i loro conterranei, anziché dedicarsi a Satana e Lucifero, il trio focalizza il proprio interesse sulla mitologia vichinga, sul pantheon norreno e sul recupero del folklore locale, una cosa che nel ‘95, a parte gli Enslaved, fanno in pochi anche in Norvegia. Questo ovviamente non ha poi impedito di infilare in copertina un demone sopra quello che ha tutta l’aria di essere il Mjöllnir, ma sono dettagli. Nonostante una proposta interessante, per quanto non sconvolgente, purtroppo la fortuna non arride alla band di Umeå, che si scioglie l’anno seguente, subito dopo la pubblicazione del successivo On Twilight Enthroned.


DIABOLICAL MASQUERADE – RAVENDUSK IN MY HEART
(Adipocere Records, 1996)

Diabolical Masquerade non è una vera band, ma solo il progetto parallelo in cui Anders “Blackheim” Nyström sfoga i suoi istinti più estremi e vicini al black metal, che comprensibilmente non possono trovare spazio nei Katatonia. Per quanto diversissimo dal materiale proposto con la sua band principale, fin da Ravendusk In My Heart, interamente composto e registrato a poco più di vent’anni, Nyström non fa mistero delle sue influenze progressive e avanguardistiche, influenze che diventeranno via via più rilevanti nell’economia del progetto fino alla definitiva esplosione nell’ultimo Death’s Design del 2001.
Aiutato dall’amico di sempre Dan Swanö, Blackheim compone un album in perfetta linea con ciò che sta accadendo in Svezia in questi anni, e in diversi momenti si dimostra precursore di soluzioni che entro qualche anno diventeranno la norma per tanti e di variazioni assolutamente inaspettate: dalla violenza dissonante di “The Sphere In Blackheim’s Shrine” (su cui anni dopo etichette come Norma Evangelium Diaboli e artisti collegati hanno costruito un’esistenza) all’utilizzo di un falsetto alla King Diamond in “Under The Banner Of The Sentinel”, il debutto di Diabolical Masquerade è un lavoro pieno di idee, tutte sviluppate nel migliore dei modi.


VINTERLAND – WELCOME MY LAST CHAPTER
(No Fashion Records, 1996)

I Vinterland hanno una storia particolare alle spalle: formatisi nel 1992 e scioltisi dopo questo solo e unico album in studio, si riformano nel 2011 per non registrare mai nulla di nuovo, mentre ben due membri originali hanno militato nella seconda formazione dei The Black, band di ultrakvlto che sul suo debutto vantava la presenza di un Jon Nödtveidt ancora minorenne. Per qualche ragione però i Vinterland non sono mai riusciti a uscire dalla nicchia riservata ai gruppi amati dagli adepti, ma sconosciuti ai più.
Welcome My Last Chapter è una delle chicche più nascoste e di valore assoluto dell’intero mondo black metal: questa perla stampata da No Fashion è un compendio di come si suona il black melodico, di come si possano scrivere pezzi da sette, otto minuti senza allentare mai la tensione, senza perdere un briciolo di concentrazione. Le melodie di questo disco sono tra le migliori mai uscite dalla Svezia, il riffing ispiratissimo è una volta di più diretto discendente proprio dei Dissection di Nödtveidt, ma i Vinterland sono uno dei rarissimi casi in cui l’allievo non teme alcun confronto con il maestro. Anzi, la band parte proprio dai testi dei Dissection per abbandonarne il lato più smaccatamente satanico e sviluppare una narrazione naturalistica e spirituale molto vicina a quello che dieci anni dopo (!) diventerà il black atmosferico statunitense. Un album totale.


SACRAMENTUM – FAR AWAY FROM THE SUN
(Adipocere Records, 1996)

Se non è No Fashion è Adipocere, poi basta aggiungere una copertina del sempiterno Kristian “Necrolord” Wåhlin ed ecco la confezione perfetta per un disco che sai esattamente come suona prima ancora di infilarlo nello stereo. Eppure una volta che parte riesce a essere anche meglio di come te lo aspetti, perché dopo un ottimo EP d’esordio (Finis Malorum) i Sacramentum pubblicano il proprio capolavoro.
Appena più freddo della media melodic black del periodo, Far Away From The Sun è l’ennesimo caso di piccolo capolavoro ignoto ai più, anche se in tempi recenti l’acquisizione di Century Media dei diritti sulla discografia della band ne ha permesso una maggiore diffusione, pur se con quella ventina d’anni di ritardo. Meglio tardi che mai, però, perché non poter godere della potenza e delle atmosfere di questi tre quarti d’ora di musica sarebbe una vergogna. I Sacramentum sono, con buona probabilità, la formazione più spirituale dell’epoca, concentrata su sentimenti e sensazioni interni, piuttosto che sulla ricerca di demoni o paesaggi naturali. I testi sono semplici e diretti, ma mettono in luce una profondità e una sensibilità notevoli anche per gli standard emozionali (tipicamente elevati) della Suicide Nation. Notizia del 2019: il trio ha ripreso a suonare insieme dopo diciotto anni di inattività.


NOCTES – PANDEMONIC REQUIEM
(No Fashion Records, 1997)

Probabilmente il meno personale tra i lavori di questa lista, Pandemonic Requiem soffre di un unico, grande limite: quello di uscire uno o due anni troppo tardi, quando il boom del black melodico è ormai metabolizzato e non è più sufficiente essere una buona band per fare breccia e ritagliarsi lo status di gruppo di culto. Tuttavia nella loro breve vita, fatta di soli due album in studio, i Noctes riescono a dire delle ottime cose, per quanto musicalmente più o meno in linea con tutti i loro commilitoni nell’armata del black melodico svedese.
Nonostante un inizio piuttosto standard, con l’andare dei brani l’album rivela le proprie peculiarità: grande attenzione alle tastiere di derivazione Dimmu Borgir, spesso in primissimo piano rispetto al resto, e una narrazione fortemente onirica, tanto che uno dei pezzi si chiama “Butterfly”. Pandemonic Requiem è uno dei pochissimi dischi black metal a parlare di sogni e di ricerca di redenzione in un’ottica che non si schiera né con Satana, né contro (nessun pericolo di black metal cristiano insomma). Derubricare il debutto dei Noctes a semplice fotocopia sarebbe un errore.


MIDVINTER – AT THE SIGHT OF THE APOCALYPSE DRAGON
(Black Diamond Productions, 1997)

L’unico album dei Midvinter è senza dubbio il titolo più epico del lotto, con un utilizzo di tastiere marchio di fabbrica dei Summoning (che in questo momento hanno appena pubblicato Dol Guldur) e strutture fondate su riff massicci e taglienti allo stesso tempo, ma anche su ripetizioni di stampo quasi depressive. Il risultato è che At The Sight Of The Apocalypse Dragon è diverso da qualsiasi altra cosa la Svezia produca in questo momento, un album melodic black metal con al suo interno un sacco di sfumature e di dettagli altri, incluso addirittura il cantato pulito (“Moonbound”).
Sfortuna vuole che i Midvinter siano piagati da continui cambi di formazione. Damien Midvinter, mente creativa e polistrumentista fulcro del gruppo (nonché compagno del solito Jon Nödtveidt, stavolta però in quell’immensa cacata a nome De Infernali), non riesce a dare stabilità alla sua creatura e, nonostante al suo interno si avvicendino membri di Setherial, Naglfar, Ancient, Bewitched e altra mezza Svezia, nei Midvinter non si forma mai un nucleo forte, così appena dopo la pubblicazione dell’album si sciolgono. Col senno di poi, At The Sight Of The Apocalypse Dragon è uno dei primi esempi di black metal atmosferico propriamente detto assieme ai primi lavori dei Blut Aus Nord, ma per una serie di sfortunati eventi in troppi non ne hanno idea.


NECROPHOBIC – DARKSIDE
(Black Mark Production, 1997)

I Necrophobic non hanno certo bisogno di presentazioni, ma vale la pena spendere almeno due parole su uno dei loro lavori migliori. Darkside è il primo episodio senza il chitarrista e fondatore David “Blackmoon” Parland (che ha però scritto buona parte del materiale e partecipato alla registrazione di qualche brano), nonché il primo album che vede alla voce Tobias Sidegård, poi frontman del gruppo fino al suo allontanamento nel 2013 a seguito di una condanna per violenze domestiche. Considerato che l’ospite di spicco è ancora una volta Jon Nödtveidt e che lo stesso Parland è morto suicida qualche anno più tardi, dei cinque musicisti che hanno partecipato al disco solo tre oggi sono vivi e due a piede libero. A posteriori si può ben dire che pochi dischi abbiano concentrato più disagio di Darkside.
Musicalmente i Necrophobic sono sempre stati la controparte un po’ più death metal dei Dissection e questo album non fa eccezione: pedale HM-2, assoli e il sound da motosega dei Sunlight Studio di Tomas Skogsberg ci sono tutti e vanno a braccetto con il carico di satanismo più genuino e diretto che la musica del male possa proporre. Il risultato è l’album più death metal che una band black abbia mai realizzato, oppure l’album più black metal che una band death abbia mai realizzato, a seconda delle prospettive. Comunque la si veda, Darkside è una pietra miliare.


DAWN – SLAUGHTERSUN
(Necropolis Records, 1998)

Dove tutti i metallari si fanno ritrarre con giubbotti di pelle e cartucciere, croci ribaltate e atteggiamenti violenti, i Dawn spiccano per un’immagine da signorotti ottocenteschi in camicia bianca e panciotto. Fondati dal precoce chitarrista Fredrik Söderberg a soli tredici anni, cui presto si unisce il cantante Henke Forss (voce degli In Flames di Subterranean), questi metallari della prima ora si allontanano presto dal percorso quasi obbligato del death metal per costruire una proposta raffinata e complessa nel solito territorio ibrido tra death e black. Già con i primi demo e il debutto Nær Sólen Gar Niþer For Evogher i Dawn danno l’idea di saperne un po’ più degli altri, ma è con Slaughtersun che trovano forma compiuta.
Sette brani per un’ora di musica, una sintesi tra potenza e approccio melodico che pochissimi sono in grado di amalgamare così bene, strutture essenziali eppure funzionali nonostante la durata media dei brani superi comodamente gli otto minuti. Peter Tägtgren alla regia valorizza una prova già superlativa e i Dawn in questo album danno davvero tutto. E si sciolgono subito dopo, lasciando in eredità al mondo un’esplosione atomica che è anche un sole che tramonta sul genere umano.


AZURE – MOONLIGHT LEGEND
(Solstitium Records, 1998)

Senza dubbio gli artisti più di nicchia di questo articolo, gli Azure sono un nome che conoscono in pochi. Nessuna collaborazione celebre, nessuna ristampa da parte di etichette importanti, nessun culto di adepti nei meandri dell’internet per questo progetto di provincia. Dall’isolata Lindesberg, nella contea di Örebro, Robert “Amorth Bredlave” Kanto riesce però a strappare un contratto a Solstitium Records, che in questo momento presenta nel roster la prima band di un giovanissimo Tuomas Holopainen, i Nattvindens Gråt, e gli ancora misconosciuti Behemoth.
Moonlight Legend è lo sforzo di un singolo musicista che per l’occasione si fa aiutare da qualche amico (il batterista e tastierista Matte Holmgren, già turnista proprio con i Naglfar di Vittra, entrerà stabilmente in formazione per la registrazione del secondo e unico album, anni dopo), ma mette in luce una maturità notevole: un album black melodico scritto con gusto, con la giusta attenzione per le melodie e la varietà, al netto di testi in un inglese un po’ sbavato. Forse il disinteresse per il satanismo e una narrazione fantasy, forse Solstitium al posto di No Fashion o Adipocere, forse un’autoproduzione anziché i servigi di Tägtgren o Swanö, forse la copertina di Pär “Aemelgoth” Johansson dei Satarial invece di Necrolord, forse semplicemente qualche anno di ritardo di troppo confinano il debutto degli Azure a un ingiusto oblio. Da riscoprire.
Nota folkloristica: non si sa bene come, ai giorni nostri Kanto finisce per mettere insieme il misconosciuto progetto Urðarmáni con il batterista dei Druj, nientemeno che dall’Alaska. Le vie del metallo sono proprio infinite.


ABYSSOS – FHINSTHANIAN NIGHTBREED
(Cacophonous Records, 1999)

Ultimi ma non ultimi, gli Abyssos confezionano un secondo album in studio ottimo sotto tutti i punti di vista, ma probabilmente fuori tempo massimo per ricevere il giusto riconoscimento. Dopo un esordio piacevole, ma a tratti acerbo, la formazione capitanata dal chitarrista e tastierista Christian Rehn torna in studio e mette insieme un lavoro che, fosse uscito qualche anno prima, avrebbe destato molto più scalpore.
Vista la formazione del compositore principale, le tastiere sono sempre molto evidenti e in alcuni momenti il profumo di Enthrone Darkness Triumphant satura le narici, ma tolto questo dettaglio neanche troppo negativo Fhinsthanian Nightbreed è un ottimo album black che ha il coraggio di prendersi delle licenze insospettabilmente riuscite: cori femminili, intermezzi con cantato recitato e in generale molte voci arricchiscono questo concept album, anni prima che Schwadorf si concentri sui Vision Bleak. E questo approccio quasi teatrale rimane inserito in un contesto totalmente black metal, che poco ha a che vedere con le derive goth di Cradle Of Filth ed epigoni. Anche in questo caso la fortuna non arride al gruppo e gli Abyssos scompaiono dalle scene per sempre.


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