I migliori album death metal del 2020

LISTONI DI FINE ANNO 2020 #3 – Death Metal

È arrivato anche per noi il momento di lanciarci nelle famigerate liste di fine anno per questo folle 2020. Prima di partire con l’elenco vero e proprio, un paio di note metodologiche. Innanzitutto, i titoli che seguono sono il risultato delle preferenze in semplice ordine alfabetico di tutto lo staff, e non di un singolo redattore, il che significa che i dischi che trovate qui dentro hanno fatto effetto su buona parte di noi. Secondariamente, come anticipato qualche giorno fa, non abbiamo l’ambizione di credere che le nostre scelte siano esaustive e/o definitive, perché la verità è che il grosso delle uscite del 2020 non l’abbiamo (ancora) ascoltato e chissà se riusciremo mai ad averne una reale e completa cognizione. Probabilmente no. Per cui, per farla breve, questi articoli vanno presi per quello che sono: semplici consigli legati a ciò che quest’anno ci è piaciuto, senza alcuna pretesa. Se riusciremo a far scoprire a qualcuno un bell’album, avremo raggiunto il nostro obiettivo.



DEATH METAL


BLACK CURSE
Endless Wound
(Sepulchral Voice Records)
Quest’anno, tra le altre cose, ha segnato il debutto dei Black Curse, formazione blackened death metal che si presenta come un supergruppo vantando membri, tra gli altri, di Blood Incantation, Khemmis e Primitive Man. Ed è un debutto coi fiocchi, Endless Wound, pesante e violentissimo, che scorre come un incessante fiume in piena deciso a travolgere chiunque, ascoltatori compresi. Lo stile adottato si avvicina molto a quello che si definisce come war metal, assoli inclusi. Tuttavia i Nostri fanno affidamento anche su svariati rallentamenti al limitare del doom, che servono a spezzare l’atmosfera e a sottolineare la brutalità di certi passaggi, aumentando il contrasto tra sezioni veloci e lente. Un disco variegato e veramente estremo, che non manca mai di sottolineare la sua natura carica di sana ignoranza, eppure con un’esecuzione magistrale, che lo pone come uno degli epigoni migliori dell’anno tra i fautori del black-death più oltranzista.


CULT OF LILITH
Mara
(Metal Blade Records)
I Cult Of Lilith nascono in Islanda nel 2015 per mano del chitarrista Daniel Thor Hannesson. Dopo un primo EP intitolato Arkanum, uscito nel 2016, la formazione si arricchisce di ben quattro componenti, peraltro già attivi in altri gruppi (il secondo chitarrista e il batterista suonano nei Vástígr) e pubblica il primo full length intitolato Mara. Lo stesso gruppo definisce il proprio sound come «barocco necromeccanico»: nulla di più vero. Il death metal tecnico si arricchisce delle più svariate influenze, dallo slam al deathcore, passando per il prog (con tanto di organo) fino ad arrivare al barocco e al flamenco nella traccia “Profeta Paloma”. Il cantante spagnolo Mario Infantes è un vero e proprio matador che riesce a passare dal growl al pig squeal e alla voce teatrale à la Vortex, andando a impreziosire ancora di più un corpus strumentale già sfarzoso di per sé. Il pot-pourri di stili differenti tra loro risulta gradevole e innovativo, rendendo Mara un promettente inizio e forse l’album death più stravagante del 2020.


CRYPTIC SHIFT
Visitations From Enceladus
(Blood Harvest)
È vero che quando una band debutta con un lavoro che si apre con una suite da venticinque (!) minuti, e nei primi quattro sostanzialmente non succede niente, il rischio è di fare la figura dei pretenziosi e velleitari, ma quando ingranano i Cryptic Shift fanno paura e non le mandano a dire a nessuno. Un death progressivo dalle fortissime inflessioni thrash che pesca a piene mani dai migliori di tutti e tre i generi e che se a tratti paga qualche dazio, nel complesso riesce a mostrare muscoli e personalità. Se nel lavoro del quartetto di Leeds si sentono echi di Cynic, Death e Onslaught, è proprio perché Visitations From Enceladus è stato composto da venticinquenni che di Cynic, Death e Onslaught devono averne fatto una pelle, ma allo stesso tempo sono stati in grado di sviluppare un discorso proprio, creare un concept fantascientifico su cui costruire un album (Enceladus è uno dei satelliti di Saturno) e in questo infilare tecnica, idee e qualche debito. E noi siamo rimasti molto più impressionati dalle prime due, perché con un debutto del genere sui terzi si può ampiamente sorvolare.


HEAVEN SHALL BURN
Of Truth And Sacrifice
(Century Media Records)
Per quanto riguarda il death melodico, quest’anno non sono certo mancate le uscite di livello; tra queste, spicca Of Truth And Sacrifice dei teutonici Heaven Shall Burn, un’ode ai sacrifici compiuti in nome della verità e della sua difesa. Of Truth And Sacrifice è un’opera massiccia e complessa, articolata in due dischi, che ci presenta una band straordinariamente matura e sul pezzo, capace di mescolare al death melodico intriso di furia metalcore che li contraddistingue anche dei momenti densi di pathos, non privi di passaggi industrial (viene da citare, a questo proposito, “Expatriate”, ma anche la pregevole “Übermacht”). Tra i punti di forza di questo disco rientra anche l’artwork, opera di Eliran Kantor, che quest’anno ci ha regalato pure le copertine di Paradise Lost e Cult Of Lilith. Un graditissimo ritorno in un’era in cui, spesso, la tormenta di notizie che ci attanaglia rende tristemente facile perdere di vista la ricerca della verità.


IMPERIAL TRIUMPHANT
Alphaville
(Century Media Records)
Nel 2020 abbiamo assistito anche al ritorno degli Imperial Triumphant a due anni di distanza dal pluripremiato Vile Luxury, che aveva lanciato la band ad alti livelli. Detto fatto: i newyorkesi con Alphaville escono per Century Media, una delle etichette più importanti in ambito metal. Le coordinate sono rimaste simili a Vile Luxury, tra dissonanze estreme, basso pulsante, influenze jazz a tonnellate; come se Portal, Deathspell Omega e Meshuggah avessero un incontro a tinte noir e retrofuturiste: anche l’occhio, infatti, vuole la sua parte, con gli Imperial Triumphant che continuano sull’idea di giocare molto su un’estetica dal sapore art déco. Per la creatura capitanata da Zachary Ilya Ezrin si tratta di un’importante conferma, anche se siamo consapevoli che si tratti di un disco che ha già diviso la critica, con le sue atmosfere allucinanti che possono sedurre o far storcere il naso (specialmente ai puristi del metal). E voi, da che parte state?


NEKROVAULT
Totenzug: Festering Peregrination
(Ván Records)
Passano i decenni, ma il fascino della morte non passa mai. I Nekrovault, giovane quartetto tedesco che debutta con Totenzug: Festering Peregrination, hanno ben sfruttato questo fascino, tirando fuori dal loro mefitico cilindro un album semplice nella forma, però di livello altissimo. Niente di nuovo sotto il classico cielo plumbeo, tuttavia l’alternanza tra mid-tempo sepolcrali, riff di impatto e atmosfere che odorano di decomposizione da un chilometro di distanza è particolarmente efficace. La costruzione del suono si avvale di trame melodiche che in diverse occasioni possono ricordare i conterranei (e compagni di etichetta) Sulphur Aeon, con una struttura di fondo che pesca a piene mani da Asphyx, Dead Congregation e, più in generale, dal putrefatto humus degli Anni Novanta. Infarcito di interessanti spunti personali, dissonanze, inflessioni dark e persino sparute malinconie, Totenzug: Festering Peregrination è senz’altro una colonna sonora ideale per un anno dalle tinte a dir poco apocalittiche.


OF FEATHER AND BONE
Sulfuric Disintegration
(Profound Lore Records)
Di death metal tritaossa, quest’anno, ne abbiamo sentito parecchio. Uno degli esempi più fulgidi e spietati arriva dal Colorado, con gli Of Feather And Bone ad annichilire tutto ciò che si trova sul loro percorso. Sulfuric Disintegration è un album senza un punto debole che sia uno: violento, brutale e tecnico quanto basta, con quella vena grind che si contrappone agli occasionali e sguaiatissimi assoli, riesce a piantare il saldissimo vessillo del trio con quello che è appena il secondo disco di questo genere dopo gli inizi hardcore-crust. Un fattore fondamentale, specialmente in un periodo in cui la mancanza di sintesi è un problema comune, è la durata praticamente perfetta (mezz’ora netta), anche perché far protrarre Sulfuric Disintegration per qualche altro minuto sarebbe stato accanimento terapeutico. E poi insomma il titolo esteso — presente in tracklist — sarebbe “Sulfuric Sodomy (Disintegration Of Christ)”: come non volergli bene?


RIPPED TO SHREDS
亂 (Luan)
(Pulverised Records)
Tra la marea di formazioni in cui milita il polistrumentista sino-americano Andrew Lee, i Ripped To Shreds sono sicuramente uno dei progetti meglio riusciti e il loro secondo full length è ciò che in gergo tecnico viene chiamato mazzata nei denti. Unendo sonorità prese dalla scena scandinava a quelle del death metal statunitense, con una particolare predilezione per la Florida, e inserendo qua e là elementi di chiara matrice grindcore, i Nostri ci accompagnano in un viaggio nella storia cinese. Condensati in poco più di mezz’ora, riff assassini, scariche di tupa-tupa e un growl a dir poco cavernoso si dimostrano l’accompagnamento perfetto per la narrazione di episodi come la Rivolta dei Boxer oppure l’incidente del ponte di Marco Polo, che diede il via all’orribile secondo conflitto sino-giapponese. Un album intenso e particolarmente ispirato.


VOIDCEREMONY
Entropic Reflections Continuum: Dimensional Unravel
(20 Buck Spin)
Basta poco più di mezz’ora ai VoidCeremony per realizzare uno dei dischi progressive death metal più interessanti degli ultimi anni. Pur avendo salde le proprie radici nell’old school, un ruolo di rilievo nell’album viene assunto dal basso fretless, suonato da Damon Good (Cauldron Black Ram, Mournful Congregation, StarGazer). Ciò porta il gruppo statunitense a essere avvicinato, per osmosi, alle intuizioni avute negli anni Novanta da Atheist, Cynic, Death e Dysharmonic Orchestra. I VoidCeremony in ogni caso scelgono di non rinunciare affatto all’aspetto più death metal della loro proposta, ottenendo così brani dove la crudezza dei riff mortiferi è bilanciata dalla morbidezza dei suoni del basso fretless. Ma questo Entropic Reflections Continuum riesce a essere qualcosa di più, perché l’approccio progressive risiede anche nelle strutture, nelle quali i riff che si incasellano l’uno dopo l’altro creano dei notevoli saliscendi atmosferici.


VOID ROT
Descending Pillars
(Everlasting Spew Records)
I Void Rot vengono dal Minnesota e, prima di questo album, avevano pubblicato un EP e uno split con gli Atavisma. Il quartetto ha deciso di battezzare Descending Pillars la cavernosa discesa nei meandri del death ulteriormente oscurato dal doom rappresentata da questo disco; a nostro avviso, non avrebbe potuto scegliere un titolo più calzante. Tra gli elementi che rendono Descending Pillars uno dei dischi death-doom meritevoli di plauso per questo 2020 ci sono un growl spettrale proveniente direttamente dall’Oltretomba, riff rabbiosi che scavano le rocce e frane travolgenti di blast beat, per un’opera che è imperativo includere fra i propri ascolti, nel caso in cui non abbiate ancora provveduto.


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