12 album per scoprire il death metal olandese

12 album per scoprire il death metal olandese

Quando si parla di death metal è facile, se non proprio obbligatorio, pensare a determinati luoghi. C’è il lato oscuro della Florida, che offre rifugio ai metallari a Tampa, sul Golfo del Messico, mentre le persone normali prendono il sole sull’Atlantico a Miami Beach. C’è la fredda Svezia, che tra Stoccolma e Göteborg ha dato i natali a un vero e proprio culto per il genere. C’è l’Inghilterra operaia, che tra Birmingham e Liverpool ha sputato death metal battagliero, grindcore e invettive anti-thatcheriane senza soluzione di continuità. Bene o male chiunque mastichi un minimo di metallo della morte ha queste associazioni ben chiare in testa ogni volta che si parla del genere orrorifico per eccellenza.

Bisogna andare un po’ più a fondo, invece, per scoprire le scene musicali meno fortunate, che per qualche ragione si sono rivelate più effimere e meno prolifiche, magari perché leggermente più recenti ed erroneamente etichettate come derivative, facendo sì che l’attenzione del grande pubblico (che poi grande, quando si parla di death metal, non è mai stato) vi si posasse solo per un attimo, prima di tornare dai Dismember o dai Morbid Angel. Brasile, Polonia, Finlandia, gli esempi di queste aree di seconda fascia sono tanti, e oggi ci lanciamo alla scoperta di una delle più storiche e al contempo dimenticate: l’Olanda.

Il death metal nei Paesi Bassi ha una storia molto lunga, e le sue radici affondano nelle profondità del genere e hanno un nome ben preciso, perché non si può parlare di Olanda e metallo della morte senza tirare in ballo Martin Van Drunen (e Bob Bagchus) e Patrizio Mameli. Va da sé che non si può generalizzare dicendo che il death metal olandese deve tutto ad Asphyx e Pestilence, ma è innegabile come questi due nomi siano stati fondamenta prima e colonne portanti poi di una scena che nei primi anni ‘90 faceva fuoco a volontà; non a caso un’enorme porzione dei gruppi locali aveva forti suggestioni thrash (come i Pestilence) e doom (come gli Asphyx), quando non si lasciava andare a cose più pazze e progressive (come i Pestilence versione seconda).

Con l’avvicinarsi del nuovo millennio, come in tutto il resto del mondo, la bolla scoppiò e tantissime formazioni chiusero baracca dopo appena uno o due dischi in studio, e persino i due gruppi cardine di cui sopra si sono dati un gran da fare tra cambi di formazione, scioglimenti e reunion. Pochissime delle band che seguono hanno avuto un percorso lineare, e la maggior parte di esse non è nemmeno più attiva, ma andare a spulciare nelle produzioni olandesi del periodo d’oro del death metal regala ancora oggi grandi soddisfazioni. In particolare, sembra che tutti si fossero messi d’accordo per pubblicare il proprio album migliore nel 1993.

Quando non hai niente da fare vai a dare un ascolto a chi da questo elenco è stato escluso, qualche suggerimento lo trovi in fondo alla lista.


SEMPITERNAL DEATHREIGN
The Spooky Gloom
(Foundation 2000, 1989)
Quasi nessuno lo sa, ma mentre i Pestilence ancora sguazzavano nel thrash metal e gli Asphyx si stavano formando, e addirittura un anno prima che dall’altra parte dell’oceano i Winter pubblicassero Into Darkness, un misconosciuto trio olandese dava alle stampe un prototipo di quello che sarebbe diventato di lì a poco il death-doom. I Sempiternal Deathreign arrivavano da Gouda, una cittadina perfettamente centrale tra Amsterdam, L’Aia, Rotterdam e Utrecht, e in appena quattro anni di esistenza misero insieme un paio di demo grezzissimi e The Spooky Gloom, che fu anche la prima uscita della conterranea Foundation 2000 (etichetta che non ebbe molta più fortuna dell’album in questione, ma che per qualche tempo provò con tutte le sue forze a promuovere la scena locale). Indiscutibilmente imparentato con il thrash ottantiano più ferale, The Spooky Gloom è però già oltre i canoni del genere e possiede una violenza e una ferocia tutte death metal; il vero elemento sorprendente dei Sempiternal Deathreign tuttavia è la loro capacità di mescolare a questa aggressività, in modo del tutto naturale, degli stacchi lenti e massicci che solo qualche anno più avanti, in Finlandia, sarebbero stati ancor più estremizzati e codificati come funeral doom. Forse troppo avanti sui tempi, una band che non era più thrash, non era soltanto death, ma non era ancora funeral si sciolse prima di poter raccogliere i frutti di quanto seminato, complice anche l’abbandono del batterista poco prima delle registrazioni del disco. Bassista e chitarrista bazzicarono saltuariamente in altre formazioni della zona, ma l’avventura dei Sempiternal Deathreign finì pressoché dimenticata, tanto che a oggi nessuno si è ancora preoccupato di ristamparne il materiale.


DELIRIUM
Zzooouhh
(Prophecy, 1990)
Per i tempi in cui erano attivi, i Delirium tenevano piuttosto fede al proprio nome: nel 1990 non era semplice trovare album più catacombali e putrefatti di Zzooouhh, che con il suo inglese zoppicante ancora oggi si porta appresso una puzza di morte ed esistenza incancrenita. Poco più di tre quarti d’ora di death metal vecchia scuola che più vecchia non si può, che come da tradizione nei Paesi Bassi faceva sempre grande uso di rallentamenti e atmosfere cimiteriali. Non è facile districarsi nei meandri di Zzooouhh, si parla di una nona dimensione (l’intro), di un guerriero (“The Warrior”) e di una donna che a questo guerriero ha combinato qualcosa (“Bitch”), per cui con buona probabilità siamo davanti a un concept. Quando però trent’anni dopo si prova a googlare il nome di Urth, l’unico risultato è l’indirizzo di un caffè bio a Downtown LA. Certo è che il povero guerriero non fece una buona fine (“Beyond The Gates Of Afterdead”), e che l’unico album dei Delirium nonostante gli anni riesce a rimanere affascinante e disturbante allo stesso tempo. Anche questo trio si sciolse poco dopo il completamento dei lavori, e dei musicisti coinvolti, tra cui una bassista, si è saputo poco o nulla negli anni a venire.


SINISTER
Cross The Styx
(Nuclear Blast, 1992)
Un album che dovrebbero conoscere anche i sassi, e invece è troppo spesso dimenticato. Attraversare lo Stige, il fiume dell’odio, significava arrivare ai cancelli del Tartaro, il regno degli inferi secondo la cultura greca antica. I Sinister iniziarono così la propria carriera discografica, entrando all’inferno, e pochi dischi hanno impresso nei propri solchi un quantitativo di malvagità e brutalità maggiore di questo debutto. Cross The Styx uscì il primo gennaio ‘92 direttamente per Nuclear Blast, che mise sotto contratto la band di Rotterdam dopo averne ascoltato qualche sparuto demo e poco più, e se la tenne stretta per tutto il decennio. Nonostante le instabilità di formazione che da sempre ne hanno complicato l’esistenza, i Sinister sono riusciti a ritagliarsi un posto nel cuore di tutti gli appassionati, e confesso di aver avuto delle difficoltà quando si è trattato di dover scegliere quale, tra i loro primi tre album, meritasse di più di finire in questa rassegna. La scelta è ricaduta su Cross The Styx per pure questioni anagrafiche, perché seppur più acerbo dei suoi due fratelli minori (Hate in particolare), in questa dozzina di tracce c’era già tutto, a cominciare ovviamente dalla passione per il male. Un lavoro assolutamente fondamentale per tutto il mondo death metal più occulto ed esoterico, nato dall’amore per Deicide e Morbid Angel, e quindi e soprattutto per Satana.


GOREFEST
False
(Nuclear Blast, 1992)
Ok, questa è una scelta un po’ banale, ma il secondo album dei Gorefest (il cui Mindloss era uscito l’anno precedente su Foundation 2000, etichetta dei Sempiternal Deathreign di cui sopra) è semplicemente troppo bello. Talmente bello che già nel 1992 se ne accorse la Nuclear Blast, etichetta che più o meno regolarmente avrebbe accompagnato la band di Goes fino al proprio (per ora) definitivo ritiro, nel 2009. Giusto per rincarare la dose, False è un lavoro incredibile: maturo, fresco, ispirato, compatto e senza sbavature dall’inizio alla fine. Un disco che qualsiasi appassionato di death metal dovrebbe conoscere a memoria, possedere in triplice copia e riascoltare regolarmente per ricordarsi quanto cazzo possa essere bello questo genere, ma non solo. Perché False è anche un disco dalla fortissima critica sociale, che non solo se la prende con il generico sistema, ma denuncia la solidarietà fasulla, le disuguaglianze e l’ignoranza. Nel 1992 non erano molti i gruppi death impegnati, nel senso che c’erano i Napalm Death e basta, che però arrivavano dal giro grind, punk e hc. Poi c’erano i Gorefest, che dall’alto del loro essere completamente metallari e alfieri di un genere che fa di guerra e battaglie uno dei propri pilastri, pubblicavano un disco dichiaratamente antimilitarista e progressista.


POLLUTED INHERITANCE
Ecocide
(Morbid Music, 1992)
Quello che potrebbe sembrare un lavoro con tematiche legate alla natura da parte di un gruppo con velleità ambientaliste si rivela presto per quello che è: una badilata nelle gengive pregna di cattiveria fino all’ultima nota. I Polluted Inheritance sono stati attivi per più di vent’anni nell’underground olandese, ma la fortuna non ha mai arriso particolarmente alla band di Terneuzen, che evidentemente aveva dato e detto tutto agli esordi. Ecocide però è un album che merita grandi attenzioni, perché composto da un gruppo di adolescenti e ancora dopo tutti questi anni in grado di suonare fresco e godibilissimo. In un’altalena tra tematiche apertamente gore (una “Eaten” con dodici anni di anticipo sulla più celebre omonima dei Bloodbath) e parentesi più esistenziali di classica matrice svedese (“Memories Of Sadness”), i Polluted Inheritance si prodigano abilmente in riff intricati e strutture niente affatto lineari, mettendo in mostra una padronanza dello strumento che sarebbe decisamente superiore alla media oggi, figurarsi nel 1992. A rendere ancora più appetibile Ecocide, è lo spettro dei Death di Human, che per quanto uscito solo l’anno precedente deve essere stato masticato a fondo dai quattro ragazzi prima di entrare in studio. Nel successivo Betrayed (1996) le deviazioni prog vennero ancora più esacerbate, ma la band non riuscì a ricavare granché dai propri sforzi ed entrò in un lungo silenzio; il terzo e piacevole Into Darkness (2001) fu anche l’ultimo tentativo dei Nostri di sfondare, prima di sciogliersi definitivamente nel 2008.


BURIAL
Relinquished Souls
(West Virginia Records, 1993)
Da anni, Relinquished Souls è uno dei titoli più di culto dell’underground death metal, tanto che prima delle immancabili ristampe anni ‘10 l’unica speranza di portarsi a casa una copia di questo cd uscito per la tedesca West Virginia era di investire un numero a tre cifre, e ancora oggi la prima edizione viaggia stabilmente tra i 100 e i 400 euro. Cifre folli, ma va riconosciuto ai Burial di aver messo insieme un lavoro assolutamente irreprensibile, di ispirazione nettamente floridiana e al tempo stesso personale e accattivante. Sulla violenza e cattiveria di partenza si innestano spesso melodie e testi semplici quanto evocativi, dalla critica contro la guerra (“Abhorrence Within”) all’ineluttabilità del cancro (“Inner Hostility”) fino a racconti presi di peso dall’immaginario horror (“Untimely Demise”, che sembra la versione death metal di Johnny Got His Gun). Tutto funziona perfettamente, e i Burial sembrano un ingranaggio ben oliato piuttosto che una formazione all’esordio, ma nonostante il consenso generale la band non arrivò mai a dare un seguito a Relinquished Souls. Diverse le reunion nel corso dei decenni, di cui una attualmente in corso, ma l’unica pubblicazione successiva al 1993 rimane uno scarno demo da poco più di un quarto d’ora, ormai quindici anni fa.


DISSECT
Swallow Swouming Mass
(Cyber Music, 1993)
Il motivo per cui l’unico album dei Dissect mi è rimasto impresso negli anni è che l’ho sempre ricollegato a quell’intro che sembra proprio un campionamento della colonna sonora dei Batman di Tim Burton. Ho sempre trovato l’idea di aver aperto un disco death metal che parla di zombie (“Z. Day”), serial killer (“Pulsating Blood”) e altre cose simpatiche con i trilli batmaniani di Danny Elfman una cosa molto buffa, per quanto Swallow Swouming Mass di buffo dopo i primi quarantacinque secondi non abbia assolutamente nulla. Fieramente fedeli all’immaginario horror, i Dissect si prendono il loro tempo, scavando nella putredine fino a discrete profondità e mettendo in piedi un death metal sulfureo e pieno di rallentamenti. Non ispirandosi agli USA né alla Svezia, ma guardando insospettabilmente a quanto in quegli anni facevano i finlandesi, i quattro finirono per suonare come una versione meno muscolare e più cimiteriale di Purtenance e Demigod. Anche per loro la carriera si è chiusa sul nascere, e dopo l’album di debutto è arrivato giusto un demo su cassetta che puliva gli archivi (Fragments, 1997) prima dello scioglimento; qualche concerto di reunion ormai una decina d’anni fa, poi più nulla.


ACROSTICHON
Engraved In Black
(Modern Primitive, 1993)
Nel 1993 c’erano (state) le Derkéta (o le Mythic, a seconda di quali demo vi piacciano di più), Jo Bench al basso nei Bolt Thrower, Lori Bravo nei Nuclear Death, la bassista degli Spina Bifida e poi c’era Corinne van den Brand al basso e dietro il microfono degli Acrostichon. Con buona pace di Angela Gossow e di tutte le sue epigoni, van den Brand grugniva come nessun’altra, e dopo davvero tanti demo in davvero poco tempo il quartetto di Tilburg esordì ufficialmente con Engraved In Black. Un album, senza se e senza ma, tra i migliori mai partoriti dall’Olanda, che però venne piagato dall’infausta scelta di appoggiarsi a Modern Primitive, che ne tenne la pubblicazione sospesa per oltre un anno, di fatto facendo perdere il treno alla band. Gli Acrostichon si ritrovarono a uscire in un periodo intasatissimo, quel 1993 di cui nell’introduzione che vide una vera e propria esplosione del death metal olandese, ma Engraved In Black si fece notare grazie all’ispirazione e al carattere che i ragazzi riuscirono a infondere nelle registrazioni, che suonano ancora oggi tanto fresche quanto mature e ben registrate. Niente violenza né immaginario splatter, ma testi più incentrati sulle deviazioni psichiatriche (“Mentally Deficient”) e sulla critica al popolo bue (“Zombie”). Chicca finale: addirittura una copertina realizzata dal chitarrista Richard Schouten, attivo poi negli anni come copertinista per gente di un certo calibro, che ritrae una sua cotta dell’epoca. A riprova della propria forte personalità, gli Achrosticon sono tra le formazioni più longeve di questo elenco, e nonostante si siano fermati per più di un decennio e non registrino nulla dal 1995, sono formalmente ancora attivi.


CEREMONY
Tyranny From Above
(Cyber Music, 1993)
I Ceremony sono con buona approssimazione il gruppo più brutale del lotto. Poco si sa della formazione dei sobborghi di Rotterdam, se non che tra le sue fila è passata diversa gente che ha suonato in lungo e in largo. Il nucleo forte del gruppo è però sempre stato stabile, e dal 1989 al momento di uscita di Tyranny From Above il quintetto era riuscito a consolidare un sound estremamente grosso, energico e aggressivo, portando il proprio album a essere quanto di più vicino agli Immolation si sia mai sentito in Olanda. Fin dal dipinto in copertina è chiaro come violenza e aggressività qui siano di casa, e gli otto pezzi filano via dritti come fusi senza fare prigionieri riff dopo riff, uno più granitico dell’altro. Il limite di Tyranny From Above, ancora oggi dopo due o tre ristampe, è che se ne sa poco o nulla, nonostante la band si sia riformata nel 2015 e da allora abbia anche rilasciato un nuovo lavoro in studio (Retribution, 2019). Il debutto dei Ceremony è uno dei pochi casi rimasti in quest’epoca in cui davvero a parlare è solo la musica. E quello che dice è semplice: mazzate.


SPINA BIFIDA
Ziyadah
(Adipocere Records 1993)
Accennavo all’inizio come l’Olanda abbia una tradizione ibrida sul death metal, poiché tanti furono i casi di mescolanze con thrash, prog e doom. Ecco, gli Spina Bifida sono uno dei segreti meglio custoditi del panorama death-doom internazionale, peraltro con una quota rosa al basso decisamente non comune (ancor meno comune pensare che nella stessa cittadina, all’epoca, erano due le band death metal con una signorina al basso, vedi sopra alla voce Acrostichon). Ziyadah, l’atto di vedere Allah dopo la morte, è lento, opprimente, con ogni nota gratta strati di sporco dalle lapidi del camposanto e traccia un’immagine assolutamente sconfortante dell’esistenza tutta. Nessuno viene risparmiato nell’affresco dipinto dagli Spina Bifida: non la madonna (“Purest Queen”, dall’attacco ipnotico e alienante), non il singolo uomo (“Individual”) e neppure l’intera specie (“Götterdämmerung”, i cui echi wagneriani ci dicono che con la Seconda Guerra Mondiale abbiamo sostanzialmente decretato la nostra fine su scala planetaria, perché ci siamo spinti troppo oltre). Nessuno sfugge alle lente spirali del quintetto di Tilburg, il destino è segnato per chiunque e sta venendo a prenderci cavalcando riff tanto lenti quanto enormi. Pubblicato Ziyadah, la band ha fatto perdere le proprie tracce, ma dopo quasi due decenni di latitanza gli anni ‘10 hanno portato venti di reunion anche dalle parti degli Spina Bifida, che nel 2015 hanno addirittura pubblicato un nuovo EP, tuttavia ancora non si sono spinti oltre.


PHLEBOTOMIZED
Immense Intense Suspense
(Cyber Music 1994)
Immense Intense Suspense non è solo uno degli album più imprevedibili e originali del sottobosco olandese, ma dell’intera storia del death metal. Traumatizzati dall’impatto dei Pestilence di Spheres, i Phlebotomized prendono tutta quella voglia di fare death metal con altro e la infilano in nove canzoni. Su Immense Intense Suspense si potrebbe scrivere un trattato, tante sono le idee condensate in meno di cinquanta minuti, e poi se ne potrebbe scrivere un altro su quanto eccessive queste siano state. Una formazione a sette (!) elementi con violinista e tastierista, testi assolutamente fuori di melone («I build my castles in the air», ripete giustamente a più riprese “Dubbed Forswearer”), strutture che partono in un modo, si sviluppano in un altro e si concludono in un altro ancora, letteralmente tra una sviolinata e l’altra, questo e tanto altro rendono il debutto dei Phlebotomized un album assolutamente unico. Per quanto incontrovertibilmente velleitario e allucinato, Immense Intense Suspense è un capolavoro, un disco come ne esistono pochi nell’universo, completamente genuino, senza alcun vincolo né limite. A tratti grottesco, a tratti esagerato, ma sempre tremendamente immaginifico e affascinante, un’opera del genere è capace ancora dopo tutti questi anni di stregare dall’inizio alla fine, di lasciare il povero appassionato a lambiccarsi e a chiedersi cosa cazzo abbia appena ascoltato. La storia dei Phlebotomized è lunga, fatta di altri dischi, di scioglimenti, reunion e addirittura di un nuovo disco nel 2018 con una formazione completamente diversa fatta eccezione per il chitarrista Tom Palms, ma la verità è che Immense Intense Suspense rimane un unicum assolutamente irraggiungibile per chiunque.


CREEPMIME
Chiaroscuro
(Mascot Records, 1995)
Quelli che ricordano il debutto dei Creepmime spesso lo devono alla presenza di Pat Mameli in veste di produttore, oltre che di ospite. La verità è che la produzione di Shadows, che guarda un po’ uscì nel ‘93, fu pessima, e a salvare la band di Joost van der Graaf (che oggi nei Pestilence ci suona) fu il buon lavoro di scrittura; probabilmente per questo Chiaroscuro, due anni dopo, venne prodotto «da chiunque espresse un’opinione su come l’album dovesse suonare». Un paio di cambi di lineup rispetto al suo predecessore portarono quello che era un gruppo death duro e puro a trasformarsi in una creatura molto più complessa, progressiva e a tratti anche sperimentale; e forse, questo sì, è un merito da attribuire a Mameli, o meglio a Spheres. Esistenziale, emotivo e colto, Chiaroscuro parla di amici perduti (“The Colour Still Unwinds”), indaga i limiti della comprensione umana (“Clarity”) e l’amore (“Black Widower”), e riflette sulla condizione degli artisti contemporanei (“Chiaroscuro”). Un balzo in avanti enorme rispetto al debutto di appena due anni prima, che cambia completamente prospettiva e si allontana dall’aggressività più immediata per guardare ai suddetti Pestilence, ai Death, ai Cynic e agli Atheist. Come in troppi altri casi il fato non volle che i Creepmime continuassero la propria corsa, e dopo l’uscita dell’album il già misconosciuto gruppo scomparve completamente, tanto che a oggi non è ancora arrivata nemmeno una ristampa.


Ovviamente l’underground olandese dell’epoca ha dato molto più dei soli dodici dischi qui sopra, che per qualche motivo ho ritenuto più interessanti e personali. In caso non fosse abbastanza, ecco qualche altro consiglio:

ThanatosEmerging From The Netherworlds (1990)
Dead HeadThe Feast Begins At Dawn (1991)
Bluuurgh…In My Embrace (1992)
Beyond BeliefTowards The Diabolical Experiment (1993)
MourningGreetings From Hell (1993)
ThrenodyAs The Heavens Fall (1993)
CastleCastle (1994)
Mystic CharmShadows Of The Unknown (1994)
Eternal SolsticeThe Wish Is Father To The Thought (1994)
NembrionicPsycho One Hundred (1995)
Judgement DayCir-Cum-Cis-Ion Of The Mar-Tyr (1995)
RhadamantysLabyrinth Of Thoughts (1995)
Perpetual DemiseArctic (1996)
InquisitorWalpurgis – Sabbath Of Lust (1996)
God DethronedThe Grand Grimoire (1997)
Pentacle…Rides The Moonstorm (1998)
PerniciousArt Of Agression (1998)
XantossaCentral Program For Swallowing (1998)

BONUS: SolarisisHolland Is Made Of Tofu (1999), ma solo perché è un album totalmente assurdo.

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