I migliori album metal italiani del 2020

LISTONI DI FINE ANNO 2020 #1 – PRIMA GLI ITALIANI

È arrivato anche per noi il momento di lanciarci nelle famigerate liste di fine anno per questo folle 2020. Prima di partire con l’elenco vero e proprio, un paio di note metodologiche. Innanzitutto, i titoli che seguono sono il risultato delle preferenze in semplice ordine alfabetico di tutto lo staff, e non di un singolo redattore, il che significa che i dischi che trovate qui dentro hanno fatto effetto su buona parte di noi. Secondariamente, come anticipato qualche giorno fa, non abbiamo l’ambizione di credere che le nostre scelte siano esaustive e/o definitive, perché la verità è che il grosso delle uscite del 2020 non l’abbiamo (ancora) ascoltato e chissà se riusciremo mai ad averne una reale e completa cognizione. Probabilmente no. Per cui, per farla breve, questi articoli vanno presi per quello che sono: semplici consigli legati a ciò che quest’anno ci è piaciuto, senza alcuna pretesa. Se riusciremo a far scoprire a qualcuno un bell’album, avremo raggiunto il nostro obiettivo.


I MIGLIORI ALBUM METAL ITALIANI DEL 2020


BEDSORE
Hypnagogic Hallucinations
(20 Buck Spin)
Hypnagogic Hallucinations è un album di cui si è parlato molto. A nostro avviso, pochi colleghi sono riusciti a rendere a parole una descrizione efficace della proposta dei Bedsore. C’è chi li ha lodati per la loro originalità e chi, invece, ha sottolineato quanto la musica dei romani abbia debiti verso il death vecchia scuola. Se ce lo chiedete, ne siamo entusiasti, e per ottime ragioni. Il death dei Bedsore si annida in territori orrorifici, si agita sotto i nostri occhi, muta la sua forma in modo inspiegabile. La musica cambia registro con naturalezza disarmante; mentre il growl e le distorsioni riverberano ancora nelle nostre orecchie, ci ritroviamo all’improvviso sperduti nei meandri del progressive rock. Quello che all’apparenza è un momento di calma, in realtà nasconde un lato inquietante, che non ci permette di abbassare la guardia. Hypnagogic Hallucinations è pieno di soluzioni di questo genere e, a distanza di parecchi ascolti, riusciamo ancora a trovarlo sorprendente.


COSMIC PUTREFACTION
The Horizons Towards Which Splendour Withers
(I, Voidhanger Records)
Da queste parti Gabriele Gramaglia lo conosciamo abbastanza bene e le sue peregrinazioni, da quelle black di The Clearing Path a quelle più post- di Summit, le abbiamo sentite tutte: il musicista milanese è sempre cresciuto da un disco all’altro, quale che fosse il monicker scelto, ma dacché ha dato forma a Cosmic Putrefaction questa crescita è stata verticale. Stanziatosi (per ora) su coordinate death metal, Gramaglia ha deciso di dire la propria con due album in altrettanti anni e The Horizons Towards Which Splendour Withers è senza dubbio il suo disco più maturo (per ora). Quel death metal intricato e d’atmosfera, spesso e volentieri venato di black metal, violentissimo e allo stesso tempo colto, che non puoi smettere di ascoltare perché ogni volta scopri qualcosa di nuovo e che a ogni passaggio nello stereo ti dice un po’ di più. Il secondo album di Cosmic Putrefaction è proprio quella roba lì. Un lavoro che non teme di essere messo a confronto con nessuno nell’ormai affollatissimo panorama del death underground.


DROUGHT
Trimurti
(Avantgarde Music)
Li avevamo lasciati nel 2016 con Rudra Bhakti, un EP cattivissimo e ispirato, permeato di induismo e spiritualità orientale; li ritroviamo nell’anno della pandemia con un primo album ancora immerso nella mistica asiatica, Trimurti, uscito ancora una volta per quella colonna che è l’Avantgarde Music. La misteriosa formazione di supposte origini sarde sfodera un disco di black dissonante e complesso, molto contemporaneo ma non per questo modaiolo, perché nel corso di questi quattro anni di gestazione i Drought hanno trovato una sintesi efficace e originale per convogliare nella loro nerissima musica tutta la loro potenza espressiva. Il disco, come il titolo lascia intendere, è suddiviso in tre suite che esplorano tre concetti spirituali con particolare attenzione all’aderenza fra musica e fasi dello spirito: Trimurti concentra e divide furia quasi cieca del risveglio, contemplazione, sottolineata da un evocativo tappeto melodico, ed evoluzione, con una rinnovata esplosione di cattiveria ancora più tagliente. Un lavoro che nasconde, ma neanche troppo, un’attenzione e una cura per i dettagli fuori dal comune; caratteristiche che gli valgono un posto in questa lista.


FORDOMTH
Is, Qui Mortem Audit
(Auric Records)
L’uscita di Is, Qui Mortem Audit sancisce in maniera inequivocabile la radicale virata stilistica dei Fordomth, già anticipata l’anno precedente dallo split con i conterranei Malauriu. Nel secondo full-length dei siciliani, infatti, il funeral doom delle origini, pur riemergendo prepotentemente nelle parti più lente e malinconiche, cede il posto a un amalgama tra death e black metal a dir poco accattivante. Il risultato è un suono massiccio, grazie soprattutto a un drumming capace di gestire continui cambi di registro, passando da sfuriate di blast beat a parti più cadenzate, quasi marziali. Su questa base vanno poi a inserirsi un riffing capace di costruire dense atmosfere crepuscolari e un growl cavernoso che sembra provenire direttamente dalle viscere della terra. A conclusione dell’opera, una ghost track di puro ambient orientaleggiante, quasi a voler trasformare l’epilogo del disco nell’inizio di un viaggio nella trascendenza. I Fordomth del 2020 sono una band completamente diversa da quella delle origini, anche a livello di formazione, ma personalmente è questa la veste in cui li preferiamo: Is, Qui Mortem Audit è un album che dimostra come l’underground italiano non abbia molto da invidiare ad altre scene più blasonate.


NERO DI MARTE
Immoto
(Season Of Mist)
I bolognesi Nero Di Marte hanno contribuito a mettere l’Italia sulla mappa del post-metal nella prima metà degli anni ‘10 con due dischi solidissimi come l’esordio e Derivae, usciti per Prosthetic Records. Da lì, cinque lunghi anni pieni di concerti e impegni lavorativi extra-musicali e in più l’ingresso di Giulio Galati alla batteria, fino allo sbarco su Season Of Mist per la pubblicazione di Immoto a inizio 2020. Il bell’artwork creato da Alex Eckman-Lawn partendo dagli spunti del chitarrista Francesco D’Adamo, accompagnato dal contributo fotografico del vocalist Sean Worrell, è il perfetto benvenuto visivo per il disco della consacrazione dei Nero Di Marte. Immoto è un album assolutamente denso e stratificato, che ci porta immediatamente a fare i conti con il peso dell’universo in “Sisyphos”. La ribollente materia liquida di cui è composto lascia emergere, qua e là, gli echi prog e death metal che hanno reso celebre il quartetto. Abbiamo a che fare con un’ora abbondante di post-metal dalla grande carica emotiva, in cui gli strumenti dei quattro si fondono in un fiume di lava che scivola giù da un vulcano su chissà quale pianeta, dividendosi e rimescolandosi tra rivoli e rocce, senza trascurare momenti di riflessione, come nella title track. La voce di Worrell racconta di un’apparentemente disperata arca diretta verso la casa del Diavolo su questo imprevedibile tappeto di magma — tutt’altro che Immoto — fino a una possibile via d’uscita in “La Fuga”. Bentornati, Nero Di Marte.


O
Antropocene
(Autoprodotto)
Di dischi eccelsi prodotti entro i nostri confini il 2020 ne è pieno. Alcuni, come Antropocene dei piemontesi O, si possono definire quasi figli della pandemia, rispecchiandone gli stati d’animo e forse risentendo un po’ di una diffusione poco capillare. Uscito in pieno lockdown ed esclusivamente in digitale, Antropocene è lo specchio dell’era in cui viviamo: l’era dell’uomo che fa e disfa a proprio piacimento, coinvolto in un folle processo di autodistruzione che sta portando con sé centinaia di altre specie; musicalmente, una chimera in cui si fondono black, hardcore e crust in maniera personalissima; un disco denso come il magma in copertina che si snoda tra muri di suono annichilenti e blast beat fulminanti. Le chitarre caustiche fanno il bello e il cattivo tempo sulle frequenze alte, sorrette da un basso ruggente e ritmiche sempre azzeccate. La ciliegina sulla torta, poi, i testi velenosissimi in italiano, a dimostrazione che non sempre il progresso è cosa buona. Se dovessimo scegliere tra l’infinità di dischi digitali, uno che meriterebbe l’uscita fisica sarebbe proprio questo.


POSTVORTA
Porrima
(Sludgelord Records)
Porrima conclude la trilogia della nascita cominciata nel 2015 con Ægeria e portata avanti nel 2017 con Carmentis: nascita, vita e l’ultimo tassello, quello più ignoto e spaventoso, la morte. I Postvorta da Ravenna tirano fuori un disco monumentale, di più di un’ora di durata, in cui esplorano tutte le sfumature del trapasso e tutti gli stati emotivi e mentali che l’essere umano attraversa quando si interfaccia con la morte. Disperazione, rabbia e infine accettazione si susseguono in un magistrale crescendo, prima che l’album si chiuda con la dolcezza del suono della pioggia e delle onde del mare che, in eterno, si infrangono sulla spiaggia: un moto perpetuo che ricorda tanto quello del genere umano, destinato a nascere, evolversi e poi abbandonare questo pianeta, individuo dopo individuo. Porrima prova a esplorare il percorso di chi ci lascia e analizza quello di chi resta, e lo fa con una delicatezza e un’accuratezza che è impossibile non notare sotto i riff granitici e le urla strazianti. Il vero senso di questo disco si coglie in maniera più completa collocandolo all’interno della trilogia di cui fa parte. Resta comunque un lavoro enorme che brilla di luce propria, anche da solo. In virtù di quanto detto, non c’è da stupirsi che un tema così complesso non potesse essere esaurito in una mezz’ora: del resto, cosa sarà mai un’ora davanti all’eternità?


SVNTH
Spring In Blue
(Transcending Records)
Su Spring In Blue va detta una cosa fondamentale: lo menzioniamo tra gli italiani, ma è a mani basse uno dei dischi black-post-metal a tinte atmosferiche più belli del 2020 in generale. Il terzo disco dei SVNTH, conosciuti fino al precedente Toward Akina come Seventh Genocide (in riferimento al fatto che lo sfruttamento delle risorse terrestri sia molto vicino all’essere un genocidio vero e proprio, il settimo se seguiamo l’elenco stilato dal libro Il Secolo Dei Genocidi di Bernard Bruneteau), cammina perfettamente in bilico tra atmosfere delicate ed eteree e blast beat carichi di rabbia e frustrazione. L’equilibrio di Spring In Blue è preciso al millimetro ed è una vera e propria goduria per le orecchie, in particolare “Parallel Layers” e l’articolato brano conclusivo “Sons Of Melancholia”. Sono le parti strumentali a farla da padrone: quando entra in scena la voce d’altro canto non si può fare a meno di accostare i SVNTH ai compianti Agalloch. Purtroppo “Spring In Blue” è stato vittima di una promozione non ottimale che lo ha tenuto un po’ troppo nell’ombra, mentre lavori come questo dovrebbero essere messi su un piatto d’argento e portati in trionfo. Tra le varie, validissime uscite di questo 2020, l’ultima fatica dei SVNTH è tra quelle più meritevoli di essere recuperate, se ancora non avete avuto modo di darle una possibilità; se invece l’avete già ascoltata, fatela ripartire.


THECODONTION
Supercontinent
(I, Voidhanger Records)
Con Supercontinent i Thecodontion hanno compiuto forse il salto qualitativo per eccellenza, dando vita a un disco che raccoglie l’intransigenza del loro materiale precedente e che la trasporta su un terreno compositivo, oltre che tematico, molto più intricato. Le undici tracce che compongono l’album sono altrettante tappe di un viaggio attraverso ere geologiche e placche tettoniche, la storia più antica del mondo raccontata da un sapiente uso di batteria, voce e basso. L’aspetto che più sorprende è la varietà (oltre che la qualità) delle sonorità presenti, il quale mette in secondo piano la mattanza sonora war metal e si espande verso atmosfere molto più ricercate. Come ogni evoluzione che si rispetti, anche Supercontinent mantiene il suo debito verso il passato, fatto di blast beat e riff segaossa, e allo stesso tempo lo integra con un patrimonio genetico tratto dall’avantgarde black più spaziale e dissonante, inoltrandosi in un viaggio tra cielo, mare e terra. Undici tracce black-death dalle sfumature atmosferiche accomunate da un’andatura fatale e costante, esaltata da momenti strumentali (come “Lerova” e “Tethys”) che impreziosiscono l’ascolto. Grazie a una sapienza narrativa unica, i Thecodontion sono riusciti a rendere entusiasmanti i lentissimi movimenti del globo terraqueo: un Prehistoric Metal of Death semplicemente inimitabile.


WOWS
Ver Sacrum
(Dio Drone)
Già dal titolo che fa riferimento alla Primavera Sacra, un antico rituale della nostra penisola, gli Wows hanno usato le sonorità contemporanee del post-metal, del doom e del post-black per recuperare sensazioni che sembrano provenire da tempi remoti. Ver Sacrum ci accoglie nella sua comunione ipnotica, dove la musica si manifesta a noi densa di mistero. A essere sinceri, troviamo che gran parte del fascino sia situato nella seconda metà dell’album, composta dagli ultimi due brani “Lux Æterna” e “Resurrecturis”, che da soli, forti di spigolosità e tempi irregolari, sono stati una ragione assai convincente per tornare a riscoprire la loro musica in diversi momenti. Ver Sacrum ci permette di carpire alcuni segreti degli Wows: i riffoni doom, la componente rumoristica, i passaggi più lugubri e quelli più violenti, gli esperimenti, sono tutte soluzioni che vanno a combinarsi in un lavoro che non esaurisce quello che ha da dire in poco tempo. Il che è, per noi, un valore aggiunto, in un momento storico dove la musica è fatta per essere fagocitata in tempi record.


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