9 dischi perfetti per Halloween e la Spooky Season

La notte più spaventosa dell’anno è alle porte e, visto che ogni scusa è buona per stilare un listone, eccoci qui con una manciata di dischi perfetti per Halloween. Che lo passiate a casa da bravi misantropi o in compagnia (in questo caso non garantiamo l’apprezzamento di tutti i presenti alla festa), una buona colonna sonora è d’obbligo: ecco quindi una serie di titoli che, vuoi per una canzone a tema o per un mood generalizzato adatto all’occasione, sono accostabili a zucche, zombie, vampiri e cose obbrobriose in generale. Tanti i nomi esclusi, dall’accoppiata Iron MaidenNightwish con le due “Phantom Of The Opera” a Ozzy Osbourne, dai Type O Negative a Marilyn Manson: tutta roba che trova comunque spazio nella nostra playlist d’ordinanza.


DEATH SS – …IN DEATH OF STEVE SYLVESTER (Metal Master Records, 1988)
Checché ne dicano i matusa, che «Aulin è una festa americana», ci sembra cosa buona e giusta aprire questo articolo giocando in casa, con un gruppo che è una pietra miliare della scena nostrana: i seminali Death SS. Il loro primo vero album, …In Death Of Steve Sylvester, arriva nel giorno dei Morti del 1988 dopo svariate vicissitudini, con una formazione completamente rimaneggiata ma con brani perlopiù risalenti al primo periodo della band. Una sorta di bestiario del genere horror, con la prima metà della scaletta dedicata a vampiri, morte, licantropi e quant’altro, e che prosegue su tematiche macabre e oscure includendo anche due cover (Alice Cooper e Black Widow). …In Death Of Steve Sylvester splende ancora oggi con il suo ottimo heavy classico con fugaci incursioni in territori speed-doom, qualcosa che nel 1988 non dev’essere stata la novità più assoluta ma che a cavallo tra i ’70 e gli ’80, nonostante una forma più embrionale, era sicuramente in anticipo sui tempi, soprattutto per il panorama italiano.


ACID WITCH – STONED (Hells Headbangers Records, 2010)
Gli statunitensi Acid Witch sono sempre andati a braccetto con le tematiche qui trattate, al punto da autodefinirsi una band halloween metal, nientemeno. Il loro secondo album Stoned sancisce l’inizio di una pausa lunga ben sette anni prima del successivo disco ed è, abbastanza prevedibilmente, un’orgia di droga e profanità in salsa death-doom-stoner. Il Witchfinder General, tra le principali influenze del combo di Detroit, è qui preso di mira dal “Witchfynder Finder”, un veterano che cerca vendetta per la propria famiglia accusata di stregoneria, e questo è senz’altro il brano più sobrio; roba come “Metal Movie Marijuana Massacre Meltdown” ha un titolo che è tutto un programma, ma è soprattutto “Trick Or Treat” che merita lo scalino più alto di questo fetido podio, raccontando di un serial killer pedofilo che adesca ignari ragazzini che bussano alla sua porta: «For I am that man, in the white cargo van, and I’m prowling and ready to strike». Assolutamente un prodotto da non prendere troppo sul serio, Stoned è un ascolto divertente, perfetto come colonna sonora di certe attività ricreative.


ELECTRIC WIZARD – WITCHCULT TODAY (Rise Above Records, 2007)
Attività ricreative sicuramente ben note a Jus Oborn e soci, che con Witchcult Today sfornano uno dei lavori più validi della loro discografia, probabilmente in vetta assieme a Come My Fanatics… e al monolitico Dopethrone. Assorbito lo scossone legato all’abbandono di Mark Greening e Tim Bagshaw, e superata la prima prova in studio con Liz Buckingham, gli Electric Wizard realizzano un’opera che fonde le strutture più articolate dei dischi immediatamente precedenti con le atmosfere funeree e lisergiche, ormai marchio di fabbrica dell’ormai quartetto del Dorset. Restano ben saldi al loro posto anche i riferimenti al cinema e alla letteratura, con l’omaggio a H.P. Lovecraft in “Dunwich” e “Satanic Rites Of Drugula”, richiamo al famoso Dracula di Cristopher Lee.  L’ennesima dimostrazione, da parte dei discepoli più pesanti dei Black Sabbath, di un modo di intendere lo stoner doom che ha fatto innumerevoli proseliti e che trova la sua summa nell’infinito trip dell’accoppiata finale composta da “Black Magic Rites & Perversions” e “Saturnine”.


HELLOWEEN – KEEPER OF THE SEVEN KEYS PART I (Noise Records, 1987)
D’accordo, come tematiche e sonorità non sarà l’album più adatto a questo listone, ma già solo per il nome gli Helloween meritano l’inclusione. Entrando nello specifico, è il 1987 e il secondo album delle Zucche di Amburgo, Keeper Of The Seven Keys Part I, vede l’ingresso in formazione dell’ugola d’oro Michael Kiske. La chiusura del disco contiene una delle più celebri “Halloween” incise in ambito metallico: con i suoi imponenti tredici minuti di durata, i tedeschi mettono in mostra riff accattivanti e una lunga sequela di assoli micidiali, un botta e risposta tra Michael Weikath e Kai Hansen che contribuisce a rendere il pezzo uno dei più memorabili della loro produzione. Per il resto, brani come “I’m Alive”, “Future World” o “Twilight Of The Gods” collocano il primo Keeper in una ristretta cerchia di album che trascendono i gusti musicali: ci sarà un motivo se il sottoscritto, cui il power non va giù, ascolta sempre con estremo piacere i primi dischi degli Helloween.


SAMHAIN – NOVEMBER-COMING-FIRE (Plan 9, 1986)
Da Halloween a Samhain il passo è brevissimo. Dopo aver scazzato con i Misfits nella prima metà degli anni ’80 (salvo cedere al richiamo dei soldi in tempi recentissimi), l’iconico Glenn Danzig decide di mettere su un progetto che funge un po’ da ponte tra l’horror punk stradaiolo della prima, storica band e l’heavy-blues dei Danzig, che vedranno la luce qualche anno dopo. Questa tendenza è particolarmente evidente sul secondo album November-Coming-Fire rispetto al debutto, ancora legato a quanto fatto in precedenza, con atmosfere sonore più cupe ma che mantengono quella sorta di carattere easy listening, con la voce baritonale di Glenn protagonista assoluta. In quest’album i Samhain sono capaci di spaziare dal feeling anni ’50 di “In My Grip” alla scatenata “Kiss Of Steel”, passando per la celebre “Mother Of Mercy” e l’immancabile brano dei Misfits infilato tra gli inediti, in questo caso “Halloween II”. Un gruppo di transizione e sicuramente il meno conosciuto della produzione del cantante di Lodi, New Jersey, ma che merita assolutamente di essere (ri)scoperto.


ICED EARTH – HORROR SHOW (Century Media Records, 2001)
All’alba del Terzo Millennio, la formazione degli Iced Earth era qualcosa di irripetibile o quasi: il capoccia Jon Schaffer, oltre al rimpianto Matt Barlow che l’avrebbe salutato un anno dopo per diventare un poliziotto, si avvale di due mostri della tecnica come Steve DiGiorgio e Richard Christy alla sezione ritmica. Il risultato è Horror Show, un concept album esplicitamente dedicato al genere: con le sole eccezioni di “Jack”, indirizzata a Jack lo Squartatore, e della ballatona “Ghost Of Freedom”, il cui soggetto è inventato dalla band, i cinque musicisti volgono lo sguardo al cinema e alla letteratura, da FrankensteinIl Presagio, passando per Dracula o il più recente La Mummia: un compendio di omaggi a figure e archetipi dell’orrore, il tutto nel classico heavy-power degli Iced Earth. La gran voce di Barlow, potente e teatrale, così come certe soluzioni ad hoc — un po’ come le scale orientaleggianti in “Im-Ho-Tep” — riescono a dare all’album una certa magniloquenza nonostante l’overdose di riff taglienti, con un feeling a metà strada tra un disco tipico per il genere e una metal opera.


KING DIAMOND – FATAL PORTRAIT (Roadrunner Records, 1986)
Chiudere — seppur temporaneamente — la parentesi Mercyful Fate e dare alle stampe un disco come Fatal Portrait non è facile, a meno che non ti chiami King Diamond. Il falsetto più amato/odiato del metal dà il via a una sfavillante carriera solista, assoldando una squadra di pesi massimi, con il solidissimo Mikkey Dee alla batteria e la coppia d’assi LaRocque-Denner alle chitarre. Famoso per i concept album che seguiranno, con Fatal Portrait il signor Petersen ce ne propone metà: cinque delle nove tracce narrano la storia di Molly, una bambina segregata in soffitta dalla madre fino al sopraggiungere della morte, alla faccia del conflitto genitori-figli. Per farla breve, lo spirito della bambina si impossessa di un suo ritratto, spingendo la madre a bruciarlo e portandola sull’orlo della follia, un racconto non troppo dissimile da quello di Dorian Gray, al quale King Diamond si ispira (l’espressione Fatal Portrait ricorre più volte nel romanzo di Oscar Wilde). Una perla di assoluto valore, che col senno di poi e solo a causa del confronto con capolavori come Abigail e successivi suona come un diamante ancora un po’ grezzo.


PORTAL – OUTRE’ (Profound Lore Records, 2007)
Probabilmente il disco più terrificante di questa selezione, Outre’ degli australiani Portal è un bruttissimo trip in territori death molto sui generis. La sperimentazione del trio genera atmosfere alienanti, disturbanti, un marasma di note ed estremismi sonori che potrebbe essere considerato dai più come rumore e confusione. L’orrore dei Portal è un orrore cosmico, anche in questo caso di chiaro stampo lovecraftiano, piacevole quanto una salubre scampagnata sul monte Kadath. Di certo Outre’ non è un disco da ascoltare in maniera casuale — a meno di non essere particolarmente avvezzi a roba del genere, chiaro — ed è necessario un certo impegno per cogliere il valore di questi trentasei minuti e dei testi enigmatici di The Curator, voce extradimensionale di questo Caos così straniante e accattivante allo stesso tempo, tanto da trascinarvi con sé in un abisso di ripetuti ascolti. E poi, volete mettere presentarvi a una festa con un orologio a cucù in testa?


SUNN O))) – BLACK ONE (Southern Lord Recordings, 2005)
Prendete due loschi e incappucciati figuri, Scott Conner (aka Malefic, aka Xasthur) e una bara. Non è l’inizio di una macabra barzelletta, ma la situazione in cui i suddetti personaggi si trovano per la realizzazione di Black One, disco seminale dei Sunn O))). È il 2005, il gruppo di O’Malley e Anderson è ancora lungi dall’essere oggetto di culto degli hipsterini soltanto perché maciullarsi le orecchie fa figo e i solchi di Black One sono densissimi, forse più genuini rispetto a lavori più recenti con cui si insinua il dubbio che i Sunn O))) debbano fare quello che fanno. Il contributo vocale del buon Conner sembra provenire da un’altra dimensione, voci dicono quella angusta di una bara nella quale viene rinchiuso per registrare “Báthory Erzsébet”Tra le bassissime frequenze dell’album — non stiamo qui a elencarvi i brani, si deve soffrire dall’inizio alla fine — trova spazio anche una versione di “Cursed Realms (Of The Winter Demons)” degli Immortal destrutturata all’inverosimile, sempre con Conner alla voce. Che dire, se ancora non sapete cosa fare la sera del 31 ottobre, è l’occasione giusta per noleggiare dei feretri e organizzare un malefico karaoke.

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