PETER STEELE – L’arte di odiare chiunque


«All hail and farewell to me». È l’
ultimo profetico — come tanti usciti dalla loro penna — verso dell’ultimo brano dell’ultimo album dei Type O Negative: una carriera costellata da successi commerciali, momenti neri come la pece e scherzi di pessimo (talvolta bellissimo) gusto. L’ultimo di questi, purtroppo, ha coinciso con la prematura scomparsa di Peter Steele, che ci ha lasciati il 14 aprile del 2010 all’età di soli 48 anni; il penultimo è stato intitolare un disco Dead Again (2007, SPV/Steamhammer), e il terzultimo fingere la propria morte, piazzando nella home page del sito ufficiale la foto di una lapide con su scritto «Peter Steele… Free at last…», appena due anni prima che sopraggiungesse quella vera. Questo erano i Type O Negative: un funereo mosaico i cui tasselli di humor nero tracciavano linee ben definite su uno sfondo verde Vinnland, esorcizzando amori finiti male, lutti, dolori e fobie.

La mente e l’anima dietro lo Zero Negativo erano proprio quelle di Peter Steele — registrato all’anagrafe come Petrus Thomas Ratajczyk — da Brooklyn, New York. Cantante, bassista, giardiniere per il Parks Department di New York (lavoro che svolge fino all’estate del ‘94 e di cui racconta, poeticamente, su “Green Man”), personaggio iconico trasversale, è stato senza ombra di dubbio uno degli artisti metal la cui figura si è spinta più oltre i limiti del genere, tanto per meriti discografici quanto per l’indiscusso carisma di cui era dotato, composto in egual misura da schiettezza, autoironia e una montagna di muscoli. Ultimo di sei figli, nonché unico maschio, Peter è soggetto fin da piccolo alle influenze musicali più disparate: ciascuna sorella, infatti, ha il proprio stereo e la musica leggera degli anni ’60 e ’70 costituisce la prima pietra su cui il Nostro costruirà il proprio percorso di ascoltatore prima e di esecutore poi. Sorprende e non sorprende, quindi, trovare in due album di grande successo come Bloody Kisses e October Rust cover di Neil Young e dei softrockers Seals & Crofts, oppure il suono del sitar beatlesiano in “Less Than Zero (<0)” e “How Could She?”; i Beatles verranno addirittura più volte citati come un’influenza primaria assieme ai Black Sabbath.

© Michel Mees

La curva artistica di Steele e dei gruppi cui darà vita, però, comincia a una distanza siderale dalle atmosfere spensierate del soft rock californiano. Le prime esperienze a finire immortalate su disco sono targate Fallout e Carnivore — rispettivamente heavy classico e speed-thrash — e il filo rosso che le accomuna, oltre a Louie Beato già in forze agli allora Agnostic Front (coi quali collaborerà lo stesso Peter, scrivendo alcuni brani controversi), risiede nei testi diretti e grezzissimi di Steele, a base di cinismo, violenza e sesso deviato. Temi che tornano anche una volta archiviata la breve ma significativa avventura coi Carnivore — il contratto con la Roadrunner Records arriva dopo un paio d’anni di gavetta — sugli album dei Type O Negative degli esordi. Il gusto per la provocazione aumenta, e con lui il minutaggio medio dei pezzi che sgorgano dall’immaginazione del Nostro: il doom di scuola sabbathiana si fonde con la chitarra zanzarosa di Kenny Hickey e le tastiere del fido Josh Silver (già con Peter ai tempi dei Fallout). Slow, Deep And Hard e The Origin Of The Feces sono titoli che lasciano poco spazio all’immaginazione, e assieme alle sfuriate intervallate da improvvisi rallentamenti, ansimi d’amplesso e registrazioni di folle inferocite per far credere che si tratti di un disco dal vivo (The Origin… riporta fra parentesi Not Live At Brighton Beach) fungono da antipasto freddo agli exploit di vendite delle successive prove in studio.

Bloody Kisses (1993) e October Rust (1996) segnano un allargamento dello spettro tematico e alla bieca violenza si aggiungono aneddoti personali e ulteriori fantasie sessuali: “My Girlfriend’s Girlfriend” è la storia di un ménage à trois, mentre il singolone “Christian Woman” racconta di una tredicenne di religione cattolica cui insegnano che il sesso è male, ma lei comincia a fantasticarci sopra, pensando al corpo di Gesù Cristo raffigurato seminudo sulla croce, per dire. Nel periodo compreso fra queste due uscite Steele, forte delle sorprendenti scalate alle classifiche (Bloody Kisses è addirittura la prima produzione Roadrunner a raggiungere i traguardi di disco d’oro e di platino), consolida la propria immagine di maschione duro (in tutti i sensi) e puro, figurando sulla copertina e nel paginone centrale del numero di agosto 1995 di Playgirl e partecipando come ospite a una puntata dello Jerry Springer Show; ma la vita — col suo carico di morte — incombe sull’esistenza dei TON e October Rust segna l’ultimo afflato erotico del quartetto.

La morte di parenti prossimi, l’uso e l’abuso di sostanze stupefacenti fanno da sfondo a World Coming Down, il cui processo creativo si fa più corale ma ruota sempre intorno all’animo angosciato di Peter Steele. È proprio lui a perdere padre, zia e zio nel giro di poco tempo: “Everyone I Love Is Dead” ed “Everything Dies” coi loro titoli già sufficientemente espliciti sono il pianto straziante e al tempo stesso disilluso di un uomo sull’orlo del precipizio; precipizio sul quale è costretto a tornare ogni sera durante il tour a supporto del disco, più per obblighi contrattuali che per voglia. Rievocare certi ricordi e le sensazioni che si portano dietro è doloroso di per sé, ma farlo davanti a un pubblico lo è doppiamente e Peter non ha mai mai amato le esibizioni dal vivo, tanto per una timidezza paradossale quanto per l’effettivo malessere che gli procura cantare di questioni così personali. I problemi di dipendenza si accompagnano a quelli psichici, Steele si confronterà con entrambi fra alti e bassi fino alla sua scomparsa, mettendoli sul pentagramma di “Who Will Save The Sane?”, in cui la critica al sistema di cure psichiatriche sfocia in una più ampia dell’apparato sanitario statunitense; leitmotiv di numerose interviste, e di “Tripping A Blind Man” (contenuta in Dead Again), pezzo sull’esperienza di ricovero coatto subita su richiesta dei suoi stessi familiari.

Con Life Is Killing Me (2003) si conclude il sodalizio con la Roadrunner Records, rea di aver spremuto allo stremo la band pur di ottenere più soldi possibili. Il singolo da classifica “I Don’t Wanna Be Me”, profetico per le sorti di Steele e nel contempo ipercritico e dissacrante, apre un disco che si divide tra il doom facile e il punk di “I Like Goils”, e che testimonia il sempiterno legame fra Peter e i suoi genitori: “Todd’s Ship Gods (Above All Things)” è per il padre — impiegato in un cantiere navale, dopo aver combattuto la Seconda Guerra Mondiale — a cui non è riuscito a dire tutto ciò che desiderava prima che morisse, “Nettie” è invece un appassionato ritratto della madre ancora viva, personificazione dell’empatia, della compassione e dell’istinto materno.

La fine di Petrus Thomas Ratajczyck arriva, più beffarda e bastarda che mai, in un momento di risalita della china, nel quale terapia, disintossicazione e cura del corpo vengono portati avanti con rinnovato entusiasmo. Lo sguardo pungente di Rasputin — apparentemente immortale santone russo, guida spirituale dell’ultimo zar di Russia, Nicola II — è quello di Peter che ci dice sono ancora qui, stronzi, ma non senza aver prima maturato la consapevolezza necessaria: quella della title track, per esempio (The first to admit I’m a doomed droog addict), o della schizofrenica “Some Stupid Tomorrow”, in cui si allude, tra le altre cose, alle molteplici incarcerazioni – l’ultima per violazione della libertà vigilata gli è costata un soggiorno più lungo del previsto a Rikers. Chissà se con la ritrovata spiritualità cattolica di “An Ode To Locksmiths”(«Now I know why girls hate boys / Cause Eve was in fact raped») si è garantito una scorciatoia per il Paradiso, probabilmente non glien’è mai fregato un accidenti, del Paradiso come di tutto il resto. Anche per questo ci piaceva un casino, e in questi tempi bui, la sua figura contornata di verde ci manca da matti.

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