RESOCONTO DI VIAGGIO: UN’ORA E MEZZA DI VOWELS

Siamo partiti da casa con mezz'ora di ritardo. È sempre così, tra una cosa e l'altra. Siamo partiti con il mezzo che non pensavamo di prendere: loro dovevano venire in macchina, noi in treno. Ci siamo scambiati però i ruoli. Ci siamo incontrati a Treviso, più o meno a metà strada tra le nostre case.

«Aspettiamo fuori dalla stazione, perché non conosciamo Treviso». Nemmeno io la conosco; dove vi posso portare? Li riconosco subito, quei tre ragazzi appoggiati insieme alla ringhiera di legno sul Sile. E loro riconoscono noi.

Ci presentiamo e prendiamo la strada principale, che si addentra a Treviso, in cerca di un bar dove sederci, possibilmente all'aperto, e scambiare qualche parola. Intanto è molto nuvoloso, si comincia a parlare della politica che vige a Treviso, dei suoi provvedimenti. Tutto perché hanno portato una bottiglia di vino. A Vicenza non si può bere per strada, bivaccare. La loro bottiglia viene da una cantina di uno strano personaggio, che non oso immaginare se non tipicamente veneto, che si chiama Botte e Vive a Barile. Ci sediamo Al Sotoportego (Al Sottoportico), bar vicino al centro storico. Intanto i ragazzi si sperticano in lodi sulla città di Treviso. Fanno dell'ironia su Vicenza, dove vivono. Contemporaneamente.

Il pretesto è un'intervista. Non prendo appunti, non registro niente. Non è mancanza di professionalità, né tantomeno ho una memoria tanto precisa da ricordare tutto. È solo un pretesto. Cominciamo a parlare e non serve io faccia domande, è bello ascoltarli. Sono tutti più giovani di me, un po' mi sembra di rivedermi anche se non è passato molto tempo da allora. Parliamo di quello di cui parlano le persone all'interno della scena metal; le cose noiose insomma, che qui non riporterò. Poi mi parlano, io non chiedo niente, dei Vowels. Stanno cercando di organizzare una sorta di stagione live, trovare un po' di date, almeno una al mese. Ma non c'è molto da fare qui intorno, è difficile emergere, mi dicono. Pensano di fare un mini tour in Germania, dove hanno qualche contatto (la loro etichetta, la Ewig Records, è tedesca) e dove riscuotono anche un certo successo di pubblico. Ecco, mi piace il loro modo così pratico di muoversi fra queste cose e allo stesso modo noto che non è la pratica di chi è navigato in una certa disciplina ma la pratica di chi ha bisogno di fare, la pratica di necessità. La pratica fresca, dei ragazzi.

E io non sono ancora riuscito a sentirli suonare dal vivo. Mi parlano poi del nuovo materiale, che mi incuriosisce molto, perché si discosta ancora di più, si libera sempre più dei vincoli del genere, cresce, non solo musicalmente; mi parlano dell'inserimento di sintetizzatori, looper, violoncello, doppio basso e molto altro. Puntano sull'ambient, sul doom, su altro ancora (la parte più interessante). Cercano. Hanno praticamente finito il loro primo album, per quanto riguarda la composizione. Lo propongono insieme al loro ultimo EP, "Loss.Vows.Love", appena uscito (ma già registrato quasi un anno fa) nei concerti. Mi parlano del concept del loro album, la leggenda pan-europea della caccia selvaggia. Ogni luogo ha una sua versione, ma mi pare di capire che i tratti comuni a tutti i miti — lombardi, tedeschi, alpini — siano l'orda di animali che uccide chiunque si trovi sul suo cammino, ogni volta comandata da una figura diversa, e la veglia asserragliati in casa nei piccoli villaggi, in queste notti di caccia selvaggia dal 25 dicembre all'Epifania. I loro modelli stilistici — e qui ammetto di aver sobbalzato — per i testi sono Blake e Majakovskj. Belli, ventiduenni. Sono anche ambiziosi, mi parlano di come vorrebbero rendere Vowels un progetto che coinvolge più arti, le fa dialogare: hanno in progetto un cortometraggio e la sua colonna sonora, l'unione della pittura e della scultura ai Vowels. Niente di più stimolante per la mia fantasia. Sono sempre più curioso e loro sempre così freschi, come nella musica, così come parlano con me. Mi raccontano di loro, non solo della loro musica. Le cose interessanti, qui non ne parlerò.

Forse è questo che conta davvero. Me l'hanno detto anche loro che in fondo sono le persone che si incontrano a fare la differenza, a cambiare le cose, in meglio o in peggio, non importa.

Mi hanno addirittura chiesto qualcosa di me, dei miei progetti, mi sono azzardato a dirgli che gli farò sentire qualcosa. Poi siamo tornati in stazione, hanno preso i biglietti del treno e sono partiti. Conservo quest'ora e mezza. Conservo un ricordo, spero in un incontro, di nuovo. E finalmente di sentirli suonare.

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