Roma caput Metal

Satana, Odino, spade di smeraldo e deformità varie costituiscono alcuni dei topoi più diffusi nell’universo del metal. Fortunatamente talvolta qualcuno decide di allontanarsi dagli stereotipi più in voga, per trasformarsi in un novello divulgatore in stile Alberto Angela e parlarci di storia. Il fascino di quel grande patrimonio culturale costituito dall’Antica Roma non ha risparmiato alcuna sfumatura di metallo: magari ne sono nati excursus concettuali estemporanei, nello spazio di una singola canzone, a volte invece questi sforzi storiografici si sono riversati su dischi interi; senza dimenticare qualche strafalcione lessicale… in latinorum.

In questa rassegna vi illustrerò alcuni esempi nei quali il metal ha attinto dalla discendenza di Romolo per elogiare personalità di spicco, narrare eventi sensazionali, riflettere a livello filosofico o richiamare usanze sanguinarie, fino a rendere il destino di Roma una metafora del mondo moderno. Ciascun brano di questa carrellata è introdotto da un aforisma latino che funge da chiave di lettura concettuale.

Nota: il titolo di questo articolo non rispetta volutamente la declinazione del termine metallum. Ho optato per una soluzione più true, seppur non corretta a livello linguistico. D’altra parte non ho mai amato lo studio della grammatica latina, la mia professoressa Anna mi perdonerà!


PER ANGUSTA AD AUGUSTA: Aborym – “Roma Divina Urbs” [da Kali Yuga Bizarre, 1999]

I grandi risultati si raggiungono soltanto superando difficoltà di ogni genere.

Gli Aborym del 1999 ribollono di personalità strabordanti e contraddizioni, non hanno limiti nel manipolare la materia black metal e distorcerla, per poi mutare forma di disco in disco, anche a causa dei tanti cambi di formazione. Fra le pulsioni electro, gli influssi thrash e i deliri propagandistici contenuti in Kali Yuga Bizarre, “Roma Divina Urbs” si fa strada come un inno solenne, una invocazione al ritorno alla Gloria dalle macerie fumanti, un pezzo epico dalla potenza assoluta in cui sono assemblate anime differenti.

«Fortuna…
accendi il tuo viso di furia guerriera
S’innalzino palazzi dorati che raggiungano il cielo
Si rubi l’acqua ai fiumi
trasformando in mare quel c’era terra
e si rovesci l’ordine della natura
infragendo ogni legge»


DAMNATIO AD BESTIAS: Nefarium – “Servus Servorum Satanae (Benedictus XVI)” [da Ad Discipulum, 2010]

La condanna alle bestie del circo era uno dei simpatici supplizi in uso presso i Romani, cui spesso dovevano sottostare i cristiani.

I Nefarium, dalla Valle d’Aosta, lo avrebbero trovato particolarmente gradevole al tempo, visto che dal 1997 rivolgono invettive anticristiane al suono di un black metal tagliente e compatto, con ottimi risultati. In “Servus Servorum Satanae (Benedictus XVI)”, Carnifex e soci rivolgono lo sguardo a uno dei simboli storici di Roma: il Papa. Ratzinger (ora pensionato) viene così condannato a diventare servo di Satana, perdendo il ruolo di guida dei timorosi. Le note iniziali stridenti del violino esprimono alla perfezione il contrasto fra l’apparente moralità papale e il reale volto della corrotta macchina del potere e dell’oppressione vaticana.

«Whisper to us again
Of deserts and appearances
And tell the timorous
Of agony and passing
Servant of servants»


AB URBE CONDITA: Stormlord – “Romulus” [da Far, 2019]

Da quando la città è stata fondata (Tito Livio).

I capitolini Stormlord hanno sempre avuto un forte legame coi miti e la storia classici. Nei loro testi ritroviamo riferimenti ai Sanniti, alle figure della Medusa e della Gorgone e a Cartagine, fra i tanti. L’Antica Roma è un altro pallino di Cristiano Borchi e compagni.

Se in Hesperia si erano dedicati al mito di Enea in viaggio verso occidente, quest’anno nel capitolo più recente Far hanno dedicato “Romulus” a Romolo, protagonista della fondazione dell’Urbe: figlio di Marte, il cui sangue antico proviene da Troia, cresciuto da una Lupa insieme al gemello Remo dal quale si separa (mortalmente) a causa dall’ambizione. All’interno di un brano di extreme epic metal quadrato trovano spazio melodie agrodolci e un cantato pulito dai toni caldi.

«Twins,
From the river to the cave,
By the wolf-mother we have been raised
What blood has joined together
Ambition shall divide,
Let it be done
»


AFFLICTIS LENTAE: Omnia Malis Est – “Al Dì Delle Forche” [da Viteliù, 2015]

Le ore passano lente per chi soffre.

Anche la poderosa espansione della Repubblica Romana talvolta ha incontrato qualche stop. Nel 321 a.C. si ritrova a fronteggiare i Sanniti per il controllo del Sud Italia. Con un abile stratagemma, Gaio Ponzio induce l’esercito romano ad attraversare terreni acquitrinosi e una stretta gola dalle pareti irte e boscose, nella corsa verso la città di Luceria (alleata dei Romani) creduta erroneamente in grave pericolo. I due consoli alla guida delle truppe si ritrovano così intrappolati insieme a 20.000 uomini e senza via di scampo. I Sanniti risparmiano la vita agli sconfitti inermi, optando per umiliarli moralmente: i Romani sono costretti a passare sotto un giogo di lance, spogli delle armi e delle uniformi; in cambio i vincitori ottengono un trattato di pace favorevole e un ingente bottino di guerra. La one man band di origine lucana Omnia Malis Est ci narra questa vicenda (utilizzando anche il linguaggio osco) dal punto di vista dei vincitori in “Al Dì Delle Forche”, sulle note di un interessante extreme epic metal di cui vi parlai al tempo della recensione di “Viteliù”.

«Disfatta a voi sarà nell’antica stretta di Arpaia,
vento s’alzerà sulle vostre tracce di memoria,
lama fenderà scudo e viso di Romana storia,
sole sorgerà nell’antica terra di Italia
»


ETIAM PERIERE RUINAE: Primordial – “As Rome Burns” [da To The Nameless Dead, 2007]

Anche le macerie sono andate distrutte: espressione usata da Cesare mentre visita le rovine di Troia e riportata da Lucano.

La storia è un cimitero di corpi senza nome. L’incendio appiccato da Nerone diventa la metafora usata dai Primordial in “As Rome Burns” per narrare l’insensatezza della sete di dominio dell’uomo sull’uomo, di una nazione contro un’altra, che porta soltanto calamità e miseria. Le note si allineano all’umore cupo dei testi, la ritmica moderata e l’incedere ripetitivo acuiscono il senso di oppressione senza via di salvezza, che poi deflagra parzialmente nel finale.

«I see you’ve chosen to loose your faith
To burn your bridges and lose your way
From mountain top to valley deep
From shore to cursed shore
What nation, what state what land is this?
The wretched tribe of Nero
»


FACTUM OMNE ROTAT: Virgin Steele – “The Burning Of Rome (Cry For Pompeii)” [da Age Of Consent, 1988]

Il Fato travolge tutto.

Nel 79 d.C. la vita degli abitanti di Pompei è sconvolta dalla terribile eruzione del Vesuvio, raccontata da Plinio il Giovane. “The Burning Of Rome (Cry For Pompeii)” è il drammatico e straziante grido di dolore di una delle vittime, che si rivolge all’amata sposa affinché possa ritrovare il suo spirito negli occhi del figlio che aspetta. Ed è uno dei brani più famosi dei Virgin Steele di David DeFeis.

«One nation, one kingdom, one child survives
One nation, one kingdom, one child survives
I’ll meet you again through the eyes of our son
Remember to tell him the price we had to pay
And cry for Pompeii… cry for pompeii!
»


NASCIMUR UNO MODO, MULTIS MORIMUR: Holy Martyr – “Vis Et Honor” [da Still At War, 2007]

Nasciamo in un solo modo, ma moriamo in molti (Cestio Pio).

Per i sardi Holy Martyr l’unico modo onorevole per morire è sul campo di battaglia, armi alla mano. La formazione di Ivano Spiga ha consacrato l’arte della guerra a tema portante del proprio epic metal fiero e valoroso. “Vis Et Honor” celebra i legionari romani, una macchina da guerra perfetta dominatrice in un’epoca di sangue e acciaio.

«Veterans of war we’re the legionaries
Coming to destroy in the name of Roma
Deploy all the troops iron discipline
Perfect war machne of flesh blood and iron
»


OMNIA TEMPUS HABENT: Malfeitor – “Jesus Christi To The Lions” (da Unio Mystica Maxima, 2007)

Ogni cosa ha il suo tempo (Ecclesiaste).

I Malfeitori hanno rappresentato la parentesi black metal nudo e crudo di Fabban degli Aborym. Una manciata di anni per partorire un disco feroce e diretto come Unio Mystica Maxima, nel quale “Jesus Christi To The Lions” si erge a bestia assetata di sangue, quello di Cristo sbranato dai leoni del Circo Massimo; trovando anche il modo di citare Svetonio nell’ultima epica strofa.

«Show me the way of the Roma invicta!
Lions are still hungry
The sacred gates of Circus Maximus
Must be opened again!
»


VITA MORTORUM EST IN MEMORIA VIVORUM: Manilla Road – “Rome” (da Gates Of Fire, 2005)

La vita dei morti è nella memoria dei vivi (Cicerone).

Lo scorso anno ci lasciava il leggendario Mark Shelton, un pezzo di storia del metal epico coi suoi Manilla Road sin dal 1977. Ma il suo patrimonio musicale resterà per sempre, così come l’eredità del mondo romano nei nostri confronti. “Rome” è un elogio alla gloria della Città Eterna attraverso continui rimandi alla mitologia classica e in particolare al destino di Enea.

«Rome: Italia’s shining light
Rome: empire of power and might
Rome: from Egypt to northern Gaul
Rome: conquerors of all they saw
»


LABOR OMNIA VINCIT IMPROBUS: Rosae Crucis – “The Justice Of Roma” [da Worms Of The Earth, 2003]

Una fatica tenace supera ogni difficoltà (Georgiche, Virgilio).

I romani Rosae Crucis hanno dovuto sudare e pazientare a lungo prima di vedere premiati i propri sforzi, basti pensare che dischi quali Il Re Del Mondo e Fede Potere Vendetta, usciti nel biennio 2008-2009, erano stati concepiti nel formato demo nel lontano 1991 e nel 1997. Prima di poter pubblicare le proprie opere in lingua italiana e allargare i propri riscontri, la band di Giuseppe “Ciape” Cialone e Andrea “Kiraya” Magini realizzò Worms Of The Earth (su Scarlet Records), una trasposizione bellicosa in chiave heavy-power, cantata in inglese, del racconto I Vermi Della Terra di Robert E. Howard (1932), padre del fantasy eroico. Bran Mak Morn, re dei Pitti di Caledonia, fronteggia l’esercito romano invasore guidato dallo spietato Tito Silla, ricorrendo all’aiuto di giganteschi vermi che abitano le viscere della terra. Su Youtube è presente anche la versione in lingua italiana, composta nel 1999.

«Upon the hills of the sacred Vallum
He was giving order just like a king,
Average height, aquiline nose, he was the power and the divine law,
Under his mantle a golden armour,
He wore a plumed helmet on his head,
Inside the body of a governor
Abomination was burning like fire… like fire… abomination was burning like fire
He came on earth to execute
And he fought in the sign of Rome: Titus Silla»


VESTIS VIRUM FACIT: Ex Deo – “I, Caligvla” [da Caligvla, 2012]

La veste fa l’uomo.

Comporre buona musica, godere di suoni adeguati e possedere una tecnica funzionale sono caratteristiche necessarie ma non sufficienti al successo commerciale di un gruppo. Anche l’abito con cui si veste è altrettanto importante, tanto che le band in possesso di un concept forte alle spalle sono in grado di non essere dimenticate o confuse e di spiccare più facilmente fra le migliaia di rivali oggi alla portata simultanea di qualunque appassionato. Maurizio Iacono dei Kataklysm ha fondato il progetto collaterale Ex Deo nel 2008, consacrandolo completamente anima e corpo alla Roma Antica, tanto da dedicare i primi due album a Romolo e all’imperatore Caligola. Il kolossal death metal in stile hollywoodiano, bombastico e carico di testosterone, della band si sposa con video realizzati per esaltare l’immagine da macho degli eroi romani, in un prodotto dalla fortissima impronta americana. Di sicuro molti di voi avranno storto il naso di fronte agli Ex Deo a suo tempo, tuttavia difficilmente li avrete ignorati visto il carico di estremismo tamarro (o tamarrismo estremo, come preferite). “I, Caligvla” docet…

«I, Caligvla am god made flesh, thy rope around your neck… this is the will of the gods!
I, Caligvla am master of all your fears, thy might colossal, these hands are drenched in blood!
»


NON EST VIVERE, SED VALERE VITA: Wotan – “Spartacus” [da Epos, 2007]

La vita non è essere vivi, ma stare bene (Marziale).

Il mito di Spartaco, gladiatore che guidò la rivolta di schiavi contro Roma del 73 a.C. nota anche come terza guerra servile, ha sempre affascinato pensatori e artisti. Basti pensare al colossal di Stanley Kubrick del 1960, alla più recente serie tv americana con lo sfortunato Andy Whitfield e la mitologica Lucy Lawless o ancora alla Lega spartachista tedesca fondata da Rosa Luxemburg (1914-1919). Nell’omaggio scritto dai paladini dell’heavy metal epico Wotan la figura leggendaria di Spartaco è ritratta in tutta la sua forza e tragicità, un uomo trattato come una bestia che va in cerca di vendetta alla guida di un esercito di diseredati, mettendo in gioco la vita per ottenere la bramata libertà.

«Like a wild beast
You’ve been fighting in the bloody show
Slave against slave
For the pleasure of the crowd
But now swords and tridents
Are for your tormentors
Never again chains for you
Freedom or death»


Per chi non ne avesse abbastanza:

  • Ade – “Scipio Indomitus Victor” (Carthago Delenda Est, 2016)
  • Avantasia – “The Glory Of Rome” (The Metal Opera, 2001)
  • Centvrion – “Roma Caput Mundi” (Non Plvs Vltra, 2002)
  • Dark Quarterer – “Ides Of March” (Symbols, 2008)
  • Griffon – “Si Rome Vient À Périr” (Atra Musica, 2019)
  • T.I.R. – “Roma” (Heavy Metal, 2011)
  • White Skull – “The Roman Empire” (Public Glory, Secret Agony, 2000)
Gli Ex Deo pronti alla battaglia
Facebook Comments