SENTENCED: tra depressione e humor nero (pt. I)

Gruppo:Sentenced
Fondazione:1989
Provenienza:Finlandia
Contatti: Spotify
Discografia:


Il death metal fu una sbornia grande e grossa più o meno in tutto il mondo. Florida e Svezia la fecero da padrone, ma gli echi di tutte quelle chitarrone e quelle urla si sentirono distintamente in Inghilterra, Olanda, Polonia, Brasile… E Finlandia. Spesso considerata derivativa, la scena death dell’ultima propaggine orientale di Unione Europea è in realtà farcita di piccole e particolarissime perle dal gusto ora più doom, ora più melodico, ora più tecnico. Se la fama spettò a Death, Cannibal Corpse e Dismember, l’underground brulicava di piccole realtà più o (tendenzialmente) meno durature. Tra i Demilich, gli Adramelech e i Purtenance, però, uno dei pochissimi nomi a passare tutti gli anni ‘90 in attività e a prendersi la notorietà internazionale fu quello di un gruppo di ragazzi originari dei sobborghi di Oulu, più o meno al centro esatto del Paese.



I Sentenced esordiscono come un’altra band death metal, ed è soltanto con gli anni che rivelano la propria grandezza, un pezzetto alla volta. Il primo paio di demo (When Death Join Us e Rotting Ways To Misery, cassettine registrate tra il ‘90 e il ‘91) è inequivocabilmente il prodotto del fermento di quegli anni, e il debutto, Shadows Of The Past (Thrash Records, 1992), le cui fondamenta poggiano su diversi brani di quei nastri, non è da meno. Registrato con la formazione a quattro classica del death metal ottantiano, doppia chitarra, batteria e basso-voce, il putridume messo insieme dai ragazzi di Oulu si rivela un compendio di tutto ciò che va per la maggiore in ambito estremo in quegli anni: esistenzialismo, sconforto, violenza e orrore registrati in condizioni ben lontane dall’ottimale. Eppure, nella sua semplicità, Shadows Of The Past già evidenzia alcune peculiarità, su tutte la tecnica e l’abilità compositiva dei due chitarristi Miika Tenkula e Sami Lopakka, nel ‘92 non ancora maggiorenni. Si capisce che si tratta di giovinastri, ma è allo stesso tempo evidente che quei giovinastri hanno qualcosa da dire: i cambi repentini, gli assoli, le sfumature doom e il buon gusto nei riff sono qui già davanti agli occhi di tutti. Vesa Ranta, da dietro le pelli, corre di gran carriera per stare dietro alle plettrate ruvide dei due chitarristi, e sebbene non abbia ancora la proprietà tecnica che svilupperà lungo i successivi sedici anni, ottimizza perfettamente le poche soluzioni a sua disposizione. Taneli Jarva, bassista arrivato proprio in occasione della registrazione dell’album, si prenderà in futuro anche l’onere del cantato, ma su questo debutto come su entrambe le demo al microfono c’è l’onnipresente Tenkula, che con il suo vocione roco dà espressione ai testi ancora poco rifiniti e tutto sommato normali dei Sentenced, senza offrire alcuna indicazione delle pesantissime trasformazioni che prenderanno il via solo pochi anni più tardi.


Soltanto l’anno successivo i finlandesi tornano in studio e registrano qualcosa di completamente diverso. North From Here (Spinefarm, 1993) è ancora un album death metal, ma le distanze dal suo diretto predecessore sono notevoli. Taneli Jarva, che nel frattempo è entrato in pianta stabile anche negli Impaled Nazarene, traghetta la voce dal growl di Miika Tenkula al suo scream corrosivo che ricorda Tobias Sidegård dei Necrophobic, evidenziando le proprie fortissime radici black metal. Allo stesso tempo, però, Tenkula e Lopakka si distanziano dal death metal incompromissorio dei demo, aggiungendo melodie e sfumature e divagazioni sul tema, rendendo di fatto North From Here un lavoro al limite del melodeath. Sono ancora poco più che suggestioni, ma molte canzoni si aprono in modo ben distante dal death metal classico, e anzi “My Sky Is Darker Than Thine” per i primi trenta secondi è una chiara anticipazione di ciò che la band si sta preparando a dire. Anche la narrazione compie un grande passo in avanti, e sebbene le tematiche siano ancora quelle care al metal estremo, episodi come “Awaiting The Winter Frost” iniziano a spingersi molto oltre il solito pattern morte-freddo-buio.

L’indicazione più evidente della voglia dei Sentenced di confrontarsi con suoni estranei al metal estremo è però dell’anno successivo: nel 1994, sempre tramite Spinefarm, il quartetto pubblica The Trooper, un ep contenente un paio di pezzi che non ce l’hanno fatta ad arrivare sull’album, la stessa “Awaiting The Winter Frost” con un diverso mastering, ma anche e soprattutto una cover degli Iron Maiden che dà il titolo all’album. Una cosa da niente, all’apparenza, ma è utile fare una puntualizzazione: musicisti diciottenni suonano death metal nel 1993 perché cercano in tutti i modi di distanziarsi dalla musica vecchia, in una continua corsa alla novità e all’estremizzazione. Registrare una cover del gruppo heavy classico più famoso e mainstream esistente, e usarla per dare addirittura il titolo all’ep, è un sintomo evidente di quanto il death metal stia stretto ai ragazzi di Oulu e circondario.

Meno di un anno dall’ep ed è già tempo di pubblicare il terzo disco in studio. Amok (Century Media, 1995), il grande spartiacque. Questo è il momento preciso in cui all’interno della storia del gruppo si può identificare il confine tra un prima e un dopo. All’interno di Amok c’è tutto ciò che il quartetto è stato fino a ora, insieme a tutto quello che sta per diventare. Tenendo fede al proprio straordinario percorso di evoluzione, i finlandesi procedono un passo dopo l’altro e senza strafare, abbandonando però completamente le velleità death metal in favore di un approccio molto più ottantiano, un’attitudine rock nel senso più alto del termine. Le lungaggini vanno perdendosi, la forma canzone viene sfruttata in tutte le sue potenzialità (tanto che solo “Forever Lost” supera i cinque minuti di durata) e il sound viene alleggerito degli estremismi tipici del death, ma allo stesso tempo irrobustito, reso più personale e riconoscibile. Il più evidente trait d’union con il passato rimane la voce di Taneli Jarva, interprete drammatico al punto giusto, tuttavia evidentemente lontano dagli umori così sfaccettati e agrodolci di ciò che i Sentenced stanno diventando, incapace di offrire quell’estensione e quella varietà necessarie per colorare tutte le sfumature che si formano via via in ogni nicchia dei nuovi brani. Perché oltre al netto cambiamento di sound, la trasformazione sta avvenendo anche dal punto di vista lirico. La morte è sempre un punto cardine nella poetica della band, ma Tenkula e compagni iniziano a sperimentare modi assolutamente inediti di parlarne, cambiando completamente riferimenti e passando in maniera chiara ed evidente dall’altro lato dell’Atlantico, dove in quel di New York un certo Peter Steele stava definendo un nuovo livello di (auto)ironia e disperazione nel metal.


Con Amok i quattro finlandesi iniziano a fare lo stesso: l’ironia e la consapevolezza della caducità delle cose prendono il posto della sterile celebrazione dell’orrido e del male, o ancor meglio si innestano all’interno di questa, la informano e le danno una profondità tutta nuova. È così che nascono brani come “Nepenthe”, è così che i ragazzi iniziano a prendere confidenza con la consapevolezza che moriremo tutti. Il farmaco di omerica memoria che lenisce le pene è un chiaro esempio del cambio di baricentro nella musica dei Condannati: non è più il mondo a interessare loro, non sono più i mostri, non è più la negatività in quanto tale. Il vero punto focale dell’esistenza umana è l’uomo stesso. La condizione dell’uomo non è più imbrigliata all’interno di un piano generale, diventa essa stessa l’unico piano possibile. Ai Sentenced non interessa più un mondo di brutterie, interessa il mondo di brutterie in rapporto a noi poveri, piccoli, inermi esseri umani. Tutto questo non può essere raccontato in chiave death metal (a meno che non ti chiami Chuck Schuldiner, ma questa è un’altra faccenda), e necessita di un sound più malleabile, più adatto all’ironia di fondo di cui la vita di ciascuno di noi è impregnata.

Non fanno in tempo a pubblicare Amok, che già i quattro hanno qualcosa in più da dire e rientrano al Tico Tico Studio di Kemi, dove hanno sempre registrato, per un altro ep, Love & Death, che Century Media pubblica nell’autunno del ‘95. Queste cinque canzoni, oltre a contenere una cover di Billy Idol, significano due cose. La prima, che il cambiamento non è passeggero, e che anche i nuovi brani continuano lungo lo stesso percorso tracciato da Amok. La seconda, che questo è anche il testamento di Taneli Jarva, poiché la sua strada e quella del gruppo si separano subito dopo. Ed è così che i Sentenced maturano definitivamente.


Ville Laihiala entra nel gruppo nel 1996, appena tre settimane prima di iniziare le registrazioni di Down, che per la prima volta non sono realizzate al Tico Tico, ma nei Woodhouse Studios di Hagen, in Germania. È grazie al timbro del nuovo entrato, profondamente diverso da quello di Jarva, così caldo e magmatico, che la band di Oulu può fare quell’ultimo salto in avanti e completare il proprio percorso di crescita. La produzione e la qualità generale delle canzoni sono ancora ben lungi dalla perfezione, tuttavia gli elementi sono finalmente tutti sul piatto: c’è il senso di sconforto che permea l’up-tempo di “Noose”, c’è l’attesa spasmodica per la morte di “Ode To The End”, c’è lo humor nero di “Keep My Grave Open” e soprattutto c’è la malinconia di “Sun Won’t Shine”, forse uno dei pezzi più tristi e rassegnati che il gruppo abbia mai composto in tutta una carriera, che non ha paura di sbattere in faccia ai metallari l’amore come argomento portante. Laihiala si adatta benissimo alle melodie intessute da Tenkula e Lopakka, ma ancora non porta a piena espressione la propria capacità vocale, e la stessa cosa succede nel caso delle chitarre, molto compresse, quasi sottili, non ancora pronte a giganteggiare spavalde. La sensazione che permea tutto Down è quella di avere davanti un gruppo che per la prima volta scopre se stesso e inizia a prendere confidenza con il proprio potenziale.

Consapevoli di questo momento di definitivo smarcamento dal proprio passato, i finlandesi pubblicano la loro unica raccolta, Story, che contiene una selezione dei pezzi da tutti i precedenti album ed ep. Trascurabile nei contenuti (una compilation dopo appena sei anni è una scelta piuttosto discutibile), ma non nelle intenzioni: i Sentenced mettono un punto fermo a tutto quanto fatto finora. Da qui in poi si volta pagina.

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