SENTENCED: tra depressione e humor nero (pt. II)



Il sodalizio con Century Media prosegue e, nel frattempo, i ragazzi di Oulu da quattro diventano cinque, con l’ingresso al basso di Sami Kukkohovi, strumento di cui si era occupato lo stesso Tenkula sin dall’abbandono di Jarva: questa è la formazione che accompagnerà il gruppo fin nella tomba. Per ora, però, la preoccupazione è quella di tornare in Germania per registrare il successore di Down: Frozen esce nell’estate del 1998 ed è un ulteriore, notevolissimo passo in avanti. Questa volta Laihiala è molto più inserito nell’alchimia della band, conosce perfettamente le dinamiche legate al processo creativo e il risultato è superiore a tutto ciò che il gruppo ha pubblicato finora. Gli umori rock continuano a imperversare a discapito della brutalità death metal, di cui ormai non resta che un vago ricordo nei riff più incazzati (“Burn”), mentre la tristezza e lo humor nero hanno definitivamente preso il sopravvento.

Ad aprire l’album è “Farewell”, un addio sentito fin dal primo brano, che racconta di come la luce si stia spegnendo, di come il vento che una volta soffiava sotto delle ali spalancate sia ormai sopito. “For The Love I Bear” è un’unione perfetta della tensione irrisolvibile tra odio e amore, infiocchettata da Laihiala con un sonoro rutto prima dell’ultimo ritornello. “Drown Together” è un testamento d’amore imperituro così profondo, così sincero, così totale e shakespeariano che i due protagonisti pur di non dover affrontare la separazione scelgono di morire insieme, nelle gelide acque della terra dei mille laghi. Digressione: questo approccio così macabro e cupo all’amore è una narrazione molto vicina a quella che anche altri finlandesi stanno sviluppando proprio in questo periodo e che solo un paio d’anni dopo esacerberanno e porteranno all’eccesso. Ma non i Sentenced, no, loro riescono e riusciranno sempre a mantenere una credibilità, una compostezza e una sobrietà, pur sotto tonnellate di grottesca ironia, che gli permetterà di presentarsi su qualunque palco di qualunque locale e festival, anche il più estremo, senza mai essere presi a insulti e bottigliate.

Tornando a Frozen, pur tra i tanti momenti alti e notevoli, il picco indiscusso è proprio al centro dell’album. “The Suicider” è un brano che riassume tutto quanto già detto finora, ma lancia Tenkula e i suoi in una dimensione completamente nuova, quella della sintesi. Questo è, a conti fatti, il primo pezzo in cui il quintetto riesce a mettere tutto della propria poetica: il rock, il metal, la depressione (questa sorta di vendicatore maledetto è, appunto, un suicida), l’ironia e la sfacciataggine, e a dare all’insieme la forma di una canzone, anzi, di una vera e propria hit. Non a caso, il pezzo rimarrà un caposaldo indiscusso di praticamente qualunque concerto il gruppo terrà da questo momento in poi.



Il successivo lavoro in studio, il sesto in otto anni, vede il supporto di Niklas Sundin dei Dark Tranquillity a livello grafico, e il risultato è una delle illustrazioni più identificative dell’intera carriera del gruppo: Crimson non poteva che basarsi sui toni del rosso e del cremisi, così a livello visivo come a livello contenutistico. Se il fossile in copertina è «qualcosa di finito, che se n’è andato per sempre», il sangue, il cuore, la passione incontenibile sono i pilastri dell’album più intimo e sconsolato mai composto dai Sentenced. Per quanto Sami Lopakka dichiari espressamente che le loro vite personali non facciano così schifo come la musica potrebbe dare a intendere (la sua in particolare, visto che è lui l’autore della maggior parte dei testi), è evidente che Crimson è un vero e proprio esorcismo di tutto ciò che potrebbe non funzionare in un rapporto, e la prova ultima è il singolo di lancio, nonché un altro dei capolavori indiscussi del gruppo, “Killing Me Killing You”. L’immagine del serpente nell’Eden e quella di una tempesta all’orizzonte non lasciano speranze, e tutto l’amore del mondo non potrà mai fare altro che infrangersi sugli scogli della vita, mentre i nostri affetti appassiscono. Così il vecchio protagonista del video, solo, fa visita ai suoi cari al cimitero accompagnato soltanto dal suo cane da pastore, per poi andare a coricarsi un’ultima volta e raggiungere le persone cui ha voluto bene. In Crimson l’ironia macabra e spavalda che innervava “The Suicider”, e più in generale Frozen, è messa temporaneamente da parte a favore del più nero e abissale sconforto, mentre la voce sommessa di Laihiala continua a chiedere un’altra occasione («Let me just once more feel / Your love through the pain», “One More Day”).

Eppure non è tutto scuro, non è tutto insostenibile. Il concetto stesso di speranza è da buttare, non serve a nulla, ma è vero che, pur con tutto lo schifo che fa la vita, qualcosa di buono si riesce sempre a trovarlo: da queste considerazioni prende vita “Bitterness And Joy”, «Life has given me much / maybe taken more / but those good times were always worth waiting for». Questa ambivalenza, da una parte la consapevolezza che tutto è destinato a finire e dall’altra la quasi smaniosa ricerca di qualcosa di appagante e la capacità di apprezzarlo, nelle parole di Lopakka stesso è connaturata all’essere finlandese: «Anche quando facciamo una battuta, spesso è sulla depressione, o sulla morte, sull’avere una bella tomba o cose simili». Ed è proprio sulla base di questa cifra stilistica che il gruppo imposta l’ultima parte della propria carriera. Il tour a supporto del nuovo album porta i Sentenced a suonare più o meno ovunque nel mondo. A detta del gruppo stesso, si tratta di un’esperienza particolarmente sfibrante, che li costringe poi a prendere alcuni mesi di pausa gli uni dagli altri prima di poter iniziare la stesura di nuovo materiale.



The Cold White Light esce nella primavera del 2002 ed è la summa, la sintesi, la quadratura del cerchio, il disco che i ragazzi hanno sempre voluto registrare e che mette in mostra finalmente tutto l’enorme potenziale del gruppo. Dopo tanti tentativi, a dieci anni esatti dall’esordio, la band di Oulu si compie. Ogni singolo brano dell’album racconta una storia diversa, con la consueta sensibilità che il quintetto ha più volte dimostrato di possedere e il ritorno del black humor tutto nordico a stemperare il solito clima agrodolce di speranza e rassegnazione insieme.

Dopo una breve introduzione strumentale (l’unica mai registrata in tutta la carriera) in cui le chitarre di Tenkula e Lopakka crescono pian piano, è l’arpeggino di “Cross My Heart And Hope To Die” ad aprire le danze della sofferenza: perso l’amore, l’unico pensiero è quello di un ricongiungimento nella morte, la speranza di ritrovare la pace insieme una volta abbandonata questa valle di lacrime. Sono passati solo due anni da Crimson, ma TCWL si apre alla possibilità di lieto fine, all’idea che le cose possano risolversi per il meglio, ed è lo stesso Laihiala a dire come questa fredda luce bianca possa effettivamente essere una luce di speranza. Poi, certo, stiamo sempre parlando degli autori di “Noose”, quindi è evidente che la speranza venga sempre canonizzata in modo ben poco convenzionale: l’amore della mia vita è morto, la pace è possibile solo se muoio anche io. Eppure la speranza è anche quella di condurre una buona vita, di trarre soddisfazione dal poco tempo a nostra disposizione, e “Brief Is The Light” è (quasi) un inno alla vita che non ti aspetteresti mai da chi è diventato famoso per aver parlato di suicidio per metà della propria carriera: «Each funeral just makes us realize / That life’s but a series of goodbyes / Hear these words I say: Make the most out of your day / For brief is the light on our way, on this momentary trail». E sempre quella malinconia di fondo, quel senso di sconfitta latente e, in fin dei conti, insormontabile che non ti abbandona mai, ma che viene costantemente riequilibrato da una risata amara. “Neverlasting” ha un sound spensierato e cazzone, un mood rock e uno degli assoli più azzeccati degli ultimi vent’anni, eppure ci ricorda costantemente «Leave no room for happy endings! And make it right for once and for all». “Luxury Of A Grave”, d’altro canto, è l’esempio massimo di quanto poco ci si possa prendere sul serio e arriva poco dopo una quasi-ballata (“You Are The One”) semplice, quasi minimale nella sua dolcezza, nel suo sprizzare amore da tutti i pori. Ma sono “Blood And Tears” e “No One There” a distruggere completamente qualsiasi barriera e far tracimare senza ritegno emozioni positive e negative: due canzoni trasversali, assolute e universali. La vita ci prende a calci nei denti, ma noi torniamo sempre, perché anche solo per un attimo ci sembra che ne valga la pena. Eppure sappiamo benissimo che quando arriverà il momento saremo soli, che per il fatto stesso di essere vivi, esseri umani, siamo condannati alla solitudine e tutto ciò che abbiamo ci sarà portato via.



Forse questa consapevolezza, forse la sensazione di aver raggiunto il proprio vertice, sicuramente la vita in tour, sregolata e lontana da casa, portano i Sentenced alla decisione di smettere. Tra le tante ragioni accessorie, è possibile che una sia collegata anche alla polemica seguita alla canzone dedicata agli Oulun Kärpät, la squara di hockey di Oulu: nel testo di “Routasydän” si parla di «sangue e onore», per la band un ovvio collegamento con lo sport nazionale finnico, per altri un velato richiamo all’estrema destra. I cinque non gradiscono le accuse, e quando la canzone viene ufficialmente ritirata dalle partite della squadra la delusione è fortissima.

Nel 2005 il Funeral Album sancisce di nome e di fatto la fine di tre lustri abbondanti di alcool, risate e disperazione con l’ennesima manciata di belle canzoni, ma che per la prima volta non aggiungono niente a quanto detto e fatto finora. The Funeral Album è un compendio del quintetto lungo l’arco di una carriera, e per la prima volta non c’è niente di nuovo. “We Are But Falling Leaves”, “Lower The Flags” ed “Ever-Frost” (il cui testo è una risposta piuttosto schietta alla polemica politica di cui sopra) sono esattamente i pezzi che ti aspetti in un nuovo album del gruppo di Oulu a questo punto della sua storia, ma c’è anche un insospettabile revival death metal con “Where Waters Fall Frozen”, il risultato di una jam session cui Laihiala è arrivato in ritardo. In tutte le interviste, comunque, i finlandesi chiariscono che le ragioni che li hanno portati a prendere questa decisione radicale sono tutte extra-musicali e dettate principalmente dal logorio di una vita in tour che richiede il sacrificio di qualsiasi altra cosa; “May Today Become The Day”, storia di un milite che cerca la morte al fronte, può essere letta proprio sostituendo alla guerra un’esistenza perennemente on the road. Meno male che a fare da contraltare a questa pesantezza esistenziale ci pensa l’umorismo irrispettoso: se “You Are The One” era il pezzo da dedicare all’amore della tua vita il giorno di San Valentino, “Drain Me” è… Beh. Un’apologia del rapporto orale senza alcun riguardo per l’altra persona. E, quindi, «Just keep that mouth wide open and drain me my darling, drain me my darling». Esaurite anche le ultime battute, i cinque ci portano per mano fino alla fine della strada e si accomiatano con “End Of The Road”, un testamento che la dice lunga sulla sensibilità di questi ragazzi e su quanto questa decisione sia stata sofferta.


Per la calata di sipario finale i Sentenced scelgono di esibirsi in casa, al Club Teatria di Oulu, nell’ottobre del 2005. Di quel concerto rimane imperitura testimonianza grazie al doppio DVD Buried Alive, ma da qui in poi le strade di queste cinque anime perse si separano definitivamente. Vesa Ranta si concentra sempre di più sulla sua carriera da artista visuale e, dopo aver curato le copertine di The Cold White Light e del Funeral Album, inizia ad affermarsi come regista di videoclip. Sami Kukkuhovi e Sami Lopakka fondano i KYPCK (Kursk), un’ottima band doom ispirata alla storia bellica sovietica, mentre Ville Laihiala si dedica ancora un po’ al suo progetto parallelo Poisonblack, prima di mettere a riposo anche questo e rinascere una terza volta con i recentissimi S-Tool. Vista la separazione assolutamente amichevole, per i primi anni tantissimi continuano a covare la speranza che i cinque tornino sui propri passi e decidano di tornare a suonare insieme, fino al 18 febbraio 2009. Quel giorno il destino decide di portarsi via Miika Tenkula a causa di una malformazione cardiaca congenita, appena prima dei 35 anni. Tenkula era l’anima principale della band, uno dei principali compositori nonché il membro che peggio viveva la propria condizione di musicista, tra depressione ed eccessi alcolici (per diverso tempo si speculò, erroneamente, riguardo una morte legata all’alcolismo), ed è sempre stato chiaro a tutti che senza di lui i Sentenced non avrebbero mai potuto esistere.

«Here we are, now lay the burden down
We’re coming to the end of our road
Sorrowful, yet glorious somehow
To be humming these one last ode, so calm and still
It wasn’t all that bad, or was it now?

Is life over, this life’s over?
Or has it only just begun?
It grows colder, starts to moulder…
Coming apart yet still not done
Forever one»

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