SIGH – Monografia

INTRODUZIONE

La storia del Metal è costellata di band la cui catalogazione risulta difficile: che sia perché gli stili tirati in ballo sono troppi o perché gli artisti scelgono di intraprendere percorsi non convenzionali, i nomi associabili a tale caratteristica sono talmente tanti al giorno d’oggi che è diventato quasi più facile scovare realtà di questo tipo che legate alla tradizione. Questa vastissima gamma di evoluzioni in continuo ampliamento ha costretto la critica a coniare la macro-categoria dell’Avantgarde Metal, una sorta di enorme contenitore dalle peculiarità pressoché indefinibili, se non nella prominente attitudine sperimentale che si contrappone alla scelta di seguire più o meno fedelmente gli standard. Proprio nel mezzo di queste due fazioni si pongono i Sigh: troppo legati alla tradizione per essere catalogati come Avantgarde, troppo all’avanguardia per essere considerati canonici; il loro stile si è da sempre contraddistinto proprio per questa volontà di andare oltre gli schemi prestabiliti, senza però dimenticarli del tutto.


LE ORIGINI

SighLa storia dei Sigh inizia sul finire degli anni Ottanta sotto il nome di Ultra Death, per poi cambiare moniker nel 1990. Ai tempi il Giappone non è certo un Paese rinomato per la propria scena Metal, nonostante alcune band di discreta rilevanza siano già attive (Loudness, X Japan e Gargoyle, ad esempio). L’ambiente estremo, tuttavia, è ben poco rappresentato: uno dei rarissimi nomi degni di nota è quello dei Sabbat, forieri di un Black Metal primordiale decisamente debitore dei Venom. Gli stessi Venom risultano fondamentali anche per la carriera dei Sigh: Mirai e soci, difatti, non nasconderanno mai la passione per la musica prodotta dal gruppo capitanato da Cronos, come testimonieranno i vari tributi pubblicati nel corso della loro storia. Il legame con la vecchia scuola rimane costante in tutti questi anni: anche nei lavori più sperimentali si percepisce un’aura old school nell’approccio al Metal estremo. È pressoché impossibile, però, considerare i Sigh come una mera fotocopia di quel sound, poiché fin dagli inizi mostrano di possedere una personalità ancora oggi inimitata.

Com’è naturale per una realtà nascente ai tempi, la formazione — ancora instabile — muove i primissimi passi con qualche demo di breve durata, rilasciato in maniera indipendente nel 1990. Desolation e Tragedies sono composti rispettivamente da tre e quattro tracce in cui il Black Metal grezzo e primordiale riesce comunque a dare un discreto spazio a rallentamenti di stampo Doom e a tastiere dai suoni spesso oscuri e ritualistici o, al contrario, cristallini come quello di un elegante pianoforte; la qualità del suono è ovviamente molto rozza, cosa che non soddisfa pienamente il gruppo. Tra un demo e l’altro, quello che nasce come trio — con il vecchio nome addirittura un quartetto — si riduce a un duo formato da Mirai Kawashima e Satoshi Fujinami, che diventano il nucleo portante per tutta la carriera della band fino ai giorni nostri.

È solo nel 1992 che viene pubblicato Requiem For Fools, EP di poco meno di un quarto d’ora supportato dall’etichetta californiana Wild Rags Records, conosciuta in precedenza per la ristampa di Tragedies; le tre tracce contenute in questa opera mostrano una band già allora fuori standard, inserendo addirittura uno strumento come l’ocarina in un lavoro Black Metal, oltre alle tastiere già utilizzate. Questa attitudine non sarà ricevuta troppo positivamente dalle etichette a cui verrà inviato il disco, a eccezione di Euronymous dei Mayhem che decide di aprire le porte della sua Deathlike Silence Productions alla band di Tokyo, proprio grazie a questo sound così peculiare. Questo è il vero punto di partenza della storia dei Sigh: una storia che andremo a sviscerare album per album, seguendo la tradizione secondo cui gli stessi vengono intitolati.


IL GUSTO DELLA SCONFITTA

Scorn DefeatIl 1993 è l’anno dell’album di debutto: i contatti con Euronymous si rivelano importanti per raggiungere un risultato pienamente soddisfacente, dato che il Norvegese frena la fretta della band nipponica, consigliandole di prendersi il giusto tempo per migliorare alcuni dettagli, oltre che di assumere un look più malvagio e adatto alla musica suonata. Purtroppo, il 1993 è anche l’anno del ben noto omicidio che sancisce la fine dell’Inner Circle e di ogni emanazione derivata da esso; tra le varie conseguenze, la Deathlike Silence Productions viene acquisita dalla Voices Of Wonder, portando a complicazioni nella produzione del primo album dei Sigh, in particolare a causa della copertina. Risolta la questione grafica, Scorn Defeat è finalmente pronto a essere pubblicato.

Con l’ingresso in pianta stabile del chitarrista Shinichi Ishikawa (già attivo in ambito live), i Sigh tornano a essere un trio. Le idee sulla direzione da intraprendere sono state chiarite del tutto grazie a Requiem For Fools e i sette brani — divisi in Side Revenge e Side Violence, in piena tradizione Deathlike Silence — contenuti nel disco lo dimostrano. “The Knell” e “Taste Defeat” vengono riprese proprio dall’EP e riproposte in una veste meno grezza, finalmente con una qualità dei suoni che rende giustizia alle composizioni; un elemento che contraddistingue il primo dei due brani citati dalla sua precedente versione è l’inserimento di un’elegante introduzione di tastiera i cui toni apertamente neoclassici si manifestano sia nella melodia che nel suono di un clavicembalo sintetico, al termine della quale parte la sfuriata Black-Thrash tipica del pezzo.

Non sono comunque da meno le altre tracce, che evidenziano la propria personalità attraverso elementi pressoché introvabili in un disco Black Metal di quel periodo: ne sono un esempio le note di pianoforte che rendono da un lato inquietante “At My Funeral” e dall’altro raffinato il finale di “Ready For The Final War”, intrecciandosi infine con le chitarre acustiche in “Weakness Within”; “A Victory Of Dakini” si distingue invece per l’assolo, in cui il basso sembra rincorrere una chitarra apparentemente in uno stato di overdose da Rock e Metal classico. La vera perla è però “Gundali”: sei minuti in cui organo e sintetizzatori, accompagnati solo da percussioni e sussurri, sfornano un brano dal sapore fortemente solenne, che si chiude con un altro passaggio di pianoforte; ciò dimostra la maestria di Mirai nel gestire le proprie tastiere che — essendo presenti in varie forme in ogni traccia — diventano fin dall’inizio un elemento imprescindibile della musica dei Sigh, in questo caso in particolare nei tempi medi e nei rallentamenti in pieno territorio Doom.

Scorn Defeat si differenzia dall’allora crescente scena Black Metal anche per le tematiche: pur mantenendo l’assetto oscuro tipico dello stile, l’ispirazione tratta dalla mitologia e dall’occultismo nipponici rende il disco ancora più unico nel suo genere.

Inizia così la carriera dei Sigh: pur essendo esordienti, emerge una classe che ben pochi possono vantare ai tempi e probabilmente ancora oggi. La malignità del Black Metal dei primi anni Novanta incontra una creatività all’epoca inedita nel genere, che anticipa l’evoluzione del Black sinfonico realizzatasi non troppo tempo dopo.


LA NERA ARTE DELL’ELEGANZA

Infidel ArtA seguito del debutto, i Sigh trovano una nuova casa nell’etichetta inglese Cacophonous Records, per la quale viene pubblicato uno split con i greci Kawir; il lato dedicato alla band giapponese contiene — oltre a una cover dei Venom — la breve “Suicidogenic”: questo brano verrà riproposto in una versione decisamente arricchita — della durata quasi raddoppiata — nel secondo album Infidel Art.

In questo periodo, l’idea di inserire tastiere nel Black Metal inizia a prendere piede grazie a band quali Emperor e Gehenna, seguite poi da Cradle Of Filth e Dimmu Borgir, portando alla nascita effettiva della corrente Symphonic. Dal canto loro, i Sigh portano già a un altro livello l’elemento orchestrale; emblematica in tal senso è l’introduzione di “The Last Elegy”: una sorta di valzer dai toni tutt’altro che cupi che conduce a un brano fatto di una vocalità Black, numerosi rallentamenti Doom e accelerazioni tendenti al Thrash — mix alla base dell’intero album — il tutto accompagnato da tastiere trionfanti e da un flauto dai suoni tipicamente orientali. Discorso simile per “The Zombie Terror” e la greve “Desolation”, nella quale però le orchestrazioni assumono toni più eleganti, senza tralasciare un certo alone di mistero quasi psichedelico nel finale, con tanto di organo in sottofondo; proprio l’organo sarà lo strumento protagonista — insieme al pianoforte — in “Beyond Centuries”, traccia le cui atmosfere gotico-vampiresche anticipano in qualche modo ciò che proporranno poi i già citati Cradle Of Filth o i nostrani Theatres Des Vampires.

Infidel Art si distingue inoltre per la qualità dei riff suonati dalla chitarra di Shinichi: “Izuna” e “Suicidogenic” sono perfetti esempi della capacità di unire una certa attitudine melodica a un sound che nella sua parte prettamente Metal è tutto fuorché raffinata; i due brani si dimostrano infatti pregni di negatività, grazie anche a un basso profondo, a una batteria robusta e sempre adeguata nella sua relativa semplicità e al semi-scream sgraziato del leader — indimenticabile il finale di “Suicidogenic” — alternato talvolta a un cantato pulito che aggiunge un ulteriore tocco esotico. Da ricordare, infine, “Beyond Centuries” che a un certo punto sforna un riff di matrice vagamente Stoner, come se fosse la scelta più naturale.

Seppur Infidel Art non sia uno degli album più nominati quando si parla dei Sigh, esso si rivela un passo fondamentale per la crescita della band che — pur essendo ancora legata alle sonorità tradizionali — è già intenta a proporre qualcosa di molto personale.


RITUALI DI OCCULTISMO NIPPONICO

Ghastly Funeral TheatreNei due anni successivi, i Sigh lavorano a varie idee, tra cui un EP che per il momento tralasceremo; il 1997 è quindi l’anno in cui arriva una nuova uscita rilevante. Pur essendo un disco di meno di mezz’ora, Ghastly Funeral Theatre (葬式劇場 Sōshiki Gekijō in giapponese) fa parte della discografia principale della band: il motivo più banale è la modalità con cui gli album vengono intitolati, poiché la G di questo disco collega la I del precedente e la H del successivo per completare il primo ciclo; l’altra ragione riguarda l’evoluzione del sound che indubbiamente passa anche per questi 23 minuti di musica.

Fin dalle tastiere da parco giochi maledetto dell’intro, è possibile notare l’impronta horror e misteriosa che i Sigh imprimono a questo lavoro; atmosfere simili si sposano benissimo con le tematiche nuovamente — e ancora più di prima — legate all’esoterismo giapponese, come evidenziato anche dalla copertina che unisce perfettamente questi due aspetti, illustrando come si lancia una maledizione verso una persona.

Dei sei brani contenuti in questo EP, ben tre sono strumentali: oltre all’intro, troviamo l’outro “Higeki” e l’intermezzo “Imiuta”, nei quali Mirai dà sfogo alle sue abilità compositive al pianoforte e alla tastiera; la seconda delle due, in particolare, potrebbe benissimo fare da sfondo a un J-RPG, con la sua elevata intensità emotiva e la sua natura riflessiva.

Le tre tracce rimanenti sono quelle più legate al mondo Metal. Le accelerazioni e i rallentamenti dei precedenti album sono scomparsi, al loro posto i tempi medi dominano pressoché totalmente la scena, in una sorta di Heavy-Doom dalle tendenze estreme e progressive. Le orchestrazioni — seppur ridotte — permangono e viene riproposto l’aspetto etnico dato dal flauto, coadiuvato dalla chitarra acustica in “Doman Seman”; questo brano è probabilmente uno dei più emblematici per quanto riguarda le prime vere e proprie sperimentazioni dei Sigh, con la prima fase più atmosferica e la seconda prettamente Metal, intervallate da uno spaventoso caos di archi che già ai tempi testimoniava come suonare estremi non passasse solo attraverso blast beat e urla. Dal canto loro, “Shingontachikawa” e “Shikigami” possono vantare la presenza di assoli di chitarra — ben tre nella seconda, tutti di natura diversa fra loro — e del suono (sintetico) di un sassofono, strumento che compare per la prima volta nella musica dei giapponesi e che risulterà di un certo peso più avanti.

C’è un terzo motivo per il quale vale la pena parlare di Ghastly Funeral Theatre: è la prima uscita in cui viene utilizzata la tecnologia MIDI in sostituzione dei sintetizzatori. A tal proposito, facciamo un passo indietro verso il lavoro che abbiamo tralasciato: “Shadowking” è una traccia che risale ai tempi di Infidel Art, ma non viene inserita nel disco proprio a causa del passaggio verso una strumentazione diversa, che l’avrebbe resa fuori contesto; da quel pezzo sarebbe dovuto nascere un EP con lo stesso titolo mai rilasciato e perfino lo stesso Ghastly Funeral Theatre è da vedere come una preparazione per ciò che sarebbe arrivato dopo, in quanto originariamente concepito come parte di uno split mai portato a termine (prima con i conterranei Abigail, poi con gli svedesi Vergelmar). “Shadowking” e le due cover che avrebbero dovuto accompagnarla verranno poi pubblicate in alcune ristampe.


VISIONI DI UN FILM SENZA IMMAGINI

Hail Horror Hail«Attenzione: questo album è ben oltre l’idea comune di come il Metal, o la musica, dovrebbero essere. In sostanza, è un film senza immagini; una fantasmagoria di celluloide. Di conseguenza, il film salta e un’altra scena, apparentemente sconnessa dal contesto precedente, viene improvvisamente inserita tra un frame e l’altro. Ogni suono su questo album è voluto e se trovaste alcune parti strane non è perché la musica in sé sia strana, ma perché il vostro Io conscio non ha i mezzi per comprendere i suoni prodotti su questo lavoro.»

Queste parole sono riportate sul retro di Hail Horror Hail, uscito nello stesso anno dell’EP precedente. Se finora i Sigh si sono limitati a personalizzare sonorità note, con questo album l’intento è chiaramente quello di andare oltre i propri confini. Cercando di immaginare il film che esso vuole rappresentare, l’unica associazione possibile è verso un B-movie di genere horror, come suggerito dal titolo: pur non potendo vantare una produzione stellare — sfruttandone anzi l’assenza — l’opera è in grado di trasmettere sensazioni oscure e misteriose, lasciando l’ascoltatore-spettatore in uno stato a metà tra l’inquietudine e la curiosità.

Sotto certi aspetti, un B-movie possiede generalmente diversi punti in comune a un film standard: una trama, un cast di personaggi, un’ambientazione; l’ossatura, insomma, è la medesima. Allo stesso modo, Hail Horror Hail è come un album Metal: chitarre marcescenti, assoli caotici, ritmiche dinamiche e voce in scream sono tutti elementi presenti, proprio come ci si aspetterebbe da un disco a cavallo tra Heavy, Thrash e Black. La title track in apertura mette bene in chiaro il genere a cui appartiene con riff orecchiabili, una chitarra solista dal retrogusto blueseggiante e un testo diabolico; eppure, questo stesso brano lascia intendere che l’ascolto non sarà propriamente lineare.

Gli effetti sonori mostruosi che compaiono di tanto in tanto sono forse l’elemento che genera meno sorpresa, pur suonando relativamente inusuali. Le orchestrazioni sono più presenti che mai, guadagnandosi più volte l’attenzione dei riflettori; sono molte, infatti, le fasi esclusivamente sinfoniche drammatiche e teatrali e sono ancora più frequenti i momenti in cui collaborano con il resto della strumentazione, assumendo sembianze spettrali, malinconiche o fiere. Incursioni di vario genere arrivano in maniera inaspettata: gli influssi Jazz del sassofono e del pianoforte trovano piccoli spazi qua e là; una certa presenza Rock direttamente dagli anni Settanta si manifesta ad esempio in alcune movenze di “Seed Of Eternity” e nell’organo di “The Dead Sing”; “Curse Of Izanagi” presenta invece scelte prese in prestito dal J-Rock moderno nel ritornello. Non mancano flauti, chitarre acustiche, cori e addirittura un vocoder, il cui uso risulta evidente soprattutto nelle voci angelico-robotiche di “42 49”.

Se quanto detto finora non fosse già abbastanza per sottolineare i passi avanti compiuti dai Sigh, due brani in particolare rimarcano ulteriormente questa evoluzione e la portano a un livello superiore. “12 Souls” è un incubo nel quale percussioni sintetiche e schizofreniche, orchestrazioni disarmoniche e riff sbilenchi si fondono in un caos infernale che riesce comunque a trovare il tempo per un breve intermezzo Jazz; sono sette minuti che rendono ben chiaro quanto la band nipponica si sia spinta oltre, riuscendo a inserire un brano diverso dal resto della scaletta, eppure pregno della stessa aura horror. D’altro canto, “Invitation To Die” è un completo enigma: una psichedelia eterea costantemente tangibile, basso sintetico, Mirai che sembra accennare a una sorta di rap-scream, battiti di mani a tenere il ritmo e, infine, l’assenza delle chitarre elettriche; una traccia che ancora oggi risulterebbe quantomeno bizzarra in un album Metal, ma che invece trova il proprio posto in un’uscita di venti anni fa.

In genere, Hail Horror Hail viene considerato il punto in cui i Sigh si liberano da ogni restrizione per buttarsi a capofitto nel mondo della sperimentazione; questa opinione comune è ampiamente motivata dalle soluzioni inserite all’interno del disco, che faranno da base per le future evoluzioni del gruppo.


IL CIRCO DEL DIAVOLO

Scenario IV: Dread DreamsPassati circa due anni pressoché in silenzio, nel 1999 i Sigh si apprestano a pubblicare un nuovo lavoro, dando così il via al secondo ciclo della tipica nomenclatura. Il quarto scenario della storia della band mette a frutto tutta la volontà di sperimentare con suoni del passato e di creare qualcosa di totalmente personale.

Seguendo l’attitudine cinematografica del suo predecessore, Scenario IV: Dread Dreams riesce a ricreare una realtà diabolica, per certi versi assimilabile a quella del film di animazione Chika Gentou Gekiga: Shoujo Tsubaki: in entrambe le opere, l’atmosfera a metà tra il raccapricciante e il grottesco di un circo degli orrori genera sensazioni folli e bizzarre che, nel caso del disco, risultano particolarmente evidenti nei sintetizzatori di “Divine Graveyard”. Ogni traccia presenta comunque elementi che improvvisamente trasformano l’ambientazione in uno spaventoso carnevale macabro, solitamente attraverso tastiere e cori eterei. Il contributo più destabilizzante è probabilmente quello del pianoforte, specialmente in “Black Curse”: quasi sconnesso dal suo contesto, eppure pienamente in grado di farlo proprio e di sfruttare al meglio l’ambiguità di questo legame.

Anche in questo lavoro i Sigh continuano a esplorare la fusione tra Metal e parti sinfoniche, tanto da inserire un elegante valzer come intermezzo prima del gran finale; l’orchestra sintetica prende varie forme, che spaziano dalla psichedelia di “In The Mind Of A Lunatic” alla drammaticità di “Imprisoned”, passando per l’elegante intro di “Severed Ways”, e mantenendo costantemente vivo l’incubo clownesco. Questa bizzarra creatura viene inglobata da una seconda entità più metallica, fatta di malignità Black, movenze Heavy-Thrash e angoscia sabbathiana; tra tempi medi e rallentamenti di stampo Doom, il circo dei Sigh percorre con flemma una strada non certo semplice, ma che lascia ampio spazio alle sperimentazioni.

Oltre alle due facce appena descritte, si può percepire una vena Rock dalle molteplici forme: quella progressiva diventa prominente in brani quali “Infernal Cries” e “Iconoclasm In The 4th Desert”, specialmente grazie alla collaborazione dell’organo con le sei corde; l’agonia di “Black Curse” viene inaspettatamente inframezzata da un passaggio dai toni Surf e successivamente Funk; assoli dai toni Blues fanno infine la propria comparsa qua e là, raggiungendo l’apice in “Severed Ways”.

Nonostante sia uno degli album meno acclamati della carriera dei Sigh, Scenario IV contiene molti degli elementi che caratterizzeranno i lavori successivi e risulta quindi importante per comprendere le evoluzioni della band nipponica. Questa sarà inoltre l’ultima uscita per Cacophonous Records, abbandonata a causa di questioni sui diritti e della scarsa promozione ricevuta dall’etichetta.


INTERFERENZE DA UN’ALTRA DIMENSIONE

Imaginary SonicscapeIl trasloco sotto Century Media viene ufficializzato dopo i consueti due anni di lavori attraverso l’uscita di Imaginary Sonicscape, disco tramite il quale i Sigh portano la propria musica letteralmente in un’altra dimensione.

Gli elementi realmente estremi sono pressoché svaniti nel nulla, eccezion fatta per lo scream di Mirai; c’è ben poco di Black Metal in questo lavoro, che propende pesantemente verso l’Heavy Metal e il Rock psichedelico, ovviamente non senza incursioni inaspettate in altri territori musicali. Il disco è, infatti, costellato di divagazioni imprevedibili, sembra quasi illudere che ci sia uno schema ben preciso per poi cambiare completamente registro senza il benché minimo preavviso; basti pensare al passaggio Ska-Reggae di “Scarlet Dream” o — meglio ancora — al Trip-Hop allucinogeno con tanto di sassofono di “Nietzschean Conspiracy”, al cui testo ha lavorato un certo Bard Eithun (Emperor, Aborym, Blood Tsunami e molti altri).

Non che i brani più standard — che tutto sono, fuorché standard — siano da meno: l’apertura affidata a “Corpsecry – Angelfall” rimane uno dei momenti più caratteristici della carriera dei Sigh, grazie agli intrecci di chitarre e tastiere dai suoni Settantiani, alle ritmiche elementari eppure incredibilmente efficaci e alla vocalità estrema, nonché all’inserimento di urla infantili qua e là; un mix di ingredienti inedito che lascia il segno fin dal primo ascolto per via della sua particolarità.

L’imprevedibilità della suite “Slaughtergarden” — composta come se fosse una sorta di cortometraggio horror — si manifesta in tutti i suoi undici minuti, evolvendosi tra sensazioni industriali, voci aliene, sintetizzatori psichedelici e passaggi che sfociano nel Jazz con tanto di Fender Rhodes, il tutto senza tralasciare l’energia Rock delle sei corde di Shinichi; questa caratteristica risulta vincente specialmente in brani costantemente percorsi da un’alta elettricità quali “Ecstatic Transformation” e “Bring Back The Dead”, anch’essi senza disdegnare peculiarità come il momento lisergico al centro del primo e le imponenti percussioni del secondo.

I migliori trip allucinogeni avvengono, invece, con la più cadenzata “Dreamsphere (Return To The Chaos)”, caratterizzata da movenze talvolta mediorientali, così come “Requiem – Nostalgia” sfrutta una certa malinconia in sottofondo riscontrabile nei cori accompagnati dal mellotron. La vera perla dell’album, tuttavia, rimane “A Sunset Song”: il binomio tra l’atmosfera da tramonto sulla spiaggia e l’aggressività di stampo Heavy-Black è talmente grottesca da essere ancora oggi inimitata e inimitabile; specialmente quando arriva a trasformarsi improvvisamente in un pezzo Disco, per poi ritornare con altrettanta nonchalance sul litorale infernale.

Imaginary Sonicscape viene spesso considerato tra i più grandi capolavori della band giapponese e non a torto: l’idea di applicare la psichedelia al Metal — più o meno — estremo è qualcosa che da lì a qualche anno avrebbe preso piede, seppur in una forma molto differente; questo lavoro rimane, quindi, pressoché unico nell’avanguardia metallica, ma alla sua uscita dimostrò quanto ci si potesse spingere oltre i confini del genere, senza per questo scavalcarli del tutto.


CONTROVERSIE SOTTO IL SOLE DI MEZZANOTTE

Gallows GalleryLa collaborazione con Century Media dura ben poco, poiché già al disco successivo i Sigh sono costretti a trovare una nuova casa, incontrando Candlelight Records e Baphomet Records; il motivo è la controversa e non apprezzata scelta di aver lavorato con tecniche legate alle armi soniche della Seconda Guerra Mondiale… O, almeno, così narra la leggenda.

La realtà è molto meno surreale: la ragione per cui l’etichetta tedesca divorzia dai giapponesi è il deciso cambio di stile, sempre più lontano dall’estremismo nero degli esordi; per prendere due piccioni con una fava, la stessa scusa viene sfruttata per spiegare il principale difetto che affligge Gallows Gallery: un difetto che spingerà la stessa band a pubblicarne una versione rimasterizzata a soli due anni dalla sua uscita. Questo grande problema non riguarda le composizioni e tanto meno la performance dei musicisti, bensì la qualità del suono a dir poco amatoriale; l’album ne esce pesantemente penalizzato, tuttavia ciò non riesce a sbiadirne completamente il valore, che verrà degnamente valorizzato nell’edizione successiva.

Per quanto riguarda la svolta stilistica, è comprensibile che un lavoro di questo tipo prodotto da una band Black Metal possa spiazzare: si tratta, infatti, di un’uscita più vicina al Metal classico, una sorta di Power Metal con punte di Heavy e Thrash che continua a strizzare l’occhio a decenni ormai lontani. Eppure, classico è un termine decisamente fuorviante per descrivere Gallows Gallery

Uno degli elementi che lasciano più a bocca aperta sono le linee vocali di Mirai, che per la prima volta prende le distanze dallo scream, preferendo invece uno stile decisamente più pulito, manipolato digitalmente e quasi sempre posto su più strati, in modo da formare una sorta di coro. Pur sfruttando linee incredibilmente orecchiabili e qualche acuto qua e là, la vocalità del cantante non è affatto assimilabile agli standard Power Metal: la sola “Silver Universe” presenta una strofa con un accompagnamento apparentemente uscito dagli anni Sessanta, alternata a un ritornello quasi caotico, eppure in grado di rimanere impresso fin da subito. Mirai sperimenta anche con tecniche meno comuni, quali il kargyraa sul finale di “The Enlightenment Day”, il sygit nell’intro di “Gavotte Grim” e il canto subarmonico: piccoli dettagli che donano un tocco orientale al disco.

Le sensazioni asiatiche si palesano a più riprese, abbracciando gran parte del continente, grazie all’uso di strumenti etnici come tabla, sitar, gong, taishougoto e campane tibetane; “The Enlightenment Day” si distingue specialmente per essere pervasa da una psichedelia di natura mediorientale. Un’altra presenza esterna è quella del sassofono di Bruce Lamont degli Yakuza, che si sposa senza fatica con l’energia Rock’N’Roll di “Midnight Sun”, arricchisce il Power Metal di “In A Drowse” e offre un proprio contribuito all’atmosfera asiatica. Non mancano, inoltre, passaggi sinfonici inaspettati, ad esempio sul finale epico e battagliero di “Confession To Be Buried”, ma soprattutto nella quieta ed eterea “The Tranquilizer Song”; qualche intervento di una batteria elettronica chiude il complesso e variegato quadro.

Il cuore di Gallows Gallery, tuttavia, risiede negli aspetti più prettamente metallici; in particolare, le chitarre di Shinichi e dei vari ospiti sono la chiave del successo di molti brani: i riff e gli assoli di “Messiahplan” e le tendenze nipponiche nella seconda metà di “Pale Monument” sono solo alcuni tra i migliori momenti offerti dalle sei corde, spesso in un bizzarro contrasto tra la vivacità delle proprie melodie e l’atmosfera malinconico-nostalgica dei testi e del resto della musica. Questo album, inoltre, vede l’ingresso di Junichi Harashima alla batteria, dando modo a Satoshi di spostarsi al basso e offrendo una performance più dinamica che mai dietro le pelli.

Controverso fino al midollo, Gallows Gallery è un capitolo particolare della discografia dei Sigh: decisamente atipico anche per una band così eclettica, eppure indiscutibilmente legato allo stile che nel tempo l’ha resa un’entità fondamentale nell’ambito del Metal meno canonico.


REQUIEM PER L’UMANITÀ

Hangman's Hymn - Musikalische ExequienLa ristampa di Gallow Gallery avviene nel 2007 tramite The End Records, ennesima etichetta che si offre di ospitare Mirai e soci. Nel frattempo, la band non è stata con le mani in mano, tutt’altro: nello stesso anno viene pubblicato il settimo lavoro sulla lunga distanza, Hangman’s Hymn – Musikalische Exequien.

Il disco è suddiviso in tre atti, dei quali due sono composti da tre tracce, mentre quello centrale da quattro. L’album si basa su una sorta di concept che si presenta sia nella musica che nei testi: melodie e temi ricorrenti su vari brani danno un senso di continuità all’opera, mentre le parole esprimono un odio totale verso l’umanità tutta.

Nonostante la tematica non sia affatto nuova al Metal estremo, la modalità in cui viene elaborata è alquanto peculiare. Sono presenti quattro aspetti nell’album: la Terra (rappresentata nel primo atto) è l’ambiente che consente all’essere umano di arricchirsi della propria ingordigia rivolta alle superficialità; al terzo atto si giunge all’Inferno, dove le fiamme infliggono la meritata pena al peccatore; il Paradiso viene solo accennato sul finale e subito negato, troncando così ogni speranza di salvezza; il Funerale, infine, si manifesta per tutta la durata del lavoro.

Non è un caso, infatti, che i brani siano arricchiti da cori in latino tratti dal requiem — peraltro cantati da alcuni fan — oltre che da orchestrazioni maestose ispirate soprattutto a compositori tedeschi del XVIII secolo; da notare il sottotitolo dell’album, indice della tendenza verso la Germania romantica. L’aspetto sinfonico — seppur realizzato con suoni artificiali, a eccezione della tromba di Tim Conroy — appare molto curato e prende diverse forme, che vanno dalla vena epica di “Inked In Blood” alla fierezza di “Death With Dishonor”, passando per qualche momento vagamente reminescente del circo maledetto di Scenario IV.

La particolarità di Hangman’s Hymn risiede nell’alternanza tra un’orchestra così pomposa e un ibrido di Black e Thrash — anch’esso di ispirazione teutonica — senza troppi fronzoli, anzi abbastanza crudo in alcune fasi puramente metalliche; tra le sfuriate a testa bassa in “Dies Irae / The Master Malice” e le ritmiche da headbanging di “Me-Devil”, trovano spazio anche momenti meno concitati come i riff vicini al Death melodico di “In Devil’s Arms” e gli assoli di matrice Heavy Metal.

Il ritorno di Mirai allo scream lascia intravedere i cambiamenti della sua vocalità estrema: più espressiva e curata rispetto al passato, senza comunque precludersi la possibilità di inserire alcuni passaggi puliti di tanto in tanto. Queste piccole variazioni — insieme ai cori — rendono l’approccio vocale più variegato e rispecchiano in pieno le due facce della musica.

Nonostante la suddivisione in brani, Hangman’s Hymn è da considerare come un’entità unica e rende al meglio se ascoltato nella sua interezza; al contempo, ogni traccia presenta caratteristiche che consentono di essere apprezzata anche slegandola dal contesto. Questo approccio a metà tra un concept album e un disco standard risulta perfettamente adatto a una band come i Sigh: la personalità sempre diversa che viene infusa a ogni uscita è plasmata in funzione della tematica scelta, così che il gruppo possa sfruttare appieno il proprio eclettismo senza risultare dispersivo.

Hangman’s Hymn porta inoltre una novità all’interno della band: cercando una modella per il libretto, il gruppo si imbatte in Mika Kawashima, che entra a far parte dei Sigh in qualità di cantante e sassofonista con lo pseudonimo Dr. Mikannibal.


MUSICA IN TEMPO DI GUERRA

Scenes From HellDopo aver pubblicato un tributo ai Venom con tanto di scambio di strumenti tra i membri, l’ormai quintetto si appresta ad aprire il terzo ciclo della propria discografia. Il 2010 è l’anno in cui esce Scenes From Hell, ancora una volta cambiando le carte in tavola.

In questo album, i Sigh dimostrano di aver imparato la lezione di Gallows Gallery e decidono di metterla in pratica nel migliore dei modi: sperimentando con la qualità del suono. Avendo come tre tematiche portanti la guerra, l’inferno e la morte, il disco necessita di due cose: una copertina terrificante e una produzione grezza. Inutile precisare che entrambe le richieste siano state esaudite.

Scenes From Hell si muove ancora tra il Black e il Thrash, ma la chitarra di Shinichi suona decisamente più rozza e con un tono più grave, in contrasto con i suoni limpidi di Hangman’s Hymn; anche la batteria risulta particolarmente sgraziata, specialmente quando le ritmiche sembrano tendere al Punk, come nelle tracce poste in apertura e in chiusura. Queste sonorità così — volutamente — sporche trovano la propria ciliegina sulla torta nel duplice approccio vocale fornito da Mirai e Dr. Mikannibal: il primo offre il suo ormai caratteristico scream, la seconda fa da contrappeso con un growl più profondo. I due si passano la palla in continuazione, generando così una grottesca deviazione della metafora de la Bella e la Bestia — tanto cara a certi ambienti Metal — dove non è chiaro chi dei due sia effettivamente più mostruoso; ciò, ovviamente, non considerando l’aspetto fisico, con tutto il rispetto per Mirai.

Nonostante le similitudini stilistiche con l’album precedente per quanto riguarda l’aspetto prettamente Metal, l’atmosfera è ampiamente diversa: è la perfetta colonna sonora per l’inferno che emerge nel caos della guerra, uno scenario riportato pienamente nel lavoro grafico di Eliran Kantor. Dal canto suo, la musica ricrea la stessa ambientazione mortifera attraverso l’uso di una piccola orchestra di ottoni e altri fiati, supportata dagli arrangiamenti sinfonici di Mirai, con un’ispirazione proveniente dai compositori russi. La sensazione di assistere a una diabolica marcia verso l’Oltretomba si manifesta soprattutto nelle due tracce funebri: le sirene antiaeree di “The Red Funeral” e i tempi cadenzati di “The Summer Funeral” infondono entrambi un disperato senso di terrore nell’ascoltatore.

La fiera epicità di una battaglia che non può che condurre alla morte si fa sentire in brani concitati come “L’Art De Mourir” e “The Soul Grave”, dove le melodie pompose e carnevalesche dell’orchestra contrastano e al contempo enfatizzano l’efferatezza del comparto metallico; lo stesso vale per “Vanitas”, dove sono presenti anche rallentamenti altrettanto maestosi e cruenti. La solita strumentazione variegata fatta di organi settantiani, pianoforti e quant’altro arricchisce i brani, con menzione particolare al theremin e all’assolo di sassofono di “Musica In Tempora Belli”; non sono da meno i contributi vocali di personaggi del calibro di Kam Lee e David Tibet, oppure del pubblico del Maryland Deathfest registrato e inserito in “Prelude To The Oracle”.

Le critiche alla produzione tutt’altro che cristallina continuano ancora oggi a rendere Scenes From Hell un album non del tutto compreso dal pubblico. I Sigh si rivelano atipici anche in queste scelte, rimanendo fedeli alla loro natura in bilico tra la vecchia scuola e l’avanguardia e spiazzando i seguaci di entrambe le fazioni.


INTRAPPOLATI IN UN INCUBO LUCIDO

In SomniphobiaNei due anni successivi all’uscita di Scenes From Hell, i Sigh producono un paio di uscite minori: la prima è un ep creato in occasione del Black Curse Over Hellsinki contenente quattro chicche per i collezionisti; la seconda — pubblicata l’anno successivo — è uno split a cinque per il quale i giapponesi propongono l’inedita “Somniphobia”. Come è facile intuire dal titolo, questo brano farà parte del nuovo capitolo pubblicato poi nel 2012.

Nel frattempo, ennesimi conflitti con l’etichetta di turno portano la band a tornare sotto l’egida di Candlelight Records, abbandonando così The End Records, con la quale i rapporti si chiuderanno nel peggiore dei modi: le accuse di rip-off lanciate dal gruppo nipponico non lasciano dubbi sulla conclusione della collaborazione.

Presentato come un «Imaginary Sonicscape da incubo», In Somniphobia riprende la psichedelia sperimentale del disco del 1999, applicando le evoluzioni degli oltre dieci anni successivi. Non solo: questo è, probabilmente, il lavoro più lontano dal Metal in senso stretto, abbracciando una vasta gamma di generi, prevalentemente Jazz ed Elettronica; questa volta, tuttavia, gli elementi esterni non sono semplici abbellimenti allo stile di base, ma ne diventano parte integrante, creando quindi un ibrido di difficile catalogazione; più del solito, si intende.

Ciò non significa che il Metal sia assente, anzi mantiene saldo il proprio ruolo fondamentale nella musica dei Sigh e ingloba qualsiasi cosa trovi sotto mano, con lo scopo di rinnovare senza sosta la propria natura, a partire dalla progressività settantiana che scorre in gran parte dell’opera e in ogni strumento. Gli influssi neoclassici plasmano l’elegante delicatezza di “Purgatorium” e la porzione centrale di “Equale”, brano che inizia con melodie latine e termina in atmosfere horror; il triplo assolo consecutivo di “The Transfiguration Fear” (tastiera, sassofono e chitarra) è solo il picco di una traccia che riesce a inserire percussioni mediorientali, cori magici e atmosfere western all’interno di sonorità vicine al Power Metal; e — appunto — non ci si dimentica del comparto metallico, come testimoniato da vari frangenti da headbanging di “Fall To The Thrall”. Tuttavia, è esattamente nel mezzo dei quattro pezzi citati che prende vita il vero spettacolo: “Lucid Nightmares”.

Le sette sezioni in cui è suddivisa la suite trasportano l’ascoltatore in un incubo di oltre quaranta minuti, fatto di follia e sperimentazione. Il sogno infernale si apre con un’intro lugubre e misteriosa per poi attraversare pesanti manipolazioni elettroniche, ampie divagazioni Jazz e quant’altro, il tutto senza mettere da parte quanto descritto in precedenza; le sensazioni mediorientali di “Somniphobia”, le sonorità Funk-carnivalesche di “L’Excommunication A Minuit”, l’affascinante sensualità di “Amnesia”, la bizzarria indescrivibile di “Far Beneath The In-Between” e il crescendo emotivo di “Amongst The Phantoms Of Abandoned Tumbrils” rappresentano le diverse fasi dell’incubo e sono collegate da brevi intermezzi disturbanti e destabilizzanti. La conclusione riprende quanto proposto all’inizio, senza però dare un minimo di sollievo alla vittima di questa tortura psicologica.

Per comprendere quanta carne al fuoco è stata messa nella realizzazione di questa opera, basti pensare che il libretto riporta oltre venti strumenti utilizzati dal solo Mirai e l’etc. posto a fine elenco lascia intendere che non è stato inserito tutto; tra sintetizzatori, effetti, varie tecniche e manipolazioni della voce, elementi etnici e stranezze quali una radio a onde corte, il leader non si è posto alcun limite. Senza dimenticare le performance degli altri quattro musicisti (specialmente il sassofono di Dr. Mikannibal) e degli ospiti che includono tromba, clarinetto, fisarmonica, sarangi e pianoforte, nonché i contributi vocali di Kam Lee e Metatron.

In Somniphobia è senza dubbio uno degli album più sperimentali e innovativi dei Sigh. Pur mantenendo lo sguardo costantemente rivolto ai suoni del passato, la band continua a rielaborare l’intera storia della musica secondo la propria visione, proseguendo per una strada che sostanzialmente nessun altro si azzarda a seguire. Una così lunga carriera all’insegna della retro-avanguardia è assolutamente degna di essere celebrata con un album dal vivo, uscito l’anno successivo per il ventennale di Scorn Defeat.


PAURA NELL’ORCHESTRA DEI MORTI VIVENTI

GravewardI lavori per la terza «G» subiscono un importante intoppo: lo storico chitarrista Shinichi viene allontanato dalla band in maniera piuttosto brusca; Mirai mette alla gogna l’ex-collega, accusandolo di trascurare la band e di non rendersi nemmeno conto di aver accordato male il proprio strumento. Si tratta della prima fuoriuscita dai tempi dei demo di inizio carriera, ma ciò non scoraggia il gruppo che si prodiga fin da subito per trovare un sostituto. La scelta ricade su You Oshima, unico membro dei Kadenzza, le cui attività sono state interrotte da una serie di sfortunati eventi; i Sigh offrono al musicista una grande opportunità per riprendere in mano la propria carriera musicale.

Con questa nuova formazione, i Sigh registrano e pubblicano Graveward nel 2015: un omaggio alle colonne sonore che caratterizzarono il cinema horror italiano; in particolare, l’ispirazione deriva dalle opere di Fabio Frizzi, più volte collaboratore di Lucio Fulci. L’atmosfera da brividi dei film prodotti nella Penisola durante gli anni Settanta e Ottanta viene incanalata in un Black-Thrash-Heavy Metal legato a doppio filo allo stesso periodo storico del genere non solo nelle composizioni, ma anche nelle scelte di produzione, ancora una volta lontane dalla pulizia cristallina odierna. Inoltre, l’idea iniziale di Mirai è di riempire il disco di sintetizzatori del passato quali minimoog e mellotron, ma le cose poi si sviluppano in maniera abbastanza diversa.

L’album suona meno sperimentale e più tradizionale del suo predecessore — almeno all’apparenza — eppure ugualmente curato e indiscutibilmente contrassegnato dall’inconfondibile marchio di fabbrica della band giapponese. I riflettori vengono puntati sia sulla chitarra del nuovo entrato You, sia sulle orchestrazioni e i sintetizzatori di Mirai, dando a entrambi modo di rendersi protagonisti delle macabre scene che prendono vita di brano in brano; l’assalto Thrash di “Out Of The Grave” e gli elaborati assoli del primo si alternano alla pomposità di “The Tombfiller” e alle sonorità filthiane di “The Trial By The Dead”, senza che l’uno sovrasti eccessivamente l’altro, dosando con attenzione i propri spazi e quelli del compagno. L’apice di questa collaborazione è la misteriosa e spettrale “A Messenger From Tomorrow”, una traccia che sembra letteralmente emergere dal regno dei morti; l’atmosfera cimiteriale, i tempi rallentati, il violino di Lyris Hung e i contributi vocali di Metatron e Kvarforth degli Shining rendono questo pezzo la perla del disco.

Non che il resto della scaletta sia da meno: ogni episodio è costellato di dettagli più o meno evidenti che ne delineano la peculiare personalità. C’è spazio sia per il rozzo Punk’N’Roll di “Dwellers In Dream” che per le raffinate incursioni Prog e Jazz di “The Casketburner”; i campionamenti, i glitch e gli effetti elettronici di “The Molesters Of My Soul” possono sorprendere in un album dai suoni così old school, eppure funzionano tanto quanto l’assolo di sassofono di “Out Of The Grave”. Sintetizzatori datati e gobliniani infestano le varie tracce insieme a linee vocali pulite e orecchiabili alternate allo scream mortifero di Mirai, come accade nel ritornello di “Kaedit Nos Pestis”.

Graveward puzza di morte come uno zombie appena riemerso dalla propria tomba: l’odore cadaverico permea tutto l’album, diventando a tratti soffocante e incutendo quel misto di tensione e curiosità tipico del periodo d’oro dell’horror. Se c’è un album che merita l’abusata definizione di Horror Metal, è senza dubbio questo; si può dire, quindi, che l’obiettivo dei Sigh è stato centrato in pieno.


MALCELATA FOLLIA

Heir To DespairLa creazione del nuovo album procede un po’ a rilento, tanto che la band pensa di registrarlo entro fine 2016, ma… Mirai deve imparare a suonare il flauto. Oltre a questa validissima giustificazione, la fase di missaggio e masterizzazione richiede molto tempo e si arriva quindi al 16 novembre 2018, data di pubblicazione di Heir To Despair.

Il tema di questo lavoro è la malattia mentale, rappresentata nella copertina da una donna apparentemente felice che, con il suo sorriso, tenta invano di nascondere la realtà disastrosa della propria casa; a tal proposito, è bene notare che Eliran Kantor si è ispirato a pubblicità giapponesi di psicofarmaci degli anni Sessanta e Settanta inviategli dal leader del gruppo giapponese.

La presentazione di Heir To Despair è alquanto particolare: un album talmente personale che non piacerà a nessuno, ad eccezione del suo creatore; la visione di Mirai in merito alla sua ultima creazione, tuttavia, viene smentita prontamente dai fan e dalla critica. “Homo Homini Lupus” anticipa l’uscita del disco e conquista facilmente il pubblico dei Sigh; nonostante ciò, Mirai insiste sulla sua idea secondo cui apprezzare questo brano significherà disprezzare il resto della scaletta.

C’è un fondo di verità nelle parole del musicista: Heir To Despair non può essere rappresentato da un pezzo così diretto e relativamente poco sperimentale come “Homo Homini Lupus”, dove per poco sperimentale si intende mettere insieme un riff pienamente maideniano, un’aggressività di stampo Thrash, suoni sintetici settantiani e la voce di Phil Anselmo; tuttavia, nei suoi cinque minuti e mezzo contiene solo una minima parte della follia messa in atto nel resto dell’opera.

I nove brani pescano spesso e volentieri dall’intero continente asiatico, passando dalle sensazioni mediorientali particolarmente evidenti in “Aletheia” e in “Hunters Not Horned” all’uso di strumenti quali lo shamisen di Kevin Kmetz, il taishōgoto e il sitar, il tutto con l’inaspettato uso della lingua giapponese nei testi che — specialmente nei numerosi passaggi puliti — dona un ulteriore tocco orientale all’album, come accade proprio in “Homo Homini Lupus”; la scelta di sfruttare l’idioma nipponico, inoltre, consente al leader di cantare in maniera meno impacciata, come testimoniato dalla velocità supersonica con cui vomita il testo di “In Memories Delusional”. Questa tendenza all’est, tuttavia, non significa che non ci sia modo di inserire sorprese come un brevissimo intermezzo Ragtime.

Questi aspetti etnici vengono posti su un insieme di riff NWOBHM, sfuriate Thrash, sperimentazioni Avant-Prog, un po’ di malignità Black, una minima dose di Power e tutto ciò che fa parte dell’esperienza dei Sigh, compresi gli assoli di You Oshima, ormai pienamente a suo agio nel gruppo. Tuttavia, se è vero che ritrovarsi improvvisamente tra sinfonie epico-drammatiche o nel mezzo di un momento Rock’N’Roll è fondamentalmente la norma in un loro album, è altrettanto vero che “Heresy” riesce a lasciare a bocca aperta anche il più sfegatato dei fan: tra le varie bizzarrie, i suoi tre movimenti inglobano i glitch da incubo di In Somniphobia, con tanto di raptus di sassofono; atmosfere orientali reminescenti di Infidel Art unite a un clavicembalo neoclassico; una sezione ritmica completamente elettronica; un riff preso in prestito dagli Slayer; voci di ogni tipo, comprese alcune infantili e altre robotiche; una ballata giapponese di qualche decennio passato accompagnata-disturbata da un incessante rumorismo in sottofondo; una costante psichedelia a dare una sorta di senso a questo caos. Tutto ciò accade in poco più di dieci minuti.

A questo punto, qualcuno potrebbe chiedersi dove sia finito il famoso flauto citato in apertura; la risposta è semplice: la sua presenza è diffusa in tutto l’album ed è uno dei maggiori punti di forza di diversi brani. Basti ascoltare la malinconica title track o la più dinamica “Hands Of The String Puller”, entrambe caratterizzate da una forte impronta Prog che nel terzo ciclo della discografia della band si è fatta sempre più importante. Heir To Despair è la degna conclusione di questo quartetto di album, proprio grazie alla sua forte tendenza progressiva. Pur non sapendo cosa ci aspetta con la prossima S, possiamo stare certi che i Sigh non mancheranno di stupirci.



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