Viimeinen Atlantis: il presagio apocalittico degli Stam1na

Viimeinen Atlantis: il presagio apocalittico degli Stam1na

Dopo essere arrivati in Italia prima di spalla a Omnium Gatherum e Skálmöld nel 2017 e poi assieme a Insomnium e The Black Dahlia Murder lo scorso dicembre, è giusto che il Belpaese (ri)scopra gli Stam1na; e il punto di partenza più adatto per questo viaggio non può che essere Viimeinen Atlantis, disco cardine nella carriera della band finlandese.

Nati nel ’96 a Lemi, piccolo comune del sud-est della Finlandia abitato da meno di tremila anime, e cresciuti a pane e ignoranza, i Nostri hanno impiegato oltre un decennio a stabilizzare la propria formazione, pubblicando nel frattempo tre dischi che li hanno portati a raggiungere un discreto successo a livello nazionale. Se in Stam1na (2005) il loro lato thrash è ancora molto forte, pur in parte già stemperato dalla melodia generale, con Uudet Kymmenen Käskyä (I Nuovi Dieci Comandamenti, 2006) si iniziano a percepire più marcatamente le influenze prog. Finalmente, dopo dodici anni di attività, Raja (Confine, 2008) si piazza in cima alle classifiche finlandesi, a conferma di quanto funzioni il prog-heavy-thrash di matrice fortemente melodica dei finno-figliocci di Devin Townsend e dei suoi Strapping Young Lad, misto alla follia dei suoi membri (che emerge di prepotenza nel video di “Lääke”, ad esempio).

Facciamo ora un salto fino al 2010, anno in cui gli Stam1na approdano all’Ultima Atlantide. È stato un sogno — un incubo o forse un presagio, visto come sono andate le cose — a suggerire ad Antti Hyyrynen (cantante, chitarrista e frontman) l’allegoria su cui costruire il concept del quarto album: un orso polare in estrema difficoltà su una lastra di ghiaccio, alla deriva. Così prende vita Viimeinen Atlantis, un disco di critica sociale feroce e spietata: perché l’uomo sta distruggendo la natura, il mondo brucia, il futuro scompare dal nostro ventaglio di possibilità, e tutto questo sembra non interessare a nessuno. Si tratta di una tematica di grandissima attualità, decisamente, ma anche un argomento già trattato da altri gruppi (fra cui i Gojira) negli anni. Eppure questo album si distingue dalla massa perché ha carattere, è un’opera con le palle, in cui le chitarre viaggiano a pieno regime e serpeggiano tra una sezione ritmica incalzante e multiforme, in un contesto in cui le tastiere fanno da collante dell’intero sistema e la prova vocale di Hyyrynen, soci e ospiti vari risulta assolutamente priva di criticità.

Viimeinen Atlantis è la chiave di volta per capire chi sono gli Stam1na e qual è stata la parabola evolutiva che, con l’uscita di SLK nel 2014, li ha portati prima in Europa assieme a Insomnium e Fleshgod Apocalypse, e successivamente, dopo la pubblicazione di Elokuutio (2016), sulla più grossa americanata galleggiante finora mai esistita: la 70000 Tons Of Metal.


Il concept degli Stam1na inizia con un S.O.S., acronimo in questo caso di «Salatkaa Oma Sijaintinne» (nascondete la vostra posizione): due minuti e spiccioli per un brano che, a conti fatti, manca di una vera e propria parte cantata in favore di quella che si scopre essere, nella seconda metà del pezzo, una sorta di registrazione lasciataci dal protagonista del racconto. È sua la voce che sentiamo dall’interno di un aereo in avaria, mentre precipita verso morte certa. Non si tratta del classico messaggio lanciato per chiedere soccorso quanto, piuttosto, per invitare chiunque lo ascolti a non dimenticare. Ci sono flashback, rimpianti, avvertimenti, secoli di storia e momenti di vita personale condensati in questi centoventi secondi, apparentemente le ultime parole pronunciate dall’ultimo uomo sulla Terra. Dopodiché si passa in maniera netta a un brano dal titolo profetico: “Il Punto Di Non Ritorno”.

Dopo il messaggio via radio registrato dal protagonista durante la sua caduta ci si sposta in un passato che sa molto di presente (o quantomeno del presente del 2010), tra riferimenti a Desperate Housewives, ai vari Idol e a programmi televisivi simili. Il superamento del cosiddetto punto di non ritorno era stato palese per tutti, eppure accolto con gioia «come l’arrivo dell’ultima chiamata al pub: [sarebbe stato] solo un motivo in più per festeggiare». La vita scorreva grigia e i suoi vuoti venivano riempiti da azioni compiute con noncuranza, da parole dette solo per dare fiato alla propria gola. Sono stati i problemi di distribuzione dell’energia elettrica a segnalare l’inizio della fine, con i televisori che perdono il segnale che fanno il paio con i cervelli dei felici ubriaconi in questo brano, destinati a marcire senza tecnologia; nessuno di loro avrebbe saputo come fare ad arrivare al mattino successivo: «i loro discorsi si spegnevano come stelle morenti che danzano». A questo punto siamo quasi pronti a entrare nel vivo di Viimeinen Atlantis.

«Fintanto che inquinare sarà gratuito, chiunque non stia dalla parte dei negozi ne pagherà le conseguenze»: la terza traccia in scaletta inizia tematicamente in medias res ed è una delle più tirate e direttamente accusatorie (a differenza del suo video completamente folle che trovate qui sotto). “Pakkolasku” gioca con la lingua finlandese, in primis unendo sotto un solo titolo sia il significato di conto (da pagare) obbligatorio che quello standardizzato di atterraggio d’emergenza; laddove quest’ultimo si riallaccia direttamente alla cornice narrativa, il primo anticipa più nello specifico il contenuto del pezzo e la critica che questo porta avanti nei confronti della società contemporanea. Vivere senza badare alle conseguenze del nostro stile di vita è l’atteggiamento standard del genere umano, quello che (soprav)vive di consumismo e che quando sente parlare di 3×2 perde la testa: «Quando ci sono tre cose al prezzo di due / Prendiamo questo e questo e questo e questo e questo».

Ancora acida ironia, ancora giochi di parole, ancora una traccia spinta. “Jäteputkiaivot” stavolta sovrappone i significati di «jäteputki» (tubo di scarico), «putkiaivo» (qualcosa che si dice di qualcuno con una fissa ossessiva) e «aivot» (cervello) per continuare a gettare con ferocia sale su quella ferita aperta e sanguinante provocata dalla negligenza del modo di vivere dell’uomo. Antti e soci prendono di mira direttamente il business dell’intrattenimento, criticando la merda che l’industria occidentale ci sbatte continuamente in faccia, descritta come «un bukkake occidentale che discende sui nostri volti». Le urla del ritornello ci raccontano una storia di maggior consapevolezza rispetto a quella di “Pakkolasku”, una visione fortemente critica della società in cui viviamo, dominata dalle sovrastrutture che ci servono qualsiasi cosa e allo stesso tempo dal nostro attaccamento allo status quo che ci fornisce i perfetti paraocchi per non mettere mai in discussione la realtà dei fatti: «Quello che abbiamo creato / Quello che ci ha divertito / Quello in cui affoghiamo / Nell’intrattenimento di merda». Nella chiusura, una rivelazione di poche parole: «Salva la natura / Minimizza lo sfruttamento e muori».

A questo punto, facciamo un passo indietro per un secondo. Certe battaglie, in passato, erano combattute e vinte terra marique (ovvero per terra e per mare). A distanza di secoli l’espressione, ampliatasi, è diventata il motto di un battaglione dell’aeronautica italiana: in questa accezione, cielo terra marique indica e sottolinea la totalità del campo d’azione delle forze armate. Questo per introdurre “Maalla, Merellä, Ilmassa” (per terra, per mare, per aria) nella maniera più appropriata: perché a metà dell’opera, gli Stam1na ci fanno crollare nello sconforto più totale. Il giorno in cui alla radio viene annunciata la fine delle risorse naturali segna l’inizio della fine. La paura dilaga, il cambiamento spaventa, fermarsi è morire e altre frasi più o meno emblematiche vengono strascicate e ripetute a manetta, sganciate come bombe sull’ascoltatore. «Le stazioni di rifornimento che vendono il vuoto sono il capolinea: marciamo in guerra contro la nostra terra: una guerra che perdiamo, per terra, per mare e per aria, scomparendo nella terra, nel fango e nei gas velenosi».

Subito dopo aver descritto lo sconforto del disastro al quale lo stile di vita adottato dall’umanità ci ha portati, gli Stam1na fanno raccontare (e criticare) al protagonista di Viimeinen Atlantis attraverso una serie di riflessioni la condizione psicologica e religiosa mondiale. Le parole con cui si apre “Elämän Tarkoitus” sono emblematiche: «da piccolo mi è stato detto: se osservi una pietra la puoi vedere crescere, respirare e vivere»; ma nel fare questo, la ragione porta il protagonista a una consapevolezza diversa, ovvero quella di essere stato lui stesso a crescere nel tempo. Il problema cruciale della società in cui vive è che la cosiddetta verità viene trasmessa dall’alto verso il basso, le risposte date solamente a chi alza la mano e si conforma al modus vivendi generale, ma questo non vuol dire che il sistema funzioni. A chi venera la saggezza dei testi sacri rifiutando ciecamente qualsiasi altra alternativa, Antti urla che «è sensato interrogarsi, scegliere natura e conoscenza, poiché siamo un anello della catena per un attimo, questo è quanto». La rabbia nei confronti di questo sistema è ancora più esplicita nella seconda metà del pezzo, quando, nelle sue riflessioni, l’ultimo uomo sulla terra sottolinea come si possa consigliare di andare bellamente all’inferno a quelli che si professano insegnanti e a quelli che aspettano risposte, chiese, templi e castelli da fiaba. «Qual è la domanda a cui non è stata data una risposta?» ci si chiede sul finale di “Elämän Tarkoitus”: il senso della vita è camminare coi propri piedi.

Dopo questo breve ma intenso viaggio nella mente del protagonista, però, si torna più carichi di prima nel vivo dell’apocalisse. In un mondo che va a rotoli le notizie sono tutto e, morta la stragrande maggioranza delle tecnologie, la principale fonte di news diventa la buona vecchia comunicazione orale che, però, già puzza di stantio, come raccontato in “Piste Jolta Ei Ollut Paluuta”. La consegna delle notizie da persona a persona fa la differenza, eppure il protagonista, il Messaggero di questo omonimo brano, conscio della rilevanza del suo compito, sogna la fuga, la brama ardentemente. «La notizia», viene detto, «potrebbe già riecheggiare nei bunker, la novità potrebbe gettar luce sulla ricostruzione delle porte e delle statue della città ma», nella grande distopia generale, tutto ciò termina con un sonoro «ma no». Il breve ma intenso settimo capitolo di questo viaggio verso l’Ultima Atlantide esprime senza mezzi termini la voglia di fuga dettata dall’insoddisfazione di un mondo governato da una cultura che sta stretta al protagonista, una forma mentis che tutt’oggi, nonostante il decennio trascorso dalla pubblicazione del disco, è tristemente attuale.

È così che arriviamo a “Rikkipää”, testa rotta ma anche testa di zolfo, un brano che puzza delle conseguenze della devastazione causata dall’umanità, un disastro vissuto con rabbia e affrontato quasi con strafottenza dal genere umano. «Tirandomi fuori con le unghie dalla cenere, mi sono rialzato e ho notato che tutto il cazzo di mondo era un enorme incendio»: serve davvero una descrizione più vivida per rendere la desolazione della realtà devastata descritta in questo disco? «Nel portare le nostre torce verso le carcasse dei nostri divani, ho detto: solo la plastica vive per sempre». C’è odio, c’è angoscia, la condizione in cui versa il Pianeta è pessima e l’uomo sembra regredire allo stato bestiale, condizione dalla quale continua inutilmente ad appigliarsi ai suoi vuoti punti di riferimento. La critica al potere si può riassumere in queste poche, direttissime parole: «il potere corrompe questo sistema marcio, le sue fronde decadute con su i suoi putridi frutti». La fine del mondo è attuale: «il mare annega tutto e il suo livello sale, sale, sale». Non c’è altro da aggiungere.

L’arrivo della catastrofe marina più disarmante già preannunciata in “Rikkipää” («incendi boschivi come enormi onde di uno tsunami») si concretizza nei minuti successivi. Siamo quasi all’epilogo: i continenti si sono mossi e hanno dato vita a una enorme, gigantesca onda che incombe. Nella frenesia, mentre le onde si ritirano per addensarsi nello tsunami, il tempo rimasto è quello per darsela a gambe, per fuggire, ma in tutto questo caos c’è comunque spazio per il classico briciolo di sarcasmo salmastro che contraddistingue i testi della band di Lemi: «il modo più sicuro per farsi ammazzare è starsene stesi in spiaggia». Procede la fuga, l’evacuazione del genere umano, e la descrizione del folle esodo verso gli aeroporti passa per giorni di corse, crampi e malessere dominati dalla legge del più forte, lasciando nei sopravvissuti («[solo] una metà era giunta all’aeroporto, il resto era morto») un totale vuoto emotivo, coma e un amok pressante. Sul finale, tra gli increduli fedeli da un lato e i pazzi che credono di crepare da eroi accogliendo l’onda anomala, il protagonista è stremato, sta perdendo le forze: cedere al riposo, festeggiare la fine della corsa e delle sofferenze sembra una prospettiva quasi allettante; ma no, no e no. Smosso da quella che non può essere altro che sisu, prosegue a lottare in quella sorta di competizione per sopravvivere che si sta tenendo sulla superficie di un mondo che affoga.

Il volo su cui si trova il protagonista del racconto è l’unico apparentemente sopravvissuto, gli altri aerei sono precipitati; nel disastro, un’immagine perturbante: «il cherosene brucia, il sole cala all’orizzonte nel tramonto più bello di sempre». A un certo punto la macchina sarebbe stata fatta atterrare, il prezzo sarebbe stato pagato, il sangue si sarebbe mischiato con l’acqua. La prospettiva si rabbuia ulteriormente in quello che a tutti gli effetti si può identificare come il pezzo più cupo e spinto dell’intero album: il volo è instabile, sta per finire anch’esso nell’oceano e il protagonista è consapevole di non saper nuotare, ma prova lo stesso a rincuorarsi dicendo a se stesso che lotterà. La condizione umana negli attimi che precedono di poco il disastro viene descritta come tristemente simile a quella di Icaro: è così che nel ritornello di “Eloonjäänyt” (sopravvissuto) si colgono sia questi rimandi classici che il cuore della critica urlata a suon di thrash-prog fin qui. Ma il viaggio è stato troppo lungo e faticoso, tra confini, onde, nemici, sopravvissuti e speranze rimaste. «Ora vedo tutto più chiaro», ammette a se stesso il protagonista, «e abbandono tutto ciò che non è necessario» (qualcuno ha detto “The Art Of Dying”?), «mi chino oltre il comodo sedile e registro la mia storia e quando il mare chiamerà io sarò in ascolto». Poi lo schianto e il nulla. Le onde e l’eco delle ultime registrazioni in malfunzionamento ci guidano verso la fine del viaggio.

Ci pensa “Viimeinen Atlantis” a indirizzarci verso l’oblio. La title track dell’album si presenta a noi in tutto il suo tetro splendore come una ballata che tira le somme di questo disastroso, distopico racconto. Il ciclo continua, l’evoluzione prosegue e il mondo si adatta («i volatili fanno il nido nel polistirolo già da molto prima di noi»); il velivolo galleggia tra le onde, il viaggiatore è alla fine della sua storia. Sul mare ormai c’è un enorme continente di plastica che, come una zattera, copre l’Europa: sotto di esso giace dormiente l’Ultima Atlantide. L’immagine dell’orso polare in difficoltà per la costante diminuzione del ghiaccio si palesa, finalmente, utilizzata per descrivere come anche questo animale può chiaramente sopravvivere senza ghiaccio, adattandosi, cosa di fatto impossibile per l’essere umano del quale abbiamo finora seguito le vicende: la voce narrante lo vede sconfitto e lo rappresenta sull’orlo dell’estinzione. Il mondo, dalla sua, si riprenderà, minimizzerà il danno e la catastrofe per rimettersi in sesto, un po’ alla volta, mentre lentamente continua ad affondare negli abissi l’ultimo baluardo del progresso umano.


Ancora dopo dieci anni Viimeinen Atlantis è un album terribilmente attuale: il mondo nel 2020 soffre e brucia e non si riesce a trovare una soluzione ai mille problemi che lo affliggono. Forse il problema siamo noi, il genere umano, nient’altro che un virus che infetta il Pianeta, parafrasando le parole dell’Agente Smith; forse siamo ciechi, forse semplicemente non vogliamo vedere. L’ora è tarda, purtroppo, e dobbiamo darci una mossa. Magari questo balzo indietro allo scorso decennio può tornarci utile.

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