TOM G. WARRIOR – Ascesa e caduta dei Celtic Frost (pt. II)

Artista:Thomas Gabriel Fischer
Provenienza:Svizzera
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Ci eravamo lasciati nella prima parte della monografia dedicata a Tom G. Warrior col Nostro e Martin Eric Ain che, in preda a un raptus, decidono nel giro di una notte di smantellare gli Hellhammer e pianificare tutto ciò che concerne i Celtic Frost, uno dei trii elvetici più iconici della storia insieme a Rezzonico, Gervasoni e il poliziotto Hüber. Resta tuttavia il problema del batterista, che tanto ha ammorbato l’entità precedente: dopo una brevissima parentesi con Isaac Darso, i due trovano ancora rifugio in Stephen Priestly, che dopo un doveroso chiarimento acconsente a rientrare nella band a tempo determinato.

I lavori per il primo album, Morbid Tales, procedono spediti e l’apporto di Martin dal punto di vista lirico è più importante che mai: necromanzia e politica nell’antico Egitto, Giovanna d’Arco, il Necronomicon, tutti riferimenti intellettuali che si affiancano perfettamente alle composizioni e ai quali Tom guarda con profonda ammirazione.


CELTIC FROST: ATTO PRIMO

L’ennesima spedizione verso la metà capitalista di Berlino, un vero e proprio viaggio della speranza attraverso la Germania Est, culmina con le registrazioni di Morbid Tales, che contiene anche l’ultimo brano composto per gli Hellhammer, “Visions Of Mortality”, vero e proprio cordone ombelicale che lega i Nostri con quanto fatto fino a pochi mesi prima. “Into The Crypts Of Rays” introduce l’ascoltatore a qualcosa di estremamente violento e feroce, ma nel quale gli indizi di un’evoluzione fuori dagli schemi sono ben visibili: già dall’intro “Human”, un urlo di Tom e Martin ripetuto in loop, si intuisce la vena sperimentale che a questo punto trova la sua più importante manifestazione su “Danse Macabre”, una composizione dai toni onirici e disperati; così come “Nocturnal Fear”, di per sé un assalto sonoro abbastanza inedito per l’epoca, presenta anch’esso una breve parentesi dello stesso tipo. Per quanto questi elementi siano pionieristici per la band e per la musica estrema, il grosso del materiale è aggressività dura e pura, anche quando i ritmi si fanno più lenti come nelle iconiche “Dethroned Emperor” e “Procreation (Of The Wicked)”, ancora oggi due cardini delle scalette dei Triptykon.

Il ritorno in Svizzera rimette il gruppo nuovamente di fronte alla dura realtà: Priestly ricomincia ad avere il mal di pancia e non si trova a proprio agio, come dimostra un set fotografico in cui figura più rigido di una scopa mentre gli altri due danno il meglio (o il peggio) di loro in varie pose proto-black metal; la Noise invece mostra grossi dubbi sul successo di Morbid Tales, ponendo il veto sull’inclusione di due tracce extra e pubblicando l’album con un fantastico adesivo in cui si fa riferimento agli ex membri degli Hellhammer. Buone notizie arrivano dalla stampa: il disco è praticamente osannato a destra e a manca, anche dai più acerrimi detrattori del passato. Le offerte per suonare dal vivo non mancano, anzi, ma la band è di nuovo al punto di partenza con l’annoso problema della lineup: la soluzione arriva volgendo lo sguardo al Nuovo Mondo — ma in realtà dietro casa — e trovando Reed St. Mark (all’anagrafe Reid Cruickshank), un batterista statunitense di base proprio a Zurigo. Si completa quindi la prima formazione stabile, nonché più importante, dei Celtic Frost.

Uno dei primi scatti ufficiali dei Celtic Frost in formazione storica. (© Sergio Archetti)

L’ETÀ AUREA

L’EP Emperor’s Return è la prima registrazione con il batterista d’oltreoceano, che con la celeberrima “Circle Of The Tyrants” funge da preludio all’opera magna del terzetto. Il 1985 è infatti l’anno di To Mega Therion, quello che per Tom e Martin sarebbe dovuto essere il primo vero album della band sin dal suo concepimento. La copertina è la prima di una serie di collaborazioni con H.R. Giger, contattato dagli Hellhammer anni prima senza un briciolo di aspettativa, e mette in bella mostra il dipinto Satan I, realizzato dal progettista e creatore dello Xenomorfo di Alien nel 1977 e concesso ai due increduli ragazzi. Nelle parole dello stesso Tom, l’attesa nell’utilizzarlo è da ricollegarsi alla bassa qualità delle composizioni precedenti.

Questa volta, invece, il risultato è superlativo: “Innocence And Wrath”, con i suoi magniloquenti timpani e ottoni, mette subito in chiaro le intenzioni del trio. L’album, intriso fino al midollo di tematiche occulte, si muove tra mid-tempo granitici e improvvise accelerazioni, su coordinate stilistiche estremamente personali che ci consegnano una serie di brani imprescindibili, dal primo all’ultimo: dall’impatto iniziale con “The Usurper” alla già citata “Circle Of The Tyrant”, i Nostri toccano vette quasi inarrivabili come “Dawn Of Megiddo”, in cui la componente orchestrale assume una posizione predominante rispetto al resto. L’apice assoluto lo si trova alla fine, dopo la sperimentale “Tears In A Prophet’s Dream”: la magnifica “Necromantical Screams” (a detta di chi scrive l’essenza dei Celtic Frost in sei minuti e spiccioli) è il sigillo, per Tom Warrior, di un’opera sognata da anni, comprendente una serie di tracce fondamentali per il futuro sviluppo dei generi estremi, poiché mescola death e black nelle loro forme primordiali, ma anche doom, ambient e altro.

La genesi di To Mega Therion è comunque travagliata: Martin viene allontanato dalla band prima di registrare, causa scarsa motivazione, legata a una situazione familiare e personale che lo rende «inadatto a qualsiasi cosa nella vita». Le parti di basso vengono registrate da un turnista, ma per fortuna la situazione ritorna alla normalità pochi mesi dopo con l’uscita dell’EP Tragic Serenades, che consta di due tracce con il basso ri-registrato da Martin insieme a una versione più cazzona di “Return To The Eve”.

Passata anche questa scossa di assestamento, arriva il 1987: è l’anno in cui i Celtic Frost si spingono ai limiti in termini di sperimentazione e azzardi sonori con Into The Pandemonium, da molti considerato il capostipite dell’avantgarde metal. La copertina questa volta è opera di un grande artista del passato, Hieronymus Bosch, e dà bene l’idea di quanto sia bizzarro il contenuto del disco. In quegli anni, il trio si lascia affascinare da correnti più o meno estranee al metal come post-punk e new wave, quindi col senno di poi non sorprendono la forte componente elettronica che permea il lavoro e la spiazzante “Mexican Radio”, cover dei Wall Of Voodoo posta in apertura. Into The Pandemonium presenta relativamente pochi richiami a quanto fatto in passato, mette piuttosto sul piatto parecchi elementi nuovi e peculiari: esempi sono la tipica voce lamentosa di Tom Warrior in “Mesmerized” e “Sorrows Of The Moon”, le percussioni di “Caress Into Oblivion (Jade Serpent II)”, le voci femminili che assumono un ruolo preponderante e ancora più archi ed elementi orchestrali, come sulla maestosa “Oriental Masquerade”. Tra i tasselli fondamentali del lavoro si piazzano di diritto “One In Their Pride – Porthole Mix”, un vero e proprio trip su territori industrial e dub, e “Rex Irae (Requiem)”, prima parte di un trittico — un requiem, appunto — che sarà completato soltanto nel 2019 in occasione dell’esclusiva esibizione al Roadburn Festival.

Il tour di promozione all’album risulta però fatale agli elvetici: problemi finanziari, tensioni interne e rapporti tutt’altro che idilliaci con la Noise Records portano allo scioglimento della band, la prima delle tre rotture nell’arco della sua esistenza.

Addio pelle e borchie, benvenuto neoclassicismo.

LA FELICITÀ FA MALE

La seconda — e di gran lunga più discussa — parte della storia dei Celtic Frost si apre con Tom Warrior che, vuoi in preda a un attaccamento verso la sua creatura, vuoi per una maggiore spensieratezza rispetto al passato, riforma la band, assoldando il redivivo Stephen Priestly, Curt Victor Bryant al basso e soprattutto il chitarrista Oliver Amberg. Quest’ultimo sarà spesso additato in futuro come la causa di ogni male, dove per ogni male si intende il famigerato Cold Lake.

Corre l’anno 1988 e Tom è felice, forse per la prima volta in vita sua: l’amore è una brutta bestia e lo spinge a disinteressarsi al disco, lasciando le redini in mano ad Amberg, che ne porta lo stile lontano anni luce da quanto sentito finora e più in linea con il glam. Con il senno di poi, e soprattutto con un grande sforzo di imparzialità, Cold Lake non è un album terrificante: i titoli sono ai limiti dell’imbarazzante, non mancano i momenti estremamente trash e cheesy («Sedüss me, tonight!»), ma le composizioni non sono tutte da buttare e l’insieme suona come un glam un po’ annerito, che può comunque suscitare qualche interesse.

L’opinabile look dei Celtic Frost primavera/estate 1988, in particolare quello di Bryant. (© Martin Becker).

Non è di quest’idea il nostro caro Warrior. Per lui Cold Lake è un abominio, il peggior album heavy mai realizzato, il cui unico lato positivo consiste nel fatto di non poter cadere più in basso di così. Qualsiasi dichiarazione a riguardo esprime un forte disgusto e una totale assunzione di responsabilità per lo scempio creato, cose che spingono Tom a non includere Cold Lake nelle ristampe di fine anni ’90.

Nel 1990 cambiano di nuovo le carte in tavola e, dopo l’allontanamento di Amberg, Martin Eric Ain ritorna all’ovile per contribuire (seppur marginalmente) a Vanity/Nemesis. Il nuovo lavoro è un pallido tentativo della band di tornare allo stile di un tempo: se in superficie il disco restituisce un po’ di lustro al nome, nella sostanza presenta un insieme di brani comunque sul mediocre andante, con pochi alti e un andazzo troppo poco incisivo, complice anche una forte tendenza agli assoli di stampo ottantiano di cui si può fare un sinceramente a meno, più una discutibile cover di “Heroes” di David Bowie.

La seconda tornata dei Celtic Frost sbiadisce così, con un ultimo lascito in forma di raccolta, Parched With Thirst Am I And Dying, che include tracce presenti su EP, qualche inedito e poco altro.


IL NUOVO MILLENNIO E LA FINE

Gli anni ’90, così come per tanti altri, sono una fase di transizione per Warrior, che si dedica soprattutto agli Apollyon Sun: l’interessante progetto con Erol Unala si concretizza nell’EP God Leaves (And Dies) e nell’unico album, Sub, pubblicato nel 2000. Tra richiami al passato in salsa industrial-trip hop e atmosfere alla Combichrist e simili, questa divagazione rappresenta qualcosa che vale sicuramente la pena esplorare ancora oggi.

Divagazione che trova la sua inevitabile fine nel momento in cui il nome pachidermico dei Celtic Frost torna a serpeggiare tra stampa e fan. Gira voce che Tom e Martin si siano riuniti e, dopo qualche smentita iniziale, la voce viene confermata: ci vogliono quattro anni prima che la premiata ditta svizzera, adesso accompagnata da Unala e dal batterista Franco Sesa, partorisca quello che è senza dubbio l’album più oscuro e pesante della sua carriera.

Monotheist, prodotto insieme a Peter Tägtgren e uscito nel 2006 dopo anni di lavoro, è un disco nero come la pece, denso e di non facile assimilazione: la terremotante “Progeny” presenta un primo sprazzo di violenza, che precipita presto in un abisso di oscurità con perle assolute come “A Dying God Coming Into Human Flesh” e “Os Abysmi Vel Daath”. Riffoni che suonano come un rullo compressore e atmosfere claustrofobiche si susseguono per tutta la durata, che supera di slancio i sessanta minuti e presenta momenti più riflessivi come “Drown In Ashes” e “Obscured”. Anche in questo caso la vetta si tocca probabilmente sul finale: l’inquietante “Totengott” lascia strada all’imponente “Synagoga Satanae”, pregna di disperazione e rabbia annichilente, che infine si spegne proprio nella terza parte del requiem iniziato quasi vent’anni prima: “Winter (Requiem: Chapter Three, Finale)” è il perfetto epitaffio per un disco eccelso e una discografia irripetibile.

I Celtic Frost, sull’onda di un interesse mondiale fatto di tour intercontinentali (come quello negli Stati Uniti con i Type O Negative) ed esibizioni su palchi come quello del Wacken Open Air, finiscono per sgretolarsi dall’interno appena due anni dopo. Insanabili problemi legati — secondo Warrior — alla figura di Sesa e al progressivo disinteresse di Martin, portano lo stesso Tom ad abbandonare la band. Fortunatamente, gli altri due mostrano abbastanza buonsenso da non continuare da soli e, magari dopo qualche discussione in burocratese, viene posta la definitiva pietra tombale su un gruppo imprescindibile, che nonostante le mille difficoltà e le tensioni interne — o forse grazie a queste — è riuscito a scolpire alcuni dischi cardine della musica pesante. Ma il cerchio non è ancora completo…

L’ultima incarnazione dei Celtic Frost. (© Jozo Palkovits)

Tom G. Warrior si esibirà con i Triumph Of Death al Brutal Assault 2019

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