UNTOUCHABLE: I NUOVI ANATHEMA

Anathema: L'Universalità Delle Sensazioni Umane

Non si può certo dire che gli Anathema siano un gruppo di nicchia, essendo usciti da quella condizione abbastanza presto nell'arco della propria carriera. Tuttavia, non di rado mi capita di vederli ancora menzionati principalmente come parte della solita trinità britannica del death-doom metal (con My Dying Bride e Paradise Lost), pur avendo dedicato a tale genere in realtà una parte minuscola della propria produzione. Con questo articolo vorrei dare un contributo a un riposizionamento degli Anathema contemporanei e del loro discorso concettuale e musicale nella fase successiva alla raccolta "Hindsight" (uscita nel 2008), che per certi motivi ha significato la chiusura di un capitolo della loro esistenza. Quella raccolta nacque anche come una sorta di collaborazione tra la Peaceville Records (che aveva rappresentato la fase iniziale della formazione di Liverpool) e l'allora neonata Kscope (che ne avrebbe ospitato il futuro).


2008: "Hindsight" – Il Giro Di Boa

Era dal 2003 che i fratelli Cavanagh non rilasciavano nuovi album (dopo il notevole "A Natural Disaster") e — nonostante in quel periodo mi fu addirittura possibile vederli inaspettatamente dal vivo in provincia di Caserta nell'estate 2007, all'interno del poi defunto (s)Hammer Metal Fest — non sembrava che ci fosse qualcosa di particolarmente grosso in pentola. "Hindsight" includeva gran parte dei principali successi della band, focalizzandosi sui brani meno metallici e dando un'idea abbastanza chiara delle intenzioni stilistiche degli Anathema. Largo spazio ad arpeggi, rivisitazioni acustiche, sezioni più improntate alla resa emotiva e atmosferica; viene confermata anche una certa vicinanza a quello che Daniel Cavanagh aveva fatto nella sua breve collaborazione con Mick Moss e gli Antimatter. Nel silenzio discografico della band, la raccolta fece un po' da contentino e almeno lasciava presagire del movimento in futuro. Anche grazie al coinvolgimento nella nuova etichetta (fortemente sostenuta da un personaggio come Steven Wilson), gli Anathema sentono di poter mettere sul piatto una nuova fase della loro ricerca musicale, ma soprattutto filosofica. Per molti versi, "We're Here Because We're Here" rappresenterà un salto consistente rispetto a quello che gli Anathema avevano rappresentato nella loro incarnazione precedente.


2010: "We're Here Because We're Here" – Il Ritorno

"We're Here Because We're Here" è strutturalmente una via di mezzo tra un album vero e proprio e una raccolta di cose sulle quali la band aveva lavorato «on and off» durante i sette anni precedenti (come nel caso di "Everything"), ma la nuova consapevolezza tematica viene già esplicitata in più momenti. Avevamo visto gli Anathema interrogarsi sulle relazioni umane in passato (vengono in mente alcuni dei loro classici enormi come "One Last Goodbye" e "A Natural Disaster"), ma in qualche modo questa fascinazione sembrava restare figlia di un'estetica gothic che gli stessi Anathema avevano contribuito a costruire con i loro lavoro degli anni '90. In gran parte della filosofia di fondo dei loro dischi di quel periodo le interazioni umane sembravano quasi vissute come un male necessario e inevitabile. La «search to no avail» che la voce narrante intraprende in "Flying" sottolinea la frustrazione nel non riuscire a scoprire che cosa si nasconda oltre il velo, mentre "Judgement" affrontava l'imperscrutabilità di un fato, o un giudizio divino, che non sembra avere niente di equo. Queste sono tematiche carissime all'immaginario gothic-doom, che possono essere trovate in molti loro brani del periodo, pur se declinate secondo canali musicali diversi.

Il discorso inizia a cambiare in maniera piuttosto evidente con il primo disco vero e proprio uscito per Kscope. "We're Here Because We're Here" mette le cose in chiaro fin dal titolo, gli Anathema intendono archiviare le domande su un piano divino che resta comunque inconoscibile e non attivo nel nostro piano di realtà. Le interazioni, creazioni ed emozioni umane diventano qui il fulcro principale della poetica dei fratelli Cavanagh.

"Dreaming Light" è il manifesto perfetto dei nuovi Anathema. La nuova consapevolezza arriva all'improvviso, le meraviglie del mondo come il cielo e il sole acquisiscono un nuovo senso attraverso la nostra interpretazione umana, anche e soprattutto collettiva. Il testo può ovviamente essere letto semplicemente come una canzone d'amore, ma a me piace anche interpretarlo come una dichiarazione d'amore nei confronti del potenziale umano in sé, qualcosa che tutti abbiamo e che può illuminarci di una nuova consapevolezza all'improvviso. Questa interpretazione acquisisce ulteriore peso alla luce di "Angels Walk Among Us", in cui Cavanagh sembra chiudere la questione della ricerca di un senso divino al mondo, rispondendo che «only you can heal your life», dopo tutti questi anni spesi a interrogare un dio assente o muto, perché la voce narrante ha finalmente trovato ciò in cui crede. Una frase volutamente lasciata aperta, che l'ascoltatore può completare con la propria esperienza umana proprio quanto quella dei musicisti. Il padre e la madre citati nel testo sono divinità scomparse che non ci ascoltano (più?), noi siamo umani, qui e ora, con davanti un oceano di possibilità (seppur limitate alla nostra percezione finita). Il disco perde poi un po' di coesione atmosferica e musicale sul lungo termine, mostrando parzialmente la frammentarietà del proprio processo creativo.

D'altra parte, questo è anche un ulteriore segnale della libertà pressoché totale che il gruppo si è preso dal punto di vista musicale, ignorando completamente qualsiasi tipo di etichetta e spaziando nel post-rock, nel progressive, nell'elettronica e qualsiasi altro ambito si dovesse reputare opportuno. Il gioco a due voci tra Vincent e Lee Douglas è ormai parte integrante del sound Anathema e non più una piacevole variazione come ai tempi di "Judgement" e "A Natural Disaster". Tutti questi aspetti conosceranno una fase di maturità nel successivo "Weather Systems".


2012: "Weather Systems" – Il Capolavoro

Tornati anche elegantemente a suonare dal vivo in maniera consistente, gli Anathema conoscono con "Weather Systems" una nuova fase di popolarità che non avevano avuto nemmeno nel decennio precedente. Questo disco è il simbolo della maturità di una nuova sensibilità musicale che aveva aleggiato in maniera intermittente negli anni precedenti, grazie anche a figure come il già citato Steven Wilson o come gli Antimatter, e a livello transnazionale con progetti sempre più ibridi, quali Katatonia, Corde Oblique, Anneke Van Giersbergen, Opeth, eccetera.

La copertina mette subito in chiaro le cose, l'album ha come oggetto principale il mondo e la nostra percezione di esso. Il dittico iniziale "Untouchable" è tuttora una delle composizioni più toccanti e avvolgenti che abbia mai ascoltato in ambito rock. Una canzone d'amore, tuttavia talmente pregna di emozione e stupore per le possibilità del nostro essere umani da aprirsi a molteplici livelli di lettura e comprensione. Dialogo tra artista e pubblico, tra persone (non più?) innamorate, tra umano e universale, tutto ciò ha luogo all'inizio del disco proprio per chiarire la totale consapevolezza di questa nuova direzione. Personalmente ci ho anche letto una sorta di addio al mondo della musica metal, o oscura in senso lato, che aveva comunque caratterizzato l'estetica della loro fase precedente, e che qui gli Anathema «had to let […] go» in modo da poter abbracciare a pieno ciò che "Weather Systems" incarna musicalmente e concettualmente. Il cambio di ritmo tra le due parti è un segnale evidente di questo passaggio tra due visioni del mondo, pur senza rappresentare una negazione o un rigetto della propria vita precedente. Assolutamente meraviglioso l'ingresso in scena di Lee in questo momento, a sottolineare ulteriormente questo complesso scarto filosofico.

Gli Anathema, insomma, stanno qui costruendo una nuova epica umana, fatta di insostenibilmente meravigliose piccole cose umane (come citato in un brano delle Corde Oblique). Un sistema in cui l'orrore non può intaccare il nostro io più profondo, e in cui le nostre interazioni possono risultare in pericolose tempeste, o spettacolari giornate di sole, il tutto magistralmente seguito dal comparto musicale che rende l'atmosfera perfettamente vicina alle emozioni evocate dai brani. Gli arpeggi di chitarra sono in generale qualcosa di livello assoluto, al servizio del complesso e memorabili allo stesso tempo. Un altro stacco meraviglioso arriva con "Lightning Song", in cui Lee afferma di aver «found my place in time and space». Il mondo è meraviglioso e sta a noi scoprirlo, non attraverso la preghiera a divinità che si sono dimostrate quantomeno disinteressate, bensì grazie al nostro più profondo essere umani e alla nostra capacità di costruire e condividere bellezza. Recuperare ciò che di buono viene offuscato dalle tempeste e dal marciume, mentre gli Anathema non vogliono qui dedicare nemmeno un verso a questi ultimi.

Mi si perdoni la possibile esagerazione, ma praticamente ogni singolo brano in quest'album può scatenare un cambio di paradigma in chi lo ascolta, e non solo a livello di gusti musicali. "Sunlight" ne è un altro esempio dove, nel breve momento in cui il sole è sparito, «someone made me smile» e letteralmente cambia l'esistenza della voce narrante. Di nuovo, l'incommensurabile peso specifico di uno dei gesti più umani e semplici è molto più influente di un'ipotetica battaglia tra Thor e Jormungandr. "Weather Systems" procede su binari estremamente tangibili, tuttavia allo stesso tempo colorati di sogno e significato. Il confronto tra i nuovi Anathema e la loro produzione novantiana mi ha fatto pensare alla seguente analogia: mentre la loro estetica e filosofia precedente sembrava attingere a fonti simili a quelle di "Sandman" (fumetto capolavoro assoluto, scritto proprio in quegli anni da Neil Gaiman), in cui figure apparentemente eterne si confrontavano con tutta una serie di questioni esistenziali su molteplici piani di realtà, le cose mi sembrano invece aver preso una direzione ben precisa nell'ultimo decennio circa; è come se i nuovi lavori degli Anathema fossero una versione musicale di ciò che un regista come Richard Linklater ha fatto con il linguaggio cinematografico.

La meravigliosa "Internal Landscapes" conclude il disco con la consapevolezza della fine che non è una fine totale, ma non nel senso inteso per esempio dal Cristianesimo, con la vita nel Regno dei Cieli o degli Inferi, bensì di una vita come fenomeno che congiunge tutti gli esseri in un immenso sistema in costante cambiamento, e nel quale le persone che amiamo rappresentano forse la parte più vera e intimamente bella. Questo brano include un'interessante (e molto post-rock) rivisitazione di brani estratti da un'intervista fatta a Joseph Geraci riguardo la sua «near death experience». Lee e Vincent ci accompagnano attraverso potenti versi in cui questa nuova consapevolezza viene fuori in maniera estremamente toccante: «For I was always there, and I will always be there».


2014 – "Distant Satellites" – La Consolidazione

Oltre a sfornare dischi di una completezza disarmante, in questi anni gli Anathema continuano anche a riconfermarsi solidissimi e infaticabili in sede live. Dopo un capolavoro come "Weather Systems", c'era grande attesa per il disco successivo "Distant Satellites" (ancora uscito per Kscope, ormai diventata un punto di riferimento per questo tipo di musica). Tra le altre cose, la band di Liverpool è sempre molto attiva nella comunicazione e nell'interazione con i suoi ascoltatori, sia dal vivo che attraverso i canali online; la promozione dell'ultimo album non ha fatto eccezione e ha anzi raggiunto nuove vette di viralità. "Distant Satellites" si presenta un po' diverso a livello visivo: dopo l'esplosione di luce nei due lavori precedenti, abbiamo davanti una fonte luminosa più sfuggente e distante (presa dal lavoro "Distant Light" dell'artista coreano Sang Jun Yoo).

In generale, questo album risulta un po' meno groundbreaking a livello concettuale, ma ancora molto vivo e vario in termini musicali. C'è più o meno tutto ciò che il nome «Anathema» è venuto a significare negli ultimi anni. Se vogliamo, possiamo considerarlo il fratello dark di "Weather Systems", come suggerito anche da un brano come "Dusk (Darkness Is Descending)", a dimostrare che i Nostri non hanno dimenticato l'esistenza dell'oscurità, ma la inseriscono in un discorso complementare e da cui è possibile venire fuori attraverso la nostra umanità. Anche qui, l'amore e le nostre percezioni sono la nostra guida, come la luce che cerchiamo di seguire in copertina. Questo concetto viene fuori molto chiaramente in "Ariel", in cui la voce narrante dice «I found you in the dark» e più avanti «What you mean to me is clear». Di nuovo gli Anathema inseriscono una canzone in più parti (stavolta ben tre, come ai tempi di "Eternity", per "The Lost Song").

Personalmente trovo la canzone "Anathema" una meravigliosa lettera d'addio e ringraziamento all'Io precedente della band. Una dedica agli Anathema che stavano «looking for meaning, in song», a tutto ciò che ha dato loro un senso nell'arco di una carriera ventennale, costellata di composizioni piene di significato per chi le ha composte così come per chi le ha ascoltate. La voce narrante, che qui possiamo probabilmente identificare con Vincent Cavanagh stesso, ammette di aver amato tutto ciò che è stato, nelle risate e nei fallimenti. Anche musicalmente ci sono delle citazioni a quello che è stato il sound del gruppo nel tempo, soprattutto nell'assolo che arriva nella seconda metà del brano. C'è sperimentazione sonora nella seconda metà del disco con le atmosfere della strumentale "Firelight" e i ritmi addirittura da ballare di "Distant Satellites", fino al tappeto molto minimale di "Take Shelter", che chiude in crescendo il disco con l'ennesimo «lost myself in you».


Abbiamo visto in breve cosa caratterizza la produzione più recente degli Anathema, ormai lontani sia dai loro esordi radicati nel metal, ma anche dalla fase più rock avviata consapevolmente da "Alternative 4" in poi. Il loro discorso si inserisce anche in uno scenario sia britannico che internazionale molto diverso, dialogando o collaborando con una serie di nomi che abbiamo visto in precedenza, accomunati da una simile (ma non uguale) visione del mondo, prima ancora che dall'approccio alla musica che ne fa da veicolo. Qui su Aristocrazia Webzine siamo sempre interessati ad analizzare le note sotto diversi aspetti, e speriamo che anche voi abbiate trovato qualche spunto di riflessione in questo articolo. Gli Anathema hanno pubblicato il loro disco successivo "The Optimist" nel 2017, sempre attraverso Kscope.

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