Windir: la fine del guerriero

⟵ [torna alla prima parte]

UN ANNO SPECIALE

I tempi stanno cambiando, lo si capisce dal fatto che con 1184 — la fatidica terza prova — i Windir si presentano come un gruppo vero e proprio. La line-up, infatti, questa volta non contempla turnisti ma ben sei membri effettivi, Valfar incluso: Steingrim saldo alla battiera, Jarle “Hvàll” Kvåle al basso, Stian “Strom” Bakketeig alla chitarra solista, Sture Dingsøyr alla chitarra ritmica, Gaute “Righ” Refsnes alle tastiere e infine Valfar alla voce, alla fisarmonica e alle restanti parti strumentali. Un altro indizio è la produzione che, visti i risultati ottenuti finora, allarga le cinghie della borsa e regala ai Nostri la sapienza dietro alla consolle di Torbjørn Akkerhaugen (già produttore di Emperor e Zyklon) e la masterizzazione per mano di Tom Kvålsvoll (il cui curriculum è ancora più fitto).

1184 (2001, Head Not Found) fa riferimento a un importante evento storico che ha interessato, ancora una volta, il Sogndalsfjorden: il 15 giugno del 1184, nei pressi del villaggio di Fimreite, si svolse una sanguinosa battaglia navale tra le forze del Re Magnus V Erlingsson e i Birkebeiner (letteralmente gambe di betulla), una fazione ribelle nata dieci anni prima per supportare l’allora erede al trono Eystein Meyla e capeggiata, nell’occasione, dal già citato Sverre Sigurdsson. A spuntarla è quest’ultimo, lasciando una scia di morte che getta nello sconforto i pochi nemici sopravvissuti nelle valli limitrofe. Lo stesso Arntor perde la vita, tant’è che il leitmotiv tematico dell’album — nel quale la Battaglia di Fimreite funge quasi da pretesto narrativo — è la morte vista come accettazione del proprio destino di guerriero sconfitto.

Già “Todeswalzer” (Danza della Morte) mette le cose in chiaro, aprendo metaforicamente e letteralmente le danze con tastiere, cambi di tempo e la voce pulita di André “Cosmocrator” Søgnen (Mindgrinder, The Wretched End); i suoi interventi vocali, inseriti con un tempismo da manuale in sei brani su otto, sono fra gli elementi che contribuiscono al senso di magniloquenza che vuole trasmettere l’album, con la ricchezza degli arrangiamenti e una produzione robusta e precisa. Il suono moderno di 1184 non impedisce a Valfar e compagni di far dialogare la fisarmonica e la chitarra elettrica (“1184”, “The Spiritlord”, “Heidra”) e di farle addirittura convivere coi sintetizzatori di “Journey To The End”, ottenendo un risultato d’effetto, per niente posticcio. Un gioco di elementi che si svolge anche sul piano tematico: l’epica della battaglia navale raccontata nella title track, la processione funebre che rende onore all’eroe Arntor da Trodladalen fino a Lundamyri, l’individualismo romantico del guerriero che abbraccia la propria fine (“Journey To The End”) ma anche la rabbia di “Destroy” e il pessimismo immortalato dal climax di “Black New Age”.

A sancire infine in modo decisivo l’importanza del disco ci pensa il monolito che campeggia nella bellissima copertina: un quadro (Inverno nel Sognefjord, 1827) del noto esponente del Romanticismo norvegese Johan Christian Dahl.


NELLA MIA FINE È IL MIO PRINCIPIO

Non è casuale la scelta di mantenere un’iconografia romantica anche su Likferd (2003, Head Not Found), la cui copertina esibisce un meraviglioso dipinto — realizzato a quattro mani da Hans Gude e Adolph Tidemand nel 1853 — ritraente un rito funebre (likferd) sul Sognefjord. La continuità concettuale con 1184 risiede nella conquista della vita eterna dopo la morte e nel desiderio di vendetta nei confronti del despota (Re Sverre Sigurdsson), ma c’è anche l’introduzione di idee e riflessioni più mature, come la scoperta di un sano individualismo: vivere in pace con se stessi significa saper vivere in pace anche nella collettività. L’isolamento riflessivo di “Resurrection Of The Wild” nei due versi cantati da Cosmocrator — la formazione del gruppo resta invariata — ne fa scaturire un altro particolarmente degno di menzione: «With love for myself I have no need for pride»; voler bene a se stessi non significa avere un’idea di sé superiore rispetto a quella che abbiamo del prossimo, ma riconoscersi una dignità misurata. Di maturità ne ritroviamo anche in “Despot”, una sorta di inno contro l’autocrazia, inquadrata negativamente tanto nei suoi aspetti brutali (la violenza fisica) quanto in quelli più sottili e subdoli (la retorica e tutti gli artifizi tossici del linguaggio del leader): «There are many truths, I chose the narcissistic one».

La narrazione delle fasi successive alla vittoria del tirannico Sverre Sigurdsson si inserisce in questo quadro, col ricorso al norvegese (nynorsk, nella fattispecie) e al sognamaol. L’ordito chitarristico dell’eccellente “Martyrium” (tranquillamente uno dei brani più belli scritti dalla penna di Valfar), dedicata ai morti di Fimreite e specialmente ad Arntor, è la conferma che i Windir sono un gruppo coeso, che funzionano come un meccanismo ben oliato, e che sanno maneggiare la materia metallica con una perizia fuori dal comune. Lo dimostra la loro capacità di coinvolgere l’ascoltatore, allargando e restringendo il campo visivo a livello testuale, ma anche allungando e accorciando agilmente la durata dei brani, mantenendo intatto il livello di attenzione: per cui funzionano sia brani medio-lunghi come “Fagning” e “Ætti Mørkna” che episodi più brevi e serrati come il già citato “Martyrium” e l’austero “Dauden”.

Il gruppo funziona talmente bene che arrivano perfino i primi concerti fuori dalla Norvegia, compresa una improbabilissima partecipazione al 17° Milwaukee Metalfest nel luglio del 2003, periodo durante il quale vengono fotografati da Peter Beste sul tetto del suo palazzo a Brooklyn, nell’ambito della compilazione del libro edito da Vice e intitolato True Norwegian Black Metal (2008, Vice Books). Perciò fa specie arrivare a questo punto della storia dei Windir e pensare che l’inconsueta parabola artistica del giovane Terje Bakken si interrompa improvvisamente e tragicamente all’età di venticinque anni. Il 29 gennaio del 2004 compare sul sito della band questo comunicato: «Terje ha lasciato casa sua mercoledì 14 gennaio, quando non è stato visto tornare la sua famiglia si è preoccupata e ha contattato la polizia. Sabato 17 gennaio la nostra più grande paura è stata confermata. Terje è stato trovato morto a Reppastølen, nella valle di Sogndal. Sembra che Terje fosse diretto al rifugio di famiglia in località Fagereggi. A causa del maltempo e della molta neve caduta il tragitto si è fatto più difficile di quanto Terje si aspettasse. Quando ha realizzato che non sarebbe riuscito a raggiungere il rifugio ha tentato di tornare indietro. Sfortunatamente non ce l’ha fatta. Terje è stato trovato poco sopra Reppastølen. Prove forensi hanno suggerito che Terje sia morto di ipotermia. Terje è stato sepolto presso la chiesa di Stedje martedì 27 gennaio.».


EPILOGO

Dopo la scomparsa di Valfar il resto del gruppo decide — giustamente — di non proseguire l’attività sotto il nome Windir; prima di appendere le spade ai chiodi, però, raduna alcuni amici per organizzare un tributo degno di questo nome. Il 3 settembre del 2004, data in cui Terje avrebbe compiuto ventisei anni, viene pubblicato il doppio album Valfar, Ein Windir (Tabu Recordings), non una semplice raccolta antologica: mentre il secondo disco copre l’intera vita artistica della band (demo comprese), il primo annovera inediti (fra cui “Stridsmann”, l’ultimo pezzo scritto da Valfar), brani ri-registrati, la partecipazione di nomi noti come Enslaved, Finntroll, Notodden All Stars (Cosmocrator, Samoth, Trym e Invictus) e meno noti come E-Head e Weh, più due testimonianze dal vivo registrate a Trondheim nel settembre del 2003: spiccano in particolar modo la versione di “Dauden” firmata dagli Enslaved, quasi più sanguigna e maestosa dell’originale, e la splendida reinterpretazione acustica di “Likbør” fatta da Weh (all’anagrafe Erik Evju).
Ma quel 3 di settembre, oltre alla pubblicazione ufficiale di questo ricco best of, i Windir hanno eseguito la loro ultima prestazione dal vivo in quello che hanno chiamato Heidra Valfar Concert (heidra significa proprio onorare la memoria di qualcuno), tenutosi nel celebre Rockefeller di Oslo. Per l’occasione Sture si è occupato anche delle parti vocali, con la compartecipazione di Cosmocrator e di Vegard Bakken, fratello di Terje. L’intero concerto — oltre a una serie di extra fra cui interviste e filmati amatoriali di vecchie esibizioni del gruppo — costituisce il corpus del DVD Sognametal (2004, Tabu Recordings), ultima commovente testimonianza di ciò che sono stati i Windir.

Finita l’esperienza del guerriero, i restanti membri del gruppo hanno fondato Vreid e Cor Scorpii e, mentre in questi ultimi è rimasto soltanto Gaute “Righ” Refsnes, nei primi resiste uno zoccolo duro comprendente Hvàll, Steingrim, Sture e Strom; entrambe le compagini stanno ottenendo buoni risultati discografici.

Qui si conclude la storia di un nome — quello dei Windir — che ha incarnato il viking metal nella sua forma più pura e autentica e che, per voce di un giovane appassionato di storie e leggende locali, ha saputo raccontare il passato intrecciandolo col presente e col futuro attraverso un linguaggio paradossalmente rabbioso, ma che via via si è fatto sempre più maturo e lucido. Un linguaggio che non dovremmo smettere di ricordare.

⟵ [torna alla prima parte]

Facebook Comments