Métal Noir Québécois: il gelo del black metal del Québec II

Métal Noir Québécois: il gelo del black metal del Québec (pt. II)

⟵ [torna alla prima parte]


La panoramica sul Métal Noir Québécois prosegue con quattro band dalla lunga militanza che possiedono altrettante personalità differenti. Il black metal e il male, introspezione ed estroversione, fascino e perversione, natura e folclore sono il fulcro di questa seconda parte, bon voyage.


IL SOVRANO: Monarque – Fier Hérétique

Monarque è uno dei protagonisti dello splendido split a quattro Légendes citato nella prima parte dell’articolo nonché la one man band fondata nel lontano 2003 dall’omonimo musicista, uno dei nomi più longevi e rispettati della scena. Il suo stile musicale affonda le radici nei pilastri del black metal europeo classico, con una spiccata sensibilità per melodia, passaggi intensi e omaggi naturalistici, il tutto con uno scream perennemente aspro e ben scandito; Bathory, Mayhem, primi Emperor, Burzum e Judas Iscariot sono alcune delle band citate come ispirazione. Le tematiche trattate sono incentrate in primis sul culto della Morte, intesa come unica verità in questo mondo corrotto, insieme ai paesaggi naturali e all’oscurità, mentre sono assenti le rivendicazioni politiche o gli aspetti storici, nonostante Monarque condivida gli ideali separatisti e utilizzi il francese come segno distintivo della propria cultura e identità.

Già il primo album intitolato Fier Hérétique, pubblicato nel 2007 per la canadese Mankind’s Demise Records e poi ristampato da Sepulchral nel 2015, è sufficiente per ritrovare tutti i tratti distintivi di Monarque: la veemente title track è un attacco all’ipocrisia cristiana; “Le Vent Du Nord” celebra la potenza e la spietatezza del Grande Nord di fronte al quale anche il sole è inerme; “Extinction” addita l’umanità come un cancro incapace di evoluzione (intesa come miglioramento) e degno perciò di venire eliminato; “Marches Funèbres” emana un’aura più introspettiva e presenta qualche influsso in stile shoegaze.

In seguito la musica di Monarque diventa più epica e malinconica, a partire dall’album Lys Noir (2013, Sepulchral), senza rinunciare al forte anticristianesimo. Il titolo Giglio Nero infatti prende spunto dalla bandiera della Belle Province, eliminando però il candore della croce bianca simbolo di purezza, mentre la macabra copertina di Maxime Taccardi (al solito dipinta col suo stesso sangue) simboleggia la fine del mondo.

La carriera di Monarque è caratterizzata da un attivismo raro, che sfocia in una immensa produzione, specialmente di uscite minori; questa da un lato denota una certa impazienza artistica, dall’altro assume scopi precisi: fissare idee in forma di demo da sviluppare in futuro, o mostrare apprezzamento verso alcuni artisti negli split, per esempio i Mortualia di Shatraug, Sorcier Des Glaces e Neige Et Noirceur; celebrare eventi speciali per omaggiare i fan più devoti, come il live album Under The Black Sun dedicato all’omonimo festival del 2011. Molto spesso Monarque utilizza Les Productions Heretique, la sua etichetta personale, proprio per pubblicare questi mini-lavori in edizioni limitate in formato tape o cd-pro; fra le sue uscite troviamo anche le versioni in musicassetta di Dans Les Bras Des Immortels dei Frozen Shadows e alcune opere dei Sorcier Des Glaces.

Fra le tante occupazioni, è giusto ricordare che Monarque è stato impegnato in molti gruppi (Blackwind, Carrion Wraith, Ephemer, Sui Caedere, Pestroyer e Déliquescence), attualmente è il bassista live dei Forteresse e si dedica anche a Sanctuaire (progetto dalla natura molteplice: black metal, ambient e dungeon synth) e Drave (per parlare di storia e folclore del Québec).

Monarque è stato anche il primo musicista black metal del Québec a portare la propria musica in Europa, tornando anche lo scorso maggio per prendere parte allo Steelfest Open Air in Finlandia. La necessità di venire affiancato sul palco lo ha spinto a rendere il suo progetto una band vera e propria, aperta al contributo compositivo dei colleghi e in evoluzione. Per la prima volta si è anche preso del tempo prima di rilasciare nuovo materiale, infatti sono passati ben cinque anni dallo split Légendes all’ultimo ottimo EP Jusqu’à La Mort, che ha visto la luce la scorsa estate e ha confermato che il Monarca non vuole abdicare.


IL DOLORE: Gris – Il Était Une Forêt…

Scordate il bianco accecante del manto nevoso che domina gli scenari invernali, il rosso rubino del sangue che sgorga dai corpi privi di vita dei soldati e il nero di cui si nutre l’oscurità, perché ora le tonalità cromatiche sfumano… verso il grigio. Nati come Niflheim nel 2004, i Gris incarnano l’essenza introspettiva del fenomeno Métal Noir Québécois, capace di valicare confini di genere e geografici.

La prima testimonianza della misteriosa coppia formata da Neptune e Icare nell’incarnazione attuale si chiama Il Était Une Forêt… ed è una perla depressive-suicidal colma di saliscendi emotivi e alternanze fra vuoti e pieni, nella quale le incursioni acustiche ma soprattutto gli innesti di pianoforte determinano quel dinamismo necessario per sopportare quasi un’ora di tormento interiore, debitore del Burzum di Filosofem e rispettoso dei dogmi DSBM. Le lunghe tracce sono ricche di chitarre ronzanti, scream disperato e tempi moderati, tuttavia hanno il coraggio di uscire dai limitati confini del filone, seppur per pochi momenti. La stessa scaletta pare allontanarsi brano dopo brano, passo dopo passo, dal depressive più canonico, fino a raggiungere gli influssi melodici con tanto di assolo di “Veux-Tu Danser” e il conciliante e intimo episodio finale “La Dryade”: dieci minuti strumentali in cui il metal è assente e che vedono protagonisti piano, archi e fiati, struggenti ed espressivi.

Anche il comparto testuale vive questa dualità: se “Cicatrice” racconta dell’angoscia insostenibile, della follia e della lotta al demone che porta al suicidio, “Le Gala Des Gens Heureux” è invece l’invettiva che un disgustato oratore proferisce agli entusiasti ospiti di un ricevimento galante, apostrofandoli come «larve enfatiche defecate dalla bocca»; le sensazioni negative restano padrone della scena anche nel confronto impari fra i vizi della società umana e le virtù della Natura (incarnata dalla foresta) della title track, nei ragionamenti sulla morte di “Profonde Misanthropie” e quelli sull’amore di “Veux-Tu Danser?”.


SETE DI SANGUE: Csejthe – Réminiscence

Il fascino perverso di Erzsébet Báthory, la sanguinaria ungherese i cui delitti hanno ispirato numerosissime menti dell’universo metal, è riuscito ad attecchire anche nella Nuova Francia. I Csejthe prendono il nome infatti dall’omonimo castello che fu residenza e poi prigione della sadica Contessa, e vengono fondati dal polistrumentista Strigat nel settembre 2006. Il loro stile si caratterizza per una forte componente malinconica, che li accomuna agli altri membri della scena nonostante la tematica extraterritoriale. La celebrazione delle gesta sepolte dal tempo della Contessa difatti è colma di tragicità, sin dagli esordi di La Mort Du Prince Noir (uscito per Mankind’s Demise e Les Productions Hérétiques nel 2009) nel quale si racconta la Bàthory prima della prigionia: la nascita dell’astio verso il marito e presunto complice Ferencz Nadasdy, nobile ungherese noto anche come Principe Nero per la sua spietatezza nella lotta agli ottomani; l’infruttuosa fuga di una delle sue inermi vittime; l’insaziabile ossessione per il sangue delle vergini, elisir per preservare l’eterna giovinezza dell’assassina.

Il black metal dei Csejthe vive spesso di ritmiche blande e un forte carattere narrativo, con la capacità di generare un clima sospeso e avvolto dalle nebbie della seconda metà del ‘500. Réminiscence (2013, per la tedesca Eisenwald) è l’apice compositivo del gruppo basato sull’asse Strigat-Fiel, qui rispettivamente cantante-chitarrista-bassista e batterista-cantante, affiancati dalla seconda chitarra e terza voce di Bardunor. L’album è un coacervo di sensazioni estreme: ci sono gli scenari surreali e struggenti della splendida title track; il sussulto di vitalità di Erzsébet, che ricorda i bei tempi della caccia alla vergine sulle ritmiche incalzanti e lo screaming arcigno di “Chasseress” (la cacciatrice); la fierezza della nobildonna che rivendica la superiorità della sua casata. A livello lirico si prosegue la narrazione della prigionia della Contessa, iniziata nell’EP Transcendance (2010, Morbid Winter Records): murata viva all’interno di sotterranei putridi e malsani, dopo che i suoi misfatti sono venuti alla luce, e in preda a rimpianti e ossessioni fino al giorno della sua morte Erzsébet vaga coi ricordi ai tempi passati e si sente quasi una vittima; abbandonata dal marito combattente e attorniata da una servitù che vede ostile, mentre lentamente si fa strada in lei un grande e divorante desiderio di eternità.

Ogni disco dei Csejthe ha comportato rivoluzioni nei loro ranghi e il recente L’Horreur De Cachtice (dal nome dell’attuale Csejthe, ora territorio slovacco; pubblicato nel 2019 da HSP Productions) non è stato da meno, pur con l’addio di Fiel. Sfortunatamente l’ingresso di elementi di matrice black-thrash ha inibito le sensazioni oniriche e sfocate che avevano fatto la fortuna dei dischi passati, portandomi a bollare l’esperimento di un approccio più moderno, esplicito e diretto come interlocutorio e poco amalgamato.


L’INVERNO ETERNO: Neige Et Noirceur – La Seigneurie Des Loups

La neve e l’oscurità: i due capisaldi dell’esperienza musicale della one man band Neige Et Noirceur, messa in piedi da Spiritus nel 2002 e sempre in bilico fra dark ambient e black metal. Nell’arco di una carriera lunga e prolifica il gruppo infatti ha mostrato volti differenti, atmosferici, folcloristici e più diretti, dando spazio a una ricchezza analoga anche a livello tematico, trattando natura, misticismo, occultismo e patriottismo. In poche parole: «Wintery Black metal that meets old Quebec’s folklore», questa la definizione dello stesso Spiritus, autore anche di tutta la parte grafica.

La Seigneurie Des Loups (Sepulchral, 2010), secondo album e nona uscita del gruppo, rappresenta una buona summa in equilibrio fra le varie espressioni dei Neige Et Noirceur, con un black metal debitore dei Darkspace e dai mezzi di registrazione piuttosto limitati, caratteristica comune per tutte le band di questo articolo nella prima parte della loro vita artistica. Fra i cinque brani della scaletta (il terzo è un intermezzo) spicca certamente la chicca rappresentata da “Ancien Folklore Québécois”, in realtà pubblicata a febbraio 2008 come singolo: un’ode all’identità del Québec sulla scia di Brume D’Automne e Forteresse, con l’inserimento di estratti musicali folcloristici (fra cui un frammento della band La Bottine Souriante) e un testo fatto di orgoglio, tradizione, storia e vendetta.

A differenza di altri protagonisti del Métal Noir Québécois, abituati a destreggiarsi con una serie di progetti collaterali, Zifond riunisce tutte le sue idee sotto l’unico stendardo di Neige Et Noirceur. Così non deve sembrare strano che Les Ténèbres Modernes (Sepulchral, 2016) affronti il tema della Prima Guerra Mondiale, mentre Vent Fantôme (in cassetta dal 2017 per Les Fleurs du Mal Productions e poi in cd grazie ad Avantgarde Music) sia invece un’opera fra drone e dark ambient, decisamente minimale.


EVOLUZIONI ORIENTALI: Gris – L’Âme Enflammée, L’Âme Constellée…

Ho scelto di riservare l’ultimo spazio della mia scaletta in dieci capitoli nuovamente ai Gris, come una sorta di bonus. L’Âme Enflammée, L’Âme Constellée… è infatti il seguito di Il Était Une Forêt…, un nuovo stadio della mutazione della crisalide, uscito nel 2013 per la solita Sepulchral. La terza opera di Icare e Neptune oltrepassa i confini di genere e dilaga nel post black metal, in una forma liquida contenuta in due cd da dieci pezzi e 80 minuti totali.

I misteriosi Icare e Neptune

In questo nuovo affresco il black metal tout court non resta che uno dei tanti elementi della tavolozza da cui il duo può attingere, preferendo stavolta volgere lo sguardo lontano dal Québec e dall’immonda società moderna, per alzarsi invece in direzione del cielo e allungarsi verso est. Accanto alle atmosfere malinconiche e strazianti trovano spazio infatti fasi ritmiche tribali (“L’Aube”), sensazioni rarefatte, meditative e dal gusto orientale, con il violino grande protagonista. L’assenza di riferimenti e la forma fluida delle note vengono gestite con classe ed eleganza dai Gris, che usufruiscono di una produzione chiara e organica per farci godere di ogni singolo tassello.

A completare il pacchetto troviamo infine la copertina di Fursy Teyssier, artista a 360° coi suoi Les Discrets, membro degli Amesours, sul palco con Alcest ed Empyrium e grafico anche per Agalloch e Morbid Angel (oltre che per il suo stesso progetto e Neige). L’immagine di copertina si collega con gli astri, esattamente come i testi, il cui linguaggio si arricchisce ulteriormente di metafore ed è colmo di poesia, mentre titoli quali “Moksha” (liberazione, emancipazione, salvezza in sanscrito) e “Samsara” (il ciclo di vita, morte e rinascita nelle religioni indiane) evocano le dottrine orientali.

Stando a quanto riportato in alcune interviste, i Gris hanno in programma di realizzare sette album, per poi concludere la propria esperienza. Chissà quali nuovi sentieri esploreranno in futuro…


Nonostante un forte carattere identitario e un preciso approccio al black metal, la piccola scena Métal Noir Québécois esprime sensibilità differenti e una buona articolazione. Le dimensioni ridotte non le impediscono di avere tante cose da dire, ragion per cui dedicherò un prossimo listone ad alcune band escluse e ai numerosi progetti secondari di tanti protagonisti. Il viaggio nel Canada orientale non è ancora finito.

⟶ [vai alla terza parte]

Facebook Comments