I 25 anni di "NOLA" dei Down, un successo inaspettato

I 25 anni di “NOLA” dei Down, un successo inaspettato

Se dovessi individuare un momento spartiacque per ciascun genere musicale, il 1995 sarebbe sicuramente un anno fondamentale per lo stoner-sludge, soprattutto quello che ribolliva in Louisiana ormai da qualche anno. Il primo disco dei Down, NOLA (acronimo di New Orleans, Louisiana, se dovesse essere necessario specificarlo), compie nel 2020 un quarto di secolo: uno dei tanti punti di svolta della musica pesante, che ha inciso su pietra i dettami di un genere grazie allo sforzo combinato di alcuni tra suoi i principali esponenti. Il supergruppo in questione prese forma qualche annetto prima, nel 1991, e vale la pena fare un ripassone sui ruoli dei vari protagonisti.

Restando nel circondario, gli Eyehategod erano attivi da tre anni: nati il 20 aprile 1988 (4/20, riferimento alla cannabis che avrà un ruolo fondamentale nelle vite di questi baldi giovini), avevano appena rilasciato il loro debutto In The Name Of Suffering, prendendosi di diritto un posto sotto i riflettori con uno sludge ruvido e melmoso come le paludi da cui proveniva, uno tra i primi esempi del genere insieme a Gluey Porch Treatments dei Melvins, grande fonte di ispirazione per i Nostri. Il chitarrista Jimmy Bower è uno dei due co-fondatori e nei Down prenderà posto dietro le pelli.

Bower ebbe un breve ruolo iniziale anche nei Crowbar (e vi tornerà in futuro), band che fornirà due quinti della lineup dei primi Down: l’amicizia con Kirk Windstein iniziò nel 1988 con gli ShellShock, una forma embrionale dei Crowbar che subirà diversi cambi di nome fino al debutto nel 1991 con Obedience Thru Suffering. Oltre a Windstein, anche il bassista Todd Strange farà parte della prima incarnazione del neonato supergruppo.

Fuori dai confini della Louisiana, nello specifico nella Carolina del Nord, i Corrosion Of Conformity erano una realtà già ben solida nel 1991. Con quasi dieci anni di carriera alle spalle, il gruppo fondato da Woody Weatherman, Mike Dean e Reed Mullin (quest’ultimo scomparso lo scorso gennaio) aveva da poco accolto tra le proprie fila il biondo chitarrista Pepper Keenan, già attivo nella scena di New Orleans con i Graveyard Rodeo a metà anni ’80, e con Blind aveva dato una svolta al proprio genere passando da un crossover a qualcosa di più simile a uno sludge dalle forti tinte blues. Sarà probabilmente lo stesso Keenan a portare maggiormente i Down in quella stessa direzione stilistica.

Infine, ma che ve lo dico a fare, i Pantera dallo sconfinato Texas. Fortissimi dell’uscita di Cowboys From Hell, la botta di vitalità era arrivata qualche anno prima con l’ingresso in formazione di Phil Anselmo: nativo proprio di New Orleans, era solo questione di tempo prima che il destino del ventitreenne si incrociasse con quello degli altri protagonisti della scena di casa, per lo più già amici di vecchia data.

Da sinistra a destra: Pepper Keenan, Todd Strange, Phil Anselmo, Jimmy Bower e Kirk Windstein prima di vivere in simbiosi con la barba.

Come molto spesso capita, i Down nascono per gioco. Trovare interviste dell’epoca, ovvero intorno all’uscita di NOLA, non è cosa facile: le uniche dichiarazioni originali mi sono pervenute tramite un vecchio Metal Shock — parte di un blocco di 150 numeri che ho salvato dal macero con gran gioia — in cui, nel novembre 1995, Kirk Windstein racconta i Down e il suo cognome viene martoriato in vari modi dal redattore. Per il resto, interviste e sguardi al passato in occasione di dischi nuovi, anniversari e tutto l’ambaradan.

L’intenzione del gruppo è creare qualcosa che non fosse stato ancora suonato, della serie ci suoniamo noi quello che vorremmo ascoltare. Accomunati dall’amore per il debutto dei Melvins, ma anche per cose più fondamentali come Black Sabbath, Saint Vitus e Witchfinder General, i cinque ragazzi decidono di trovarsi e dare un nome che lasci intuire la lentezza della musica: la prima idea è Down Syndrome, ma per fortuna scelgono di tagliare corto ed è così che, nel garage di un amico a New Orleans, vedono la luce nel ’91 i primi tre pezzi dei Down, ovvero “Temptation’s Wings”, “Losing All” e “Bury Me In Smoke”. Questi tre brani finiscono su una demo in cassetta che i vari musicisti portano con sé durante i tour delle band principali, distribuendole ai fan senza però rivelare gli autori: tutto inizia con un «Hey, hai sentito questa nuova band?», il glorioso fenomeno del tape trading fa il resto. Fun fact: uno dei primi colleghi a sentire la demo fu Chuck Billy, per di più in Italia. L’occasione? Il leggendario Monsters Of Rock di Reggio Emilia nel 1992, in cui il frontman dei Testament invitò Anselmo sul tour bus per una sigaretta divertente, per poi ascoltare incredulo le tre tracce.

Estratto dal Metal Shock di novembre 1995.

Non passa molto tempo prima che gli stessi Down si ritrovino gli stessi fan a suggerire loro le stesse cassettine, spesso inascoltabili a causa dei ripetuti riversamenti, ignari di chi ci suonasse sopra. Tutto questo porta a versioni via via più rimpolpate e a un primo concerto di spalla agli Eyehategod. La nebbia che nasconde le identità dei Down si dirada e, fatalità, al concerto assiste un impiegato della Elektra: da lì al contratto per un primo album il passo è brevissimo.


NOLA esce il 19 settembre 1995, stesso giorno in cui Jimmy Bower compie gli anni, e si presenta al pubblico con una mesta copertina nera, in cui logo e titolo sono accompagnati dal giglio simbolo di New Orleans, e il celebre ritratto di Pepper Keenan con sigaretta e corona di spine sul retro. La genesi del disco, come prevedibile, non è però tutta rose e fiori: la sfortuna non ha mai risparmiato quella nicchia nel profondo Sud degli Stati Uniti, e le sessioni agli Ultrasonic Studios non fanno eccezione, con una violenta tempesta che devasta tutto quanto durante la registrazione di “Bury Me In Smoke”, con tanto di acqua fino alle ginocchia e materiale andato perduto.

Nondimeno, vista la caratura delle band di provenienza, ci sono delle questioni spinose a livello sia personale che di business: sembra infatti che i fratelli Abbott, pur essendo d’accordo con l’impegno collaterale di Anselmo, siano un po’ dell’idea che prima i Pantera. La cosa in realtà è abbastanza fuori discussione, vista la popolarità della band all’epoca sarebbe una follia decidere di dedicarsi al 100% a un progetto nato per divertimento, discorso valido anche per i COC. A livello di etichetta invece gli attriti nascono a causa degli accordi in atto con i due pesi massimi dell’industria musicale siglati da Anselmo e Keenan, de facto i due compositori dell’album: l’Elektra, alla fine, ha la meglio sulla Columbia, rilasciando NOLA tramite la sua sussidiaria EastWest.

Insomma, si arriva finalmente al punto: le tracce che finiscono su NOLA sono tredici, composte nell’arco di qualche anno e spesso di getto, e sono tutte abbastanza lontane dai generi di provenienza dei cinque musicisti, che ci tengono a far sapere che non ci sono state influenze incrociate di alcun genere. NOLA è un miscuglio meraviglioso di doom melodico, rock senza fronzoli, blues e parecchie influenze southern che danno vita a una sequela di riff granitici e memorabili che si susseguono senza soluzione di continuità. Pezzi immortali scolpiti su pietra come la doppietta iniziale (“Temptation’s Wings” e “Lifer”), oppure “Stone The Crow”, singolo che sa di afa e calura semi-tropicale a chilometri di distanza; i riferimenti alle sostanze stupefacenti si sprecano, ci si potrebbe anche fermare e non indagare ulteriormente, leggendo titoli come “Hail The Leaf” e “Bury Me In Smoke” (doveroso però immergersi nel trip psichedelico di “Jail”).

I testi sono le parole di una persona che fa a botte con la vita, ma contrariamente a quanto si potrebbe pensare sono stati scritti ben prima che le dipendenze e i demoni piombassero nella vita di Anselmo, quantomeno i primi composti a inizio anni ’90. Lui stesso dirà nel 2015: «La cosa divertente è che i testi dei Down erano idiozie, da cima a fondo. È successo prima che le dipendenze mi assalissero, è come se le stessi annunciando. Dopo, quando andai a rileggerle, avevano senso. Come per “Stone The Crow”, quando la cantavo non dicevo niente nel ritornello, poi mi è venuto da dire ‘I never died before’ e mi inventavo i versi successivi. Erano cazzate, ma in un certo senso erano parole profetiche.».

A fare da contraltare alle tredici tracce del disco, la band si imbarca in un breve tour di altrettante date negli Stati Uniti prima di tornare ai rispettivi gruppi e quasi dimenticarsi dei Down, quantomeno a livello professionale: senza interviste né promozione, NOLA inizia a vivere di vita propria e le vendite proseguono in maniera costante per anni, sorprendendo anche i diretti interessati.


Il capitolo NOLA si chiude in maniera piuttosto brusca per i Down, vista la comune intenzione dei cinque di intendere la cosa come un side project e una valvola di sfogo. Gli impegni pressanti delle band principali bussano alla porta (i Pantera in primis sono più grandi che mai, a cavallo tra Far Beyond Driven e The Great Southern Trendkill) e si arriva così a una pausa prolungata, la prima di una serie che caratterizzerà fortemente la carriera del gruppo.

I venticinque anni di NOLA sono stati celebrati qualche settimana fa con un concerto in streaming, con la lineup originale a eccezione di Todd Strange, e con un Phil Anselmo non certo ineccepibile ma che ha sfoderato la migliore prova vocale da qualche anno a questa parte. I Down pubblicheranno ancora due dischi, nel 2002 e nel 2007, e due EP francamente evitabili negli anni ’10, materiale che per quanto valido non riesce a sfiorare la genuinità e la freschezza del primo album che — dopo un quarto di secolo — mantiene uno status di culto, immune allo scorrere del tempo.

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