Emperor Monografia - Dalla leggenda al mito

EMPEROR – Dalla leggenda al mito (pt. III)

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Siamo arrivati al terzo e ultimo episodio del nostro viaggio nel tempo che ripercorre la carriera degli Emperor, ma prima di continuare sul filone principale facciamo un sintetico excursus sulle attività collaterali di Ihsahn e Samoth. Bisogna tornare indietro di un paio d’anni almeno, e quindi al 1995, per rintracciare gli Zyklon-B, quartetto dal nome sufficientemente edgy il quale, oltre ai due baldi giovini già citati, includeva Frost alla batteria e Aldrahn alla voce e che, nel brevissimo lasso di tempo in cui è stato attivo, si è limitato a pubblicare un EP e due split, usciti rispettivamente nel 1995, nel 1996 e nel 1999. Blood Must Be Shed è un ibrido black-death che ricorda da lontano sia una delle ultime incarnazioni discografiche dell’Imperatore che certe atmosfere tipiche dei Dødheimsgard di Aldrahn, appunto; mentre gli split successivi, marginali a dir poco, coinvolgono il primo gli svedesi Swordmaster (che dal 2000 si trasformeranno nel fenomeno kitsch Deathstars), il secondo i Mayhem, i quali butteranno sul piatto una versione inedita di “Necrolust”.

Parallelamente all’attività degli Emperor esce nel 1997 Into The Woods Of Belial, una compilation che raduna le avventure del progetto Thou Shalt Suffer; mentre nel 1998 Ihsahn si mette all’opera con la moglie Ihriel e il di lei fratello Lord PZ per dare vita ai Peccatum, coi quali pubblica un disco vicino per atmosfere e inventiva ai primi Arcturus ma con molte più orchestrazioni, Strangling From Within (1999, Candlelight Records); ed è proprio qualche mese prima dell’uscita di quest’album che gli Emperor tornano a far sentire la loro voce con IX Equilibrium.


IN EQUILIBRIO PRECARIO

Figlio in egual misura del sempre più evidente interesse di Ihsahn per la musica classica, e di Samoth e Trym per il death metal, IX Equilibrium è il lavoro che più di tutti ha spaccato la fanbase del gruppo, che nel frattempo vede l’uscita di scena di Alver e la definitiva configurazione in forma di trio; perfino la Grieghallen viene abbandonata come quartier generale per le registrazioni, in vece del neonato Akkerhaugen Lydstudio di proprietà del già citato Thorbjørn Akkerhaugen. Il risultato musicale è un black-death intricatissimo, denso di arrangiamenti orchestrali che crescono man mano di intensità. “Curse You All Men!” è un bel bagno di realtà, per cominciare col piglio giusto un ascolto che pur con tutti i fronzoli sinfonici resta un sostanziale tritacarne; il superomismo imperiale scorre potente nelle vene del rifferama chirurgico di Samoth e Ihsahn, e in quelle delle braccia di Trym, ubiquitarie come non mai. «Yes you are indeed the few; I am the one», nel caso ci fossero venuti dubbi circa la sicurezza dei ragazzi del Telemark, che proseguono il loro discorso anticristiano in modo ancora più sofisticato in “Decrystallizing Reason” e nella splendida “An Elegy Of Icaros”, tra gli apici di un album fatto di luci e di ombre, con le anime dei tre musicisti quasi in conflitto continuo per imporre il proprio stile. Al già piuttosto corposo repertorio sciorinato finora, Ihsahn aggiunge delle voci pulite in falsetto che sono un chiaro tributo all’istrionismo vocale di King Diamond (i Mercyful Fate del resto sono una delle influenze più citate durante le interviste); falsetto che esplode su “The Source Of Icon E”, ma viene messo da parte in fretta nelle più canoniche “Sworn”, “Nonus Aequilibrium” e “Of Blindness & Subsequent Seers”. “The Warriors Of Modern Death” vede primeggiare il death, come lo stesso titolo suggerisce, e possiamo leggerla come una sorta di primo vagito del gusto bastardo espresso da Samoth e Trym negli imminenti Zyklon.

Lo zoccolo duro dei fan, come già detto, si spacca, non solo a fronte di IX Equilibrium ma anche dello strano split che nel luglio del 1999 esce su Moonfog, condiviso coi cugini di secondo grado di nome Thorns. Il cyber-black metal di Snorre Ruch, Sigurd Wongraven e compagnia brutta incontra delle importanti resistenze tra gli appassionati della prima ora, che vedono orbitare la musica degli Emperor attorno proprio all’indigesta figura di Satyr, autore, nello stesso periodo, di Intermezzo II e del controverso Rebel Extravaganza. L’atmosfera moderna che pervade lo split, però, è tutt’altro che da buttare, e offre un interessante punto di vista su un nuovo modo di interpretare il black metal, contaminato dall’industrial e da un gelido comparto elettronico, che troverà in dischi come Thorns (marziale e asettico come pochi) e in quel monumento alla follia di 666 International dei DHG dei degni rappresentanti.

Nel 2000 la Spikefarm pubblica True Kings Of Norway, un altro split che coinvolge, oltre all’Imperatore, anche Immortal, Dimmu Borgir, Ancient e Arcturus: un piccolo compendio di male norvegese nel quale gli Emperor figurano con i pezzi dell’EP As The Shadows Rise. Sempre nello stesso anno la Candlelight dà alle stampe la prima testimonianza discografica dal vivo del trio di Notodden; Emperial Live Ceremony arriva sugli scaffali sia in formato CD che in videocassetta (solo nel 2001 uscirà il DVD) e ci restituisce, pur con tutte le sovraincisioni in studio del caso, suoni e immagini di un gruppo all’apice del proprio fulgore performativo. La scaletta, francamente breve per la media dei live album, raduna un po’ di classici da tutta la discografia più quella chicca vintage di “Night Of The Graveless Souls”, con la doppia cassa di Trym spianata al massimo.

È proprio alla fine del II millennio che qualcosa, nella macchina degli Emperor, comincia a girare diversamente dal solito. Ihsahn, da una parte, continua a portare avanti i Peccatum e viene sempre più assorbito dalla passione per la musica classica: proprio questa lo porterà, tra il ’93 e il ’99, a mettere insieme i pezzi per Somnium, un disco di ambient neoclassica che viene pubblicato nel febbraio del 2000 con la firma Thou Shalt Suffer e che vede la collaborazione del nostro Mauro Berchi (titolare della Eibon Records, tra le mille cose) come consulente linguistico sui titoli in latino. Samoth e Trym, dall’altra, continuano a coltivare il death metal in un nuovo piccolo orticello chiamato Zyklon, un po’ meno edgy nel nome rispetto agli Zyklon-B ma non nella sostanza, visto che Faust contribuisce dal carcere coi suoi testi apocalittici; insieme a Destructhor alla chitarra e a qualche illustre ospite gli Zyklon danno alle stampe World Ov Worms, precedendo di qualche mese quello che sarà l’ultimo lavoro in studio con Emperor scritto sulla copertina.


DEPONETE SPINE SULLA MIA TOMBA

Prometheus: The Discipline Of Fire & Demise viene assemblato tra la fine del 2000 e i primi mesi del 2001, ed è un disco diverso, molto diverso dai precedenti per una serie di fattori, ma anche molto uguale se consideriamo il prodotto finale. Scritto, composto e registrato quasi del tutto da Ihsahn nel suo Symphonique Studio, l’album prende corpo e sostanza a partire dal mito di Prometeo — titano figlio di Giapeto e Climene — il quale, con un atto di ribellione, ruba il fuoco agli dei per donarlo agli uomini. Prometeo non è solo il ribelle che fa uno sgarbo a Zeus, è anche il simbolo mitico del progresso e della crescita personali, tanto a livello tecnico quanto, soprattutto, a livello mentale e ideologico. Una metafora con un’eco di Grecia antica per descrivere la straordinaria parabola degli Emperor, fatta di lotta contro il potere precostituito, contro le convenzioni, alla continua ricerca del sé e di modi nuovi per esprimerlo.

Lavoro complesso nella sostanza ma paradossalmente non troppo nell’ascolto, Prometheus raggiunge il bilanciamento che il gruppo non era riuscito a trovare con IX Equilibrium tra le tastiere, le orchestrazioni e il maestoso metallo che i tre hanno fin qui partorito. Perché in mezzo all’indiscutibile magniloquenza che accomuna testi e musica, c’è anche una furia black-death capace sia di mozzarti il fiato come un pugno nel plesso solare (“In The Wordless Chamber”), sia di tirare fuori groove micidiali (“The Prophet”). La scrittura e l’esecuzione sono curate fin nei minimi particolari, tanto che risulta impossibile individuare qualcosa che funzioni di più e, al contrario, dei punti deboli: dalle chitarre taglientissime alla batteria di Trym, che raggiunge una solidità mai sentita nei precedenti album, passando per i cromatismi del comparto vocale, curato in tutto e per tutto da Ihsahn. Spiace che gli integralisti non siano in grado di andare al di là del proprio naso, perché pezzi come la solenne “The Eruption”, la frenetica “Depraved” e la claustrofobica “Empty” sono la prova che fare musica maligna significa anche mettersi in discussione, cercare nuovi stimoli.

In questo senso potremmo vedere Prometheus come una summa filosofica sulla pratica della musica estrema, che racchiude tutti i capitoli che gli Emperor hanno steso nel corso della loro folle e irripetibile carriera. Il corpus testuale va oltre l’assoluto individualismo e il darwinismo sociale strisciante che caratterizzavano soprattutto Anthems…, ha un respiro più ampio e, se possibile, più poetico; la chiusura di quest’esperienza artistica, e di questo disco unico nel suo genere (ammettendo che lo abbia, un suo genere) sono affidate a versi che si stampano nel cranio: «Of final wishes I ask none / But one / Now that I am gone / Lay thorns on my grave».

Ma la storia degli Emperor, come sappiamo, non si conclude del tutto nell’ottobre del 2001. Ihsahn, Samoth e Trym portano avanti i loro progetti musicali ed extramusicali, e nel 2005, pur rimarcando che non ci sarebbero stati nuovi lavori in studio, i tre decidono di riesumare l’Imperatore e di tornare a esibirsi sui palchi di alcuni importanti festival europei; e solo nel 2009 danno la possibilità a tutti i fan rimasti a bocca asciutta di avere perlomeno dei resoconti sonori e visuali di quelle esperienze con l’enciclopedico Live Inferno. Stampato su più formati audiovisivi, questo compendio dei concerti del 2006 all’Inferno Festival di Oslo e del Wacken Open Air va a colmare le lacune di Emperial Live Ceremony con più di due ore di musica e la registrazione video della liturgica performance tedesca. La band, visto il successo registrato col ritorno sulle scene, per quanto circoscritto all’attività dal vivo, decide quindi di rimettersi in gioco a più riprese, omaggiando di volta in volta i propri capolavori discografici con una formazione che ha coinvolto e coinvolge, fra gli altri: Einar Solberg (fratello anche lui di Ihriel), Secthdamon e perfino Faust, tornato fra i ranghi del gruppo in occasione del tour celebrativo di In The Nightside Eclipse e accompagnato da una valanga di polemiche, come prevedibile.

Cos’abbia ancora in serbo il futuro non ci è dato saperlo, ciò che è sicuro è che non riusciremo a vedere gli Emperor in quel di Villafranca di Verona, dove si sarebbero dovuti esibire insieme a Mercyful Fate e Venom. Non ci resta che incrociare tutte le dita che abbiamo a disposizione e sperare che prima o poi Ihsahn, Samoth e compagni tornino a calcare anche i palchi italiani, nel frattempo sempre e comunque long live the Emperor.

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